giuliano

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IL TOMO

martedì 13 dicembre 2016

DIETRO LE SCENE











































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Dietro le scene (2)















A senso d’equivoci, facciamo i nostri patti innanzi, che non ci sia dopo da taroccare o da guastarci il sangue!
Io non vi conduco sul palcoscenico per fornirvi l’occasione di far la corte alle donne della compagnia. Dio Guardi!... Prima di tutto posso assicurarvi che perdereste il vostro tempo. Le attrici del teatrino meccanico sono tutte ragazze ammodo, incapaci di fare uno sdrucio al sopraggitto del decoro muliebre; e di esporsi al pericolo d’una rottura per soddisfare qualche capriccio proprio od altrui.
La prima donna, benché eserciti il suo mestiere da circa dieci anni – una marionetta di buona famiglia dura di rado fino a quindici – ha sempre, se Dio vuole, tutta la mastiettatura intatta, la testa salda sulle spalle, e nemmeno una vite spanata… che è tutto dire.




L’amorosa, maneggiata un po’ troppo spesso secondo le esigenze del dramma moderno, ha qualche congiuntura un tantino sgangherata, e un occhietto o due che le fischiano a ogni movimento, ma sono accidenti inseparabili dalla natura burattinesca, e la brava figliola può sempre guardare in faccia il prossimo suo senza diventar rossa.
La servetta ha sofferto le pene dell’inferno per un chiodo conficcato male, Dio ci liberi tutti, nell’orifizio della noce del collo; pur tuttavia non c’è barba di ballerino e di pantomimo che possa vantarsi di averle offerto da bere un caffè…. Fuori di scena.
Tutte queste signore sono nubili, libere come l’aria – tranne quell’incomodo del ferro incavicchiato nel cranio – e non hanno doveri da compiere verso nessuno; e ciò non ostante si mantengono in tutto e per tutto della simpatia che ha sempre dimostrato per loro Santa Madre Chiesa, e meritevoli d’esser ricevute in qualunque casa di persone per bene. Conosco io delle femmine, che recitano la commedia con molto minor successo, e che in certe materie non potrebbero dire altrettanto.




E poi i burattini maschi sono gelosi….
Nessuno ha mai insegnato a chiudere un occhio… e chi si attentasse ad allungare le mani nel gruppo, toccando imprudentemente certi tasti e tirando certi fili alla sbadata, potrebbe sentirsi arrivare lì per lì un calcio tra le quinte da portarne il livido per una settimana. Né soltanto bisogna badare dove si cacciano le mani, ma è anche indispensabile stare attenti a dove si mettono i piedi. Il palcoscenico delle marionette è sempre così ingombro di seggiole, di panche, di sgabelli, di pioli, di carrucole, di puleggie fissate sul tavolato, di rocchetti installati a mezz’aria, di puntelli volanti, di corde, di cinghie, di fili di ferro – tutta roba che serve ai voli, alle trasformazioni, alle apparizioni, alle apoteosi dei balli e delle pantomime – che per un passo falso o per un gesto troppo vivace, c’è da provocare un cataclisma da digradarne il terremoto della Guadalupa.




Così sul subito, l’effetto che si prova dietro il sipario d’un teatrino di pupazzi, è un effetto bizzarro e sorprendente. Il luogo è angusto, oscuro, imbarazzato. Tutto intorno aleggia un odore indefinibile, un profumo speciale, acuto, vertiginoso, che dal naso sale al cervello; qualche cosa come un miscuglio di vernice, di zoccolaia, di sudore, di segatura di cipresso, di petrolio, di sugna e di… stivali; fuso e rimescolato talvolta con un soave baccellone.
Gli stangoni delle quinte vi arrivano a mala pena alle spalle; di guisa che la testa d’un uomo ordinario sporge al di sopra dei rattoppati cieli di tela dipinta, e par che galleggi framezzo alle nuvole. Lungo le pareti, unte come fette di pane levate allora di sotto lo stufatino, stanno impiccati cinquanta a sessanta poveri diavoli di fantaccini d’ambo i sessi, che in quella penombra vi guardano cogli occhi di vetro fissi e luccicanti; i quali, veduti da vicino, hanno un’espressione di spavento o di rabbia che agghiaccia il sangue nelle vene. 
Uno ha la testa voltata alla rovescia e pendente orribilmente lungo la schiena; un altro mostra le braccia contorte e le gambe attorcigliate, e la vita ripiegata in tronco sui fianchi, come se avesse una cantonata sulla....

(Prosegue...)














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