IL GRASSO LEGNAIUOLO

IL GRASSO LEGNAIUOLO
& UN MONDO PERDUTO

martedì 2 giugno 2026

CIO' CHE VEDIAMO SFILARE E' SOLO UNA RADICATA FORMA DI CORRUZIONE (clientelare)

 








Prosegue con taluni 











quadri astratti






Questa osservazione generale sul funzionamento del Diritto assume particolare rilievo nel caso in esame: il tema giuridico della corruzione, nonché le diverse categorie tecniche che derivano dalla sua analisi, riguarda la regolamentazione delle relazioni tra la sfera pubblica e l’interesse privato, e mira a garantire che i co-membri rispettino l’integrità della sfera pubblica. 

 

Poiché questa appartiene a tutti, essa non appartiene a nessuno; e questo è certamente uno dei fondamenti della legittimità democratica o repubblicana, cioè di un sistema che assicura il sistema di Diritto attraverso il principio dell’assoluta uguaglianza sul piano formale degli individui. Di conseguenza, è possibile ora comprendere a fondo i problemi suscitati dalla nozione di corruzione e apprezzarne la rilevanza a un punto di vista filosofico: in questo sistema, l’acquisizione impropria delle risorse dello Stato in quanto garante della sfera pubblica - che si tratti di un’appropriazione privata dei suoi servizi o di un’appropriazione indebita delle informazioni che esso produce - è un atto estremamente grave, perché destabilizza completamente la modalità di associazione degli individui.

 

Ci si potrebbe spingere fino al punto nell’affermare che i rapporti di corruttela, nelle loro varie forme, reintroducono in realtà un vecchio sistema sociale e giuridico che si basava su una percezione differenziata delle capacità sociali individuali: “privilegi” piuttosto che “diritti”. Ecco perché la corruzione non consiste solo in una deviazione del rapporto di autorità, né solo in un furto (quello delle risorse pubbliche immateriali): in essa è implicata l’attestazione di una eccezione allo status che, minando il principio di uguaglianza individuale nella condizione civile, ristabilisce nei fatti un sistema feudale pre-democratico.

 

 

Una differente separazione tra la sfera privata e pubblica

 

 

L’approccio utilitaristico, funzionalista e sociologico di guardare alla corruzione “semplice” - per esempio, un “compratore” che acquista attraverso un “venditore” un bene o un servizio che è normalmente di proprietà dello Stato o che appartiene più in generale alla sfera pubblica - è utile per comprendere fenomeni più complessi.

 

Ma poi questi fenomeni si integrano in un’interpretazione generale della logica sociale di cui è opportuno precisare le aspettative, perché queste, il più delle volte, rimangono implicite. Nelle analisi che seguono ci proponiamo di allargare la nostra indagine, analizzando e cercando di comprendere quelle tre funzioni sociali studiate dalle scienze sociali che mettono in gioco e pongono in questione proprio questo approccio:

 

 

il clientelismo o patronato, l’acquisto di uffici e delle cariche civili sotto l’Ancien Régime, e l’evergetismo degli Antichi.




Per la loro struttura, agli osservatori che ragionano secondo lo standard epistemologico del diritto moderno questi fatti possono legittimamente apparire come delle gravi deviazioni dalla divisione netta tra la sfera pubblica e quella privata, o addirittura come trasgressioni palesi di questa divisione. Tuttavia, per la complessità del loro funzionamento e per le ragioni che le giustificano, questi fenomeni appaiono come fatti sociali coerenti, o che hanno addirittura una portata globale per il tipo di società in cui sono stati concepiti.

 

Nel loro sforzo di comprendere le dinamiche dei fenomeni che esse studiano, le scienze sociali mettono alla prova la portata universale della normatività del Diritto moderno, e aprono a nuove prospettive di comprensione delle motivazioni della corruzione. Così facendo, non solo relativizzano la definizione legale di corruzione, ma suggeriscono anche che può esistere la possibilità di una diversa partizione tra la sfera privata e quella pubblica.

 

 

Il clientelismo

 

 

Con i termini clientelismo e patronato ci si riferisce al sistema di pratiche con cui alcune élite sociali acquistano voti o servizi personali attraverso i benefici che distribuiscono o si impegnano a distribuire una volta al potere. Un “patrono” approfitta dei suoi mezzi per guadagnare influenza, o una autorità, e dispensa benefici a dei “clienti”, che si sdebitano sotto forma di sostegno o di servizi. Pertanto, il termine descrive i rapporti di potere informali basati sullo scambio di risorse tra individui o gruppi di status diverso.

 

Il clientelismo può quindi essere inteso, secondo questa definizione, come ‘un rapport de dépendance personnelle non lié à la parenté qui repose sur un échange réciproque de faveurs entre deux personnes, le patron et le client qui contrôlent des ressources inégales’.

 

Questo fenomeno si inserisce in un rapporto sociale molto particolare, di cui è importante cogliere il carattere storicamente ricorrente: nell’antica Roma il clientelismo sembra essersi letteralmente fuso con la logica del sistema socio-politico con cui l’élite dominante regolava i suoi rapporti con la plebe; nell’Europa di prima età moderna, sembra aver permesso alla società feudale di mantenere un certo dinamismo sociale, nonostante il carattere statico imposto dal principio della separazione degli ordini; infine, in epoca contemporanea, può essere applicato in tre tipi di situazioni: (1) permette di comprendere le relazioni interindividuali all’interno dei gruppi sociali tradizionali; (2) si riferisce a situazioni nei paesi in via di sviluppo; (3) secondo un uso più recente, viene utilizzato per comprendere il reale funzionamento di alcuni sistemi democratici contemporanei in virtù delle loro specificità storiche.

 

Molte delle caratteristiche distintive del rapporto clientelare sono particolarmente importanti per comprendere la normativa dello scambio sociale corrotto.




In primo luogo, il suo carattere storicamente ricorrente rivela l’esistenza di una forma sociale idealtipica, quella feudale, ma anche, dietro di essa, il rapporto diseguale tra gli individui in qualsiasi società gerarchica e caratterizzata da una scarsa mobilità sociale: ancora molto tempo dopo la scomparsa del feudalesimo dall’Europa, hanno continuato ad esserci dei rapporti di ‘fedeltà’ verso le élites sociali, sia aristocratiche, che dell’alta amministrazione reale o della borghesia economica.

 

Se epoche e civilizzazioni molto diverse (questo termine è inteso come uno ‘stile’ di società irriducibili l’una all’altra) hanno sperimentato questo fenomeno per cui alcuni ‘imprenditori’ locali o regionali ‘proteggono’ le popolazioni svantaggiate guadagnando la loro fedeltà, è perché ciò consolida rapporti sociali disuguali in società fisse, qualunque siano le differenze di dettaglio che esistono, termine per termine, tra aree di civilizzazione. Questo tipo di rapporti sociali ha relazioni profonde con un sistema di rappresentazioni fortemente strutturato, e che si ritrova in contesti storici o in società molto diverse.

 

In secondo luogo, il fatto che il patronato sia una delle espressioni di questo tipo di socialità si riflette nel carattere strutturalmente asimmetrico della relazione dal punto di vista economico. Ciò implica anche che la determinazione utilitaristica del fenomeno è piuttosto rilevante, e che essa ricongiunge l’esame storico del clientelismo con la rappresentazione sociologica della corruzione.

 

Nella relazione ‘patrono-cliente’, infatti, i due partecipanti si scambiano dei beni pur non avendo accesso né alla stessa quantità, né allo stesso tipo di beni, senza, almeno apparentemente, mettere in discussione la logica commerciale del processo. Pertanto, il cliente è sostanzialmente il debitore del patrono, mentre quest’ultimo è il suo creditore. Inoltre, l’‘offerta’ corrisponde spesso alla ‘domanda’, pur nella sua molteplice e variegata natura: le risorse scambiate possono essere economiche, ma anche politiche, religiose, psicologiche, militari, giudiziarie, amministrative e educative.

 

La maggior parte degli aspetti della vita umana sono quindi potenzialmente interessati dal patronato, vale a dire che la maggior parte delle esigenze di una vita normale possono essere soddisfatte in una forma incentrata sul cliente.

 

Conviene ugualmente rilevare, alla luce dell’esperienza effettiva dello scambio di servizi, e di colui che in questa relazione ha il ruolo della parte obbligata, che questo scambio è sia vincolante che volontario. Sia nel patronato antico che in quello moderno, ciò che si ‘acquista’ è un comportamento privato e pubblico. Nello spirito del clientelismo colui che viene acquistato è letteralmente “l’uomo” del suo patrono, ed il cliente rende a quest’ultimo un servizio che non gli è permesso rifiutare.

 

La letteratura critica evidenzia all’unanimità il paradosso secondo cui (1) non spetta al cliente rifiutare il servizio richiesto: essendo obbligato dal patrono alcuni aspetti della sua esistenza dipendono quindi dalla volontà di questi; (2) anche se tale servizio non è svolto volentieri o spontaneamente, il cliente in ogni caso si assoggetta volontariamente ad un potente signore.




In questa prospettiva, il rapporto di clientela mette in discussione il modello di responsabilità individuale come lo abbiamo determinato in precedenza nel quadro dell’analisi del concetto giuridico di responsabilità. Il principio stesso di imputazione, che è costitutivo di quest’ultimo, è alterato nelle sue condizioni di possibilità perché la volontà del debitore non è mai concepibile sul piano dell’autonomia necessaria affinché l’imputazione sia tale da renderlo un essere libero.

 

Da qui un’osservazione paradossale.

 

Da un lato, senza ovviamente assimilarsi allo schema standard di corruzione per come l’abbiamo descritto sopra (la transazione occulta con la quale un agente dello Stato vende un bene o un servizio normalmente riservato al pubblico nella sua generalità), il clientelismo è affine alla corruzione: la condotta dei “clienti” viene acquistata dal “patrono” e la loro volontà è sotto l’influenza di quest’ultimo.

 

D’altra parte, l’analisi che abbiamo sviluppato, tipica delle scienze sociali, mostra come il clientelismo non abbia in alcun modo a che fare con la corruzione, vale a dire con qualcosa di illecito e condannabile, perché rientra in quella che è una pratica sociale regolare. Il clientelismo produce quella che potrebbe essere definita come una dispersione o diffusione della responsabilità individuale. In questo sistema gerarchico, la nozione di responsabilità è indebolita dal fatto che il singolo, non può pretendere di essere colui che dà inizio alle sue azioni, né di esserne la causa piena e completa (tanto meno di avere il pieno controllo delle sue modalità).




Poiché si tratta di una relazione di dipendenza, lo scambio clientelare annulla quindi le normali condizioni di imputazione previste dal Diritto. È su questo punto che le scienze sociali e la disciplina giuridica non riescono a unire le loro risorse teoriche nella comprensione di un fenomeno, per la sua complessità, fondamentale.

 

Un’ulteriore osservazione appare necessaria; un’osservazione che mette in discussione l’altro postulato dell’uso della nozione classica di corruzione: l’opportunità di ricorrere all’idea di un agente economico sovrano nelle sue scelte appare discutibile nella misura in cui nello scambio clientelare né il cliente, né il patrono, beneficiano allo stesso modo della capacità di ritirarsi che è propria dell’individuo in un contesto di mercato.

 

Eppure, anche questa osservazione è in qualche modo equivoca.

 

Naturalmente, da un lato, entrambe le parti fanno le loro scelte sotto costrizione; ed è in questa situazione che qualsiasi agente economico si trova a fare le sue scelte in un mercato il cui equilibrio è il prodotto di squilibri permanenti tra domanda e offerta dinamica. Ma d’altra parte, la logica economica ha significati più specifici, che un tale approccio tende a nascondere.

 

Lo scambio clientelare ha una dimensione sociale globale che non può essere adeguatamente colta in termini economici.

 

Non sono realmente beni economici quelli che le due parti si scambiano, ma sono più propriamente dei segni connessi alla loro condizione sociale, o ancora dei mezzi di identificazione in quanto individui socialmente determinati. Innanzitutto, dal lato del patrono, lo scambio non è solo di interesse, ossia che stando in una posizione relazionale strutturalmente a suo favore il patrono ottiene di più di quanto non dia.




Per ragioni diverse, il patronato non deve essere confuso con lo sfruttamento economico. In primo luogo, perché il contenuto dello scambio non è puramente e semplicemente economico, e non ha per fine diretto un certo profitto materiale - questa relazione riguarda il potere piuttosto che l’avere, o più precisamente, designa uno scambio che considera l’avere come mezzo di transazione del potere. In secondo luogo, il patrono è egli stesso per certi aspetti obbligato nei confronti del cliente: gli deve protezione, si impegna implicitamente in un obbligo di servizio, mettendo con ciò in gioco il suo stesso status (un patrono che non può garantire la protezione del proprio cliente perde questo status o comunque indebolisce la sua posizione).

 

Allo stesso modo, anche se appare asimmetrica, la relazione ‘patrono-cliente’ non è unilaterale, ma deve essere invece concepita come bilaterale: le due parti sono egualmente coinvolte in questa relazione. Inoltre, si deve ammettere che questo carattere bilaterale si fonda su di un’ambiguità strutturale.

 

Per vivere e sostenere la sua famiglia, il cliente fornisce alcuni servizi al suo patrono; ma al di là dei servizi concretamente resi, e di cui questi potrebbe aver bisogno, ciò che il patrono cerca e guadagna nello scambio è il riconoscimento del proprio status da parte dei suoi clienti. Letteralmente: lo ‘scambio clientelare’ conferma lo status del patrono. Ci sono quindi due logiche diverse all’opera in questo scambio, e tutto avviene come se una sola relazione sociale contenesse due relazioni interindividuali tra loro irriducibili ma complementari: mentre si scambiano beni e servizi, il cui valore di mercato è oggetto di una stima costante da parte delle due parti, ciò che viene scambiato in una relazione clientelare non può essere concepito solo in termini di valore d’uso né in termini di valore di mercato, ma deve essere concepito in termini di valore simbolico.

 

Quello che il cliente dà in cambio di quanto il patrono gli offre è spesso privo di un valore commerciale (ad esempio quando il patrono nutre la famiglia del cliente per un lungo periodo), ma il vero oggetto della transazione rimane prezioso perché questo è la sua fedeltà, soprattutto perché spesso questa è semi-pubblica.

 

Se dal punto di vista del valore di mercato il patrono è talvolta perdente nello scambio (ciò che scambia ha un valore di mercato inferiore a quello che questi riceve), dal punto di vista del valore simbolico egli è però il vincitore. Si vede quindi che l’asimmetria dello scambio alimenta la natura bilaterale del rapporto. Lo scambio di favori e la fidelizzazione non sono valutabili in termini strettamente economici: non solo non sono quantificabili, e sono tra loro incommensurabili, ma siccome tutti i loro rapporti più rilevanti sono l’oggetto di un’attenzione costante da parte del patrono e del cliente ciò qualifica il rapporto in termini diversi da quelli economici.

 

Si può anche affermare che la natura bilaterale della relazione produca un costo per entrambi i partecipanti: per il patrono è impossibile impiegare nello scambio più di quello che ha (non può impegnarsi a garantire una protezione dei suoi clienti oltre i suoi mezzi, può fare da patrono solo verso alcuni o ha solo un certo numero di obbligati). La sua zona di influenza è sempre, in modo abbastanza specifico, circoscritta. Da un certo punto di vista, la relazione di patronato permette di determinare la capacità o l’area di influenza di un patrono, e costituisce un indicatore sociale efficace per assegnare ad ognuno il proprio posto. In effetti, valutare l’estensione dell’area di influenza del patrono permette di determinare il suo potenziale riconoscimento.

 

Per il cliente, si tratta di ricompensare il suo patrono per i benefici ricevuti mostrando la sua lealtà, a volte molto tempo dopo averli ricevuti. Lo scambio clientelare ribadisce la dipendenza del cliente, il servizio che egli deve in qualità di debitore non ha nulla a che vedere con la temporalità di uno scambio contrattuale ordinario, e non potrà essere determinato in modo esatto, né soprattutto specificato in anticipo.

 

È importante esaminare e discutere il preteso valore sociale dello scambio clientelare in un ambito extra o prestatale, anche all’interno di un contesto in cui la sfera pubblica e lo Stato sono oggettivamente corrotti.




A questo proposito, ritengo che possa effettivamente darsi un’inversione nei rapporti, perché in caso di disfunzione dell’apparato statale questo tipo di scambio può svolgere, in modo paradossale, una effettiva funzione sociale e il clientelismo può operare come “corruzione virtuosa”. Una tesi di questo tipo sembra effettivamente sostenibile all’interno di alcuni paesi dell’Africa. Nelle pratiche clientelari si metterebbe in pratica una vera comunità tra i partecipanti in una relazione sociale, nonostante il carattere asimmetrico del loro scambio. La reciprocità dello scambio instaura paradossalmente un’effettiva coesione sociale.

 

In questi casi il metodo funzionalista di analisi del fenomeno della corruzione ci consente di cogliere una delle modalità di legittimazione che viene usata dai corrotti così come dai corruttori: il loro scambio non costituisce un male perché vendendo un bene a un privato, un servizio o un’informazione di natura pubblica, si “rende un servizio” alla propria comunità. Spesso, nelle giustificazioni addotte, il corrotto evidenzia il legame personale che lo lega a colui al quale ha venduto una parte della cosa pubblica.




Lo scambio commerciale in realtà ricopre ‘une conception personnaliste de la politique comme échange de faveurs’, in cui è in gioco ‘l’amicizia’ tra individui.

 

Sicuramente differente dalla parentela (che designa lo scambio personale di favori tra membri della stessa famiglia o dello stesso gruppo), la relazione di patronato si distingue dallo scambio economico standard perché mobilita una serie di affetti: amicizia, ma anche sentimenti di riconoscenza, lealtà e affetto. Ciò nonostante, una simile argomentazione richiede comunque cautela dal momento che un’organizzazione come quella della mafia la utilizza sia per legittimare il suo potere, sia per impedire il buon funzionamento sociale dello Stato, deviandone le risorse per ridistribuirle per proprio conto e dopo varie sottrazioni.

 

Per meglio valutare queste indicazioni, potremmo dire che il fenomeno del ‘clientelismo’, inteso nella logica dell’analisi funzionalista, ci permette di cogliere la dimensione sistemica dello scambio corrotto. In altre parole, offre la possibilità di considerare la nozione di scambio occulto come la base di un certo modo di concepire la logica sociale nel suo insieme. Quando abbiamo ripercorso gli elementi di base dell’analisi funzionalista, abbiamo sottolineato come le pratiche corruttive potrebbero essere viste non come casi isolati, ma come espressione empirica delle contraddizioni del sistema sociale. Quest’ultimo, fondato su consuetudini tradizionali, su di una morale fissa e di norme giuridiche, ha necessariamente bisogno di un sottosistema nascosto e parallelo per permettere al dinamismo delle forze vive della società di esprimersi.

 

Grazie all’analisi del ‘clientelismo’ possiamo allora affermare che ciò che passa in un insieme sociale attraverso uno scambio di corruttela - per cui l’individuo rinuncia al principio della sua responsabilità e al controllo della sua azione personale - può benissimo costituire (o può con una certa probabilità costituire) la base per una comunità sociale.




Tanto che nel confronto col Diritto, per la loro natura comprensiva più che normativa, le scienze sociali acquistano una maggiore capacità euristica nell’analisi dei fenomeni di corruzione.

 

Il clientelismo - poiché designa forse uno scambio speciale di beni o servizi di natura indeterminata - può essere considerato un fatto sociale in grado di influenzare e determinare aspetti molto diversi dell’esistenza umana (si pensi, ad esempio, ad una transazione clientelare che opera - seppure in maniera piuttosto superficiale - sul piano molto differente degli effetti della dimensione spirituale dell’esistenza, nei casi in cui un patrono offre ai suoi clienti strumenti religiosi, come sacrifici, messe e pellegrinaggi).

 

Questo è il motivo per cui c’è qualcosa di seducente nell’affermazione, in sé molto problematica, che il clientelismo induce una ‘corruzione benefica’; questo tipo di formula viene utilizzata quando gli autori delle scienze sociali sottolineano che, come modalità di redistribuzione parziale di beni e servizi non equamente distribuiti, il clientelismo mostra una capacità di aiutare i più svantaggiati.

 

Possiamo cogliere questo aspetto in un altro modo: esprimeremmo qualcosa di totalmente in linea con lo spirito dell’analisi funzionalista se affermassimo che le relazioni con i clienti, poiché possono essere intese come un fatto sociale, devono rappresentare qualcosa di socialmente ineludibile, addirittura di strutturante per lo scambio sociale. Di conseguenza, sulla base di una considerazione che sembra suscettibile di invertire la prospettiva tra il normale e l’anormale, la possibilità stessa della normatività si pone in termini del tutto particolari.

 

Molti altri rilevanti fenomeni sociali possono essere analizzati in questo modo. È impossibile equipararli alla corruzione se si ragiona all’interno del quadro proposto dalle scienze giuridiche moderne, almeno in termini rigorosi. D’altra parte, questi fenomeni mettono in gioco alcune caratteristiche specifiche e decisive della definizione giuridica di corruzione, e ci invitano a riflettere sulla portata sociale degli usi ricoperti da quest’ultima. E ciò è rilevante, sia perché si tratta di fenomeni che hanno una considerevole durata (ognuno ha attraversato secoli diversi, mostrando una capacità di adattamento a nuove configurazioni sociali), sia perché le questioni che implicano o hanno implicato vanno al cuore della civilizzazione che li ha generati, e circoscrive un problema ricorrente fondamentale.


(T. Ménissier)