giuliano

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IL TOMO

martedì 21 giugno 2022

UN SOL UOMO VALE PER MILLE (8)

 









Precedenti capitoli: 


con la fine della.... (1/5)


& i cani di Mosca [6] 


Prosegue ove...:


Mille non valgono 


uno solo (9) 








n.b. il presente post fa 

esclusivo riferimento ad 

un personaggio storico

nonché scientifico,

e per quanto la storia italiana 

abbia contribuito al suo esilio, 

si prega di non offuscarne

o confonderne la Memoria 

con l'attuale odierna politica, 

non certo distante o dissimile, 

da un antico ed uguale processo 

storico..., rinnovato e adeguato, 

ai pur moderni seppur antiquati

termini di pregiudizio a cui ogni

Eretico costretto.... 

(con tutto il rispetto 

del Diritto violato)  

 

[l'Eretico perseguitato...]







Fin dai tempi più remoti l’uomo si era interrogato sulla possibilità di raggiungere il nostro satellite, venerato come una divinità benefica e feconda. Battezzata con il nome di Diana o Lucina, era raffigurata con cento mammelle dalle quali scendeva sulla Terra una linfa vitale.

 

Le leggende lasceranno il passo alla scienza il giorno in cui Galileo, dalle colline di Arcetri, appunterà sulla Luna il suo cannocchiale. Il suo “Sidereus Nuncius” è il primo saggio scientifico sugli astri e sulla Luna in particolare. Egli scrive:

 

‘Bellissima cosa e oltremodo a vedersi attraente è il poter rimirare il corpo lunare così da vicino’.

 

Ma dopo il primo attimo di stupita contemplazione, il fondatore della scienza moderna scruta con occhio disincantato la superficie increspata del satellite per darci la prima immagine non fantastica dell’astro delle notti e afferma...

 

‘non essere affatto la Luna rivestita da una superficie liscia e levigata, ma scabra e ineguale, e allo stesso modo della faccia della Terra presentasi ricoperta in ogni parte di grandi prominenze, di profonde vallate, di anfratti’.




Le descrizioni di Galileo, che fornisce le prime ‘carte della Luna’, eccitano la fantasia dell’uomo e gli scrittori si sbizzarriscono a precorrere i tempi della grande conquista.

 

Ricordiamo che Galileo fu condannato dal Tribunale dell’Inquisizione nel giugno del 1633, in quanto ‘vehementemente sospetto d’heresia’ per aver difeso la tesi copernicana, cioè ‘tenuto e creduto dottrina falsa e contraria alle Sacre e divine Scritture’. È costretto all’abiura, è forzato a giurare che per l’avvenire non sosterrà né a voce né per iscritto gli argomenti per cui è stato condannato, e che denuncerà all’Inquisizione chi lo farà.

 

Il suo Dialogo, ‘opera – nelle parole di Galileo – per i gesuiti più pericolosa per la Chiesa dell’intera riforma di Calvino e Lutero’, è posto all’Indice, e copie della sentenza e dell’abiura vengono inviate in tutta Europa, con l’ordine di dar loro la massima diffusione, onde servano da monito a studiosi e scienziati. Eventi che, come si voleva, segnano l’inizio del declino della scienza in Italia.

 

Se le parole ‘eppur si muove’ non vennero mai da Galileo pronunciate davanti ai suoi giudici, esse tuttavia ben compendiano la sua convinta adesione alle idee condannate e la determinazione a proseguire nella sua opera. Lo conferma il fatto che, a soli pochi giorni di distanza dalla condanna, a Siena, dove il papa gli ha consentito di essere ospitato dall’arcivescovo Piccolomini, inizia a stendere alcune parti del suo lavoro più importante, ‘Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze’, una sostanziale difesa delle nuove idee, pur senza alcuna esplicita menzione del sistema copernicano.




Leggiamo dall’Introduzione del Dialogo sopra i due massimi sistemi:

 

 

Serenissimo Gran Duca

 

 

La differenza che è tra gli uomini e gli altri animali, per grandissima che ella sia, chi dicesse poter darsi poco dissimile tra gli stessi uomini, forse non parlerebbe fuor di ragione.

 

Qual proporzione ha da uno a mille?

 

E pure è proverbio vulgato, che un solo uomo vaglia per mille, dove mille non vagliano per un solo.

 

Tal differenza depende dalle abilità diverse degl’intelletti, il che io riduco all’essere o non esser Filosofo; poiché la filosofia, come alimento proprio di quelli, chi può nutrirsene, il separa in effetto dal comune esser del volgo, in più e men degno grado, come che sia vario tal nutrimento.

 

Chi mira più alto, si differenzia più altamente; e ’l volgersi al gran libro della natura, che è ’l proprio oggetto della filosofia, è il modo per alzar gli occhi: nel qual libro, benché tutto quel che si legge, come fattura d’Artefice onnipotente, sia per ciò proporzionatissimo, quello nientedimeno è più spedito e più degno, ove maggiore, al nostro vedere, apparisce l’opera e l’artifizio.

 

La costituzione dell’universo, tra i naturali apprensibili, per mio credere, può mettersi nel primo luogo: che se quella, come universal contenente, in grandezza tutt’altri avanza, come regola e mantenimento di tutto debbe anche avanzarli di nobiltà. Però, se a niuno toccò mai in eccesso differenziarsi nell’intelletto sopra gli altri uomini, Tolomeo e ’l Copernico furon quelli che sì altamente lessero s’affisarono e filosofarono nella mondana costituzione. Intorno all’opere de i quali rigirandosi principalmente questi miei Dialoghi, non pareva doversi quei dedicare ad altri che a Vostra Altezza; perché posandosi la lor dottrina su questi due, ch’io stimo i maggiori ingegni che in simili speculazioni ci abbian lasciate loro opere, per non far discapito di maggioranza, conveniva appoggiarli al favore di quello appo di me il maggiore, onde possan ricevere e gloria e patrocinio.

 

E se quei due hanno dato tanto lume al mio intendere, che questa mia opera può dirsi loro in gran parte, ben potrà anche dirsi di vostr’Altezza, per la cui liberal magnificenza non solo mi s’è dato ozio e quiete da potere scrivere, ma per mezo di suo efficace aiuto, non mai stancatosi in onorarmi, s’è in ultimo data in luce.

 

Accettila dunque l’A. V. con la sua solita benignità; e se ci troverrà cosa alcuna onde gli amatori del vero lo possan trar frutto di maggior cognizione e di giovamento, riconoscala come propria di sè medesima, avvezza tanto a giovare, che però nel suo felice dominio non ha niuno che dell’universali angustie, che son nel mondo, ne senta alcuna che lo disturbi. Con che pregandole prosperità, per crescer sempre in questa sua pia e magnanima usanza, le fo umilissima reverenza.

 

Dell’Altezza Vostra Serenissima

 

Umilissimo e Devotissimo Servo e Vassallo

 

GALILEO GALILEI




Il terzo libro, il capolavoro retorico di Galileo – o, per usare le parole di Campanella, la ‘comedia filosofica’ –, il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo (1632) porta in scena i tre interlocutori del Saggiatore, con ‘Salviati’ nei panni di Guiducci, ‘Sagredo’ in quelli di Cesarini, e Simplicio’ in quelli di Sarsi. Galileo rimane dietro le quinte, per manipolare gli attori nei loro disaccordi e nelle loro digressioni (commedie dentro la commedia, come le descrisse Salviati), e per ricevere le loro lodi.

 

Galileo, come direttore artistico, è il creatore di ingegnose fantasie, di capricci matematici, di un poema epico, di un insieme di storie. Sagredo chiede a Salviati di descrivere la curva di un corpo in caduta libera nello spazio; Galileo, mascherato, risponde con l’intelligente e assurda bizzarria; anche la natura è parte della mascherata. Il talento di Galileo per la commedia raggiunge il proprio apice nelle battute taglienti, nelle burle, nei giochi di parole, nei paradossi, nell’ironia, nella satira e nelle caricature grossolane del Saggiatore. Come se volesse indicare il suo livello epistemologico, Galileo inserì in quest’opera più citazioni da Ariosto di quanto non fece in qualunque altra sua opera.

 

L’editto del 1616 colpì i gesuiti tanto quanto colpì Galileo.




L’entusiasmo dei loro matematici nei confronti dell’astronomia telescopica si scontrò con la tendenza del loro preposito generale, Claudio Acquaviva, di vedere lo scontro sulle novità celesti come un secondo fronte nella lotta contro gli eretici.

 

È proprio vero: i generali combattono sempre l’ultima battaglia. Nel 1611 Acquaviva aveva preteso che le proprie truppe, particolarmente quelle nella zona di combattimento dell’aula, si attenessero alla filosofia di Aristotele così come era stata corretta da san Tommaso. Deluso dalla scarsa osservanza di questo suo ordine da parte del corpo dei gesuiti, che stava crescendo velocemente e velocemente andava diversificandosi (durante il suo regno passò da 5000 a 13 000 unità), lo rinnovò nel dicembre del 1613 in termini ancora più forti:

 

‘si ordina che chiunque insegni concezioni contrarie a San Tommaso o introduca nuove cose in filosofia per propria iniziativa, o prese da autori oscuri, le ritiri immediatamente’.

 

Come risulta dal caso di Grienberger, quest’ordine rese molto difficile ai gesuiti del Collegio Romano sostenere le idee di Galileo sui corpi galleggianti, per non dire la sua religione copernicana. Il decreto della Congregazione dell’Indice limitò ulteriormente le avventure degli astronomi della Compagnia di Gesú, scoraggiando qualunque riferimento positivo alla teoria copernicana e chi la difendeva.




I professori a conoscenza della situazione, che sentivano una responsabilità nei confronti della loro materia di insegnamento, si ritrovarono a vivere un dissidio doloroso. Tra il 1616 e il 1620, quando pubblicarono la prima edizione della ‘Sphaera’ dopo l’ultima curata da Clavio, i matematici della Compagnia cercarono il modo di rimanere fedeli sia al loro preposito generale, sia a ciò che dovevano insegnare.

 

Alcuni segnali indicavano che a Roma, nel 1624, il vento non aveva cambiato direzione: non si era volto a favore di Galileo. In autunno, durante la cerimonia di inaugurazione del nuovo anno accademico al Collegio Romano, molto seguita, il relatore principale paragonò i filosofi e i matematici indipendenti, che si ponevano al di sopra della tradizione, ai costruttori della torre di Babele: seminatori di confusione, uomini che anteponevano il soddisfacimento della propria vanità agli interessi della solidarietà dei cristiani.




Anni dopo in ginocchio davanti all’Inquisizione, Galileo aveva giurato di non dire o scrivere nulla sulla Terra in movimento o sul Sole fisso, ‘et contra’, a pena di essere nuovamente sospettato di eresia. A questa prescrizione Urbano aveva aggiunto, in un decreto che Galileo non aveva ricevuto ufficialmente, ‘et contra’, per impedirgli di scrivere contro il copernicanesimo – una misura diretta, forse, contro la sua proposta di aggiungere due ulteriori giornate al Dialogo per confutare le argomentazioni delle quattro giornate precedenti. Non aveva però l’obbligo di rimanere in silenzio su altre questioni, e già quando era ancora a casa di Piccolomini Galileo iniziò a pianificare la propria opera di meccanica, cosí a lungo rimandata. Continuò a lavorarvi, incoraggiato dagli amici e nonostante la perdita di alcuni manoscritti durante la loro rimozione preventiva da casa per mano di Bocchineri e di Aggiunti.

 

Leggiamo qualche suo appunto…




 Natura non intraprende a far quello che è impossibile a esser fatto;

 

Natura per indur nel mobile qualche grado di velocità lo fa muover di moto retto;

 

Natura non conferisce immediatamente un determinato grado di velocità, se ben potrebbe;

 

Natura non opera con molte cose quello che può con poche;

 

Natura prima fece le cose a modo suo, e poi fabbricò i discorsi degli uomini, abili a intenderle;

 

La natura e Dio si occupano nella cura degli uomini come se altro non curassero; 


(Prosegue...)










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