giuliano

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IL TOMO

mercoledì 18 aprile 2012

TRENT'ANNI FA....














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Welcome to Tibet!
Guardiamo i pallidi volti dei turisti e in fretta cacciamo giù il nostro pranzo.
Poi più nulla ci trattiene, la curiosità ci spinge in città, mentre con nostro
grande sollievo l'ufficiale di collegamento e l'interprete si ritirano nelle loro
stanze.
Vogliono abituarsi con calma alla quota. Lhasa è pur sempre a 3700 metri.
Percorriamo a piedi i tre chilometri dall'hotel fino ai bordi della città. Abbia-
mo con noi una vecchia piantina e cerchiamo prima di tutto il Lingkor, la
famosa strada dei pellegrini che racchiude il settore sacro della città.















Asfalto, cemento, camion che suonano il clacson, non più pellegrini che stri-
sciano nella polvere e statue del Buddha. Passando davanti a banche ben
protette da inferiate e a uffici amministrativi che circondano il troneggiante
Potala come un orribile collare, ci perdiamo in stradine che diventano sem-
pre più piccole.
Il deserto si anima e improvvisamente ci troviamo sul Parkhor, l'anello di
strada più interno che racchiude il tempio di Jokhang, il luogo più sacro del
Tibet.
































Vecchie case tibetane con le finestre di legno intagliato gli fanno corona.
Accostati ai muri i venditori hanno esposto le loro merci per terra: stoffe,
scarpe, lane, stoviglie di metallo. Una fitta e colorita umanità si muove in
quest'anello in senso orario.
Dopo i volti riservati di Pechino, la vivacità della vecchia Lhasa ci toglie il
fiato. Qui si affollano pellegrini di tutto il paese. Alti uomini della ribelle pro-
vincia di Kham con le nere trecce fissate con una benda di lana rossa, am-
do-tibetani riconoscibili dal loro cappello rotondo, nomadi avvolti in grasse
pelli di pecora.


























Nella polvere della strada una vecchia donna percorre tutto il Parkhor pros-
trandosi continuamente a terra. Quando la fronte e le braccia, protette da
assicelle di legno, hanno toccato il terreno, si solleva per rigettarsi stesa a
terra là dove era arrivata con le mani.
Una volta vi erano pellegrini che percorrevano in questo modo la strada dal
loro villaggio fino a Lhasa.
A Lhasa, rimasta per secoli isolata, gli stranieri sono ancora oggi guardati
come bestie rare. In un baleno siamo circondati da una folla che ci toglie l'-
aria. Occhi sorridenti ci guardano, mentre un denso odore di grasso, fumo
e urina ci fa quasi star male.





























Quasi tutti ci porgono qualcosa, chi un amuleto, chi un gioiello o un pezzo
di stoffa da smerciare. Sono felice, finalmente siamo arrivati.
Sotto il vecchio salice rinsecchito e ricoperto di bandiere di preghiere davan-
ti al tempio di Jokhang, si sono sistemati pellegrini e mendicanti con le loro
famiglie. Il profumo dei bastoncini di incenso si mescola all'odore delle lam-
pade a burro. Sulle lastre di pietra davanti all'entrata del tempio sono pros-
trati i fedeli; tra le dita fanno scorrere il rosario, mentre le labbra mormora-
no le preghiere.
So che i tibetani, attraverso l'Armata Rossa di Mao, era stata vietata per leg-
ge qualsiasi pratica religiosa, fino allo scioglimento della Banda dei Quattro;
sono perciò molto colpito dal fervore religioso che mi circonda.


























Comincio a pensare che il buddhismo abbia dato ai tibetani la forza di resis-
tere e di sopravvivere indomiti a tutte le crudeltà inferte dai cinesi 'liberatori'.
Quando il 9 settembre 1951 le prime truppe cinesi marciarono su Lhasa,
queste si comportarono dapprima, con grande stupore della popolazione,
come una vera armata di liberazione, cioè pacificamente. Venne sottoscritto
un trattato che toglieva ai tibetani i diritti in politica estera, che però garanti-
va loro l'autonomia nella politica interna.
I poteri del Dalai Lama non avrebbero dovuto essere toccati.
Me ben presto soffiò un altro vento. A Lhasa vennero piazzati sempre più
soldati e le forniture di vettovaglie che i tibetani dovevano predisporre per
l'armata non furono più pagate; al Dalai Lama venne contrapposto il Pan-
chen Lama, educato in Cina.



















Allo scioglimento dell'armata tibetana seguirono i primi attacchi al potere
dei monasteri. Quando gli occupanti cominciarono a sequestrare, a far sgom-
berare i monasteri, a imprigionare e umiliare pubblicamente monaci e gros-
si proprietari terrieri, nella provincia di Kham si arrivò alla rivolta aperta.
In tutto il paese si diffuse una guerriglia che sarebbe durata 15 anni.
Il giovane Dalai Lama cercò di mediare e restò nel paese. Ma i cinesi tenta-
rono di intimidire con crudeltà sempre più brutali.
Monaci e laici vennero torturati e uccisi, le donne violentate, i bambini venne-
ro deportati in Cina. Nel marzo 1959 a Lhasa ci fu un sollevamento popola-
re e il Dalai Lama fuggì in India, seguito da decine di migliaia di tibetani che
scelsero l'esilio.



























Dopo la caduta ufficiale del governo tibetano, il potere venne preso dai mili-
tari cinesi. Le loro 'riforme' condussero ad una miseria mai vista e migliaia
di persone morivano di fame.
Intanto proseguivano le uccisioni e le distruzioni dei monasteri; i monaci ven-
nero messi in campi di concentramento-lavoro. Per riuscire a mettere le ma-
ni sui guerriglieri, venne imposto a tutto il paese il divieto di viaggiare.
Lavaggio del cervello e rieducazione, lavoro forzato e divieto di pratiche reli-
giose erano venuti a far parte della tormenta della vita quotidiana. Come per
beffa il 9 settembre 1965 il Tibet venne proclamato Regione Autonoma.
Un gabinetto di marionette danzava al fischio del Comitato Centrale di Pechi-
no e le Guardie Rosse tenevano in scacco la straziata popolazione.


































Nel 1966 una nuova ondata di violenza, l'innovatrice rivoluzione culturale di
Mao, annientò ciò che ancora era rimasto. Migliaia di monasteri vennero rasi
al suolo, le statue d'oro e i tesori vennero portati in Cina. Lo stato del Dio-Re,
culla dell'ultima tra le antiche culture della Terra, venne annientato e snaturato
con l'insediamento in massa di cinesi.
Solo a Lhasa, accanto a 40.000 tibetani, vivevano 120.000 cinesi.
Giacimenti del sottosuolo e boschi, una ricchezza vitale del paese, vennero
sfruttati senza ritegno, i tibetani tiravano avanti stentatamente nelle comuni con
un duro lavoro e tasse esorbitanti. Solo una cosa i cinesi non potevano sradi-
care: la fede nel Buddha, radicata nel cuore dei tibetani, e la loro fedeltà al
lontano Dalai Lama.




Perciò non mi stupisce che il commerciante che vendeva davanti al tempio le
foto del Dalai Lama sia circondato da un grappolo umano. Essi continuano a
chiamare il loro amato Dio-Re 'Jishi Norbu', il 'prezioso gioiello'.
Anche il libero commercio sui mercati era proibito ai tibetani fino al 1980.
Ora mercanteggiano di nuovo e godono visibilmente di questa nuova piccola
libertà. Burro di yack, verdura, tè pressato in tavolette trovano rapido smercio.
Sotto i banchi di vendita dei commercianti dormono decine di cani al riparo
dalla calura del giorno.
Persino il permesso di tenere i cani è un'innovazione. Le Guardie Rosse nello
slancio delle loro azioni di rastrellamento li avevano uccisi e solo chi conosce
l'amore dei tibetani per gli animali capisce la gravità che poteva avere per loro
questa azione.
Il buddhismo aborrisce l'uccisione di qualsiasi essere vivente.....
(R. Messner, Orizzonti di ghiaccio)













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