Prosegue con taluni
Questa osservazione generale sul funzionamento del Diritto
assume particolare rilievo nel caso in esame: il tema giuridico della
corruzione, nonché le diverse categorie tecniche che derivano dalla sua
analisi, riguarda la regolamentazione delle relazioni tra la sfera pubblica e l’interesse privato, e mira a garantire che
i co-membri rispettino l’integrità della sfera pubblica.
Poiché questa appartiene a tutti, essa non
appartiene a nessuno; e questo è certamente uno dei fondamenti della
legittimità democratica o repubblicana, cioè di un sistema che assicura il
sistema di Diritto attraverso il principio dell’assoluta uguaglianza sul piano
formale degli individui. Di conseguenza,
è possibile ora comprendere a fondo i problemi suscitati dalla nozione di
corruzione e apprezzarne la rilevanza a un punto di vista filosofico: in questo
sistema, l’acquisizione impropria delle risorse dello Stato in quanto garante
della sfera pubblica - che si tratti di un’appropriazione privata dei suoi
servizi o di un’appropriazione indebita delle informazioni che esso produce - è
un atto estremamente grave, perché destabilizza completamente la modalità di
associazione degli individui.
Ci si potrebbe spingere fino al punto nell’affermare
che i rapporti di corruttela, nelle loro varie forme, reintroducono in realtà
un vecchio sistema sociale e giuridico che si basava su una percezione
differenziata delle capacità sociali individuali: “privilegi” piuttosto che “diritti”. Ecco perché la corruzione non consiste solo in una deviazione del
rapporto di autorità, né solo in un furto (quello delle risorse pubbliche
immateriali): in essa è implicata l’attestazione di una eccezione allo status
che, minando il principio di uguaglianza individuale nella condizione civile,
ristabilisce nei fatti un sistema feudale pre-democratico.
Una differente separazione tra la sfera privata e
pubblica
L’approccio utilitaristico, funzionalista e
sociologico di guardare alla corruzione “semplice” - per esempio, un
“compratore” che acquista attraverso un “venditore” un bene o un servizio che è
normalmente di proprietà dello Stato o che appartiene più in generale alla
sfera pubblica - è utile per comprendere fenomeni più complessi.
Ma poi questi fenomeni si integrano in
un’interpretazione generale della logica sociale di cui è opportuno precisare
le aspettative, perché queste, il più delle volte, rimangono implicite. Nelle
analisi che seguono ci proponiamo di allargare la nostra indagine, analizzando
e cercando di comprendere quelle tre funzioni sociali studiate dalle scienze
sociali che mettono in gioco e pongono in questione proprio questo approccio:
il clientelismo o patronato,
l’acquisto di uffici e delle cariche civili sotto l’Ancien Régime, e
l’evergetismo degli Antichi.
Per la loro struttura, agli osservatori che ragionano secondo lo standard epistemologico del diritto moderno questi fatti possono legittimamente apparire come delle gravi deviazioni dalla divisione netta tra la sfera pubblica e quella privata, o addirittura come trasgressioni palesi di questa divisione. Tuttavia, per la complessità del loro funzionamento e per le ragioni che le giustificano, questi fenomeni appaiono come fatti sociali coerenti, o che hanno addirittura una portata globale per il tipo di società in cui sono stati concepiti.
Nel loro sforzo di comprendere le dinamiche dei
fenomeni che esse studiano, le scienze sociali mettono alla prova la portata
universale della normatività del Diritto moderno, e aprono a nuove prospettive
di comprensione delle motivazioni della corruzione. Così facendo, non solo
relativizzano la definizione legale di corruzione, ma suggeriscono anche che
può esistere la possibilità di una diversa partizione tra la sfera privata e
quella pubblica.
Il clientelismo
Con i termini clientelismo e patronato ci si
riferisce al sistema di pratiche con cui alcune élite sociali acquistano voti o
servizi personali attraverso i benefici che distribuiscono o si impegnano a
distribuire una volta al potere. Un “patrono” approfitta dei suoi mezzi per
guadagnare influenza, o una autorità, e dispensa benefici a dei “clienti”, che
si sdebitano sotto forma di sostegno o di servizi. Pertanto, il termine
descrive i rapporti di potere informali basati sullo scambio di risorse tra
individui o gruppi di status diverso.
Il clientelismo può quindi essere inteso, secondo questa definizione, come ‘un rapport de dépendance personnelle non lié à
la parenté qui repose sur un échange réciproque de faveurs entre deux
personnes, le patron et le client qui contrôlent des ressources inégales’.
Questo fenomeno si inserisce in un rapporto sociale
molto particolare, di cui è importante cogliere il carattere storicamente
ricorrente: nell’antica Roma il clientelismo sembra essersi letteralmente fuso
con la logica del sistema socio-politico con cui l’élite dominante regolava i
suoi rapporti con la plebe; nell’Europa di prima età moderna, sembra aver
permesso alla società feudale di mantenere un certo dinamismo sociale,
nonostante il carattere statico imposto dal principio della separazione degli
ordini; infine, in epoca contemporanea, può essere applicato in tre tipi di
situazioni: (1) permette di comprendere le relazioni interindividuali
all’interno dei gruppi sociali tradizionali; (2) si riferisce a
situazioni nei paesi in via di sviluppo; (3) secondo un uso più recente,
viene utilizzato per comprendere il reale funzionamento di alcuni sistemi
democratici contemporanei in virtù delle loro specificità storiche.
Molte delle caratteristiche
distintive del rapporto clientelare sono particolarmente importanti per
comprendere la normativa dello scambio sociale corrotto.
In primo luogo, il suo carattere storicamente ricorrente rivela l’esistenza di una forma sociale idealtipica, quella feudale, ma anche, dietro di essa, il rapporto diseguale tra gli individui in qualsiasi società gerarchica e caratterizzata da una scarsa mobilità sociale: ancora molto tempo dopo la scomparsa del feudalesimo dall’Europa, hanno continuato ad esserci dei rapporti di ‘fedeltà’ verso le élites sociali, sia aristocratiche, che dell’alta amministrazione reale o della borghesia economica.
Se epoche e civilizzazioni molto diverse (questo
termine è inteso come uno ‘stile’ di società irriducibili l’una all’altra)
hanno sperimentato questo fenomeno per cui alcuni ‘imprenditori’ locali o
regionali ‘proteggono’ le popolazioni svantaggiate guadagnando la loro fedeltà,
è perché ciò consolida rapporti sociali disuguali in società fisse, qualunque
siano le differenze di dettaglio che esistono, termine per termine, tra aree di
civilizzazione. Questo tipo di rapporti sociali ha relazioni profonde con un
sistema di rappresentazioni fortemente strutturato, e che si ritrova in
contesti storici o in società molto diverse.
In secondo luogo, il fatto che il patronato sia una delle espressioni di questo tipo di
socialità si riflette nel carattere strutturalmente asimmetrico della relazione
dal punto di vista economico. Ciò implica anche che la determinazione
utilitaristica del fenomeno è piuttosto rilevante, e che essa ricongiunge
l’esame storico del clientelismo con la rappresentazione sociologica della
corruzione.
Nella relazione ‘patrono-cliente’, infatti, i due
partecipanti si scambiano dei beni pur non avendo accesso né alla stessa
quantità, né allo stesso tipo di beni, senza, almeno apparentemente, mettere in
discussione la logica commerciale del processo. Pertanto, il cliente è
sostanzialmente il debitore del patrono, mentre quest’ultimo è il suo
creditore. Inoltre, l’‘offerta’ corrisponde spesso alla ‘domanda’, pur nella
sua molteplice e variegata natura: le risorse scambiate possono essere
economiche, ma anche politiche, religiose, psicologiche, militari, giudiziarie,
amministrative e educative.
La maggior parte degli aspetti della
vita umana sono quindi potenzialmente interessati dal patronato, vale a dire
che la maggior parte delle esigenze di una vita normale possono essere
soddisfatte in una forma incentrata sul cliente.
Conviene ugualmente rilevare, alla luce
dell’esperienza effettiva dello scambio di servizi, e di colui che in questa
relazione ha il ruolo della parte obbligata, che questo scambio è sia
vincolante che volontario. Sia nel patronato antico che in quello moderno, ciò
che si ‘acquista’ è un comportamento privato e pubblico. Nello spirito del
clientelismo colui che viene acquistato è letteralmente “l’uomo” del suo
patrono, ed il cliente rende a quest’ultimo un servizio che non gli è permesso
rifiutare.
La letteratura critica evidenzia all’unanimità il
paradosso secondo cui (1) non spetta al cliente rifiutare il servizio
richiesto: essendo obbligato dal patrono alcuni aspetti della sua esistenza
dipendono quindi dalla volontà di questi; (2) anche se tale servizio non
è svolto volentieri o spontaneamente, il cliente in ogni caso si assoggetta
volontariamente ad un potente signore.
In questa prospettiva, il rapporto di clientela mette in discussione il modello di responsabilità individuale come lo abbiamo determinato in precedenza nel quadro dell’analisi del concetto giuridico di responsabilità. Il principio stesso di imputazione, che è costitutivo di quest’ultimo, è alterato nelle sue condizioni di possibilità perché la volontà del debitore non è mai concepibile sul piano dell’autonomia necessaria affinché l’imputazione sia tale da renderlo un essere libero.
Da qui un’osservazione paradossale.
Da un lato, senza ovviamente assimilarsi allo schema standard di corruzione per
come l’abbiamo descritto sopra (la transazione occulta con la quale un agente
dello Stato vende un bene o un servizio normalmente riservato al pubblico nella
sua generalità), il clientelismo è affine alla corruzione: la condotta dei
“clienti” viene acquistata dal “patrono” e la loro volontà è sotto l’influenza
di quest’ultimo.
D’altra parte, l’analisi che abbiamo sviluppato, tipica delle scienze sociali, mostra come il clientelismo non abbia in alcun modo a che fare con la corruzione, vale a dire con qualcosa di illecito e condannabile, perché rientra in quella che è una pratica sociale regolare. Il clientelismo produce quella che potrebbe essere definita come una dispersione o diffusione della responsabilità individuale. In questo sistema gerarchico, la nozione di responsabilità è indebolita dal fatto che il singolo, non può pretendere di essere colui che dà inizio alle sue azioni, né di esserne la causa piena e completa (tanto meno di avere il pieno controllo delle sue modalità).
Poiché si tratta di una relazione di dipendenza, lo scambio clientelare annulla quindi le normali condizioni di imputazione previste dal Diritto. È su questo punto che le scienze sociali e la disciplina giuridica non riescono a unire le loro risorse teoriche nella comprensione di un fenomeno, per la sua complessità, fondamentale.
Un’ulteriore osservazione appare necessaria;
un’osservazione che mette in discussione l’altro postulato dell’uso della
nozione classica di corruzione: l’opportunità di ricorrere all’idea di un
agente economico sovrano nelle sue scelte appare discutibile nella misura in
cui nello scambio clientelare né il cliente, né il patrono, beneficiano allo
stesso modo della capacità di ritirarsi che è propria dell’individuo in un
contesto di mercato.
Eppure, anche questa osservazione è in qualche modo
equivoca.
Naturalmente, da un lato, entrambe le parti fanno
le loro scelte sotto costrizione; ed è in questa situazione che qualsiasi
agente economico si trova a fare le sue scelte in un mercato il cui equilibrio
è il prodotto di squilibri permanenti tra domanda e offerta dinamica. Ma
d’altra parte, la logica economica ha significati più specifici, che un tale
approccio tende a nascondere.
Lo scambio clientelare ha una
dimensione sociale globale che non può essere adeguatamente colta in termini
economici.
Non sono realmente beni economici quelli che le due
parti si scambiano, ma sono più propriamente dei segni connessi alla loro
condizione sociale, o ancora dei mezzi di identificazione in quanto individui
socialmente determinati. Innanzitutto, dal lato del patrono, lo scambio non è
solo di interesse, ossia che stando in una posizione relazionale
strutturalmente a suo favore il patrono ottiene di più di quanto non dia.
Per ragioni diverse, il patronato non deve essere confuso con lo sfruttamento economico. In primo luogo, perché il contenuto dello scambio non è puramente e semplicemente economico, e non ha per fine diretto un certo profitto materiale - questa relazione riguarda il potere piuttosto che l’avere, o più precisamente, designa uno scambio che considera l’avere come mezzo di transazione del potere. In secondo luogo, il patrono è egli stesso per certi aspetti obbligato nei confronti del cliente: gli deve protezione, si impegna implicitamente in un obbligo di servizio, mettendo con ciò in gioco il suo stesso status (un patrono che non può garantire la protezione del proprio cliente perde questo status o comunque indebolisce la sua posizione).
Allo stesso modo, anche se appare asimmetrica, la
relazione ‘patrono-cliente’ non è unilaterale, ma deve essere invece concepita
come bilaterale: le due parti sono egualmente coinvolte in questa relazione.
Inoltre, si deve ammettere che questo carattere bilaterale si fonda su di
un’ambiguità strutturale.
Per vivere e sostenere la sua famiglia, il cliente
fornisce alcuni servizi al suo patrono; ma al di là dei servizi concretamente
resi, e di cui questi potrebbe aver bisogno, ciò che il patrono cerca e
guadagna nello scambio è il riconoscimento del proprio status da parte dei suoi
clienti. Letteralmente: lo ‘scambio clientelare’ conferma lo status del
patrono. Ci sono quindi due logiche diverse all’opera in questo scambio, e
tutto avviene come se una sola relazione sociale contenesse due relazioni
interindividuali tra loro irriducibili ma complementari: mentre si scambiano
beni e servizi, il cui valore di mercato è oggetto di una stima costante da
parte delle due parti, ciò che viene scambiato in una relazione clientelare non
può essere concepito solo in termini di valore d’uso né in termini di valore di
mercato, ma deve essere concepito in termini di valore simbolico.
Quello che il cliente dà in cambio di quanto il
patrono gli offre è spesso privo di un valore commerciale (ad esempio quando il
patrono nutre la famiglia del cliente per un lungo periodo), ma il vero oggetto
della transazione rimane prezioso perché questo è la sua fedeltà, soprattutto
perché spesso questa è semi-pubblica.
Se dal punto di vista del valore di mercato il
patrono è talvolta perdente nello scambio (ciò che scambia ha un valore di
mercato inferiore a quello che questi riceve), dal punto di vista del valore
simbolico egli è però il vincitore. Si vede quindi che l’asimmetria dello
scambio alimenta la natura bilaterale del rapporto. Lo scambio di favori e la
fidelizzazione non sono valutabili in termini strettamente economici: non solo
non sono quantificabili, e sono tra loro incommensurabili, ma siccome tutti i loro
rapporti più rilevanti sono l’oggetto di un’attenzione costante da parte del
patrono e del cliente ciò qualifica il rapporto in termini diversi da quelli
economici.
Si può anche affermare che la natura bilaterale
della relazione produca un costo per entrambi i partecipanti: per il patrono è
impossibile impiegare nello scambio più di quello che ha (non può impegnarsi a
garantire una protezione dei suoi clienti oltre i suoi mezzi, può fare da
patrono solo verso alcuni o ha solo un certo numero di obbligati). La sua zona
di influenza è sempre, in modo abbastanza specifico, circoscritta. Da un certo
punto di vista, la relazione di patronato permette di determinare la capacità o
l’area di influenza di un patrono, e costituisce un indicatore sociale efficace
per assegnare ad ognuno il proprio posto. In effetti, valutare l’estensione
dell’area di influenza del patrono permette di determinare il suo potenziale
riconoscimento.
Per il cliente, si tratta di ricompensare il suo
patrono per i benefici ricevuti mostrando la sua lealtà, a volte molto tempo
dopo averli ricevuti. Lo scambio clientelare ribadisce la dipendenza del
cliente, il servizio che egli deve in qualità di debitore non ha nulla a che
vedere con la temporalità di uno scambio contrattuale ordinario, e non potrà
essere determinato in modo esatto, né soprattutto specificato in anticipo.
È importante esaminare e discutere il preteso
valore sociale dello scambio clientelare in un ambito extra o prestatale, anche
all’interno di un contesto in cui la sfera pubblica e lo Stato sono
oggettivamente corrotti.
A questo proposito, ritengo che possa effettivamente darsi un’inversione nei rapporti, perché in caso di disfunzione dell’apparato statale questo tipo di scambio può svolgere, in modo paradossale, una effettiva funzione sociale e il clientelismo può operare come “corruzione virtuosa”. Una tesi di questo tipo sembra effettivamente sostenibile all’interno di alcuni paesi dell’Africa. Nelle pratiche clientelari si metterebbe in pratica una vera comunità tra i partecipanti in una relazione sociale, nonostante il carattere asimmetrico del loro scambio. La reciprocità dello scambio instaura paradossalmente un’effettiva coesione sociale.
In questi casi il metodo funzionalista di analisi
del fenomeno della corruzione ci consente di cogliere una delle modalità di
legittimazione che viene usata dai corrotti così come dai corruttori: il loro
scambio non costituisce un male perché vendendo un bene a un privato, un
servizio o un’informazione di natura pubblica, si “rende un servizio” alla
propria comunità. Spesso, nelle giustificazioni addotte, il corrotto evidenzia
il legame personale che lo lega a colui al quale ha venduto una parte della
cosa pubblica.
Lo scambio commerciale in realtà ricopre ‘une conception personnaliste de la politique comme échange de faveurs’, in cui è in gioco ‘l’amicizia’ tra individui.
Sicuramente differente dalla parentela (che designa
lo scambio personale di favori tra membri della stessa famiglia o dello stesso
gruppo), la relazione di patronato si distingue dallo scambio economico
standard perché mobilita una serie di affetti: amicizia, ma anche sentimenti di
riconoscenza, lealtà e affetto. Ciò nonostante, una simile argomentazione
richiede comunque cautela dal momento che un’organizzazione come quella della
mafia la utilizza sia per legittimare il suo potere, sia per impedire il buon
funzionamento sociale dello Stato, deviandone le risorse per ridistribuirle per
proprio conto e dopo varie sottrazioni.
Per meglio valutare queste indicazioni, potremmo
dire che il fenomeno del ‘clientelismo’, inteso nella logica dell’analisi
funzionalista, ci permette di cogliere la dimensione sistemica dello scambio
corrotto. In altre parole, offre la possibilità di considerare la nozione di
scambio occulto come la base di un certo modo di concepire la logica sociale
nel suo insieme. Quando abbiamo ripercorso gli elementi di base dell’analisi
funzionalista, abbiamo sottolineato come le pratiche corruttive potrebbero
essere viste non come casi isolati, ma come espressione empirica delle
contraddizioni del sistema sociale. Quest’ultimo, fondato su consuetudini
tradizionali, su di una morale fissa e di norme giuridiche, ha necessariamente
bisogno di un sottosistema nascosto e parallelo per permettere al dinamismo
delle forze vive della società di esprimersi.
Grazie all’analisi del ‘clientelismo’ possiamo
allora affermare che ciò che passa in un insieme sociale attraverso uno scambio
di corruttela - per cui l’individuo rinuncia al principio della sua
responsabilità e al controllo della sua azione personale - può benissimo
costituire (o può con una certa probabilità costituire) la base per una
comunità sociale.
Tanto che nel confronto col Diritto, per la loro natura comprensiva più che normativa, le scienze sociali acquistano una maggiore capacità euristica nell’analisi dei fenomeni di corruzione.
Il clientelismo - poiché designa forse
uno scambio speciale di beni o servizi di natura indeterminata - può essere
considerato un fatto sociale in grado di influenzare e determinare aspetti
molto diversi dell’esistenza umana (si pensi, ad esempio, ad una transazione
clientelare che opera - seppure in maniera piuttosto superficiale - sul piano
molto differente degli effetti della dimensione spirituale dell’esistenza, nei
casi in cui un patrono offre ai suoi clienti strumenti religiosi, come
sacrifici, messe e pellegrinaggi).
Questo è il motivo per cui c’è qualcosa di
seducente nell’affermazione, in sé molto problematica, che il clientelismo
induce una ‘corruzione benefica’; questo tipo di formula viene utilizzata
quando gli autori delle scienze sociali sottolineano che, come modalità di
redistribuzione parziale di beni e servizi non equamente distribuiti, il
clientelismo mostra una capacità di aiutare i più svantaggiati.
Possiamo cogliere questo aspetto in un altro modo:
esprimeremmo qualcosa di totalmente in linea con lo spirito dell’analisi
funzionalista se affermassimo che le relazioni con i clienti, poiché possono
essere intese come un fatto sociale, devono rappresentare qualcosa di
socialmente ineludibile, addirittura di strutturante per lo scambio sociale. Di
conseguenza, sulla base di una considerazione che sembra suscettibile di
invertire la prospettiva tra il normale e l’anormale, la possibilità stessa
della normatività si pone in termini del tutto particolari.
Molti altri rilevanti fenomeni sociali possono
essere analizzati in questo modo. È impossibile equipararli alla corruzione se
si ragiona all’interno del quadro proposto dalle scienze giuridiche moderne,
almeno in termini rigorosi. D’altra parte, questi fenomeni mettono in gioco
alcune caratteristiche specifiche e decisive della definizione giuridica di
corruzione, e ci invitano a riflettere sulla portata sociale degli usi
ricoperti da quest’ultima. E ciò è rilevante, sia perché si tratta di fenomeni
che hanno una considerevole durata (ognuno ha attraversato secoli diversi,
mostrando una capacità di adattamento a nuove configurazioni sociali), sia
perché le questioni che implicano o hanno implicato vanno al cuore della
civilizzazione che li ha generati, e circoscrive un problema ricorrente
fondamentale.
(T. Ménissier)
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