CHI DELLA FOLLA, INVECE,

CHI DELLA FOLLA, INVECE,
30 MAGGIO 1924

mercoledì 17 maggio 2017

UN SOGNO NON MUORE MAI: ovvero alla morte di don Chisciotte (7)



















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Owl Creek (6/5)

Prosegue in:

Alla morte di don Chisciotte (8)













Alla morte di don Chisciotte…

(e con lui ogni ‘picaresco’ sogno da miglior vita e istinto narrato nella e per miglior Natura maturato, e giammai da confondere con ben altri moderni avventurieri… cui i loro indesiderati sogni privare la linfa di cui il principio mortificato… Nell’introdurre araldo e scudo e indelebile nome  comporre e coniare diversa moneta… Per ben distinguere il profondo solco e confine per chi impropriamente si arma di equivoci e con questi ornare impropria natura nella differenza di cui i due non nutrono di certo alcuna similitudine, sogno nel sogno Poesia maturata, giacché questa di cui si narra è ben altra Rima di vita; l’altra solo sterco della comune via… ben pagata! E per chi ‘due’ - uomo e natura - fedele scudiero accompagnare siffatto Viaggio premettere in cotal breve enunciato sempre un ‘uno’ per i tanti e troppi successivi accadimenti comporre Spazio e Tempo per ogni Sogno nel Sogno sottratto alla materia comporre pur diversa visione per medesima via… )…




…il paese cominciava a svegliarsi e non si sentiva né una voce, né un rumore di passi, né gli zoccoli dei cavalli sulla pietra, né il ravvicinato zampettare delle capre, come sfilacciato.
Niente!
Solo i galli…
…E qualche cane…
Poi sì…
A metà mattina si sentono le campane (medesime narrate per ugual valle antica rimata…).

‘Alla morte di cotal sogno’ la casa si riempì d’un grande silenzio, che solo i sei agnelli rimasti nel recinto si azzardarono a rompere. Date le circostanze avevano dimenticato di riportarli dalle madri, e loro belavano, tristi e affamati.




Alla morte di don Chisciotte e dopo le prime condoglianze e la logica agitazione, gli amici lì riuniti, la governante e la nipote non seppero bene cosa fare, anche se poi, piano piano, agirono in modo ordinato durante il resto del giorno, quasi quella fosse allo stesso tempo la prova generale e il debutto di una così triste e memorabile giornata, e fecero quanto ritenevano indispensabile per confortare il dolore degli altri, alleggerendo in questo modo il proprio.

Alla morte di don Chisciotte tutto si fece un po’ più confuso ma anche più chiaro di prima…

…E accadde anche un’altra cosa…

…Alla morte di don Chisciotte, i più ingenui (o più ignoranti) pensarono che anche le sue storie avrebbero avuto fine (per abdicare il sogno ad altri incubi, per tacitare la natura a ben altre sofferenze neppure svelata per ciò che compone altro sofferto contrario principio), proprio come, anche se il paragone non è elegante, si vuol dire: morto il cane, niente più rabbia.
Quanto sapevano che la follia e le buffe stravaganze di don Chisciotte erano finite nel libro che Cide Hamete Benengeli, il cronista arabo alle cui orecchie erano arrivate, aveva scritto e Miguel de Cervantes fatto tradurre, quanti lo sapevano probabilmente pensarono che, morto don Chisciotte, tutto era pur finito.




Ma non fu di certo così perché le storie rispondono alla nota similitudine del cesto di ciliegie che, quando qualcuno ne vuol prendere una, si attaccano una all’altra fino a tirarsi dietro le rimanenti, non solo quelle del cesto, ma anche tutte le infinite ciliegie del mondo delle ciliegie; e nello stesso modo, dopo la storia di don Chiosciotte, stava aspettando quella di Sancio Panza, e con la sua quella di Teresa Panza e dei suoi due figli… (certo è che anche da quell’antica Panza ne corre di distanza nell’altrui priva di qualsivoglia nutrimento saziare lo Spirito, eccetto che, materia masticata ingurgitata e digerita di fretta comporre sterco e sostanza priva di qualsivoglia natura concimare la Terra…/ E senza, in verità e per il vero, comprendere cosa compone più sano e retto appetito alla mensa della vita…/ Senza per il vero comprendere cosa sia saziare e resuscitare ogni infinito Spirito…/ Senza per il vero intuire cosa sia il vero cibo in questo immateriale dire…: Nutrire intelligibile principio nella distanza che corre allo stomaco di un diverso istinto… privato del sapore con cui la vita nutre ogni Creatore cogitare se medesimo… saziare la fame che divora la vita… Non certo il contrario, di chi invece, saziando l’ingorda terrena avventura è pur divorato dalla fame che da ciò ne deriva…).

E se per questo neppure il romanzo di don Chisciotte terminò con la sua morte. Quella testa matta non sapeva neanche, quando morì, gli infiniti problemi che lasciava riguardo alla sua proprietà.
‘Beato don Chisciotte, che è morto nella più assoluta ignoranza’, arrivò a dire don Pietro in merito a tutto quel disordine. Infatti senza saperlo e senza volerlo, era morto rovinato e pieno di debiti e con creditori non meno di strozzini voraci accompagnati da usurai disposti a dividere in tanti pezzetti i beni mobili e immobili che erano appartenuti ai suoi nonni e bisnonni.




Alla morte di don Chisciotte questa fu la vera Panza scudiero di ben diverso Viaggio… scalciare il proprio ed altrui malessere nell’ingorda avventura…

Quando partì a miglior vita, oppure se preferite, nella Panza di cotal compagnia…, morì nell’appetito e intestino di altrui e dubbia natura, di certo la sua in compagnia del fedele e stanchissimo Ronzinante comporre più degno quadro fedele alla dottrina di ogni Elemento celebrato…
Se non se ne fossero assieme andati dialogando come pazzi da quella casa masticata sarebbero morti di malinconia digeriti dalla Panza di una diverso destino…
Infatti a don Chisciotte non bastava sì miserevole tavola…
Quello che bastava al curato, al barbiere, al fersettaio, alla governante e alla nipote, insomma quello che sembrava andar bene a tutti, divenne per don Chisciotte un’inquietudine che gli divorava l’Anima non meno dello Spirito.
La malinconia non meno dell’antica melanconia lo fece impazzire, ed ancora la malinconia lo uccise, quando ormai rinsavito.
Lo seppe in un modo oscuro.
Non disse: ‘Sono pazzo perché non posso uscire’ o: ‘Se non me ne vado di casa, finirò per impazzire’ e neanche: ‘Siccome sono pazzo, diventerò un cavaliere errante’. E non era neanche vero che avesse mangiato il coriandolo verde, come in un primo tempo ipotizzò uno dei medici.




No!
Semplicemente don Chisciotte aveva pensato: ‘La vita è fuori di qui, la realtà è lì che aspetta da qualche parte e con lei più certa e degna verità; e tutto ciò che sembra reale non lo è, è solo un brutto sogno, un sogno quotidiano, una cosa che sembra ma non è, e così la o il governante, non è né Tempo ne governo, mia nipote non è mia nipote, mia figlia non è mia figlia, e io non sono io, finchè non me ne adrò via di qui.
O adesso o mai più!
E che duri la vita…

In verità e per il vero… la cavalleria errante e tutto l’armamentario di cui si è parlato tanto furono una scusa. Se non ci fosse stata la cavalleria errante, avrebbe pensato a qualcosa d’altro. Avrebbe potuto partire con una tribù di zingari o una compagnia di soldati, o magari mettersi a fare il pellegrino. Il caso volle che gli piacessero i romanzi e quella fu la piega che prese la sua pazzia, perché la pazzia e l’acqua puntano sempre al punto più debole.
E cosa poteva fare un hidalgo in quel misero paese se non leggere romanzi? E certo, quando li ebbe letti volle farsi cavaliere. Cos’altro avrebbe potuto diventare, sennò? 
In quella sua prima uscita arrivò ad una locanda che scambiò per un castello, a tre o quattro leghe da casa sua. Si sarebbe potuto pensare che chiunque, vedendolo...


















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