CHI DELLA FOLLA, INVECE,

CHI DELLA FOLLA, INVECE,
30 MAGGIO 1924

domenica 5 febbraio 2023

(il Racconto della Domenica, ovvero:) DELLE SCOPERTE FATTE SULLA LUNA

  










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Erano le nove ore e mezzo incirca della notte del 10 gennaio del 1835, e la Luna posava nel quarto giorno di sua minor librazione, quando l’Astronomo ordinò il suo instrumento in guisa ad osservare dalla parte d’Est la Luna. L’immensa potenza del suo telescopio fu posta in opra tutta intera, mentre il microscopio non venne usato, che per la metà di sua forza.

 

Аll’alzar della cortina del microscopio il campo della vista apparve coperto per tutta la sua estesa dall’immagine vivissima, e distintissima d’una roccia di basalto, il cui colore era di bruno verdiccio, e la di cui dimensione, giusta lo spazio occupato sull’obbiettivo, rispondeva esattamente a 18 pollici. La massa osservata non avea frattura, ma dopo alcuni secondi si apparò una stiva inclinata, composta di cinque o sei colonne di forma ottagonale, e simili nell’aspetto a quelle delle rocce basaltiche di Astaffa. Quella stiva inclinata era coperta abbondevolmente da un fior rosso carico, precisamente simile, dice il dottor Grant, al papaver rhoeas, od al papavero rosso de’ nostri campi da grano sublunari. Quel papavero fu la prima produzione organica арparsa ad uman sguardo, in un mondo straniero.




La celerità d’ascensione della Luna, o per meglio dire della roteazione della terra, siccome pressoché uguale a 500 metri per secondo, avrebbe al certo vietata l’osservazione di siffatti oggetti, se una tale difficoltà non fosse stata prevenuta col mezzo dell’ammirabile meccanismo, che dirige costantemente, sotto la direzione del quarto del cerchio, l’altezza obbligata della lente; epperò l’operazione riusciva così esatta che gli osservatori poterono rilevare sul campo di vista l’oggetto quanto tempo loro piacesse; non vi posero mente in quell’istante; che quella prova di vegetazione lunare aveva eccitata la loro curiosità, troppo perché non vi si soffermassero.




Era certo che la Luna possedeva una atmosfera simile alla nostra, atta a mantenere la vita organica, e probabilmente la vita animale. La roccia basaltica proseguiva a passare sul campo di vista, e copriva ancora tre corde consecutive del cerchio, allorché apparve un pendio verdeggiante di mirabile bellezza. Egli occupava due corde di più della roccia basaltica. Quel pendio era preceduto da un’altra massa, che aveva a un dipresso la medesima altezza della prima. 

 

Qual non fu la nostra sorpresa allo scorgere sulle sue falde una selva lunare!

 

Gli alberi, così il dottor Grant, durante lo spazio di dieci minuti apparvero sempre d’una stessa sorta, ma ella non somigliava ad alcuna di quelle da me vedute, se non vuolsene eccettuare pertanto la più grande specie di cipressi dei cimiteri d’Inghilterra. Questa pare somigliarle per alcuni lati.




Veniva dietro una terra coperta d’erba minuta e folta, che misurata da un cerchio dipinto nel nostro specchio equivaleva a quarantanove piedi; ora quarantanove piedi corrispondono a mezza lega di larghezza. Quindi apparve un’altra selva pur vasta, i di cui alberi, senza alcun dubbio, parevano abeti sì stupendi quanto quelli da me maggiormente ammirati sui monti del nostro paese.




Una spiaggia d’arena di risplendente bianchezza s’apparò allora a’ nostri sguardi. Era dessa attorniata da una cintura di rocce selvagge, somiglianti a vasti castelli di marmo verde, e disgiunti da profonde brecce praticate a due o trecento piedi dentro ceppi grotteschi di creta, o di gesso; il tutto era coronato dalle chiome tremolanti d’alberi ignoti, i di cui rami parevano piume, o festoni, allorché ondeggiavano lungo quelle pareti risplendenti.

 

A tal vista rimanemmo sorpresi dalla meraviglia.

 

Dovunque noi scorgevamo dell’acqua, essa ne appariva azzurra come quella del profondo oceano, e si rompeva in enormi fiotti argentei sulla spiaggia.




L’azione degli altissimi flutti chiara appariva sul lido per una distesa maggiore di cento miglia (35 leghe). Quantunque svariato fosse il quadro per quelle cento miglia, ed anche a maggior lontananza, ciò nulla meno non iscorgemmo traccia veruna d’esistenza animale; tuttavolta poteva il guardo nostro abbracciare a suo grado tutta quella distesa di terreno.

 

Parecchie di quelle valli sono chiuse da maestosi colli di forma conica sì perfetta, che sarebbesi tentato stimarli opera dell’arte più squisita, anziché della natura. Essi attraversarono il canovaccio senza che pur avessimo il tempo di seguirli nella loro fuga, ma immantinenti dopo s’affacciò ai nostri sguardi una serie di quadri siffattamente nuovi, che fu forza, il dottor Herschel ordinasse di rallentare il moto, perché potessero meglio essere considerati. Era una catena non interrotta di vaghi obelischi, о sottilissime piramidi aggroppate irregolarmente: ciascun gruppo si componeva di trenta о quaranta guglie, e quelle guglie erano perfettamente quadrate, ed incorniciate sì bene, quanto i più bei modelli di cornici di cristallo.




Tutta quella massa era colorata d’un lillà pallido splendidissimo. Credetti allora per certo esserci imbattuti in produzioni d’arte, ma il dottor Herschel osservò sagacemente, che se i lunari potevano edificare simili monumenti nello spazio di 10 o 15 leghe, se ne avrebber dovuto rinvenir altri prima di ora di carattere meno dubbio.




 Egli decise esser quelle probabilmente formazioni di quartz di color amatista vinoso; e dopo siffatta indicazione, ed altre ancora, ch’egli аvеа ottenute sulla potente azione delle leggi di cristallizzazione in quel pianeta, ci promise un campo dovizioso di studi mineralogici. L’introduzione d’una lente confermò appieno la sua congiettura. Erano difatti mostruose amatiste di color rosso-pallido, sfavillante in modo sì intenso da pareggiar i raggi del Sole.

 

Esse variavano d’altezza di 60 a 90 piedi per la più gran parte, quantunque ci a venisse di mirarne altre molte di altezza assai più incredibile. Noi le osservammo in una sequela di valli, disgiunte da linee longitudinali di colline rotonde, elevate, e leggiadramente ondeggianti; ma ci sorprese soprattutto l’invariabile sterilità delle valli, che contenevano que’ maravigliosi cristalli, e le pietre di tinta ferruginosa, forse piriti di ferro, che ne сoprivanо il suolo.




L’estremità settentrionale in tutta la sua larghezza di cento leghe almeno avendo attraversato il nostro piano, noi giungemmo ad una regione alpestre e selvaggia, ricoperta d’alberi più grandi, e di foreste più estese di quelle che avevan prima veduto. La specie di quegli alberi non può venir descritta per aggiustata analogia; parevano però simili alle querce delle nostre foreste. La chioma ne era di gran lunga più bella, conciossiachè constasse di larghe foglie, splendide come quelle dell’alloro. Trecce di fiori gialli sospesi ai rami, e quasi cadenti al suolo ondeggiavansi con leggiadria ne’ luoghi sforniti di piante.




Poiché trascorsero quelle montagne, noi vedemmo tal regione, che ne riempì di stupore. Era una valle ovale, cinta da ogni lato, fuorché ad una piccola fessura verso il Sud, da colline rosse, come il più puro vermiglio, ed evidentemente cristallizzate; imperoché dovunque era veduta una spaccatura (e queste spaccature erano spesse, e d’immensa profondità) le sezioni perpendicolari offrivano delle masse agglomerate di cristalli poligoni eguali gli uni agli altri, e distribuite in istrati profondi.

 

Il colore diveniva vieppiù oscuro all’avvicinarsi dell’imo de’ precipizi, innumerevoli cascate sgorgavano dal seno di quelle rocce scoscese; talune scaturivano fin dalle loro sommità, e con forza tale, che formavano degli archi di varie braccia di diametro. Non m’avverrà forse mai di rinvenire una sì viva rimembranza della bella comparazione di Lord Byron (la coda del cavallo bianco). Alle falde di quelle colline stava una zona di bosco circondante l’intera valle; ella contava a un dipresso sei o sette leghe nella maggior sua larghezza, e dieci di lunghezza; una collezione d’alberi di qualsiasi specie, che umana mente immaginar possa, era sparsa su quell’amena superficie.




In questo mentre il telescopio soddisfece alla palpitante nostra speranza, offrendoci argomenti certi d’esistenza.... Al rezzo delle piante, dal lato sud est, scorgemmo numerosi armenti di quadrupedi bruni, che mostravano tutta l’apparenza del bisonte, ma più piccoli d’ogni altra specie del genere bos della nostra storia naturale; la coda di quegli animali somigliava a quella del nostro bos grunniens, ma sia pel suo corpo semicircolare, sia per la gobba, che sovracaricava le spalle di lui, sia per la lunghezza della giogaja, e del pelo arricciato, pareva assai meglio alla specie, cui dapprima il paragonai; tuttavia era segnato da un tratto oltremodo caratteristico, e che riconoscemmo dappoi appartenere a pressoché tutti i quadrupedi lunari; consisteva questo in una bizzarra visiera di carne situata al di sopra degli occhi, la quale attraversava la fronte in tutta la sua larghezza, e confinava colle orecchie.




Ebbimo a scorgere distintissimamente, che una massa di crini svolazzava sul davanti, a guisa d’una vela, che avesse nella sua parte superiore la forma del cappello sì ben noto alle signore sotto il nome di cappello alla Maria Stuart. L’animale alzava, ed abbassava quella vela per mezzo delle orecchie. Il dottore Herschel opinò con aggiustatezza esser quello un benefizio della Provvidenza per proteggere gli occhi dell’animale dalla troppa gran luce, e dalle troppo lunghe tenebre, cui vanno periodicamente esposti tutti gli abitatori dal nostro lato della luna.

 

Il secondo animale, che scorgemmo sarebbe classificato nella storia naturale fra i mostri. Era di color azzurognolo, e della grossezza di una capra, di cui aveva il capo e la barba; nel mezzo della fronte sovrastava un sol corno lievemente inclinato al disopra della linea orizzontale. La femmina non aveva né corno, nè barba, ma la sua forma era alquanto più lunga.

 

Camminavano a stormi, ed abbondavano specialmente sulle chine della selva sfornite d’alberi.




Per l’eleganza, e la simmetria delle forme quell’animale stava al paro della gazzella, e pareva come questa agile, e festevole; si vedevano correre con velocità straordinaria, e saltellare sull’erbuccia follemente come un agnelletto, od un gattuccio. Quella vezzosa creatura ci fornì il più incantevole spettacolo. La mimica de’ suoi movimenti sul nostro canovaccio bianco inverniciato era fedele, ed animata al paro di quella d’un animale, che si veda a due passi da noi sul timpano d’una camera oscura. Soventi quando tentavamo di sovrapporre le nostre dita sulla loro barba svanivano ad un tratto come per ischivare la nostra terrestre impertinenza, ma sittosto comparivano altri animali, cui era impossibile il vietare di roder l’erba per quanto dicessimo, o facessimo.




Esaminando il centro di quella deliziosa valle avvisammo un fiume spartito in parecchi rami, che racchiudevano delle isole incantevoli dove vivevano uccelli acquatici d’innumerevoli sorte. Quella somigliante al pellicano grigio era la più numerosa. Avevano costoro il disopra del capo bianco e nero, le gambe, ed il becco lunghi oltre ogni dire. Esaminammo lunga pezza i loro movimenti, mentre si affaccendavano a cogliere i pesci, speranzosi di scoprire un pesce lunare; ma quantunque la sorte non ci abbia favoriti a tale riguardo, potemmo tuttavia di leggieri indovinare la ragione, per cui immergevano il loro collo sì profondamente al disotto dell’acqua.


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