CHI DELLA FOLLA, INVECE,

CHI DELLA FOLLA, INVECE,
30 MAGGIO 1924

martedì 22 marzo 2022

1491 1941




























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1491  1941

Della stessa autrice:

Il filosofo prigioniero....














Dal mondo delle idee (di imminenti o passate Apocalissi…) rientrava in quello più denso della sostanza contenuta e delimitata dalla forma.
Rincantucciato in camera, non dedicava più le veglie a sforzarsi di acquisire nozioni più esatte sui rapporti tra le cose, bensì a una meditazione non formulata sulla natura di esse.
Correggeva così quel vizio dell’intelletto che consiste nell’impossessarsi degli oggetti per servirsene (aveva abdicato o forse delegato tal compito divenuto in altri luoghi della memoria.. ‘indagine inquisitoriale’ ad altre ombre a lui avverse, ad altri inquisitori troppo lontani dalla verità…), o, al contrario, nel respingerli senza penetrare abbastanza avanti nella sostanza individuata di cui son fatti.




Così, l’acqua era stata per lui una bevanda che disseta e un liquido che lava, una parte costituente l’Universo creato dal cristiano Demiurgo su cui aveva intrattenuto il canonico Bartolomeo Campus quando gli parlava dello Spirito aleggiante sulle acque, l’elemento essenziale dell’idraulica di Archimede o della fisica di Talete, o, ancora, il segno alchimistico di una delle forze che vanno verso il basso.
Aveva calcolato spostamenti, misurato dosi, atteso che goccioline si condensassero nel tubo degli alambicchi. Ora, rinunciando per qualche tempo all’osservazione che distingue e individualizza dall’esterno per darsi tutto alla visione interiore del filosofo ‘Ermetico’, lasciava che l’acqua contenuta in tutte le cose gli invadesse la camera come l’onda del diluvio.
Il baule e lo sgabello galleggiavano; i muri si squarciavano sotto la pressione dell’acqua; cedeva al flusso che sposta tutte le forme e rifiuta di lasciarsi comprimere da esse; sperimentava il mutamento di stato della falda d’acqua che si fa vapore e della pioggia che si fa neve; faceva suoi l’immobilità temporanea del gelo e lo scivolar della goccia limpida che scende inspiegabilmente di traverso sul vetro, fluida sfida alla scommessa del calcolatore.




Rinunciava alle sensazioni di tepore e di freddo che sono legate al corpo; l’acqua lo trascinava via cadavere con altrettanta indifferenza che un ciuffo di alghe. Rientrato nella propria carne, vi ritrovava l’elemento acqueo, l’urina nella vescica, la saliva sulle labbra, l’acqua presente nel liquido del sangue. Poi, ricondotto all’elemento di cui si era sempre sentito parte, volgeva meditazione al fuoco, sentiva in sé quel calore moderato e beato che abbiamo in comune colle bestie che camminano e gli uccelli che attraversano il cielo.
Pensava al fuoco divorante delle febbri che si era adoperato invano tante volte di spegnere, percepiva il guizzo avido della fiamma nascente, la rossa gioia del braciere e la sua estinzione in ceneri nere. Osando spingersi oltre, si univa strettamente all’implacabile ardore che distrugge ciò che tocca; pensava ai roghi, come ne aveva visti per un autodafè in una cittadina del Leòn, nel corso del quale erano periti quattro Eretici accusati di avere ipocritamente abbracciato la religione cristiana senza peraltro abbandonare i riti ereditati dai loro padri, e un Eretico che negava l’efficacia dei sacramenti.




Si figurava quale potesse essere quella sofferenza, troppo intensa per poterla descrivere, era lui l’uomo che aspira attraverso le narici l’odore della propria carne che brucia; tossiva, avvolto da un fumo che non si sarebbe disperso prima della sua morte.
Vedeva la gamba annerita drizzarsi tutta tesa con le articolazioni lambite dalle fiamme, scorgeva i volti delle persone che assistevano al macabro spettacolo offerto loro, uguali nei modi e nei gesti, nelle parole nei lineamenti a quelle cui il Cristo ebbe a subire durante la Passione.
Da circa mezzo secolo si serviva della mente come di un cuneo per allargare, meglio che poteva, gli interstizi del muro che da ogni parte ci stringe. Le fessure si dilatavano, o piuttosto sembrava che il muro perdesse da sé la propria compattezza senza tuttavia cessare d’essere denso, quasi muraglia di fumo anziché di pietra.




Gli oggetti non adempivano più alla funzione di accessori utili. Come un materasso perde il crine, lasciavano sfuggire la loro sostanza. Una foresta riempiva la camera; lo sgabello, misurato sulla distanza che separa dal suolo il culo d’un uomo, il tavolo che serve a scrivere o a mangiare, questa porta che fa comunicare un cubo d’aria tra pareti con un cubo d’aria attiguo, perdevano la ragion d’essere che l'artigiano aveva data loro per ridivenire tronchi o rami scorticati come i San Bartolomeo dei quadri di chiesa, carichi di foglie spettrali e d’uccelli invisibili, ancora scricchiolanti per tempeste da lungo tempo placate e su cui la pialla aveva lasciato qua e là il grumo della linfa.

(Prosegue...)

















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