CHI DELLA FOLLA, INVECE,

CHI DELLA FOLLA, INVECE,
30 MAGGIO 1924

sabato 22 gennaio 2022

L'INFINITO DIO DEL 'NULLA' (12)

 










Precedenti capitoli:


Eckhart e Sankara 


ovvero: l'Infinito  [11]










l'Infinito Dio del 'nulla'  (13)   &


Complementari-simmetriche 


icone per chi 'nulla' avesse compreso








Zero e infinito furono in senso stretto al centro del Rinascimento. Allorché l’Europa si riscuoteva dal sonno dei Secoli Bui, questi concetti – il nulla e il tutto – avrebbero demolito le fondamenta aristoteliche della Chiesa e aperto la strada alla rivoluzione scientifica.

 

Sulle prime la Curia romana non avvertì l’insidia, e alti dignitari ecclesiastici si cimentarono con le pericolose idee, benché queste minassero il fulcro medesimo di quella filosofia tanto grata alla Chiesa; lo zero fece capolino al centro di ogni dipinto rinascimentale, e un cardinale dichiarò che l’Universo era infinito, senza limiti.

 

Ma d’infatuazione si trattava, e non era destinata a durare. Come la Chiesa si sentì minacciata, si trincerò nuovamente dietro la vecchia dottrina filosofica che così bene l’aveva affiancata per tanto tempo. Ma era troppo tardi: lo zero aveva ormai preso piede in Occidente e, nonostante le pontificie obiezioni, la sua forza era tale da non consentire più un nuovo esilio – Aristotele dovette piegarsi di fronte all’infinito e al vuoto, e con lui si sfilacciò la prova dell’esistenza di Dio. Alla Chiesa restava aperta un’unica via: accettare lo zero e l’infinito; i credenti, a ogni buon conto, avrebbero sempre potuto trovare Iddio anche celato dentro l’uno e l’altro.




Nei primi tempi del Rinascimento non risultava evidente che lo zero avrebbe posto una minaccia nei confronti della Chiesa; esso appariva uno strumento pittorico, un infinito nulla che annunciava lo straordinario rifiorire delle arti figurative. Prima del XV secolo i dipinti e i disegni erano sostanzialmente immobili e privi di rilievo; le immagini vi erano rappresentate fuori proporzione e costrette in due dimensioni, con piatti cavalieri che spuntavano da deformati castelli in miniatura. Nemmeno i migliori artisti sapevano ritrarre con verosimiglianza – non conoscevano il potere dello zero.

 

Fu un architetto italiano, Filippo Brunelleschi, che per primo mostrò le possibilità di uno zero infinito, usando un punto di fuga per creare un dipinto realistico. Considerato dal punto di vista dimensionale, un punto è uno zero geometrico per definizione. Nella vita di tutti i giorni abbiamo a che fare con oggetti tridimensionali (per la verità, Einstein ha rivelato la tetra-dimensionalità del mondo in cui viviamo, come si vedrà in un successivo capitolo); l’orologio che teniamo sul cassettone, la tazza di caffè che prendiamo ogni mattina, lo stesso libro che stiamo leggendo ora, sono tutti oggetti a tre dimensioni.




Nel 1425 Brunelleschi collocò un tale oggetto al centro del disegno di un famoso edificio fiorentino, il Battistero. Questa entità di dimensioni nulle, il punto di fuga, è un’impercettibile macchiolina sulla tela che rappresenta un punto infinitamente lontano lungo la direzione di osservazione. Più gli oggetti raffigurati sono distanti da chi guarda, più sono prossimi al punto all’infinito e risultano, quindi, progressivamente ridotti in proporzione, fino a che ogni figura sufficientemente remota – persone, alberi, edifici – finisce in pratica per collassare in un punto a zero dimensioni e scomparire con esso.

 

Lo zero al centro del dipinto contiene un’infinità di spazio.

 

Questo oggetto in apparenza contraddittorio conferì, come per magia, al disegno del Brunelleschi una così perfetta aderenza al tridimensionale edificio sacro da renderlo indistinguibile dall’originale. Tant’è vero che, quando l’autore mise a confronto la propria opera con l’autentica costruzione architettonica (traguardando quest’ultima da dietro la tavola del dipinto attraverso un foro, e interponendo o meno uno specchio), l’immagine riflessa si sovrappose esattamente ai contorni geometrici dell’edificio. La tecnica della fuga prospettica aveva trasformato un disegno bidimensionale nella perfetta simulazione di un corpo a tre dimensioni.




 Non è per caso che zero e infinito sono tra loro legati nel punto di fuga; come la moltiplicazione per zero determina il collasso della retta di rappresentazione dei numeri sulla posizione 0, così esso fa sì che la gran parte dell’universo si addensi in un minuscolo puntolino.

 

 È ciò che accade in una ‘singolarità’, concetto che diverrà assai importante in un successivo momento della storia della scienza, mentre a questo precoce stadio di sviluppo i matematici non sapevano, delle proprietà dello zero, granché di più degli artisti. 


(Prosegue)





 

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