giuliano

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IL TOMO

venerdì 2 settembre 2022

C’ERA UNA VOLTA O UN TEMPO PASSATO (14)

 











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a caccia di noi lupi (13) 








Prosegue con un breve 'Saggio':


Al nido dell'aquila: 


(ovvero, J. Ruskin) (15) 


Prosegue con il: 


mercato della Natura (16)







....Una diversa Visione del Creato, e con Lui un più vasto sentimento coltivato, quanto dalla Ragione come dal dovuto Intelletto accompagnato.

 

(In attesa di Pinocchio il noto burattino tutto italiano)

 

C’èra un Tempo trapassato una diversa appartenenza ad un Mondo irrimediabilmente superato e antiquato, ma certamente simmetrico agli antichi Elementi della Natura, così come al Sacro.

 

C’èra una volta, e non certo una fiaba ‘post-moderna’ suggerita al palmare della mano, una Natura inviolata e incorrotta, in cui l’uomo, seppur corrotto dall’eterno peccato, ieri come oggi al suo immaterial Genio ancorato, in Lei scorgeva fors’anche leggeva, l’antica Dèa futura Vergine Maria, a cui omaggiare e dedicare tanto l’Arte, quanto simmetrica Idea che la Dèa gli porgeva qual sano Luogo non ancor violentato e profanato.

 

C’èra un Tempo in cui regnava il Sacro, Elemento seppur alchemico ancor non del tutto mutato o barattato per un èvo moderno da cui avvelenato, il celato e rinnegato Genio dell’intero Creato.




Seppur la creazione regna sovrana nel presunto Ingegno evolutivo, l’Arte della vita ne difetta e commemora costantemente l’Idea che dalla Natura sgorgava come una fonte pura seminare ogni Stagione della vita in morta prematura.

 

O se preferite la più nota Natura morta.

 

C’èra una volta acqua pura e limpida ove dissetare una sete antica, ove in questa pittura moderna si scorge solo un Fiume di ossa poggiate su di un letto di morte prematura.

 

Per nostra sfortuna… comporre l’altrui fortuna.

 

La speculazione nell’azione è data come cosa divina.




C’èra un Tempo dell’alchemico intento corrisposto nella formula dell’oro, nulla immutato giacché hora solo nero veleno che tramuto l’uomo in sterco divenuto 'prezioso metallo'. Nel recinto di questa stalla gli animali si danno democratico convegno quanto dovuto altolocato contegno, senza più ritegno alcuno per ciò da cui nato e in ciò che suo malgrado divenuto.

 

La nuova maga dell’eterno Viaggio li ha tramutati, loro malgrado, in nobili maiali principi d’ogni allevamento a cui l' "ingordo" palato dell’Intelletto aspirava affamata di sana Ragione e Pensiero, e quando  rinasceranno a miglior vita, a miglior Tempo, uomini e puniti misfatti al girone d’una invisibile sentiero, incarneranno ugual medesima ispirazione, li vedremo aggirarsi e democraticamente grugnire e rimembrare il Tempo passato del loro avvenire… in cui seppur umani, erano felici bestie allevate in grandi fattorie…  



   

Ai vecchi Tempi, quando il Tempo era bello, èra ‘lussuosamente’ bello; quando èra cattivo, spesso era ‘abominevolmente’ cattivo; ma aveva il suo nobile temperamento ed è stato forgiato con quello. Non ha tenuto il broncio per tre mesi senza farti vedere il sole, né ti ha mandato ambasciate cicloniche all’improvviso, solo una lieve e rimata Tempesta, sua antica sposa e compagna di Tragedia in cui volgere la Farsa in Commedia! In cui cogliere il respiro divenire rantolo d’un appestato grugnito con cui sollazzarti al fango dell’alchemico prodigio…

 

C’èra una volta il bel Tempo, il cielo èra azzurro e vellutato, acuto nella sua limpida luce; le nuvole, bianche o dorate, aggiungono e non diminuiscono né profanano l’inviolata lucentezza acclamata qual antica serenità violata. Con il tempo piovoso, c’erano due diverse specie di nuvole, quelle della pioggia benefica, che per amor di distinzione chiamerò ‘nuvole di pioggia’ non ‘investite o votate’ da particelle elettriche, diciamo più laiche che ortodosse del comune dire, e quelle invece in-crociate in odor di tempesta, di solito cariche ed armate d’elettricità.




La benefica ‘nuvola di pioggia’ èra, spesso, estremamente noiosa e grigia per diversi lunghi giorni del nostro seppur rimpianto Tempo, ma comunque fine sottile - ed in ultimo, all’hora del thè – soave e gentile come una prosa attesa all’alba come una silente preghiera e recitata al tramonto al felice suo e altrui componimento. Sentiva di fare del bene, e spesso piacevole dopo la siccità, forgiava animi e bestie senza distinzione alcuna, così come componeva o disfaceva a suo capriccio. Dipendeva anche questo dal giusto grado d’appetito! Spiriti inquieti, insomma, accompagnavano il nostro lento divenire ai diversi gradi di latitudine esposto, in attesa della rimpianta Primavera, ed hora precipitati in un grande imprevedibile inatteso sgradito nero naufragio.

 

Ove sembra che neppur la Balena sopravvissuta.

 

La più bella e pura, si muoveva nel grande mare dipinto, per poi alla sera mutarsi e cambiarsi in Tempesta, Achab ebbe l’ardire di imprigionarla dentro il suo naufragio preferito: l’ama e la misura, la rincorre per ogni più elevato Cielo, per arpionarla e prevenirla ad un più nobile avvenire sepolto nella stiva, poi all’ultima Prima della scena vi affoga con l’intero equipaggio della Cima, l’ossessione giammai condivisa da un ugual cielo in Tempesta.   




Da ciò ne deduciamo, che il ciclo della Vita forgia e ricompone all’Infinito la Via: chi più l’ha amata cantata ed in Lei immolato o caduto come un Profeta (alieno alla materia aspirare all’Infinito), ovvero un improvviso naufrago in balia d’una strana tempesta, comporrà un suo quadro, un’Opera quale eterno Elemento in cui scorgere fine e intento: un suo impercettibile colore, Arte d’un più elevato Ingegno; una Strofa una Poesia una invisibile Rima, con cui allietare o punire l’artista d’un diverso incompreso regno, sarà un Dio fra le gloriose tempestose nuvole del nuovo Secolo…

 

Questa nuvola, dicevo, capace anche della più squisita colorazione, sotto certi inattesi aspetti; e continuamente percorsa in radura dall’arcobaleno: e, in secondo luogo, la nube temporalesca, sempre maestosa, spesso di una bellezza abbagliante, si percepiva anche benefica a suo modo, colpendo la massa dell’aria con vitale agitazione, e purgandola dall’impurità di tutti gli elementi morbifici.




Nell’intero sistema del Firmamento, così visto e compreso, sembrava che ci fosse, così come tutti i pensatori di quei tempi lo scorgevano e interpretavano pagani e futuri cristiani, la prova incontrovertibile e inequivocabile di un Potere Divino in continua creazione evolutiva, la quale si era adattata come l’aria all’umano respiro, così le nuvole per la vista e il nutrimento dello stesso (gli altri non li nominiamo perché parte del Genio negato…); ovvero, il Padre o gli Dèi suoi eterni Elementi, i quali dimorano in più Elevati cieli ispirando l’uomo, e nutrendolo giorno dopo giorno, così come le anime dei suoi figli con meraviglie e saziandoli di pane, riempiendo così i loro cuori del cibo della gioia divina.

 

C’èra una volta una diversa Creazione in più Elevato cielo a cui l’uomo si ispira, opponendo però, in questo nuovo secolo, il fallace proprio Ingegno in un Tempo perso, giacché non più legge e comprende il Sacro con cui scritta l’Arte dell’intero componimento e non certo strano Comandamento.

 

C’èra una Volta una nuvola che può Essere nel non Essere ma Essere Ragione e dilemma quantunque pregato in cui poste le multiple essenze degli invisibili Insiemi comporre, e giammai scomporre il Sacro; ovvero multipli di Tre, quindi principalmente indefinibili e definiti in qual Tempo condiviso (dal nostro Giamblico), sia dalla materia partecipata e caduta, quanto dall’immateriale ciclo d’una diversa lettura:

 

quantunque ‘Visibile vapore d’acqua che galleggia ad una certa altezza nell’aria, hor hora come un Tempo risorto e disquisito così come rimpianto’.




La seconda clausola di questa definizione, vedete, implica subito che esiste una cosa - o meglio un Elemento - come il ‘vapore d’acqua’ visibile che non galleggia ad una certa altezza nell’aria. Conoscete tutti una varietà estremamente riconoscibile di quel tipo di vapore: particolare d’ogni Cielo ammirato seppur con insuperabile ingegno al nuovo canone, ovvero palmare dell’uomo dato come una Finestra donde, in qual e medesimo Tempo, precipitata la branchia dell’intera nuova avventura naufragata.

 

Ovvero, spesso e sovente si suol dire, si nuota come un pesce dopo la lenta cottura senza Primavera alcuna!

 

Ma quella speciale benedizione della società metropolitana o meglio fattoria umana, ben al di sopra di ciò che per sua indegna natura galleggia, ovvero quando digerita e trapassata dalla lingua d’un diverso ingegno all’intestino d’un incompiuto istinto; è solo una condizione fortemente sviluppata e altamente stagionata di una forma di vapore acqueo che esiste altrettanto generalmente e ampiamente sul fondo dell’aria; e questa è la prima idea che vi viene bene in mente riguardo alle dimore di questo vapore visibile; poi, devi considerare il modo della sua visibilità.




E, devi chiederti ancora, come il vapore delle nuvole, circa la maggior parte delle altre cose, che si vedono quando ci sono e non si vedono quando non ci sono?

 

O c’è così tanto vapore e non solo di nuvola (in ciò che la compone e/o componeva, ed in ciò che in questa strana tempesta la scompone e detesta ricomponendola a sua industrioso piacimento) del fantasma a lei alieno ed avverso, che può essere visibile o invisibile a suo piacimento; e può forse essere tutto sgradevolmente e malignamente come inavvertitamente inalato e non solo là ove volgiamo l’occhio smarrito o impazzito, come un Pensiero straziato e affogato all’improvviso.

 

Ovvero proprio quando non lo vediamo seppur respiriamo, e quando non più lo scorgiamo mentre affoghiamo?




Al che rispondo, parte non certo offesa ma solo Rimembrata di codesto invisibile perseguitato Dialogo, comodamente e in generale, che, tutto sommato, una nuvola è dove la vedi, e non è dove non la vedi; e che, quando c’è una nuvola temporalesca evidente e onesta a nord-ovest, non devi supporre che ce ne sia una furtiva con sommo Fine scritto nel principio di remunerata refurtiva a sud-est.

 

E che quindi quando sale una visibile nebbia da Est, non ne consegue che ce n’è una spirituale più del solito, al West End, sarebbe il loro imprevisto Dramma di scena rappresentare l’indiscusso movimento (non certo automatizzato) motore dell’intero Teatro in cui precipitato; giacché nutriti da un diverso principio posto alla linfa, occhio d’un diverso Ingegno risorto al suo Genio e padrone, seppur dietro le invisibili ‘Quinte’ di un più Elevato palcoscenico.

 

Ragion per cui in ugual medesimo Tempo mi espongo in medesima Galleria quando ammirasti l’altrui ingegno comporsi per poi dissolversi presso una nube moderna come antica. Se così non fosse non potremmo immortalare invisibile Dialogo alla tempesta d’un Tempo perso!




Infatti più che valida l’osservazione: non la scorgi eppur compone ugual medesimo morbo e non certo sintesi della vita, qual ingurgitato veleno primo e ultimo Atto di Scena. Il Dramma infatti volge verso la Tragedia finale, il sangue che sgorga è come un fiume in piena con diritto di replica.

 

 Ragione della sana comune nostra pazzia parente d’un più Elevato intendimento per ogni appestato Genio rimembrato?!

 

L’arte è cosa divina!

 

L’insana follia è merce che trovi presso ogni stiva.   

 

Siamo hor hora nei circuiti d’incontrollati autoritari contrattempi conferiti dagli automi.




Suppongo che l’aria densa, come quella trasparente, sia in entrambi i casi satura di vapore acqueo; ma in entrambi, osserva: vapore che galleggia dappertutto, come se mescolassi il fango al mare; e non prende forma da nessuna parte: puoi scorgerlo calmo o con il vento, non fa differenza. Ti godi una fitta foschia con un pungente vento dell’est, senza che una foglia si muova, ne potresti godere il chiaro vapore azzurro con una fresca brezza piovosa che si dissolve.

 

Che differenza c’è tra queste molecole acquose che sono limpide, e quelle che sono fangose, la cosa che (purtroppo) le unisce e mai disgrega, in questo nuovo corto-circuito a tempo pieno a noi avverso, è un strano fungo porcino, da cogliersi in tutta fretta, per poi in medesima Selva rimembrarlo come una raffinata saporita muffa?

 

(in questo specifico caso non saprei che aggiungere di diverso al palato, al verso così nutrito et anco masticato, giacché anche il Sacro Bosco da codesto piatto alchemico servito e riverito, accompagnato dal noto sepolto e più raffinato nonché acclamato NERO tartufo mai fuggito, bensì dal rinato cinghiale scavato e ad un porco suo compare, servito; quantunque diversi dall’olfatto di chi fugge cotal umana vista risorta ad una più che stracotta nuova Selva…)  

 

Come il porco che al meglio o al peggio gli presta il dovuto cambio di scena.




Così quelle che devono affondare o salire, così come quelle che galleggiano nonostante la bufera, e quelle invece che devono restare dove sono, e quelle che hanno forma e statura, che sono panciute come balene e dorsi di donnole, e quelle che non hanno né dorso né fronte, né piedi né viso, ma sono una nebbia - e non più - di due o tremila miglia quadrate.

 

Lascio di nuovo le domande a te e procedo innanzi….


Posso solo concederti una risposta qualificata e cauta. 




Vi sono, per differenze di carattere, nuvole domenicane e francescane; grotte e nuvole barocche, dèmoni e putti a forma di diavoli alati, così come eretici e maiali scrutati et avvistati in ugual cielo, dèi e divinità e argonauti dissociati da Apollo, parabole a forma di nuvola e onde di morte per medesima via; e ci sono  ussari neri con la Bandiera della Morte, e grigi scozzesi che mi facevano compagnia i cui fedeli cani possono correre sulla roccia. Ma se mi chiedi, come vorrei che lo facesti: perché argento e perché zibellino, perché acqua e perché vino, perché elemento o sterco come battezzato l’uomo, abdico la risposta, come suol dire il Poeta al Vento. 


L’uomo che nascerà troppe strade dovrà percorrere se solo avrà sufficiente riserva e non solo di pazienza…


(Ispirato da J. Ruskin)  










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