giuliano

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IL TOMO

lunedì 27 giugno 2022

27 GIUGNO (13)

 









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Circa alcune Lettere (11/10) 


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l'inquisitore (14)







Procedendo negli oscuri Lumi della Ragione, ovvero quand’essa illuminata dallo Spirito, oppure e al contrario, annebbiata e offuscata da una insana ortodossa coscienza senz’Anima e Ragione alcuna, ed approdando a Galileo, non posso e debbo trascurare, in funzione della stessa e come oscurata all’ombra di medesimo ‘oculo’, osservare chi osserva, e dall’insano morbo d’una vigilata Coscienza  ieri come oggi immutato nell’invisibile virulenza  dedotta con ugual telescopio, e porla, di conseguenza, al grado della sua ed altrui incontrastata condizione di limitata Ragione a cui la Natura costretta, in merito all’immutata contagiosità per ogni Elemento infettato nella purezza della propria incorrotta essenza.     

 

Sia nell’orbita di ogni assommata e più certa conoscenza, quanto nello Spirito di Natura che la presiede in medesimo Principio di ugual Universo dedotto e posto in successivo e più ordinato Fine di quanto Creato. 

 

Come voler intendere e dire in codesto procedere dall’apparente Caos della materia al moto stabile evolutivo definito dell’Universo osservato.

 

& da un labile involuto seppur moderno oculo del progresso dato…

 

Quindi ‘disquisendo’ in tale eretico contesto, non posso dimenticare e annoverare in uguali processi storici, a cui, sia l’Eretico dello Spirito come della Scienza posti in ugual moto da cui la ‘materia’, apparentemente opposti e avversi, seppur accumunati e ripagati da ugual moneta coniata da medesima storia qual solo tributo d’una corrotta verità sentenziata, perseguitati nella medesima volontà dello Spirito preesistente alla materia in cerca d’un più certo Universo e Dio.  




A cui l’Esilio della Ragione nonché dell’Anima che al meglio la edifica e crea, nei Principi a cui l’istinto, ugual istinto, tende a compiere un medesimo Sentiero tracciato nella Verità del Sacro, e la sacralità a cui la Natura sottomessa e costretta suo malgrado, per sempre perseguitata e naufragata.

 

Cosa intendiamo per ‘Sacro’ negli ‘opposti’ fondare la sintesi di un Idea data e conferita ‘in’ e ‘per’ merito della Natura, significa innanzitutto compiere un gesto di elevato grado di Giudizio a cui la Storia sottomette e costringe il proprio limitato pregiudizio, seppur riscattato da un apparente ‘moto’ della Memoria non immune dalla gravità della rinnovata odierna perseguitata Eresia sancire il vero e più certo Universo negato; coniato nei canoni d’una ‘parola’ in merito ad ugual ‘orbita’ adottata ma quantunque insufficiente ai limiti in cui costretti Ragione e Coscienza senza fede alcuna circa l’Universo della più vera e certa Natura.

 

In ciò conferiamo merito a Galileo circa distanza fra Scritture e Verità accertate e rilevata.

 

Quindi compiere una analoga Idea di Ragione anche là dove erroneamente si è cogitato - e si cogita ancora - circa il Dèmone antico dell’Eresia, quando ugual metro di Giudizio abdicato ad una ‘infallibile parola’ (o una Bibbia), dare una risultante non conforme alla summa del ‘verbo’ con cui - nostro malgrado - scritta e dedotta l’intera grammatica della Storia legiferata.




La quale in ambedue i termini (apparentemente opposti tra loro), crea dubbia sentenza sancita nella  impostazione d’una fallace Verità dedotta, o peggio, interpretata, e con cui scritta l’intera vicenda umana donde i nostri Frammenti d’una o più orbite dedotte e oscurate dai lumi d’una falsa ragione storica, a cui la Storia e la sottomessa Natura perseguitata. 

 

Seppure lo Stregone-Sciamano sembra lontano anni luce dal matematico-filosofo-astronomo, eppure ed in verità, l’Universo a cui entrambe fanno riferimento, è quello negato dello Spirito in cerca di ugual Dio nella e per ogni superiore Verità della Natura. Il quale Spirito, come disquisirebbe il Filosofo Giamblico, prefigura e presiede la ‘materia’ dell’Intelletto. Quindi elevare lo Spirito conforme ad una o più ‘orbite’ dedotte da ugual vicenda ‘storico-giudiziaria’ poste, seppur apparentemente distanti fra loro, in ugual medesimo Universo, significa innanzitutto elevarle e mai smembrarle (seppur talvolta raccolte in meteoritici Frammenti) nella giusta ‘osservazione’ a cui la gravità umana (senza alcun Dio) le ha costrette, tratte dall’oculo d’una ortodossa ‘parola’ presiedere l’Universo e Dio.




Abbiamo solo accennato tutto ciò che abbia significato, e che purtroppo nonostante Secoli e tomi di parole, significa ancora! 

 

Se questo sia confacente ad un ordine ‘universale-divino-matematico’, oppure e al contrario, immateriale e istintivo, solo il Sentiero del karma legato all’esistenza sancirà la Rinascita per ogni verità negata rapportata al numero della materia numerata (in cui si enumera e rinnova la medesima Storia), e a cui costretta per ogni nuova esistenza in cui la Vita si rinnova, in attesa di ricongiungersi definitivamente nella più elevata essenza da cui lo Spirito in cerca della Natura (circa il vero Dio) aspira l’Infinito.

 

Ovvero, seppure gli opposti sembrano procedere con logiche asimmetriche e inconciliabili tra loro, letti nella proporzione conferita dalla sacralità sancita dall’ordine divino, o immateriale Principio, comunque ricongiungersi alla materia universale da cui l’ordine osservato nato. Noteremo che, applicando cotal ‘decodificazione’ circa lo Spirito e la sua Eterna Infinita Natura, il Benandante si insidia al Principio del divino da cui conseguirà la forma dell’Universo successivamente osservato e dedotto dalla teologica matematica del numero calcolato e applicato porre i gradi d’un più certo Spazio ricavato nell’essenza della sua vera Natura.    





L’uno non può esistere senza l’altro, sono imprescindibili, e l’altro non sarebbe in grado di ‘osservare’ o ‘dedurre’ ciò che il primo proteso in ugual Spirito Divino divenire Universo della materia, coniato e costretto, però, da una ‘infallibile’, per come possa esserlo la fallace orbita dell’umana parola posta nell’interpretazione delle ‘profetiche’ Scritture stabilire l’Infinito e Dio. Nulla e materia. Forma e Universo. Spirito Coscienza e Intelletto. Dèmone e Dio. Verità e Eresia. Legge e Natura.

 

Gravitate nell’orbita della Storia…   

 

L’Universo a cui facciamo riferimento e il suo Spirito così come l’intera Natura sprovvisti di questo ‘infallibile’ dono, paradossalmente formare ed evolvere il simmetrico Universo dell’Intelletto gravitato nella ‘materia’ da cui l’uomo e il proprio Dio interpretato ad uso e consumo d’una fede malriposta nei gradi della sacralità da cui la Vita per sempre violata nei Principi come nei Fini ad immagine d’un Dio negato.

 

Se non fosse e come per sempre sarà l’eccentrica come geocentrica infallibile irreversibilità a cui costretta l’inumana vicenda estinguersi per propria limitata deficienza, e da cui opposti Universi rilevati e rivelati in conformità d’una più elevata e per sempre negata circolarità (storica) da cui la sfericità della Terra nonché la dedotta Memoria orbitata, seppur vaga eppur immobile raggira. Seppur perseguitata eppur divina nell’immobile raggirato nobilitato intento d’ogni giorno.

 

Seppur circolare eppure piatta per ogni rinnovato enunciato!




Se codesta ‘infallibilità’ viene contestata da una pur negata contrastata Ragione nell’immobile fine della materia, a cui il Divino o la Divinità estranea per sua profetica e più certa Natura, sorge il vero paradosso a cui, sia l’Astronomo come lo Stregone-Sciamano sovrintendono un profondo e più certo Universo, perseguitati ed accumunati non in Ragione del vero, bensì  nel Fine e mai sia detto Principio, a cui ogni Verità gravitata nel suo piccolo Universo di morta materia a cui costretta ogni più elevata Natura in cerca del suo Intelletto sottratta alla moneta d’un infallibile Dio… 

 

(Giuliano)  

 

 


 

 Il 27 giugno 1580, l’inquisitore fra’ Felice da Montefalco riprende la causa lasciata a mezzo dal suo predecessore, facendo comparire davanti a sé uno dei due… ‘benendanti’, Paolo Gasparutto

 

Costui dichiara di ignorare per quale motivo sia stato chiamato. Si è confessato e comunicato ogni anno dal suo piovano; non ha mai sentito dire che a Iassico ‘ci sia alcuno che viva da lutherano, et viva malamente’.

 

Allora fra’ Felice chiede ‘se lui sa o conosca alcuno che sia… strigone o benandante’.

 

Il Gasparutto risponde negativamente: ‘di strigoni non so alcuno, né anco di benandante’. E improvvisamente scoppia a ridere: ‘Padre no che io non so… io non sonno benandante, né la profession mia è tale’.

 

…Allora l’inquisitore comincia a bersagliarlo di domande: ‘ha mai curato il figlio di Pietro Rorato?’.

 

‘Il Rotaro mi ha chiamato’, dice Paolo, ‘ma io gli ho risposto di non saperne nulla e di non poterlo aiutare’.

 

‘Ha mai parlato di benandanti con l’inquisitore passato e con il piovano di Iassico?’.

 

Paolo dapprima nega: poi ammette, sempre ridendo, di aver affermato di sognar di combattere con gli stregoni. Ma di fronte alle domande incalzanti dell’inquisitore, che gli ricorda particolari dei suoi racconti di cinque anni prima, riprende a negare, tra continui scoppi di risa.

 

Chiede il frate: ‘Perché hai tu riso?’.




E il Gasparutto, inaspettatamente: ‘perché queste non sonno cose da addimandarsi, perché si va contra il voler de Iddio’.

 

L’inquisitore insiste, sempre più sconcertato: ‘perché se va contra il volere de Iddio interrogandosi di queste cose?’.

 

A questo punto il benandante si accorge di aver detto troppo: ‘perché se addimanda cose che io non so’, risponde, e ritorna sulla negativa…

 

Il giorno stesso viene interrogato l’altro benandante, il banditore Battista Moduco, detto ‘Gamba Secura’, nato a Tralignano ma abitante da trent’anni a Cividale. Anch’egli dichiara di essersi confessato e comunicato regolarmente, e di non conoscere eretici: ma, interrogato a proposito di ‘stregoni’ e ‘benandanti’, risponde tranquillamente: ‘de stregoni non so che ve ne siano alcuni; et de benandanti io non conosco altri che mi’.

 

Immediatamente fra’ Felice chiede: ‘che vuol dire questa parola benandante?’.

 

Il Moduco sembra pentirsi dell’incauta risposta e cerca di volgere la cosa in scherzo: ‘benandanti io chiamo quelli che mi pagan bene, vo volentieri’.

 

Tuttavia finisce per ammettere di aver detto a diverse persone di essere benandante, aggiungendo: ‘io delli altri non gli posso dire perché non posso andar contra il divin volere’.




Per quanto riguarda la sua persona il Moduco dichiara senza esitare: ‘Io sonno benandante perché vo con li altri a combattere quattro volte l’anno, cioè le quattro tempora, di notte, invisibilmente con lo Spirito et resta il corpo; et noi andiamo in favor di Cristo (o de altri Profeti prima de Lui…) et li stregoni del diavolo, combattendo l’un con l’altro, noi con le mazze di finocchio et loro con le canne di sorgo’.

 

Non è difficile immaginare lo sconcerto dell’inquisitore di fronte a questi benandanti, per tanti versi simili a veri e propri stregoni (sciamani…), che contro gli stregoni (diavoli avversi….) si atteggiano a difensori della fede di Cristo.

 

Ma il Moduco non ha finito: ‘et se noi restiamo vincitori, quello anno è abbondanza, et perdendo è carestia in quel anno’.

 

 Più avanti preciserà: ‘nel combattere che facciamo, una volta combattiamo il formento con tutti li grasami, un’altra volta li minuti, alle volte li vini: et così in quattro volte si combatte tutti li frutti della terra, et quello che vien vento da benandanti quell’anno è abondanza’

 

Il 24 settembre l’inquisitore fa condurre a Udine il Gasparutto, che non ha tenuto fede all’impegno (se ne scuserà affermando di essere stato malato) e lo fa incarcerare. Due giorni dopo il benandante viene nuovamente interrogato.

 

Finora i racconti del Moduco e del Gasparutto avevano mostrato un quasi assoluto parallelismo. A questo punto si ha uno scarto: il Gasparutto modifica la sua confessione in un punto essenziale, introducendo un elemento nuovo.

 

‘Io ho pensato di havere a dire la verità’, dichiara all’inizio dell’interrogatorio; e l’inquisitore che ripropone la domanda volta ad intaccare la cerniera ‘teologicamente’ più importante della sua confessione (“chi vi ha insegnato ad entrare in questa compagnia di questi benandanti?”) risponde inaspettatamente: ‘l’angelo del cielo… di notte, in casa mia, et poteva essere quattro hore di notte sul primo somno… mi apparse un angelo tutto d’oro, come quelli delli altari, et mi chiamò, et lo Spirito andò fuori… egli mi chiamò per nome dicendo: “Paulo, ti mandarò un benandante, et ti bisogna andare a combattere per le biade” Io gli risposi: “ io andarò, et son obbediente” ’.

 

Come interpretare questa variazione?


(Prosegue...)









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