giuliano

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IL TOMO

martedì 7 gennaio 2020

ORDINE INGIUNTIVO (10)










































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Rientrato dopo quindici anni e quattro mesi, emblematicamente, Desideri trovò la Compagnia impegnata nella cosiddetta disputa sui riti e capì subito che sarebbe per lui stato difficile difendersi dalle gravi accuse che i cappuccini gli avevano rivolto per essere andato, secondo loro, contro i princìpi cristiani ed aver agito autonomamente. I cappuccini, invece, poterono rimanere a Lhasa, ma privi di risorse e di adeguati rinforzi ritenendo che le loro difficoltà dipendessero dalla controversia non risolta con Desideri e dalle trame dei Gesuiti.

Chiesero insistentemente che la controversia fosse risolta.

Padre Felice da Montecchio scrisse a questo scopo dodici memorie e tre sommari di documenti che furono consegnati a Propaganda Fide. Desideri, dal canto suo, scrisse allora tre memorie che chiamò ‘Difese’. La situazione si complicò per il fatto che risultò evidente che il Generale Tamburini fosse a conoscenza dell’affidamento delle missioni del Tibet ai cappuccini ed anche per la denuncia che Felice da Montecchio fece dell’intenzione del Desideri di pubblicare la sua Relazione senza che Propaganda ne fosse ancora a conoscenza.




Desideri, a questo punto, rinunciò a difendersi, scrivendo che trovava inopportuno...

‘che due Missionari, venuti dall’estremità del Mondo, debbano qui in Roma perdere il tempo in accusarsi, e in difendersi, in attaccarsi, e in ischermirsi’.

Ma, date le complicazioni sopraggiunte, anche la Curia generalizia della Compagnia di Gesù volle chiudere la questione. Inoltre, il 29 novembre 1732 Propaganda Fide nella Congregazione particolare sulle questioni della Missione dei regni del Tibet confermò la decisione che le missioni del Tibet fossero affidate esclusivamente ai cappuccini. Dopo le lunghe controversie, Ippolito Desideri sarebbe morto di lì a poco, il 13 aprile 1733 nella Casa Professa di Roma venendo sepolto e dimenticato a lungo nella sepoltura dei Padri della Chiesa del Gesù.






                                            RITORNO IN PATRIA






Attraverso la Francia e l’Italia: Desideri era ora tornato sul suolo europeo e anche non fosse in piena salute, era almeno sollevato dalla seria malattia che lo aveva tormentato. Dopo aver riposato per quattro giorni, ripartì.

Il viaggio da Port-Louis a Parigi è durato dal 16 agosto fino alla sera del 12 settembre 1727, fermandosi a Vannes (16 -22 agosto), dove ha incontrato P. Hermes Melchior, Rennes (23-28  agosto), La Flèche (Sarthe; 31 agosto- 4 settembre), Le Mans (4 - 8  settembre). In ogni luogo di cui era ospite nei Collegi gesuiti fu molto gratificato dall’eccellente accoglienza che ricevette; a Le Mans gli fu dato il materiale ‘per la canonizzazione del Beato Gio. Francesco de Regis [1597-1640] ... per essere portato a Roma e consegnato al Santo Congregazione dei riti’.




A Parigi, come ospite nella casa professa della Compagnia di Gesù, ricevette tra le altre attenzioni e  cura di p. Frémont (rappresentante delle missioni orientali dell’India) e Anne-Joseph de la Neuville (1672-1750), con cui ebbe ‘consolazione e piacere di vedere le principali attrazioni di questa grande città […]e lo splendore reale e le delizie di Versailles’, e dove rimase per tre giorni incontrando la famiglia reale francese e la corte importante nobili.

Ritornato a Parigi dopo la sua visita a Versailles, Desideri è stato onorato di ricevere l’accoglienza e l’onore di due importanti diplomatici: il nunzio monsignore Bartolomeo Massei (1663-1745) e Giulio Franchini Taviani di Pistoia, ‘Ministro e agente della RH in Toscana’.




Il 23 Settembre Desideri passeggiò a Fontainbleau, e il giorno dopo aveva la ‘bramosa fortuna di inchinarsi a Sua Maestà Cristiana’ Luigi XV e per parlare con i più eminenti personaggi della corte: il gesuita padre Claude Bertrand Tachereau de Linières (1658-1746), il confessore del re, il cardinale Henri-Ponsde Thiard de Bissy (1657-1737) e il cardinale André-Hercule de Fleury (1653-1743).

Il semplice missionario, stanco e sforzato dalle prove della sua avventura e, potremmo aspettarci, frustrato e sconfitto, aveva tutte le qualità necessarie per conversare ai massimi livelli - non tanto perché ha portato informazioni esotiche mai sentite prima, ma a causa della sua eloquenza e capacità di capire e collegare le sue conoscenze in una panoramica organica. Ma l’Eretico Viaggio non era ancora finito e così lasciò Fontainbleau la mattina del 26 settembre 1727 in diligenza e arrivati ​​a Chalon-sur-Saône a mezzogiorno il 28, lasciato lì dopo il pranzo con la stessa diligenza sul fiume Saone stabilì il soggiorno di quattro giorni a Lione (30 settembre - 4  ottobre), sul Rodano, raggiungendo Avignone il 6  ottobre 1727.




Ad Avignon Desideri incontrò P. Jean Croiset, rettore del noviziato gesuita, dove ebbe ricevuto ‘onori molto speciali da sua Eccellenza Mons. [Raniero] Delci [dei Marchesi di Monticiano(1670-1761)] Vice Legato di Sua Santità’.

Il 9 ottobre Desideri lascia Avignone ed arriva la sera seguente a Marsiglia, da dove lasciò la città il 15 ottobre a bordo di una feluca (Mediterraneo nave a vela) che viaggia con una nave simile che trasporta Jacques de Campredon, inviato della Francia nella Repubblica di Genova. Il viaggio da Marsiglia a Genova presentò sorprese marinare con un attacco inaspettato da parte di due navi pirata, fortunatamente contrastato con abilità e determinazione combinando prudenza e coraggio. La nave finalmente raggiunse Genova il 22 ottobre 1727 e partì Desideri di nuovo con questa stessa nave per Livorno, quattro giorni dopo, anche se con il vento sfavorevole si fermò a Sestri Levante dove ormeggiava la sera dello stesso giorno.




Purtroppo, il benvenuto nella sua città natale fu prolungato da un attacco della febbre terzana (a partire dal 17 novembre) e fino all’11 dicembre fu incapace di muoversi per Firenze, dove rimase fino al 18 gennaio 1728.  In questa città ricevette ‘onori molto particolari e favore speciale [da]le loro altezze serene e prelati illustri e personaggi meravigliosi e tutta la nobiltà e chierici sia della [sua] Società, sia delle altre Istituzioni e persone di tutti gli ordini, stati e condizioni’.






                                            LA CONTROVERSIA






Il Generale Tamburini, ormai malato, diede un amorevole benvenuto al suo missionario, ma era impegnato a gestire una situazione molto difficile. Durante il suo generalato, la questione dei riti si  era consumata e  conclusa in modo molto sfavorevole per la Compagnia di Gesù. La domanda del ‘cinese’ o ‘riti di Malabar’ originata dall’accettazione dei gesuiti della cultura del luogo in cui si trovano a lavorare. Il  Generale olandese Peter Hans Kolvenbach (nato nel 1928) afferma che ‘l’inculturazione è, sia metodo che sostanza dell’evangelizzazione. Ciò significa incontrare altri uomini alle loro radici e principi più profondi, e lì favorire un incontro con il Vangelo’.

Così all’interno del vasto territorio Cinese e non solo la partecipazione dei cristiani ai riti in onore degli antenati e di Confucio era tollerato; quanto i termini cinesi usati per indicare Dio, dacché i sacerdoti si vestivano come letterati locali; questo fu amaramente condannato dagli altri ordini religiosi più strettamente legati ad un aspetto esterno ortodosso e anche invidioso del successo ottenuto dai Gesuiti attraverso i missionari con grandi doti culturali e educazione scientifica, che  ricevettero un onorevole benvenuto a corte (Matteo Ricci è ancora onorato sia in Italia che in Cina).




Nel 1645 Propaganda Fide aveva già condannato i riti cinesi; i gesuiti si opposero alla censura la quale fu ribadita: nel 1704 e nel 1710 da papa Clemente XI, che nel 1715 impose il voto di osservanza.

Il generale Tamburini provò a difendere il ragionamento della sua società ma, sempre più accusato di negligenza e incapacità di assicurare il rispetto degli ordini, se non l’effettiva disobbedienza, fu colpito da terribili ingiunzioni registrate in un decreto del Propaganda Fide del 1723.

Il nuovo papa Benedetto XIII (Pierfrancesco Orsini, 1650-1730), eletto il 29 maggio 1724, con il suo stile distintivo di addolcimento dell’asperità, revocò l’emanato decreto, ma Propaganda Fide confermò sulla sentenza emessa, ed in questa situazione fu preannunciato il giudizio finale negativo sancito dal papa Benedetto XIV nel 1742, l’espulsione dei gesuiti da vari paesi e la soppressione dell’ordine da parte di papa Clemente XIV nel 1773.




In questo contesto Desideri, che era già stato accusato dai cappuccini con cui era stato in contatto di ‘errori inappropriati’ anche contro i Principi cristiani, capì subito che non aveva possibilità di vincere la sua causa e non sarebbe stato in grado di fare appello al Pontefice. Anzi, doveva difendersi da una grave accusa riguardante i suoi punti di vista che, come dichiarato da Gioacchino da S. Anatolia in una lettera del 20 luglio 1731,

 registrato più problemi per la Santa Chiesa di quelli cinesi’.

In una successiva lettera (2 agosto1731), indirizzata anche al suo confratello Paolo Maria da Matelica, cappuccino ribadisce queste accuse:

Sappiamo della miseria dei poveri cinesi e Cristiani di Malabar, ecc.; Dio non vuole che simili sventure accadano ai poveri in Tibet. I cappuccini […] per questo motivo aggravano lo sguardo teologico sui gesuiti’.

La situazione di Desideri era certamente sfortunata e per il momento non ha altra scelta che rifugiarsi nello scrivere il racconto del suo viaggio.




C’è poca documentazione di questo periodo, ma sappiamo che il missionario si sta preparando a lasciare Roma ma ciò gli fu impedito di farlo; il suo appello di riconciliazione e non certo contro i cappuccini per la missione in Tibet sono stati rivoltati contro di lui.

I cappuccini rimasti a Lhasa, che erano senza risorse e rinforzi adeguati, sostennero che le loro difficoltà dipendevano da questa controversia irrisolta e dalla trama del Gesuiti, e così chiesero ripetutamente una risoluzione della causa.

Padre Felice da Montecchio se ne prende la responsabilità, scrivendo una lunga serie di memorie (dodici, con tre ‘sintesi’ dei documenti allegati) che, nella  versione a stampa usata dai cardinali di Propaganda Fide è datata 1729, ma sembra essere stata compilata nel 1728:




“ Ordina, che neſſuno fondi nuove Miſſioni ſenza licenza , eſpreſſa della Sacra Congregazione ne luoghi aſſegnati ad altre Religioni per le Miſſioni. Terzo. Quando diedi a V. R. licenza d’andare al Thibet non mi era noto queſt'aſſegnamento fatto dalla Sacra Congregazione alli PP. Capuccini della Miſſione del Thibet ; anzi mi fu ſuppoſto, che dopo d’aver fondata quella Miſſione i noſtri P. P., ed eſſervi dimorati ſino al 1650: quando ne furono diſcacciati per una perſecuzione; non ſi era più riaperta da altri. E però V. R. non ſi meravigli di queſta nova diſpoſizione per le nuove notizie avute dalla Sacra Congregazione . V. R. dunque in ricevere ‘queſta mia ſubbito ſi diſponga a partire da coteſta Miſſione col merito, che averà acquiſtato appreſſo Dio in intraprendere così diſaſtroſo viaggio, ed in promovere con buoni principi, e con tanto Zelo la cognizione della noſtra Santa Fede in codeſto Regno, aggiunga quello della pronta ubbidienza aſſai più grata a ſua Divina Maeſtà, che ſe convertiſſe alla Fede tutti coteſti Regni, e ſubbito, che potrà mi dia avviſo dell’ eſecuzione data a queſto mio ordine, e mi raccommando a ſuoi Santiſſimi Sacrifici, ed Orazioni – Roma [7] & 16. Gennaro -- 1719. D.V. R.Servo in Criſto Michelangiolo Tamburini -- Al Molto Reverendo Padre in Criſto. Il Padre Ippolito Deſideri della Compagnia di Gesù -- Thibet." -








   



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