CHI DELLA FOLLA, INVECE,

CHI DELLA FOLLA, INVECE,
DIALOGO (filosofico) FRA DUE CACCIATORI

venerdì 7 aprile 2023

MA IO SONO QUI! E TU DOVE SEI?

 









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Era giunto il grande momento: per ventinove giorni avevo covato le mie venti preziose uova di oca selvatica; o meglio, io stesso le avevo covate solo negli ultimi due giorni, affidandole per quelli precedenti a una grossa oca domestica bianca e a un’altrettanto grossa e bianca tacchina, che avevano assolto il compito molto più affettuosamente e adeguatamente di me. Solo negli ultimi due giorni io avevo tolto alla tacchina le dieci uova biancastre, ponendole nella mia incubatrice (mentre l’oca domestica doveva covare fino alla fine le sue dieci uova). Io volevo spiare ben bene il momento in cui sarebbero sgusciati fuori i piccoli, e ora quel momento fatidico era arrivato.

 

Molte cose importanti devono accadere in una di queste uova di oca selvatica: accostandovi l’orecchio si ode dentro scricchiolare e muoversi qualcosa, e poi, ecco, si percepisce chiaramente un flebile, flautato ‘piip’.




Dopo ci vuole ancora un’ora perché si apra un buchino, attraverso il quale si scorge la prima cosa visibile del nuovo uccello: la punta del becco, con sopra il cosiddetto dente dell’uovo; il movimento del capo con cui il dente, dal di dentro, viene spinto contro il guscio dell’uovo, provoca non solo la rottura del guscio, ma anche uno spostamento dell’uccellino che vi giace dentro tutto avvoltolato su se stesso, e che lentamente gira all’indietro attorno all’asse longitudinale dell’uovo. Il dente si muove dunque dentro il guscio lungo un ‘parallelo’ sul quale apre una fila ininterrotta di buchini; alla fine, quando il cerchio si è chiuso, l’uccello con un movimento di estensione del collo fa sollevare l’intera calotta del guscio.

 

Lentamente, a fatica, si libera allora il lungo collo, che non riesce ancora bene a sostenere il pesante capino. Anche la nuca rimane incurvata nella posizione che ha avuto nell’embrione fin dall’inizio. Occorrono delle altre ore perché le articolazioni si distendano e divengano flessibili, perché i muscoli si rafforzino e prendano a funzionare gli organi del labirinto che mantengono l’equilibrio, perché insomma l’ochetta appena nata incominci ad avere il senso del sopra e del sotto e possa liberamente ergere il suo capo.




Quella cosina fradicia che fa capolino dal guscio è incredibilmente brutta e penosa, e soprattutto sembra più fradicia di quel che non sia in realtà: a toccarla, la si sente solo un po’ umidiccia. Questa impressione di bagnato e di appiccicoso che dà il povero abituccio di piume dipende dal fatto che ogni piuma è ancora strettamente racchiusa in un sottilissimo involucro, e così compressa non è più grossa di un capello; tutti questi capelli-piume sono tenuti appiccicati in mazzetti dal liquido albuminoso contenuto nell’uovo, e occupano così pochissimo spazio all’interno del guscio.

 

Poi gli involucri si asciugano, si polverizzano e cadono, permettendo alle piume di aprirsi. Le piume però non hanno bisogno di asciugarsi, perché erano asciutte già prima, in quanto gli involucri le proteggevano dal liquido dell’uovo. La rottura degli involucri viene naturalmente favorita e affrettata dai movimenti che fa l’uccellino appena uscito dall’uovo, strusciandosi ‘contro pelo’ ai fratelli e al ventre della madre chioccia. 




Se questo sfregamento non è possibile, come avvenne per la mia prima oca selvatica covata in incubatrice, gli involucri delle piume durano più a lungo del solito, e in questo caso si può assistere a un piccolo sorprendente prodigio: si passi dolcemente un batuffolo di ovatta unto di grasso contro il piumaggio dell’uccellino; i fragili involucri cadranno in piccolissimi frammenti simili a forfora, e l’ochetta subirà una magica trasformazione: dove è passato il batuffolo sorge ora un fitto bosco di vaporose, splendenti piume grigioverdastre, e in pochi secondi, in luogo del nudo mostriciattolo fradicio e appiccicoso, ci troviamo in mano una commovente pallottolina di piume, grande almeno il doppio.

 

La mia prima ochetta selvatica era dunque venuta al mondo, e io attendevo che, sotto il termoforo che sostituiva il tiepido ventre materno, divenisse abbastanza robusta per poter ergere il capo e muovere alcuni passetti.




La testina inclinata, essa mi guardava con i suoi grossi occhi scuri; o meglio, con un solo occhio, perché, come la maggior parte degli uccelli, anche l’oca selvatica si serve di un solo occhio quando vuole ottenere una visione molto netta. A lungo, molto a lungo mi fissò l’ochetta, e quando io feci un movimento e pronunciai una parolina, quel minuscolo essere improvvisamente allentò la tensione e mi salutò: col collo ben teso e la nuca appiattita, pronunciò rapidamente il verso con cui le oche selvatiche esprimono i loro stati d’animo, e che nei piccoli suona come un tenero, fervido pigolio.

 

Il suo saluto era identico, preciso identico a quello di un’oca selvatica adulta, identico al saluto che essa avrebbe pronunciato migliaia e migliaia di volte nel corso della vita; ed era come se anche lei mi avesse già salutato migliaia e migliaia di volte nello stesso identico modo. Neppure il migliore conoscitore di questo cerimoniale avrebbe potuto comprendere che quello era il primo saluto della sua vita. E io non sapevo ancora quali gravosi doveri mi ero assunto per il fatto di aver subìto l’ispezione del suo occhietto scuro e di aver provocato con una parola imprevidente la prima cerimonia del saluto.




La mia intenzione era infatti di affidare, una volta che fossero usciti dall’uovo, anche i piccoli covati dalla tacchina alla summenzionata oca domestica, che, pur non potendo covare più di dieci uova, era certamente in grado di guidare venti giovani ochette. Quando la mia piccola fu ‘pronta’, ne erano appena uscite altre tre dalle uova covate dall’oca. Portai l’uccellino in giardino, dove la grassa biancona se ne stava nella cuccia del cane, dopo averne cacciato senza alcun riguardo il legittimo proprietario, Wolf primo. Infilai la mano sotto il ventre tiepido e morbido della vecchia e vi sistemai ben bene la piccina, convinto di aver assolto il mio compito.

 

E invece mi restava ancora molto da imparare.

 

Trascorsero pochi minuti, durante i quali meditavo soddisfatto davanti al nido dell’oca, quando risuonò da sotto la biancona un flebile pigolio interrogativo: ‘vivivivivi?’. In tono pratico e tranquillizzante la vecchia oca rispose con lo stesso verso, solo espresso nella sua tonalità: ‘gangangangang’. Ma, invece di tranquillizzarsi come avrebbe fatto ogni ochetta ragionevole, la mia rapidamente sbucò fuori da sotto le tiepide piume, guardò su con un solo occhio verso il viso della madre adottiva e poi si allontanò singhiozzando: ‘fip… fip… fip…’.




Così pressappoco suona il lamento delle ochette abbandonate: tutti i piccoli uccelli fuggiti dal nido possiedono, in una forma o nell’altra, un lamento di questo genere. La povera piccina se ne stava lì tutta tesa, continuando a lamentarsi ad alta voce, a metà strada fra me e l’oca. Allora io feci un lieve movimento e subito il pianto si placò: la piccola mi venne incontro col collo proteso, salutandomi con il più fervido: ‘vivivivivi’.

 

Era proprio commovente, ma io non avevo intenzione di fungere da madre oca. Presi dunque la piccola, la ficcai nuovamente sotto il ventre della vecchia e me ne andai. Non avevo fatto dieci passi che udii dietro di me: ‘fip… fip… fip…’: la poveretta mi correva dietro disperatamente. Non riusciva ancora a star ferma in piedi, aveva il passo ancora molto insicuro e vacillante. Però, sotto la pressione del bisogno, possedeva già l’andatura rapida e impetuosa della corsa. In parecchi gallinacei questa sfasatura singolare ma utile, nella progressiva maturazione dei diversi movimenti, è ancora più pronunciata, e soprattutto presso le pernici e i fagiani i piccoli imparano a correre prima che a camminare lentamente o a stare fermi in piedi.




Avrebbe commosso un sasso la povera piccina, con quel modo di corrermi dietro piangendo con la sua vocina rotta dai singhiozzi, incespicando e rotolando, eppure con velocità sorprendente e con una decisione dal significato inequivocabile: ero io sua madre, non la bianca oca domestica! Sospirando mi presi la mia piccola croce e la riportai in casa. Pesava allora non più di cento grammi, ma sapevo benissimo come mi sarebbe stata greve, quanta dura fatica e quanto tempo mi sarebbe costato portarla degnamente.

 

Mi comportai come se fossi stato io ad adottare l’ochetta, non lei me, e la piccola fu solennemente battezzata col nome di Martina.

 

Passai il resto della giornata proprio come suole passarlo un’oca madre. Ci recammo su un prato tenero e fresco e riuscii a convincere la mia piccina che l’uovo tritato assieme alle ortiche era una pappa prelibata. E, dal canto suo, essa riuscì a convincermi che, almeno per il momento, era assolutamente escluso che io mi potessi allontanare da lei e abbandonarla anche per un solo minuto: cadeva subito in un’angoscia tanto disperata e il suo pianto era tanto straziante che dopo qualche tentativo mi diedi per vinto e costruii un cestino per potermela portare sempre dietro, in spalla, in modo che, almeno quando dormiva, io potessi muovermi liberamente.




Non dormiva mai molto a lungo, e in quella prima giornata non vi feci gran caso. Ma durante la notte me ne dovetti ben accorgere! Avevo preparato per la mia ochetta una magnifica culla riscaldata elettricamente, che aveva già sostituito il caldo ventre materno per molti piccoli da me allevati. Quando, a sera abbastanza inoltrata, misi la mia piccola Martina sotto la coperta termostatica, essa emise subito soddisfatta quel pigolio rapido che presso le giovani oche esprime la voglia di dormire e che suona pressappoco come un ‘virrrr’. Posi la cestina con la culla riscaldata in un angolo della camera e mi infilai anch’io sotto le coperte.

 

Proprio nell’attimo in cui stavo per addormentarmi udii Martina emettere, già tutta assonnata, ancora un sommesso ‘virrrr’. Io non mi mossi, ma poco dopo risuonò più forte, come in tono interrogativo, quel richiamo ‘vivivivi?’ che Selma Lagerlöf nella sua stupenda storia del piccolo Nils Holgerson, che ha avuto su di me tanta influenza quando ero bambino, traduce con geniale, penetrante intuizione nella frase:

 

‘Io sono qui, tu dove sei?’.

 

‘Vivivivi?: io sono qui, tu dove sei?’.




 Io continuai a non rispondere, rannicchiandomi sempre più tra le coltri, e sperando intensamente che la piccola si sarebbe riaddormentata.

 

Macché! Ecco di nuovo il suo ‘vivivivivi?’, ma ora con una minacciosa componente tratta dal lamento dell’abbandono: un ‘io sono qui, tu dove sei?’ pronunciato con il viso atteggiato al pianto, con gli angoli della bocca abbassati e il labbro inferiore voltato in fuori; cioè, presso le oche, con il collo tutto ritto e le piume del capo arruffate.

 

E un istante dopo ecco uno scoppio di striduli e insistenti ‘fip… fip…’. Dovetti uscire dal letto e affacciarmi sul cestino;

 

Martina mi accolse beata salutandomi con un ‘vivivivivi’. Non voleva più smettere, tanto era il sollievo di non sentirsi più sola nella notte. La posi dolcemente sotto la coperta termostatica: ‘virrrr, virrrr’. Si addormentò subito, deliberatamente, e io feci lo stesso. Ma non era passata neppure un’ora (erano circa le dieci e mezzo), quando di nuovo risuonò il ‘vivivivivi’ interrogativo, e si ripeté esattamente la sequenza di cui sopra.




E poi di nuovo alle dodici meno un quarto, e all’una. Alle tre meno un quarto mi levai e decisi di cambiare radicalmente la disposizione degli elementi nell’esperimento. Presi la culla e me la posi a portata di mano presso la testata del letto. Quando, secondo le previsioni, alle tre e mezzo si fece sentire il solito interrogativo «io sono qui, tu dove sei?», io risposi nel mio stentato linguaggio di oca selvatica con un ‘gangangangang’ e diedi qualche colpetto alla coperta termostatica. ‘Virrrr’, rispose Martina ‘io sto già dormendo, buonanotte’. Presto imparai a dire ‘gangangangang’ senza neppure svegliarmi, e credo che ancor oggi risponderei così se, nel profondo del sonno, udissi qualcuno sussurrarmi sommessamente ‘vivivivivi?’.

 

Però all’alba, quando si fece chiaro, non mi servì più a nulla dire ‘gangangangang’ e dare colpetti alla coperta: Martina, con la luce del giorno, si accorse che il cuscino non era me e cominciò a piangere perché voleva venire proprio da me. Che cosa si fa quando il nostro grazioso, adorato fantolino si mette a strillare alle quattro e mezza di mattina? Be’, non c’è altro che tirarlo su e prenderselo in letto, rivolgendo al cielo una sommessa preghiera perché l’angioletto se ne stia tranquillo almeno un altro quarto d’ora. Ed egli lo fa, e voi vi riaddormentate voluttuosamente finché, sì finché non sentite al vostro fianco qualcosa di umidiccio…




 Questi inconvenienti non si verificarono mai con la mia piccola Martina: finché un’ochetta è nello stato d’animo di starsene acquattata sotto la mamma, si può stare sicuri che si manterrà pulita. Ma se si sveglia e vuole alzarsi, bisogna proprio toglierla al più presto dal letto.

 

Nel complesso Martina era una bambina molto buona. Non dipendeva da una sua ostinazione il fatto che non riuscisse a star sola neppure un minuto: bisogna pensare che per un giovane uccello della sua specie, che vive normalmente allo stato selvaggio, il perdere la madre e i fratelli significa una morte sicura. E dal punto di vista biologico è assai significativo che quelle pecorelle smarrite non pensano più né a mangiare, né a bere, né a dormire e, fino all’esaurimento totale, investono ogni scintilla di energia in quei gridi di aiuto grazie ai quali sperano di ritrovare la madre.




Se si possiedono parecchie giovani oche selvatiche relativamente affiatate fra loro, si riesce con un po’ di severità ad abituarle a star sole. Invece un animale isolato piangerebbe letteralmente fino a morirne.

 

Questa profonda avversione istintiva per la solitudine produsse in Martina un enorme attaccamento alla mia persona: mi seguiva dappertutto, ed era pienamente felice quando io lavoravo alla scrivania e lei poteva starsene sotto la mia sedia. Non mi importunava affatto, e le bastava che io le rispondessi con un grugnito inarticolato ogni volta che mi chiedeva nel solito modo se io ero ancora vivo e presente. Di giorno lo faceva ogni due minuti, di notte circa una volta all’ora. Vorrei conoscere la persona, o meglio non vorrei conoscere la persona che non rimarrebbe incantata e commossa da un simile attaccamento da parte di un’ochetta; di questo vivace batuffolo di piume che vi cammina dietro pieno di quella buffa dignità comune a tutte le oche, e che, se andate troppo in fretta, si sforza di rincorrervi con le alucce spiegate.




Ed è commovente, anche se esasperante, come lo ‘ueh, ueh’ dei nostri lattanti, il lamentoso canto di abbandono che subito intona se uscite dalla stanza anche per un solo minuto; e ancor più toccante, e per nulla esasperante, è la gioia eccitata con cui vi accoglie quando ricomparite, il suo saluto giubilante che sembra non voler più finire. Ma la cosa più bella è che questo tenero attaccamento della piccola oca ci permette di stabilire uno stretto legame con un animale selvatico non addomesticato, e di osservarlo all’aperto, liberamente, in un ambiente del tutto naturale.

 

Poiché comunque, per amore di Martina, mi ero rassegnato a fare la parte della madre, non tentai più di mettere sotto l’oca domestica le altre nove ochette che vennero alla luce sotto il ventre della tacchina nei due giorni seguenti, come mi ero originariamente proposto di fare. Dieci piccole oche non richiedono più tempo che una sola, anzi ne richiedono meno a chi si prende cura di loro, perché lasciarle sole diviene un’impresa un po’ meno critica. 

(K. Lorenz)







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