CHI DELLA FOLLA, INVECE,

CHI DELLA FOLLA, INVECE,
30 MAGGIO 1924

sabato 9 giugno 2012

LO SPECCHIO DELL'INQUISITORE (il paradiso della regina Sibilla & i libri proibiti)






Precedente capitolo:

http://dialoghiconpietroautier2.blogspot.com/2012/06/giochi-di-specchi.html









Eccellentissima e potentissima principessa
e mia reverentissima dama, signora duchessa
di Boubon e d'Alvernia, contessa di Clermont,
di Fourez, e signora di Beaujeu, etc.


























Eccellentissima e potentissima principessa e mia reverentissima signora,
mi raccomando alle migliori grazie vostre e del mio reverentissimo signore.
E poiché ogni promessa deve lealmente adempirsi, vi invio, mia reverentis-
sima signora, in iscritto e figura i monti del lago di Pilato e della Sibilla; i
quali monti sono diversi da come sono disegnati nel vostro arazzo; e anche
tutto quanto ho potuto vedere e sapere delle genti del paese, il giorno 18
maggio 1420 che io vi fui.
E ciò per mantenervi la mia promessa, e per non essere tacciato di poca
fede se mai sarò alla vostra presenza.





MONTE SIBILLA


Questo monte è dalla parte della marca di Ancona e nel territorio di un
castello chiamato Montemonaco, vale a dire il monte del monaco.
Da questo castello fino al punto più alto del monte, dove trovasi l'entrata
della grotta, vi sono nove miglia. E quando si è su in cima, si vedono ugual-
mente i due mari, come si vedono dall'altro monte; ma, in verità, non tanto
chiaramente perché è più basso dell'altro.
Il monte della regina è congiunto al monte del lago di Pilato.
La montagna è desolata e rocciosa dalla base sino alla metà circa. Dalla
metà in su vi sono prati bellissimi e piacevoli da potersi appena raccontare.
Vi sono infatti tante erbe e fiori di ogni colore, di strane fogge e odorosi
tanto che offrono gran diletto.




















COME CINQUE UOMINI
ENTRARONO NELLA CAVERNA


Non saprei che altro dire delle cose e meraviglie che vi sono.
Io infatti, non andai più avanti, né il mio scopo principale era di occuparmene.
D'altronde, se anche avessi voluto, non sarebbe stato possibile senza mio
grave pericolo.
Perciò, in verità, non saprei più che dirne, tranne solo che vi andai con il
dottore del paese chiamato signor Giovanni di Sora che mi guidava, e con
le persone del paese di Montemonaco che ci accompagnarono fin lassù
senza fare altro.
Essi udirono contemporaneamente a me una voce gridante a somiglianza
del pavone, che sembrava venire da lontano. La gente che era con me
diceva che era una voce del paradiso della Sibilla.















Ma io non vi credetti: ritenni che fossero i miei cavalli che stavano ai piedi
del monte, benché fossero molto in basso e lontani da me. Né altro vidi o
so tranne soltanto che quanto le persone del luogo e del paese suddetto
me ne raccontarono.
Alcuni se ne ridono e altri ci credono fermamente in base alle antiche sto-
rie del popolino, e ora anche per il racconto dei cinque uomini del detto
paese di Montemonaco che si spinsero più avanti degli altri in quel tempo.
Io parlai con due di essi, i quali mi raccontarono che in cinque, narrando-
si in buona compagnia le avventure intorno alla grotta, tutti d'accordo
stabilirono di andare fino alle porte di metallo che battono giorno e notte
come dirò poi.
Si fornirono essi di corde grosse e piccole, lunghe seimila tese, che le-
garono all'ingresso per ritrovare il cammino; portarono anche lanterne,
pietre focaie e acciarini, viveri per cinque giorni e altri oggetti necessari
poi vi entrarono.



























Dicono che la parte anteriore della grotta è stretta per circa un buon tratto
di balestra; dopo è abbastanza larga per andare agevolmente l'uno appres-
so all'altro, e in qualche punto anche in due o tre.
Si avanzarono per questa parte larga della grotta sempre discendendo se-
condo loro almeno tre miglia. Allora trovarono una fenditura attraversante
la grotta, da cui usciva un vento così orrido e strano che non vi fu chi osas-
se fare ancora un passo o mezzo passo: perché appena essi si avvicinavano,
pareva che il vento li trascinasse via.
Ebbero tale paura che deliberarono di tornare indietro lasciando sul posto
la maggior parte di quello che avevano portato. Si erano dedicati a tale
impresa così come suggerisce spesso la giovinezza alle persone oziose.



DON ANTONIO FUMATO
E I DUE TEDESCHI


In quella caverna vi sono molte cose strane e meravigliose secondo quanto
comunemente dicono gli abitanti per quanto sian cose che non possono tes-
timoniarsi con evidenza.
Oltre ciò che ho fin qui detto, mi fu ancora narrato da ecclesiastici e da altri,
che nel detto castello di Montemonaco, c'era un prete chiamato don Antonio
Fumato, il quale era un poco strano e malato di mente.
A causa della sua malattia andava in molti luoghi dicendo cose strane, così
come sogliono fare le persone malate di tale malattia e di poco buon senso.
Egli però parlava ed agiva senza far male ad alcuno.


























Questo prete ha più volte detto e assicurato senza mutamenti, che è andato
fino alle porte di metallo che giorno e notte battono senza posa aprendosi
e chiudendosi.
Ma poiché costui dava ogni tanto segni di pazzia come ho detto, pochi gli
credevano.
Dicesi che quel prete narrasse di aver ivi condotti due tedeschi che entraro-
no nel regno della Sibilla per le porte di metallo.



COME IL CAVALIERE E IL SUO SCUDIERO
ENTRARONO NELLA GROTTA
E COME FURONO ACCOLTI DALLA
REGINA SIBILLA E DALLE SUE GENTI


La gente del paese di Montemonaco racconta che è vero che detto
cavaliere e il suo servitore entrarono nella grotta.
Essi narrarono che quando giunsero nella piazzetta che è dopo le porte di
metallo, videro un'altra bellissima e ricca porta risplendente al lume che por-
tavano; e similmente videro risplendere la caverna come se tutta fosse di
cristallo.
Dopo aver molto bene osservato ogni cosa, ascoltarono a lungo, ma senza
mai sentir nulla. Per la qual cosa rimasero molto meravigliati; perché prima,
quando erano davanti alle porte di metallo, essi udirono grandissimo rumore
e mormorio di gente, ora che erano dentro, non sentivano più il minimo ru-
more.



























Il cavaliere vi dimorò così per lo spazio di 300 giorni, dei quali ben teneva
il conto. Egli così conobbe di aver tanto grandemente mancato verso il
Creatore, sia per tante cose mondane che aveva fatto contro il suo volere
e contro i suoi comandamenti, sia, specialmente, per l'orribile peccato in
cui viveva; a cagione del quale lo aveva completamente dimenticato per lo
spazio di 300 giorni, trascorsi in compagnia del DEMONIO; in quanto
egli ben s'accorse che lì era veramente il DEMONIO.

(prosegue in:
http://dialoghiconpietroautier.myblog.it/archive/2012/06/09/dove-si-narra.html)

(Antoine de La Sale, Il Paradiso della Regina Sibilla)














 


Nessun commento:

Posta un commento