giuliano

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IL TOMO

martedì 23 aprile 2013

STORIA UNIVERSALE DELL'INFAMIA: brigantaggio, mafia, camorra (13)







































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storia universale dell'infamia (12)

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storia universale del'linfamia (14)











Questo dell'associazione al mal affare è uno dei fenomeni più
importanti del triste mondo del crimine, non solo, perché anche
nel male si verifica la grande potenza che dà l'associazione; ma
perché, dall'unione di quell'anime perverse si genera un vero fer-
mento malefico, che facendo ripullare le vecchie tendenze sel-
vagge, rafforzandole per una specie di disciplina e per quella
vanità del delitto spinge ad atrocità a cui gran parte degli indi-
vidui isolati ripugnerebbe; e per noi pur troppo è questo un
argomento palpitante, talché spesso si confonde con la que-
stione politica.




Come è ben naturale, cotali sodalizj si formano più frequente-
mente là dove più abbondano i malfattori, coll'importante ec-
cezione, però, che essi scemano di tenacia e di crudeltà nei
paesi molto civili, trasformandosi in associazioni equivoche,
politiche o di commercio.
Lo scopo delle associazioni, malvagie, ora è quasi sempre
lo appropriarsi l'altrui, associandosi in molti, appunto, per
potere far fronte alla difesa legale.




Le condizioni dei malfattori associati corrispondono, come
è ben naturale, a quelle del maggior numero dei delinquenti.
Il sesso maschile vi ha la massima preponderanza; narrando-
si, come di casi eccezionali, di bande capitanate da donne.
L'età dei malfattori associati è quasi, sempre, la giovanile;
su 900 briganti della Basilicata e Capitanata, 600 erano in-
feriori ai 25 anni, celibi quasi tutti.
I sodalizj malvagi fra persone educate si notano solo, in ge-
nere, nelle grandi capitali... in Palermo parecchi proprietarj
e preti fra i malandrini.




Non di rado le associazioni malvagie si formano entro ad
altre associazioni oneste, per esempio di mutuo soccorso,
come quella di Ravenna, o fra gli operaj d'una stessa offici-
na, sedotti o trascinati, o da un compagno, o dal capo, co-
me nella banda di Prout, segretario di una manifattura di ar-
mi; e come fra i calzolaj accoltellatori di Livorno.
Si è osservato che molte bande di malfattori, per quanto
nemiche dell'ordine e delle società presentavano una spe-
cie di organismo sociale loro proprio.
Quasi tutte hanno un capo, armato di un potere dittatorio,
che, come nelle tribù selvagge, dipende, però, più dalle
sue doti personali, che dalla turbolenta acquiescenza dei
più; e tutte hanno affigliati esterni, o protettori in caso di
pericolo.




Qualche volta nelle grosse bande si notò una vera suddivi-
sione del lavoro; vi era chi fungeva da carnefice, da mae-
stro, da segretario, da commesso viaggiatore, qualche vol-
ta perfino da curato, o da chirurgo; e tutte seguono una
specie di codice o di rituale, che, sebbene impersonale,
formato spontaneamente, e benché non sia scritto mai, pu-
re viene rispettato, anche alla lettera, dai più.




Le bande di Sicilia, per esempio quella del Pugliese o Lom-
bardo, per ammattere a 'cavalcare' (vale a dire rubare in
società) esigevano molte prove, ed il consenso della mag-
gioranza; e quando mancava alle leggi malandrinesche, lo
uccidevano, ma prima 'gli si faceva la causa', vale a dire
che uno della banda funzionava da accusatore pubblico,
i capi da giudici, ed il preteso reo poteva difendersi, ben-
ché, però, la sentenza gli fosse sempre egualmenta fune-
sta.




Uno dei delitti maggiori di questo codice era il rubare,
per proprio conto, senza far parte alla banda; un altro
era il rivelare i delitti commessi insieme agli altri....
Ma la più completa organizzazione è offerta da quel so-
dalizio malvagio, che dominava nelle province napoleta-
ne, sotto il nome di 'camorra'.
Esso si costituiva dovunque si trovasse un certo numero
di carcerati o di ex carcerati, in piccoli gruppi indipen-
denti fra loro, ma soggetti però ad una vita gerarchica,
che subordinava, per esempio, i centri delle prigioni di
Napoli a quelli di Castel Capuano, e di questo al bagno
di Procida.

Vi si distinguono in vari gradi:




IL PICCIOTTO aspirante non diviene picciotto di 'sgarro',
 se non dopo avere dato prove di coraggio e di segre-
tezza, sfregiando od uccidendo qualcuno, in obbedienza
alla setta; mancando la vittima, deve schermeggiare di
coltello contro un compagno designato dalla setta.
Il picciotto dura nel noviziato 2, 3, fino 8 anni, servo, qua-
si, ad un camorrista, che gli affida i suoi affari e le impre-
se più faticose e pericolose, accordandogli di tanto in tan-
to, pochi soldi, per carità, finché, compiuto qualche gros-
so misfatto, o guadagnandosi, a forza di zelo e di sottomis-
sione, la stima del capo, questi riuniva l'assemblea, e dibat-
tutine i titoli, lo faceva eleggere camorrista.




E, qui, rinnovata davanti al capo ed ai membri la 'tirata',
e giurava su due pugnali incrociati, d'essere fedele ai so-
ci, nemico delle autorità, di non entrare in rapporti colla
polizia, di non denunziare i ladri, anzi amarli più degli al-
tri, perché pongono la loro vita in pericolo; il tutto finiva
con un banchetto....
(Prosegue....)














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