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IL TOMO

sabato 23 gennaio 2021

QUANDO INCONTRAI... (19)

 









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&  il capitolo completo  



 


 

 

 

Sulla carta fisica 1:500.000 appare evidente come il fascio di catene montuose poste su linee parallele nell’Italia centrale si pieghi verso nordest fino a convergere, verso la costa adriatica, in un unico vasto massiccio calcareo.

 

Sono i Monti Sibillini.

 

Questo particolare settore appenninico è come un collo di bottiglia nel quale si incontrano le dorsali delle cime più elevate dell’intera catena. Più a nord dei Sibillini, il crinale spartiacque si fa più definito e tende ad allontanarsi dalla costa adriatica verso l’asse centrale della penisola.

 

I Sibillini sono dunque un vero e proprio nodo orografico, un groviglio di forze geologiche da cui origina una catena ben demarcata. Sono un punto di passaggio obbligato nel grande corridoio ecologico che unisce lo stretto di Sicilia alle Alpi.




 Il paese di Visso, capoluogo del Parco Nazionale dei Monti Sibillini, si raggiunge da Terni, Macerata e Camerino lungo la strada statale 109 della Valnerina. Provenendo invece da nord lungo la costa adriatica, una volta giunti nei pressi di Maddalena di Muccia si imbocca la strada 209 che risale un’ampia valle punteggiata da fattorie in mezzo a campi coltivati.

 

Si supera Pieve Torina, Gallano, Capriglia, il paesetto arroccato con le case disposte a cerchi concentrici che prende il nome dall’intera catena, Appennino, e si arriva agli 815 metri del Passo delle Fornaci. Da qui, una discesa di pochi chilometri conduce a Visso, porta dell’area protetta. L’ingresso al centro storico avviene attraverso un arco di pietra stretto fra due case. Pochi passi e si entra nella severa piazzetta medievale: a sinistra la collegiata di pietra chiara con al centro un’ampia porta strombata, a destra e sullo sfondo i palazzotti rinascimentali. Il luogo è austero, elegante, ricco di vestigia del passato. E in uno dei suoi palazzi più importanti si trova la sede del Parco Nazionale.




Le montagne incombono sopra le case di Visso dove vivono poco più di mille abitanti. Un secolo fa ce n’erano il triplo.

 

Dalla piazza principale, specie nel silenzio della mattina presto e prima che le strade si popolino, sembra che la natura debordi dai boschi e si insinui tra le case semidisabitate, con i suoi cinguettii, i gridi improvvisi degli uccelli, gli odori di selva.

 

Nel cielo del Parco ruotano le aquile: quattro coppie nidificanti sono state censite. Ma per arrivare in quota, sul vero e proprio massiccio dei Sibillini, bisogna percorrere ancora un bel tratto di strada. Si deve risalire la valle solcata dalle acque del Nera e poi i tornanti più ripidi fino ad arrivare al Passo di Gualdo, a quasi 1500 metri.

 

Da lassù ci si affaccia sugli ampi spazi del Piano Perduto dove la strada prosegue per il paese medievale di Castelluccio di Norcia, il più alto abitato dell’Appennino, a quota 1452 metri su un cucuzzolo che domina gli altipiani.




Quando si arriva al Passo di Gualdo, prima di ridiscendere sui vasti pianori carsici di Castelluccio, si ha l’impressione di trovarsi su una soglia che dà accesso a spazi occupati in gran parte da cielo. Nel giro di un istante si avverte il cambio repentino delle scale spaziali. Ci sono montagne e orizzonti, ma soprattutto cielo. Specie a fine inverno, con la neve che ricopre i pendii e nel fulgore del sole, la luce lassù si fa violenta come su un ghiacciaio alpino. Le palpebre sbattono per scacciare la luce. Il vento è freddo, frizzante. L’aria limpida fa apparire le cime tanto vicine che sembra di poterle carezzare.

 

Lì la massa Redentore-Vettore, con la punta di 2476 metri nascosta dalla cresta: apice dell’intero massiccio.

 

Tutt’intorno c’è solo cielo.




Ed ecco che socchiudendo gli occhi per ripararsi dal sole, nel buio momentaneo percorso di riflessi sotto le palpebre abbassate, arriva quella vertigine che stavamo aspettando. La visione improvvisa dell’alta montagna porta una fuggevole emozione che tutto abbraccia: euforia, desiderio, leggerezza, grazia, felicità.

 

Poi, assorbita la prima visione del tetto dei Sibillini, ci si incammina scendendo dal Passo verso il pianoro. La cresta sommitale del Vettore forma insieme al Pizzo del Diavolo e al Redentore un ampio circolo a ferro di cavallo. Ma mentre verso l’esterno questa corona di cime degrada con ripidi pendii erbosi punteggiati da piccole falesie chiare verso gli altopiani, all’interno del perimetro i versanti precipitano come tagliati di netto, e formano maestose pareti calcaree, come quella del Pizzo del Diavolo.

 

Nel centro di questo anfiteatro si trova un antico circo glaciale, con il laghetto di Pilato formato da due pozze distinte, che appaiono come due occhi scuri in mezzo ai ripidi ghiaioni grigiastri.




Più a settentrione, anche il sottogruppo dei monti Bove Nord e Bove Sud forma una valletta conchiusa, l’appartata Valle del Bove, e sul lato opposto un altro solco vallivo sovrastato da pareti calcaree alte intorno ai 700 metri, che a un primo sguardo ricordano le prealpine bastionate meridionali del Grignone, con il Sasso dei Carbonari o il Cavallo, o anche la Parete dei Militi in Valle Stretta, sopra Bardonecchia.  

 

Tra il Vettore e il Bove, nel cuore pietroso dei Sibillini, ci si accorge, però, che questi scenari d’alta quota difficilmente potrebbero essere confusi con un paesaggio alpino.

 

Siamo sugli inconfondibili Appennini.

 

A dircelo è quel regolare senso di vuoto e di solitudine che ovunque si rincorre, dove l’occhio vaga libero su spazi aperti e apparentemente privi di presenza umana.




A differenza delle Alpi, così stabilmente contrassegnate dalle tracce dell’uomocon le onnipresenti baite, gli alpeggi, gli impianti a fune, l’infinito reticolo di strade, le frazioni isolate, le seconde case cresciute a dismisura a partire dagli anni del Boom –  qui l’assenza di costruzioni appare come il primo segno rivelatore di un’intera regione montuosa.

 

Mentre il Parco Nazionale dei Monti Sibillini, dopo una lunga marcia di avvicinamento stimolata da un caparbio gruppo di sostenitori e passando attraverso la nascita di commissioni, l’emanazione di decreti di perimetrazioni, la stretta di accordi con le amministrazioni locali, è stato infine istituito con firma del presidente della Repubblica otto anni dopo la manifestazione, il 6 ottobre 1993.

 

L’area protetta è vasta circa 70.000 ettari, pari a tre volte, per esempio, la superficie dell’Isola d’Elba, ed esattamente quanto il più antico e frequentato parco nazionale italiano, quello del Gran Paradiso.

 

Eppure la rivalità nei confronti del Parco non è affatto sopita. Andando in giro per i paesi è facile accorgersi di quanto scarsa sia la sensibilità ambientale.

 

A volte l’antagonismo nei confronti dell’area protetta si palesa nella sua più cruda e brutale realtà.




Nel febbraio del 2011 è stata trovata, appesa con una cordicella al cartello stradale per il Santuario di Macereto (da allora… caro Marco… molti sani Ecologisti sono stati costretti a minor vita all’aria aperta in comunione con il Creato…), una testa mozzata di lupo con un cartellino di latta con su una dedica al presidente del Parco Nazionale e al sindaco di Visso, il quale aveva appena deliberato un’ordinanza che limitava il pascolo delle pecore entro una certa area. Avevo capito: il direttore Franco Perco si trovava in prima linea, e di una buona dose di astuzia non poteva fare a meno. 

(M. A. Ferrari)




 Quando lo vidi per la prima volta, stavo in una piccola tenda, il sole non era ancora spuntato, la Stagione non annunziava neppure l’Alba della Primavera, l’Inverno rigido, giacché se conosci quei luoghi non ti sarà facile intendere che sono più inclementi delle tanto celebrate Alpi e Dolomiti, nonostante le ingannevoli apparenze.

 

La mia Vela nervosa ed inquieta annusava e presagiva la presenza di qualcosa, quel qualcosa mi costringe all’esterno del caldo sacco a pelo, ed uscire fin sul ponte della Nave per scrutarne ed interpretarne l’avvisaglia. Allorché scopro il motivo di tanto nervosismo misto a curiosità della mia fedele insperabile amica, o Primo Ammiraglio con cui intendo rotta e Viaggio, con la grande sua aspirazione ricongiunta alla Selva di questo grande Mare navigato.

 

Di primo mattino il mare si scorge in tutta l’apparente quiete, nuvole coprire le più profonde vallate - e stive - ove il gregge medita e sovrintende, almeno così dicono, ogni humano intento!




Eppure l’infallibile ammiraglio a cui votato e ingaggiato nell’imbarco, accorta. Nulla sfugge alla vigile sua guardia e presenza in cima all’Albero maestro in cui cresciuta. Giacché rude uomo di mare come i miei avi hanno insegnato, il coraggio si deve palesare per ogni Cima esposta al Vento qual simmetrico suo Elemento.

 

Dacché il Primo Ufficiale di bordo mai scende da tal Albero donde motivo di un medesimo mare navigato…, ogni tanto per il vero, cerca di prendere il volo, Ragion per cui la debbo tener ben ancorata al difficile compito per il comune bene del Veliero!

 

Sarebbe una bestemmia abdicare al Vento del progresso una sì preziosa… Vela…

 

Mi incammino incuriosito circa il suo fiuto antico.

 

Deve aver pur fiutato o avvistato qualcosa. La seguo più da sonnambulo sprovvisto del dovuto Lume con cui la loro Ragione tende da sveglia, conquistare Passi e Cime che ognun sprovvisto della stessa mai mediterebbe, o tantomeno, navigherebbe. Da provato scienziato della flora, e pur la stanchezza con la vista messa a dura prova, qualcosa si muove non lontano, qualcosa che ci osserva e forse ci ha osservato da lungo tempo (assieme) meditato.




Poi, forse, mosso dalla fame o dalla curiosità palesa la propria vigile presenza.

 

Si sarebbe potuto allontanare senza dar avvisaglia circa la propria Natura, giacché ogni Verità in Lei ben velata e celata; ma qualcosa lo ha condotto su una diversa presa di coscienza (nell’essere ed avere come un altro ha ugualmente intuito) rispetto all’istinto che sempre lo ha contraddistinto.

 

Per quel poco che so circa il Lupo, difficilmente si sarebbe concesso. Quel qualcosa che lo pone nella consapevolezza dell’essere circa la curiosità vigilata da molto tempo. Ognuno cerca di idealizzare il proprio Lupo qual riflesso di un mondo perduto, addirittura c’è chi ne ha terrore antico motivato da una più che sindacata patologia, non solo - privata patologica dismessa avversa psicologia -, bensì un odio antico che non permette alla vista d’intendere quanto l’uomo disprezza la libertà che questo palesa, giacché sappiamo bene che il danno che può apportare all’intero ecosistema nullo ed inversamente sproporzionato rispetto a ciò cui capace l’uomo del lupi ancor malato...


(Prosegue....)








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