CHI DELLA FOLLA, INVECE,

CHI DELLA FOLLA, INVECE,
30 MAGGIO 1924

domenica 4 aprile 2021

RACCONTI DELLA DOMENICA ovvero STABILITA' (in attesa del Carroccio) (10)

 










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& il racconto completo... (12)


Dello stesso autore e la sua Barca









Robert Benton aprì lentamente le ali, le batté diverse volte, e decollò maestosamente dal tetto, verso le tenebre.

 

Venne immediatamente inghiottito dalla sera. Sotto di lui, centinaia di minuscoli puntini di luce si accesero su altri tetti, dai quali altre persone si stavano levando in volo. Un bagliore viola lo sfiorò, poi svanì nel nero. Ma Benton era in preda a uno stato d’animo diverso, e l’idea delle corse notturne non lo attraeva.

 

Il bagliore viola si avvicinò di nuovo, lanciò richiami invitanti. Benton rifiutò, si tuffò verso strati più alti dell’atmosfera.




Dopo un po’ interruppe l’ascesa e si lasciò andare alla deriva sulle correnti d’aria che salivano dalla città che aveva sotto, la Città della Lievità. Fu invaso da un senso di ebbra meraviglia. Ripiegò le grandi ali bianche, si tuffò in mezzo alle piccole nubi che gli veleggiavano attorno in preda a una gioia frenetica, si lanciò verso l’invisibile fondo dell’immenso bacino nero nel quale volava, e alla fine scese verso le luci della città.

 

Il suo tempo libero era quasi terminato.

 

Molto più sotto, una luce più brillante delle altre lampeggiò un richiamo: l’Ufficio Controllo. Il corpo puntato all’ingiù come una freccia, avvolto nel guscio delle ali bianche, Benton partì in quella direzione. E scese, diritto e perfetto.




Una trentina di metri al di sopra della luce, riaprì le ali, riprese controllo dell'aria, e atterrò dolcemente su un tetto.

 

Si incamminò finché non si accese una luce-guida. Raggiunse la porta d’ingresso seguendo il raggio di luce. La porta scivolò di lato alla pressione delle sue dita, e lui la superò. Prese immediatamente a scendere, schizzando verso il basso a velocità crescente. Il piccolo ascensore si fermò di colpo e lui entrò nell'Ufficio Centrale del Controllore.

 

— Salve — disse il Controllore. — Si tolga le ali e si accomodi.




 Benton obbedì. Ripiegò accuratamente le ali e le appese a uno dei ganci allineati in fila lungo la parete. Scelse la sedia migliore e si diresse verso quella.

 

— Ah — sorrise il Controllore. — Le piacciono le comodità.

 

— Non voglio che vadano sprecate — ribatté Benton.

 

Il Controllore guardò alle spalle del suo ospite, puntò lo sguardo sulle pareti di plastica trasparente. Dietro le pareti c’erano i monolocali più grandi della Città della Lievità. Si estendevano a perdita d'occhio. Ognuno era…




— Per cosa voleva vedermi? — Benton interruppe le sue riflessioni. Il Controllore tossicchiò e smosse con le dita alcune graffette di metallo.

 

— Come sa — cominciò — Stabilità è la parola d’ordine. La civiltà ha fatto continui progressi da secoli, soprattutto dal venticinquesimo secolo in poi. Però è una legge di natura che la civiltà debba progredire, oppure regredire. Non può fermarsi.

 

— Questo lo so — disse Benton, perplesso. — Conosco anche la tavola pitagorica. Vuole recitarmi anche quella?

 

Il Controllore lo ignorò.

 

— Però noi abbiamo infranto quella legge. Cento anni fa…




Cento anni prima! Davvero non sembrava fosse passato così tanto tempo da quando Eric Freidenburg, degli Stati della Germania Libera, si era alzato nella sala del Consiglio Internazionale e aveva annunciato ai delegati raccolti lì che la specie umana aveva raggiunto il proprio apice. Ulteriori progressi erano impossibili. Negli anni precedenti, soltanto due grandi invenzioni erano state brevettate. Dopo di che, tutti quanti erano rimasti a guardare grafici e tabelle, avevano visto le linee scendere sempre più, in base a un fattore pari al loro quadrato, per poi svanire nel nulla. Il grande pozzo dell’ingegno umano si era inaridito, e a quel punto Eric si era alzato e aveva detto ciò che tutti sapevano, ma avevano paura di dire. Naturalmente, dopo che il problema era stato esposto in maniera formale, il Consiglio era tenuto a mettersi al lavoro per risolverlo.

 

Si erano presentate tre idee per una soluzione. Una delle tre sembrava più umana delle altre due. E alla fine, proprio quella soluzione venne adottata. Era…

 

La Stabilizzazione!




Dapprima, non appena i popoli vennero informati, ci furono grossi guai, e in molte delle maggiori città scoppiarono rivolte di massa. Il mercato azionario crollò, e l’economia di numerosi paesi sfuggì a ogni controllo. I prezzi dei generi alimentari salirono, e ci furono carestie. Scoppiò la guerra… per la prima volta in trecento anni! Ma la Stabilizzazione era iniziata. I dissenzienti vennero distrutti, i radicali furono messi a! bando, portati via dal Carroccio. Fu un atto duro e crudele, ma sembrava l’unica risposta possibile. E finalmente, il mondo assunse uno stato rigido, uno stato controllato nel quale non potevano esserci cambiamenti, né in avanti né all'indietro.

 

Ogni anno, ogni abitante del globo si sottoponeva a un difficile esame che durava un’intera settimana, per stabilire se stesse o no deviando. Tutti i giovani ricevevano un’istruzione intensiva di quindici anni. Chi non riusciva a stare alla pari con gli altri semplicemente scompariva. Le invenzioni venivano studiate dagli Uffici Controllo per accertarsi che non potessero alterare la Stabilità. Se si scopriva che avrebbero potuto alterarla…




— Ed è per questo che non possiamo permettere l’uso della sua invenzione — spiegò il Controllore a Benton. — Mi spiace.

 

Osservò Benton, lo vide sussultare, impallidire; vide che gli tremavano le mani.

 

— Andiamo — disse dolcemente — non la prenda così. Ci sono sempre altre cose da fare. Dopo tutto, lei non corre il rischio di finire sul Carroccio!

 

Ma Benton fissava il vuoto a occhi sgranati. Alla fine disse: — Ma lei non capisce. Io non ho inventato niente. Non so di cosa stia parlando.




— Non ha inventato niente! — esclamò il Controllore. — Ma io ero qui il giorno che lei stesso ha chiesto il brevetto! L’ho vista firmare la dichiarazione di proprietà! Ha dato a me il modellino!

 

Fissò Benton. Poi premette un pulsante della scrivania e disse, parlando in un piccolo cerchio di luce: — Mandatemi le informazioni sul numero 34500-D, per favore.

 

Passò un momento, poi nel cerchio di luce apparve un tubo. Il Controllore afferrò l’oggetto cilindrico e lo passò a Benton. — Troverà qui la sua dichiarazione firmata — disse — e in uno dei riquadri ci sono le sue impronte digitali. Può averle lasciate soltanto lei.




Stordito, Benton aprì il cilindro ed estrasse i documenti che conteneva. Li studiò per qualche attimo, poi li rimise lentamente nel cilindro, che restituì al Controllore.

 

— Sì — disse — è la mia grafia, e quelle sono senza dubbio le mie impronte. Però non capisco. Non ho mai inventato qualcosa in vita mia, e non sono mai stato qui in passato! Cos’è questa invenzione?

 

— Cos’è? — fece eco il Controllore, stupefatto. — Non lo sa? Benton scosse la testa. — No, non lo so — disse lentamente.

 

— Se vuole scoprire di cosa si tratta, dovrà scendere agli Uffici. Io posso solo dirle che il Consiglio di Controllo ha negato l’autorizzazione ai progetti che ci ha mandato. Sono semplicemente un portavoce. Dovrà discuterne con loro.


(Prosegue...)








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