giuliano

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IL TOMO

domenica 15 aprile 2012

GO WEST (baby....)













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.....Nella primavera del 2002 a Lhasa stava cambiando tutto......
Le politiche scelte per potenziare la campagna 'Go west' stavano trasformandosi
da progetti in imprese reali, destinate a mutare il Tibet in una civilizzata società post-
industriale simile a Pechino, Shangai o al centro manifatturiero di Shenzhen.
Era una visione che meritava molto di più di una ferrovia.




















In realtà, richiedeva la precipitosa urbanizzazione non solo di Lhasa, ma anche dei
più piccoli villaggi delle regioni più rurali. Nel nono piano quinquennale per la TAR
del 1996, il governo centrale aveva richiesto la creazione di più di 70 nuove cittadi-
ne e di diverse grandi città entro il 2020.
Quegli obiettivi, che erano stati vagamente definiti decenni prima, quando Mao ave-
va dichiarato che la popolazione del Tibet avrebbe dovuto raggiungere i 10 milioni,
ricevevano ora una grossa spinta dalla nuova audacia della Cina.


















Il primo passo della nascente trasformazione del Tibet implicava l'eliminazione di ogni
infrastruttura antiquata, con un processo che era iniziato a Lhasa nel 2002 (ancor pri-
ma, come già enunciato nel...1950), poco dopo il disgelo primaverile. Se ci spostava
in direzione ovest sulla Bejing Donglu, verso il torreggiante palazzo del Potala, la cit-
tà appariva sottosopra.
I crescenti tormenti dello sviluppo facevano sembrare i quartieri situati tra Barkhor e
la piazza del palazzo appena bombardati. Solo l'angolo di una strada manteneva la
caratteristica architettura tibetana sbandierata sugli opuscoli turistici, cioè un muro
a forma lievemente piramidale ricoperto di calce che splendeva al sole.
A poca distanza, l'intera città era coperta da cumuli di macerie.


















Una piccola strada, delimitata da pochi muri sinuosi che erano sopravvissuti alla dis-
truzione, portava a quello che era stato un cortile centrale, il nucleo tradizionale degli
edifici residenziali di Lhasa. Una donna anziana, sua figlia e la nipotina erano sedute
fuori da una porta e cercavano di proteggere le scodelle di 'noodle' dalla onnipresente
polvere delle demolizioni.
Vicino a loro ondeggiava un enorme telone di plastica blu che sostituiva uno dei muri
demoliti. Le donne avevano la bocca protetta dal filtro dell'immancabile velo. Vicino
a loro si estendeva un'area desolata coperta da nubi di polvere, dove alcuni uomini,
in cima a mucchi di macerie bianche di circa cinque metri, facevano ruotare le mazze
in lunghi archi fluttuanti per poi abbatterli ovunque fossero ancora rimaste parti di
muro intatte.



















La donna più giovane spiegava che la polizia annunciava ai residenti la demolizione
solo quando era il momento che se ne andassero. Lei e la madre aspettavano la notizia
da un momento all'altro, ma non sapevano dove andare.
La campagna di demolizione della gran parte di Lhasa, quasi simile a quella che si stava
conducendo quell'anno a Pechino nei tipici quartieri 'hutong', raggiunse il culmine nel mag-
gio del 2002. Allontanarsi da un quartiere per ventiquattro ore significava tornare e trova-
re che aveva cambiato aspetto, che un altro edificio era stato distrutto e al suo posto erano
già stati alzati nuovi ponteggi.



















Come un mare crescente, i negozi cinesi e i portici che si erano insediati all'estremità occi-
dentale di Lhasa stavano lentamente avanzando oltre il palazzo del Potala verso il Barkhor,
il quartiere più caratteristico, più sacro e più tibetano della vallata.
Alla sua estremità meridionale, gli antichi edifici lungo il fiume Kyichu venivano demoliti a
ritmo devastante per far posto a nuove costruzioni. Il santuario storico del Barkhor era
preso d'assalto. Stranamente, in quell'epoca i turisti preferivano vedere l'altro aspetto di
Lhasa.





















In effetti, visitare la città nel 2002 significava entrare in una specie di caparbio stato di ne-
gazione che si appoggiava sulla sopravvivenza di un numero ancora sufficiente di aspetti
tipicamente tibetani, come i templi profumati di incenso e i monaci vestiti di giallo zaffe-
rano.
La guida del Tibet di 'Lonely Planet' non dedicava più di qualche decina di parole alle
parti della città esterne all'area del Barkhor, come se non esistessero.


















I visitatori si addentravano in giri senza fine per il Barkhor, visitando il tempio di Jokhang
e quello vicino di Ramoche, fotografando i pellegrini tibetani con gli abiti dai colori vivaci
che erano arrivati a Lhasa dalla campagna, poi sorseggiavano un aromatico 'masala' indi-
ano o un 'daal baat' tibetano in un caffè destinati ad attrarre il gusto degli occidentali.
Quando ne avevano voglia abbastanza del Barkhor, potevano prendere un taxi per il
Potala o fino ai grandi monasteri vicini, come quelli di Drepung e Sera, o al massimo or-
ganizzare un giro in jeep nei dintorni.




Per gli stranieri era illegale usare i servizi pubblici verso le principali mete turistiche fuori
Lhasa, ma, da quando Pechino aveva identificato il turismo come uno dei pilastri della
regione, non mancavano le guide e neppure le agenzie.
Mentre scivolavano da una stradina all'altra, i viaggiatori scrutavano minuziosamente o-
vunque, in una silenziosa competizione per scoprire gli angoli più genuini, evitando di
instaurare legami tra loro per salvaguardare le loro private fantasie alla Francis Youngh-
usband: ognuno avrebbe potuto essere il primo occidentale a scoprire la vera Lhasa
in mezzo alle macerie.





















Ma più sovente si lamentavano della città imperfetta che avevano trovato.
Secondo alcuni, Lhasa era stata ridotta a un deludente crocicchio di turisti sulla strada
verso l'Everest, il Nepal o l'Occidente incontaminato del Tibet.
Un antropologo espatriato, Matthew, cercava ogni tanto di scrollare gli occidentali dalla
loro miopia, sfidandoli a guardare a occhi aperti il Tibet in via di estinzione. 'Il fascino
del Tibet è in qualche modo una serratura a tempo, sopravvissuto a diversi cambiamenti,
e la gente vuole afferrarlo in qualche modo', mi spiegò.
'La maggior parte dei turisti va in Tibet per qualcosa di esotico: c'è questa idea di vedere
che cosa riusciamo a catturare di quanto esisteva precedentemente, ignorando che cosa
c'è adesso'.
Ma mentre molti occidentali scrutavano il passato con la lente d'ingrandimento, i cinesi
tenevano sempre di più gli occhi fissi sul futuro. Al centro dei rapidi cambiamenti nelle
strade di Lhasa c'era il grande dilemma moderno della Cina: come sarebbe stato possi-
bile trasformare le province più povere da un passivo a un attivo?
((A. Lustgarten, Il grande treno)












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