giuliano

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IL TOMO

sabato 7 febbraio 2015

I NOSTRI PRIMI SOGNI I NOSTRI PRIMI PENSIERI (14)



















Precedente capitolo:

I nostri primi sogni i nostri primi pensieri (13)













Dopo l'inevitabile per quanto lunga premessa, mi ricollego ai motivi di questa Lettera, perché come Lettera o meglio Epistola si è generata questa nostra disquisizione, da cui si è evoluta una spirale di argomentazioni tutte connesse fra loro, è inevitabile essere puntuali sulla Genesi di questo nostro Creato e quanto da noi Creato!
E visto anche che i ghiacciai ‘proposti’ non a caso nel precedente Post, con le belle immagini che lo accompagnano, oltre che ‘episodi’ onirici di possibile ed imminente futuro rappresentano anche scenari di possibili e probabili cataclismi mentali che si riversano (e si sono riversati) sul nostro presente passato e futuro: cataclismi psicologici e mentali in cui la Natura malata, certo non a causa dell’uomo, ma altresì più certamento vero, l’uomo più malato di sua Madre…; riprendo la strada con te iniziata è ripropongo degli interessanti articoli in schede qui riportate… (Dal tuo articolo ‘La necessità di una visione e di una cura integrate’ pag. 4/8)





                                                 
                                               










… Prendo spunto dal passo sottolineato a pag. 8 per una breve simmetria rilevata: sia per le date dedotte cui fanno riferimento, sia per la precisione dei dati riportati… e leggo:

‘Una delle cause più frequenti dell’eccessiva mortalità infantile è la diffusa pratica, nelle zone industriali, di narcotizzare pericolosamente i bambini piccoli, in modo che essi possano essere messi da parte più comodamente quando si presentano occupazioni più lucrative di quella di allattare il bambino. A questo scopo, centinaia di galloni di oppio sotto varie forme sono vendute settimanalmente in molti distretti del Paese. E non è probabile che questa pratica venga fermata fino a che le giurie non potranno essere indotte a considerare una cosa grave le improvvise fatali disgrazie che questa sorta di avvelenamento cronico non di rado produce’.

… Quindi, conclude il tuo bell’articolo, la Depressione non nasce dal nulla ma è frutto di un elemento scatenante, pagine direttamente riconducibili a quelle altrettanto illuminanti del tuo bel saggio e riporto per intero nelle schede di seguito….. (Dal tuo libro: ‘La bilancia dello stress’ schede libro pag. 32/33/34/35)

















  ….. Ecco sono proprio i tratti di quell’elemento che motivano la fonte filosofica dei miei e tuoi pensieri, e rispondo alla tua precisa e nitida volontà di attingere alla ‘Galleria’ del nostro comune ‘passato’ con altrettante valide argomentazioni…, prendendo atto come il tuo saggio sia più che ‘dettagliato’ nel raccogliere ‘informazioni’ sul male su cui disquisisce…. e replico…






Il filo logico che mio malgrado cede ai ‘deliri’ della letteratura in una visione creatrice di mondo mi conduce alla mistica verità di una poesia, di una pittura, di un sogno; tanto duraturo quanto infinito, inspiegabile e bello, perché entro la logica di ciò che non appare razionale (nel supposto loro raziocinio). Ma veleggia nel bagaglio di una memoria antica senza tempo.
Sono partito all’inizio del ‘Viaggio’ certo di appartenere alle false verità di ‘Danceman’, mi domando ora quasi alla fine del tempo divenuto certezza entro la logica del limite, se la vita vera di noi ‘androidi’ è un sogno non sognato. Perché la vita come è o dovrebbe essere, è solo un miraggio desiderato da pochi ed incivili ‘disadattati’se non addirittura schizofrenici personaggi, quale io (assieme ad altri) appaio. In tutte le opere che ho creato nei secoli e che continuo ad ammassare in una stratigrafica visione che mi consegna all’incertezza di una certezza nuova vista attraverso l’intuizione ma priva di parola; percepita come un sogno antico e appartenuto (non solo all’uomo), dove sembra diventarne estraneo. Ad un vortice infinito di creazione, nella parola, che diviene mistero e limite di se stessa. Il mistero della migrazione di un semplice animale mi conduce verso la percezione di ‘povertà di mondo’.
Nel momento in cui sogno il suo volo (ed il volo sogna di me) ed il desiderio che si cela nella sua ricchezza, esprimo un concetto onirico di lontana memoria. Il volo privo dell’espressione della coscienza spiega la semplicità dell’esserci ed appartenere con la percezione inconsapevole di esso (mondo), perché parte di esso e tutt’uno. Rimaniamo prigionieri del limite della parola che attraverso l’analisi e lo studio tenta una probabile spiegazione, una probabile equazione, che possa sollevare nelle ali di un volo eterno, condizione e percezione.




Se taglio il nastro, si rese conto, il mio mondo scomparirà. La realtà continuerà a esistere per gli altri, ma non per me. Perché la mia realtà, il mio universo, mi viene da questa minuscola unità. Analizzata e poi diretta al mio sistema nervoso centrale man mano che questo nastro si snoda a passo di lumaca. Sono anni che questo nastro si va svolgendo, concluse. Prese i vestiti, li indossò, si sedette nella sua grande poltrona, un lusso importato nel suo appartamento dagli uffici principali della Tri-Plan, e accese una sigaretta. La mano gli tremò mentre poggiava l’accendino con le sue iniziali; piegandosi all’indietro, soffiò il fumo davanti a sé, creando una nuvoletta grigia. Devo procedere per gradi, si disse. Cosa sto cercando di fare? Scavalcare la mia programmazione? Ma il computer non ha trovato alcun circuito di programmazione. Voglio interferire con il nastro della realtà? E se sì, perché? Perché penso, se controllo il nastro, io controllo la realtà. O almeno, la realtà che mi riguarda. La mia realtà soggettiva… L’unica realtà che esiste. La realtà oggettiva è una costruzione sintetica, che ha a che fare con un’ipotetica universalizzazione di una moltitudine di realtà soggettive. Il mio universo scorre tra le dita, capì improvvisamente. Se riesco a comprendere come funziona questo dannato meccanismo… Ciò che avevo stabilito di fare all’inizio era cercare di localizzare il mio circuito di programmazione così da poter ottenere un vero funzionamento omeostatico: il controllo di me stesso. Ma con questo… Con questo non avrebbe avuto soltanto il controllo di se stesso; avrebbe controllato tutto. E ciò mi rende diverso da qualsiasi altra umano sia mai vissuto e morto, pensò con serietà.

(P.K. Dick, La formica elettrica)




 Così da uno, divento mille, centomila… tutto….. Talvolta il sogno dell’androide diviene allucinazione e desiderio inconsapevole di una umanità incompiuta di essere ciò che non è possibile nella realtà divergente di una differente utopia totalitaria; e se il nastro della vita scorre immutabile, io provo a praticare dei fori per rallentarne il meccanismo nel circuito prestampato che legge la memoria. Ed è vero …, seduto, in un angolo della mia prigione di cemento ecco apparire tutti i disegni, i colori, i voli, le corse, gli odori, le percezioni, di una vita antica. Una vita che mi è appartenuta nel momento in cui ero un tutt’uno con essa nella costante dimensione di una realtà in cui ero una sol cosa per stupirmi della grandezza al contrario della nostra piccolezza. Se abbiamo imparato a cacciare perché il ricordo e la paura sono nel nostro bagaglio genetico e la volontà di sopravvivenza detta le condizioni.  Poi abbiamo scorto i limiti che sono nella nostra natura attraverso il dono della coscienza, dell’intelligenza; abbiamo misurato la distanza fra il calco e la forma nel progressivo cedere all’istinto le ragioni di un probabile pensiero.
Ma ciò ha giocato sempre a nostro favore? 
Non sempre.
Ha contribuito ad elevarci, ma non a volare.
A camminare, ma non a correre.
Ad osservare, ma non a vedere.
A pregare, ma non a parlare con Gaia.
A sognare per non vedere.
Credere nel destino ed abdicarlo ad un nastro della realtà.
Così nella differenza fra quella povertà e ricchezza cosa posso dire: loro sono il mondo, noi le eccezioni per cantarne la regola. Ma anche la regola sembra sempre sfuggirci perché è nostra prerogativa inventarne una e non sottostare a quella che da sempre esiste. Noi siamo gli abitatori cosiddetti evoluti con il miracolo della vita e il dono dell’intelligenza alla ricerca di una ipotesi; ci perdiamo in una folta boscaglia che la via, come il poeta disse, è smarrita. E’ smarrita tutte le volte che non riconosco la compatibilità con le ragioni della vita stessa negli ecosistemi ambientali e nelle fragili connessioni, nelle ragioni dell’uno sul tutto e del tutto sull’uno. Gli equilibri sono dettati da questi principi. Possono mutare nel tempo nel momento in cui l’uomo, unico essere vivente, può far a meno di questa logica riducendo il mondo ad una sorta di serbatoio di materie prime da dover sfruttare in ragione della sua esclusiva sopravvivenza. Il principio è il medesimo dell’animale, suo antenato, non simile. Nella differenza, però, che l’animale, pur avendo in sé quella percezione ‘limitata’ di mondo vive la propria esistenza con il minor danno possibile (eccetto rari casi) per sé e gli altri suoi simili.




Noi al contrario, possiamo vivere attraverso nuovi usi e costumi della comunicazione che ci danno la percezione di quella totalità limitante di vita che è il progresso nella sua forma più meccanicistica, cosicché osserviamo il mondo attraverso questi moderni oblò, e per farlo, alterare in maniera irreparabile equilibri dettando logiche che non sono confacenti con quelle eterne della natura. L’apparenza inganna la vista e se in 250 anni posso dire o pensare di aver acquisito nuova ricchezza e con essa progresso, in realtà la ‘verità velata’ ci appare ingannevolmente falsa. Possiamo ammirare affascinati i successi della tecnologia e non solo, in splendide vetrine, ma certamente dietro a quella logica di profitto non si manifesta il volto del mondo. La bellezza della natura in tutte le manifestazioni che la caratterizzano diviene una verità nascosta dietro apparenze che tentano di riprodurne l’armonia originaria; la vediamo attraverso la sua riduzione in un qualcosa di mutato per sempre a danno della forma originaria, che, come la verità, viene celata agli occhi del nuovo osservatore ricco di mondo ma irrimediabilmente povero dei suoi contenuti, trasposti in elementi per la nuova creazione. Quello che vediamo è il risultato dell’essere per appartenere e riconoscersi nel mondo per poi celebrarne una nuova ed assoluta mitologia. Esistiamo in base a ciò che la ‘merce’ esposta ci invita a partecipare, nella costante imitazione e inversa trasposizione. Noi ‘poveri’ di mondo difficilmente comprendiamo ciò perché la realtà è traslata attraverso diversi messaggi e simboli che costruiamo nella volontà di profitto in eccesso immutata nei millenni di aumentare una probabile e duratura ricchezza virtuale.
Assimilare, al contrario, quella ricchezza di mondo attraverso tutti gli elementi diviene capacità di gioia ritrovata. Di quanto affermo ne conserviamo innumerevoli prove soprattutto nell’arco degli ultimi 200 anni. Il problema dell’uomo che si rapporta con la natura è evidente e simmetrico ieri come oggi. Ieri come oggi la natura muta il suo aspetto a causa dell’uomo. Quel ‘maschio demoniaco’non opera solamente danni nei confronti dei suoi simili per ragioni di potere, ma si rapporta sempre nei confronti dello spazio occupato con medesima ignoranza ed incuria che lo rende padrone degli elementi. Non consapevole del reale rapporto che intercorre fra i suoi bisogni e quelli dell’ambiente che lo circonda.




Colla scomparsa delle foreste ogni cosa vien cambiata, tutte le armonie della natura vengono turbate. In una stagione il terreno perde il suo calore per mezzo della radiazione in un cielo aperto; in un’altra riceve un caldo smodato dai raggi non intercettati del sole. Quindi il clima diviene estremo ed il suolo è alternativamente riarso dal calore estivo e irrigidito dal rigore dell’inverno. I venti freddi strisciano senza ostacolo sulla superficie; portano via la neve che la ripara dal gelo, e asciugano la sua scarsa umidità. La precipitazione diviene irregolare come la temperatura ; le nevi dimoranti e le piogge primaverili, non più assorbite da un terreno vegetale poroso e spugnoso, scorrono sulla superficie gelata e si versano giù nelle valli verso il mare, invece di inzuppare un letto di terra ritentiva, e conservare una provvista di umidità onde alimentare le sorgenti perenni. Il suolo è nuotato del suo tappeto di foglie, spezzato e reso leggiero dall’aratro, privo delle radichette fibrose che tenevano insieme le sue parti, prosciugato e polverizzato dal sole e dal vento, ed alla fine esaurito per nuove chimiche combinazioni.

 ( G.P. Marsh, L’uomo e la natura 1864)

 L’Antropocene nasce con l’Ottocento e la rivoluzione industriale, e a metà del secolo scorso supera una soglia importante: l’attività umana non si limita più a influenzare l’ambiente globale, ma ne decide le sorti. L’ozono è un gas di colore blu dall’odore pungente, costituito da molecole che contengono 3 atomi di ossigeno, molto attivo chimicamente,che assorbe la radiazione ultravioletta, soprattutto quella di lunghezza d’onda inferiore a 310 nanometri. Si concentra in una fascia compresa tra 15 e 30 chilometri, dove l’atmosfera è più rarefatta dell’aria che respiriamo. Qui è rarefatto anche l’ozono: compresso e portato alle condizioni di pressione e temperatura che si trovano nei pressi della superficie terrestre, formerebbe uno strato di appena 3 millimetri. Nonostante sia così rado, è un filtro che protegge noi e le altre forme di vita dai raggi Uvb, i più penetranti e nocivi per la nostra salute perché causano ustioni e, talvolta, cataratte e tumori della pelle. L’ozono si forma quando la radiazione solare a bassa lunghezza d’onda colpisce una molecola di ossigeno e la spezza in due atomi.  Ognuno di questi si lega poi a un’altra molecola di ossigeno e la trasforma in una molecola di ozono. Nell’Antropocene, abbiamo interferito con questo processo naturale: la produzione di gas inquinanti l’ha fatto aumentare nell’aria che respiriamo e nella troposfera in generale.

(P.J.Crutzen, Benvenuti nell’Antropocene!)

La faccia della terra non è più una spugna, ma un mucchio di polvere, e le correnti che le acque del cielo le riversano sopra,  si precipitano lungo le sue pendici, trasportando sospese grandi quantità di particelle terrose che aumentano la forza meccanica della corrente e la sua azione erosiva, ed accresciute dalla sabbia e dai ciottoli delle frane cadenti riempiono i letti dei ruscelli, divergendole in nuovi canali ed ostruendone gli sbocchi. I rivoletti, mancanti della loro primiera regolare provvista, e privi dell’ombra protettrice dei boschi, si riscaldano, si evaporano, e rimangono così diminuite le loro correnti estive, cangiandosi in torrenti devastatori nell’autunno e nella primavera. Da queste cause ne viene una costante degradazione delle terre elevate, ed in conseguenza un sollevamento dei letti dei fiumi e dei laghi per causa del deposito delle materie minerali e vegetali trascinate giù dalle acque. I letti dei grandi fiumi di vengono impraticabili alla navigazione, i loro estuari si colmano, ed i porti, ove una volta si riparavano grosse flotte, si riempiono di pericolosi banchi di sabbia. La  terra privata del suo terriccio vegetale, va dividendo man mano meno feconda, ed in conseguenza meno acconcia a proteggere se medesima col riprodurre un nuovo reticolato di radici che tengano collegate le sue particelle, o un nuovo tappeto di erbette che gli faccia schermo contro il vento, il sole, e la pioggia spazzante: grado grado la terra diviene sterile affatto. La erosione del suolo dei monti per mezzo della pioggia lascia nude le prominenze di roccia arida, e il ricco terriccio organico che li ricopriva, portato giù dai terreni bassi ed umidi, promuove una abbondante vegetazione acquatica, che colla sua putrefazione alimenta le febbri e altre insidiose forme di malattie mortali, e così la terra si fa disadattata dimora per l’uomo. La vendetta della natura per la violazione delle sue armonie, sebbene lenta, non è meno certa, e il progressivo deterioramento del suolo e del clima in queste regioni eccezionali avverrà tanto sicuramente per la distruzione delle foreste, come qualunque effetto naturale segue la sua causa.

(G. P . Marsch, L’uomo e la natura 1864)

I clorofluorocarburi usati dall’industria hanno portato al ben noto buco dell’ozono , che fu scoperto nel 1985, quando un gruppo di ricercatori del British Antartic Survey, guidato da Joe Farman, rilevò che a quote comprese tra 12 e 22 chilometri l’ozono era quasi scomparso. Si è formato un ‘buco’ in una regione dove, naturalmente, il gas era abbondante e, si credeva, praticamente inerte. Nessuno se lo aspettava, sebbene la pericolosità dei clorofluorocarburi per l’ozono ad altitudini maggiori fosse già stata messa  in evidenza da due chimici, il messicano Mario Molina e l’americano Sherwood Rowland. Anche la Nasa, l’agenzia spaziale statunitense, fu presa in contropiede. In Antartide, i suoi satelliti avevano registrato valori molto bassi ancor prima dell’esperimento britannico. Quei dati, però, erano troppo strani e inspiegabili per l’epoca: furono considerati erronei e scartati. Il buco dell’ozono giunse come una brutta sorpresa, ma si conoscevano da anni le reazioni chimiche che lo causavano e fu subito chiaro che era dovuto alla presenza di clorofluorocarburi nell’atmosfera.

(P. J. Crutzen, Benvenuti nell’antropocene! 2005)





 Dovremmo rivedere gli interi valori su cui poggiano le moderne civiltà ed in base a questi fare il punto della situazione. Tutto ciò può avvenire semplicemente in forza della cultura della comprensione e tecnicamente parlando, riconversione. Si può cercare di contenere il danno così come è possibile contenere un certo tipo di  alimentazione in termini diversi da quelli principalmente carnivori a cui siamo abituati. L’uomo saprà gradualmente risolvere ogni problema ma certamente danni in ragione di una certa economia continueranno ad evolvere in proporzione ad un fabbisogno non misurato secondo i reali bisogni nel concetto distinto e mal interpretato di povertà e ricchezza. La cosa che mi lascia sbalordito come dalla storia poco si impara rispetto quanto dovremmo aver recepito, la ‘circolarità’di eventi è una caratteristica dell’uomo non della natura. Possiamo conoscere bene i meccanismi dell’economia o delle telecomunicazioni, capirne funzionamenti ed equilibri, ma fintanto rimaniamo privi di tutte quelle ricchezze che appartengono al reale, cioè di quegli elementi che dettano le capacità di poter vivere e sopravvivere in essa nella lunga durata del godimento di un bene, noi quanto i nostri nipoti, non avremmo mai penetrato i segreti dell’economia né tantomeno avremmo scoperto tutte le connessioni di una probabile comunicazione.
Questo ‘esserci’ nel mondo, è in realtà povertà di esso.
Come spesso e troppe volte ripetuto. Rovesciare alcuni schemi precostituiti che la cultura attraverso la civiltà impone è dovere logico per colui che interpreta l’evoluzione intesa come progresso neurologico dell’uomo. Ragione per cui, fin tanto che non subentra questa graduale evoluzione anche alla periferia di un contesto apparentemente civile e progredito nei suoi meccanismi formali, non potremmo raggiungere quei nessi di civiltà sperata che comportano una graduale ricostruzione storica dell’essere e divenire. Fin tanto che non si opera sull’essere e tutte le ragioni nell’esserci, non potremmo vedere o percepire gli stimoli di un diverso dispiegarsi della storia e le sue evoluzioni ‘circolari’. Quella ‘circolarità’che non ha nulla a che vedere con la natura del divino o di un probabile Dio a cui appelliamo il credo, la coscienza, il sapere. Perché è proprio il nostro sapere che si appella a Lui nel momento di presa di coscienza di un limite nell’interpretazione della vita nello svelare quel mistero dove siamo cantori ma anche limitatori della stessa.




Quel doppio appartenere a lei nel momento in cui non riusciamo a percepirla o ad essere coerenti con le sue realtà. Fuggire, significa per il vero tornare alla vita. Fuggire tutte quelle condizioni che negano la sua percezione nel momento in cui una insana economia, che non appartiene più all’essere né al sul suo spirito, rende l’esistenza puro concetto meccanicistico. Singole interconnessioni meccanicistiche, probabili creatrici di vita. In ciò dissento. Se non è data possibilità all’’essere’ la comprensione della misura del vivere, cioè esserci, esistere, ed appartenere, gli è negata oltretutto (e di conseguenza) la capacità di pensiero riflesso nello spazio che occupa. Concetto diverso dal ‘numero’ a cui lo stesso pensiero si può adeguare nella perfetta progressione (il pensiero è la vita riflessa nella logica dell’Universo creatore di forme), anche in forza della semplice matematica abbiamo cognizione solo nell’apparente meraviglia ultima dei suoi frutti e traguardi. Non avendo comprensione dell’intima natura che è legame alla natura stessa dell’uomo e del creato ammiriamo solo le forme ultime e apparentemente perfette di un mandala che nulla ha in comune con la figura originaria riconducibile allo spirito umano. Come l’esempio della matematica, molti altri ci possono servire per dimostrare tutte le distanze dalle cose vere alle virtuali che pensiamo reali, confondendo la vita mentre celebriamo la morte. Questo rovesciamento di logica razionale impone una distanza incolmabile tra noi e la verità. Lei non è più velata ma distrutta e completamente sostituita nei suoi schemi più elementari, sicché l’uomo non è più in grado di porre in essere la ragione, elemento insostituibile per il grado di evoluzione, ma al contrario, convinto della sempre maggiore evoluzione, che tutti quei sistemi gli riconosco, tende ad una irreversibile e graduale regressione verso forme primitive di essere, dove le stesse realtà mitologiche di allora vengono gradualmente sostituite e frapposte con gli stessi istinti che ci appartengono da sempre in una probabile logica demoniaca per diversi scopi e fini. L’indole rimane la medesima, anzi viene coltivata affinché non si estingui, e gli elementi scatenanti vengono di volta in volta sostituiti affinché gli istinti non mutino in altro ma rimangono entro valori primordiali di violenza. Non vi è quella conversione che la natura, la logica, e la storia, impongono dopo secoli di progresso. Il progresso è indice di staticità per taluni che si vogliono elevare ad interpreti della vita ma in realtà sono solo probabili cantori di morte. La loro musica si misura e quantifica in tutte quelle statistiche che vedono lo scenario del mondo immutato nelle sue barbarie, e in tutti quegli incidenti di percorso che causano morti e disastri, siano essi in ragione di una guerra, di una carestia, di povertà, o di incuria dovuta all’urgenza o all’errato calcolo dell’uomo sulla natura.




Così se lascio la pista battuta, la strada asfaltata, il sentiero, e mi avventuro verso il  passato, non compio una regressione ma al contrario una graduale e lenta evoluzione che agli occhi del prossimo appare qualcosa di incomprensibile. Non riconoscendomi nella società devo constatarne i meccanismi in avaria che si riflettono sulla mia persona, sul mio essere, così come quando ammiro un ghiacciaio ne verifico tutti i sintomi di dissesto che non appartengono al normale evolversi dei ‘periodi’, ma sono il frutto della nostra logica e con lei del traguardo del progresso. Posso riconoscermi in lui e cercare tutti quei legami che ancora rimangono oscuri, scavare nella memoria biologica le motivazioni della vita, non solo la mia, ma anche quella da dove traggo sostentamento e ragione di esistenza. Se taluni osservano come la società ha sempre imposto il sigillo della continuità in un comportamento ritenuto ‘sano’ dall’intera collettività preservando dal morbo della pazzia (sinonimo di malsano), allora sono orgoglioso in questa società malata di esserlo, evidenziando altresì la cecità e l’incapacità congenita di distinguo fra sano e malato (la storia è piena di pazzi che hanno composto il proprio ed altrui tempo costringendo la verità ai roghi dell’ignoranza o all’esilio dell’abbandono), cosicché i frutti della normalità non mi appartengono.
La storia che cosa ci insegna a tal proposito?
Che nella banale normalità si uccide (va) e relega (va) in nome di una razza verso una estinzione forzata, una sistematica cancellazione. A tutt’oggi tali condizioni non sono mutate; l’aggressività umana ha bisogno di dissetare e dissetarsi su uguali bugie per confermare i propri limiti sociali. “Se le motivazioni di un popolo di fronte alla vita, la stessa per tutti, sono differenti, è ‘loro’ interesse che diventino patrimonio di un unico codice genetico”. Chi alimenta le ragioni degli uni contro gli altri non compie una intelligente opera di evoluzione, ma al contrario, credendo di padroneggiare i meccanismi della conoscenza se ne serve per ragioni del tutto personali che nutrono i soli motivi dell’economia in virtù della ricchezza del singolo. Singolo inteso come riflesso di una singola economia. L’evoluzione la possiamo riconoscere nel momento in cui la differenza conflittuale fra diverse culture e specie vengono superate come una componente non estranea al mondo animale. Gli animali vivono anche loro questa conflittualità fra specie differenti, ma nella presunta aggressività possiamo riconoscere solo comportamenti di sopravvivenza. Ragione per cui, rimane ancora importante il contesto sociale e comportamentale nel momento in cui ne studiamo le dinamiche riscoprendo quell’universo adamitico e primordiale dimenticato dalla memoria collettiva.  Violenza dettata da altre motivazioni il cui seme germoglia nella diversità, ed in ciò ci riconosciamo peggiori degli animali. Coltiviamo i nostri odi razziali con incredibile memoria e intelligenza, istinto che l’animale non conosce.




Se il mio cane, non dal casuale nome di Vela, che tante volte è stato nominato, ha ragione di essere in queste pagine, non è per una apparente rottura con il genere umano. No! Troveremmo nella psicologia una falsa giustificazione di ciò. Ma perché lei ha dimostrato un legame imprescindibile con la natura, è un (suo) panorama riflesso nella costanza del tempo in cui misuro il mio ed il suo essere. Le mie e le sue necessità, le mie e le sue gioie, il mio ed il suo ‘esserci’ nel mondo.  E’ il tramite della vita che la nostra cultura riporta ad una dimensione bestiale con l’urgenza di manifestarsi ed insegnare …, mai imparare. La nostra cultura che tratta le ragioni dei bestiari medievali come materia storica, ma di fatto nei comportamenti è peggiore della bestialità citata. Se Vela corre come una pazza per infiniti sentieri al margine di boschi secolari, è perché si è riappropriata del suo mondo, è ridiventata ricca di esso. Se abbaia e pone le regole da capobranco non sottomettendosi alle mie ragioni, è perché l’istinto della natura gli impone ciò, è svincolarsi da una realtà che non appartiene ad entrambi perché tende a distruggere non a costruire. Quel flusso di vita che gli sgorga come un fiume in piena è tutt’uno con lei. Se poi tenta di sfamarmi come farebbe una buona madre, pescando al volo qualche pesce nel fiume, riesco a leggere il libro della vita. Il meccanismo si è inceppato, quell’ubbidienza in ragione della verità è venuto meno. La morale comune (totalitaria) la vuole docile ed addomesticata, se così fosse, la mia intelligenza (democratica) non avrebbe mai potuto cogliere lo spettacolo della natura che reclama la propria legittimità ad esistere. Essere ed appartenere a quel mondo che è vita. Debbo ringraziare quella povertà di mondo che mi ha condotto verso quella ricchezza che prima mi era preclusa, e, a prescindere cosa il futuro mi riserva o riserverà, posso dire di aver visto la verità e di averla assaporata, mentre gli altri tentano di braccare la preda con sorprendente organizzazione mentre cercano negli arcani rifugi della psicologia le risposte dei loro fallimenti. Io godo lo spettacolo della loro bugia di ogni giorno. Della loro menzogna portata a piene mani ed offerta come nettare di un ultimo avamposto del progresso, rispetto al mio costante rifiuto. Rifiuto di accettare di bere il veleno di una realtà che non vuole conoscere neanche la sua filosofia, madre del pensiero, non di un pensare qualsiasi ma al contrario della  capacità di anteporre la logica, al fare. All’istinto del fare. Questa realtà che si aggira con personaggi ‘creatori di mondo’, piccoli ‘agenti segreti’di Conradiana memoria che vagano in mondi sotterranei con l’illusione di manipolare esseri ed eventi. Ne faccio volentieri a meno sia di loro che delle loro creazioni. Che il linguaggio della fiera natura torni ad insegnaci qualcosa di utile e duraturo rispetto alla precarietà di un pensiero moderno.
(G. Lazzari)


   

METISTOFELE:  Questo è davvero un camminare? Ma ora, dimmi, che ti piglia? Scendi in mezzo a questi spaventi fra sbadigli orridi di scogli? Io li conosco bene. Ma non qui: perché il fondo dell’inferno era così.
FAUST: Leggende idiote non te ne mancano mai. Ricominci a elargirne.
METISTOFELE:  Quando il signore Iddio, e so anche bene il perché dai cieli esiliò nell’abisso più fondo dove dal centro, tutt’intorno, ardendo si consumava di sue fiamme un fuoco eterno, ci si trovò, con tanta profusione di lumi, pigliati in una posizione molto scomoda. Cominciarono i diavoli tutti quanti a tossire, a sfiatare assai forte e di sopra e di sotto. Di fetore sulfureo e di acidi l’inferno si gonfiò. Che gas era! E così spaventevole che la piatta crosta dei continenti, per quanto spessa si schiantò. E ora tutto è alla rovescia, quel che un tempo era fondo ora è vetta. Anche su questo fondano la corretta opinione che s’abbia a tramutare il basso in alto. Così dal carcere di fuoco siamo evasi verso il regno dell’aria libero smisurato. Un aperto mistero, ben serbato e solo tardi rivelato ai popoli.
FAUST:  Per me la massa dei monti è silenzio solenne. Non chiedo di ‘dove’. E neppure ‘perché’. Quando natura ebbe a formare se stessa arrotondò esattamente la terra: delle vette, delle gole lieta schierò rupi su rupi, montagne su montagne poi formò le colline degradanti a valle con dolcezza in placido pendio. La verdeggia, la cresce e per essere in letizia di certi sciocchi mulinelli ne fa a meno.
METISTOFELE: Lo dite voi! E vi par chiaro come il sole. Ma la sa differente, chi c’era. Io c’ero quando laggiù ribolliva gonfio l’abisso e levava torrenti di fiamme;  Quando il martello di Moloch la rupe alla rupe forgiava e schegge di monti scagliava lontano. E’ ancora irta la terra di estranei blocchi enormi. Tanta potenza eruttiva, chi arriva ad intenderla? Il filosofo, lui, non sa spiegarlo. ‘Il sasso è la, la bisogna lasciarlo. Ci siamo già rotti la testa a pensarci’  …….

(Goethe, Faust)















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