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IL TOMO

martedì 14 giugno 2022

GUERRA ALLA MAFIA (2)

 




















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& I CONIGLI D'OGNI GIORNO [3]







 

Il testimone principale si è rivelò essere Momo Salvatore ‘Sam’ Giancana*, il ‘capo dei capi’ di Chicago

 

*Salvatore (Sam) Giancana, il boss del sindacato, cresciuto a Chicago spalla a spalla con Jack Ruby, nel giugno del 1975 viene trovato morto nel suo elegante seminterrato, ucciso con un colpo alla nuca, altri sei intorno alla bocca a mo’ di cucitura. Avrebbe dovuto testimoniare cinque giorni dopo davanti a una commissione del Senato incaricata di indagare sui complotti contro Castro. L’arma del delitto viene rinvenuta e se ne rintraccia l’origine a Miami. Nessun arresto)

 

…che si era fatto strada tra le fila della mafia in virtù dell’estrema violenza – si diceva che avesse appeso molte delle sue vittime ai ganci da carne – e dell’astuzia di politici e celebrità utili. Il 9 giugno 1959, davanti a un pubblico televisivo rapito, Bobby accusò il boss di aver ucciso i suoi rivali in affari. ‘Ci spiegheresti il perché, quando nutri qualche opposizione da parte di qualche rivale lo sigilli a pezzi in un baule? È questo che fa del signor Giancana un onesto rappresentante di commercio?’.




Giancana, come tutti i boss del crimine citati in giudizio per testimoniare, invocò il ‘Quinto Emendamento’, rispondendo ripetutamente: ‘Mi rifiuto di rispondere perché credo onestamente che la mia risposta potrebbe tendere a incriminarmi’.

 

Le udienze non portarono direttamente ad alcun atto d’accusa, o procedimento penale, nei confronti di funzionari sindacali corrotti o boss mafiosi. Invece, produssero indesiderati effetti a lunga durata.

 

Sotto l’amministrazione uscente Eisenhower, il Dipartimento di Giustizia era stato cauto e lento in un momento in cui il paese stava affrontando gravi problemi interni: oltre alla minaccia della criminalità organizzata, molti degli ex stati confederati praticavano ancora pratiche razziali brutali, spesso violente segregazione in aperta sfida a una storica sentenza della Corte Suprema del 1954 secondo cui questa era illegale. In realtà, i diritti civili non avevano turbato indebitamente il clan Kennedy, nonostante le abbondanti prove che gli afroamericani fossero vittime di evidente grottesca discriminazione, il discorso inaugurale di JFK non menzionò di questo, o degli sforzi del crescente movimento per i diritti civili per la giustizia, e Bobby ammise che anche lui aveva prestato poca attenzione.

 

‘Non dirò che stavo sveglio la notte a preoccuparmi dei diritti civili prima di diventare Procuratore generale’,

 

…disse alla rivista Life nel 1961.




Né il movimento nero si fidava completamente del giovane e privilegiato avvocato bianco del Massachusetts. Tuttavia, la difficile situazione degli afroamericani negli stati meridionali gli punse la coscienza e, nel corso dei suoi primi due anni in carica, Bobby costrinse almeno una certa misura di uguaglianza a paesi e città al di sotto della linea Mason-Dixon, a volte  schierando in forma preventiva truppe federali. In tal modo aggiunse nuovi nemici alla crescente lista (nera anch’essa): il Ku Klux Klan, i Democratici conservatori del sud e i segregazionisti di destra, inclusi governatori statali razzisti come George Wallace dell’Alabama.

 

Si era anche scontrato con J. Edgar Hoover sui diritti civili. Il veterano direttore dell’FBI si preoccupava di un solo colore: il rosso. Hoover considerava il movimento per i diritti civili come un fronte comunista de facto e chiese al procuratore generale di autorizzare le intercettazioni sul suo leader più importante, il reverendo Martin Luther King; Bobby alla fine – e vergognosamente – acconsentì.




Ma se era arrivato in ritardo nella lotta per i diritti civili e la giustizia razziale, il problema della criminalità organizzata – ancora un punto cieco per Hoover – era una crociata più vicina al cuore di Bobby. Due settimane dopo la nomina a procuratore generale, lanciò una ‘guerra al crimine’, trasformando la sezione racket del Dipartimento di Giustizia, precedentemente moribonda, che nel gennaio 1961 impiegava solo 17 persone, in un esercito implacabile di 60 pubblici ministeri. Jimmy Hoffa fu il primo obiettivo di alto profilo: nell’ottobre 1962 fu accusato di aver chiesto tangenti a una società di autotrasporti, ma sebbene il processo si sia concluso con l’assoluzione della giuria appesa, ha prodotto un prezioso informatore all’interno dei ranghi dei Teamsters.

 

Edward Grady Partin riferì al Dipartimento di Giustizia che Hoffa stava preparando dell’esplosivo per piazzarlo presso l’abitazione della famiglia di Bobby a Hickory Hill fuori Washington DC, e in caso di fallimento,  pianificò di far assassinare il procuratore generale da un cecchino. Secondo Partin - che superò un apposito test dell’FBI sulle affermazioni ‘a pieni voti’ - Hoffa gli aveva detto anche: ‘Devo fare qualcosa per quel figlio di puttana Bobby Kennedy …se ne deve andare all’inferno’.




Ma il leader dei Teamsters era solo uno degli obiettivi di Bobby. Nei due anni successivi un totale di 404 gangster mafiosi furono condannati per traffico di stupefacenti, corruzione e gioco d’azzardo illegale, con un aumento dell’800% rispetto al precedente tasso di successo realizzato dal Dipartimento di Giustizia.

 

Tre importanti gangster, in particolare, divennero il fulcro della guerra al crimine organizzato: Sam Giancana di Chicago, che Bobby aveva ridicolizzato per aver ridacchiato come ‘una ragazzina’ nelle udienze di McClellan, il boss della mafia della Florida Santo Trafficante Jr. e il capo della criminalità organizzata in Louisiana, Carlos Marcello. Tutti e tre erano stretti collaboratori di Hoffa; tutti e tre svilupparono nel tempo un odio costante per entrambi i Kennedy; tutti e tre sarebbero - tra non molto – accusati di aver cospirato per agire in base a quell’odio.




Nell’aprile del 1961, su ordine di Bobby, Marcello, uno dei mafiosi più anziani d’America, fu costretto ad emigrare in Guatemala. Tornò segretamente a New Orleans due mesi dopo e per i successivi tre anni combatté una serie di battaglie legali con il Dipartimento di Giustizia. Il suo avvocato, Frank Ragano, rappresentava anche sia Hoffa che Trafficante, il capo di capi della criminalità organizzata nel Sunshine State. Nell’estate del 1963, Hoffa ordinò a Ragano di dire a Trafficante e Marcello che era ora di uccidere John Kennedy. Né questo era l’unico presunto complotto per omicidio che coinvolgeva i boss del crimine. Più o meno nello stesso periodo, mentre Bobby guidava un secondo tentativo di cacciarlo dal paese, Marcello disse a Trafficante:

 

‘Bobby Kennedy sta rendendo la vita infelice a me e ai miei amici. Qualcuno dovrebbe uccidere tutti quei Kennedy’.




Trafficante rassicurò il suo compagno mafioso:

 

‘Aspetta e vedrai, qualcuno ucciderà quei figli di puttana. È solo questione di tempo’ *.




[*Documento: 2.4.61. Trascrizione letterale di una conversazione telefonica: “su richiesta del direttore”. “Riservata al direttore”.

 

In linea: direttore J. Edgar Hoover, ministro della Giustizia Robert F. Kennedy. 

 

RFK: Parla Bob Kennedy, signor Hoover. Speravo di poterla disturbare per qualche minuto.

 

JEH: Certamente.

 

RFK: Ci sono alcune questioni di protocollo che vorrei discutere.

 

JEH: Sì.

 

RFK: Comunicazioni, tanto per iniziare. Le avevo fatto pervenire una direttiva in cui richiedevo copie carbone di tutti i rapporti presentati dalle vostre squadre contro il crimine organizzato. Era datata 17 febbraio. Siamo al 2 aprile, e non ho ancora visto un singolo rapporto.

 

JEH: Sono direttive che richiedono tempo per essere svolte.

 

RFK: Sei settimane mi sembrano più che sufficienti.

 

JEH: Lei lo ritiene un ritardo ingiustificato, io no.

 

RFK: Le spiacerebbe accelerare l’adempimento della mia direttiva?

 

JEH: Lo farò. E lei sarebbe così gentile da rinfrescarmi la memoria sulle ragioni della sua iniziativa?

 

RFK: Voglio valutare ogni singola prova contro la mafia che il Bureau riesce a raccogliere e trasmetterla, ove necessario, ai gran giurì locali, che spero di mettere al lavoro.

 

JEH: Potrebbe rivelarsi una mossa imprudente. Una fuga di informazioni che soltanto le nostre squadre potrebbero essersi procurate potrebbe compromettere gli informatori e le postazioni di sorveglianza elettronica.

 

RFK: Le informazioni saranno trattate con la massima riservatezza.

 

JEH: È una funzione che non dovrebbe essere affidata a personale esterno all’FBI.

 

RFK: Mi trovo in completo disaccordo. Signor Hoover, lei sarà costretto a condividere le sue informazioni. La semplice attività di sorveglianza non metterà mai in ginocchio il crimine organizzato.

 

JEH: Il nostro mandato non prevede la distribuzione del materiale per accelerare il lavoro dei gran giurì.

 

RFK: Vuol dire che dovremo rivederlo.

 

JEH: Lo considero un gesto precipitoso e avventato.

 

RFK: Lo consideri come vuole, e lo consideri fatto. Consideri che il mandato del programma contro il crimine organizzato passerà sotto la mia diretta giurisdizione.

 

JEH: Lasci che le rammenti un semplice fatto: la mala non si può sconfiggere.

 

RFK: E lei lasci che le rammenti che per anni ha negato che la mafia esistesse. Lasci che le rammenti che l’FBI non è che un singolo ingranaggio della macchina globale del Dipartimento di Giustizia. Lasci che le rammenti che non è l’FBI a dettare la politica del Dipartimento. Lasci che le rammenti che il presidente e io consideriamo il 99 per cento delle organizzazioni di sinistra che l’FBI tiene sotto costante sorveglianza innocue se non moribonde, e ridicolmente inoffensive se paragonate al crimine organizzato.

 

JEH: Posso dichiarare ufficialmente che considero queste sue invettive sbagliate e sciocche dal punto di vista della prospettiva storica?

 

RFK: Faccia pure.

 

JEH: C’è qualcos’altro di simile o di meno offensivo che aveva intenzione di dirmi?

 

RFK: Sì. Volevo informarla che intendo imporre la centralizzazione delle attività di sorveglianza elettronica. Voglio che il Dipartimento di Giustizia venga informato di ogni singola iniziativa di sorveglianza intrapresa dalle forze dell’ordine municipali.

 

JEH: Molti considererebbero la sua iniziativa come un’assurda ingerenza federale e un flagrante abuso dei diritti dei singoli Stati.

 

RFK: Il concetto di diritto del singolo Stato si è trasformato in una cortina di fumo per nascondere di tutto, dalle pratiche di segregazione alle obsolete leggi contro l’aborto.

 

JEH: Non sono d’accordo.

 

RFK: Ne prendo atto. E vorrei che lei prendesse atto del fatto che da oggi avrà il dovere di informarmi di ogni singola operazione di sorveglianza elettronica intrapresa dal Bureau.

 

JEH: Sì.

 

RFK: Ne ha preso atto?

 

JEH: Sì.

 

RFK: Voglio che chiami personalmente l’agente responsabile di New Orleans e che gli ordini di incaricare quattro uomini dell’arresto di Carlos Marcello. Voglio che venga effettuato entro le prossime settantadue ore. Dica all’agente responsabile che sto facendo deportare Marcello in Guatemala. Lo avverta che la Guardia di frontiera si metterà in contatto per definire i dettagli.

 

JEH: Sì.

 

RFK: Ne ha preso atto?

 

JEH: Sì.

 

RFK: Buona giornata, signor Hoover.

 

JEH: Buona giornata.(J.Ellroy)]




Nel giro di pochi mesi l’antipatia tra il procuratore generale e l’agenzia di intelligence esplose del tutto: ancora una volta la criminalità organizzata è al centro della lite.

 

Nel dicembre 1961, Hoover aveva inviato a Bobby un promemoria personale su Sam Giancana. Era basato su registrazioni di sorveglianza che avevano catturato il don di Chicago che denunciava gli sforzi del Dipartimento di Giustizia per perseguirlo.

 

(Tim Tate & Brad Johnson)

(Prosegue con il capitolo al completo)








 

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