CHI DELLA FOLLA, INVECE,

CHI DELLA FOLLA, INVECE,
30 MAGGIO 1924

martedì 28 febbraio 2023

THE HEART OF ANDES (16)

 




















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& ancora con... 


Macedonio (il giurista)





Confido che non avrò lettore continuato. Sarebbe colui che potrebbe causare il mio fallimento e spogliarmi della celebrità che più o meno inabilmente cerco di trafugare per qualcuno dei miei personaggi.

 

E questa di fallire è un’esibizione che non fa bene all’età.

 

Mi rimetto al lettore saltato (nel nostro caso anche in padella).

 

Ecco che hai letto tutto il mio romanzo senza saperlo, sei diventato lettore continuato e insaputo raccontandoti tutto disordinatamente e prima del romanzo. Il lettore saltato è il più esposto con me a leggere continuato.

 

Ho voluto distrarti, non ho voluto correggerti, perché al contrario sei il lettore saggio, poiché pratichi l’intraleggere che è ciò che lascia più forte impronta, secondo la mia teoria che i personaggi e i fatti solo insinuati, abilmente tronchi, sono quelli che più rimangono nella memoria.

 

Ti dedico il mio romanzo, Lettore Saltato; mi ringrazierai per una sensazione nuova: il leggere continuato. Al contrario, il lettore continuato avrà la sensazione di un nuovo modo di saltare: quello di seguire l’autore che salta.




A chi vorrà scrivere questo romanzo (Prefazione finale):

 

Lo lascio libro aperto: sarà forse il primo “libro aperto” nella storia letteraria, vale a dire che l’autore, desiderando che fosse migliore o almeno buono, e convinto che per la sua struttura sconquassata è una temeraria goffaggine nei confronti del lettore, ma anche che è ricco di suggestioni, lascia autorizzato ogni scrittore futuro di slancio e di circostanze che favoriscano un intenso lavoro, a correggerlo e a pubblicarlo liberamente, con o senza menzione della mia opera e nome. Non sarà poco il lavoro. Sopprima, emendi, cambi, ma, magari, che resti qualcosa.

 

In questa occasione insisto che la vera esecuzione della mia teoria romanzistica potrebbe compiersi solo scrivendo il romanzo di diverse persone che si uniscono per leggerne un altro, di modo che essi, lettori-personaggi, lettori dell’altro romanzo personaggi di questo, si profilino incessantemente come persone esistenti, non “personaggi”, per contraccolpo con le figure e immagini del romanzo da loro stessi letto.




Tale intreccio di personaggi letti e leggenti con personaggi solo letti, sviluppato sistematicamente, realizzerebbe un’uniforme costante esigenza della dottrina. Intreccio di doppio romanzo.

 

Lo dico per confessare che il mio libro è molto lontano dalla formula dell’arte di personaggi per mezzo della parola. Anche questa, dunque, resta come “impresa aperta”.

 

Lascio così date la teoria perfetta del romanzo, un’imperfetto esempio di esecuzione di essa, e un perfetto piano della sua esecuzione.

 

Si noti che c’è una vera possibilità nell’addossarsi della duplice trama, per cui otterrei mediante un’alchimia coscienziale un’assunzione di vita per il personaggio-lettore, con accentuazione del nulla esistenziale del personaggio-letto, che è molto più personaggio proprio per questo, che accentua il suo franco non essere con un’enfasi di inesistenza che lo purifica e esalta lungi da ogni promiscuità col reale; e nello stesso tempo ripercuote l’assunzione di esistenza del personaggio leggente nel lettore reale, che per controfigura del personaggio svanisce di esistenza lui stesso.




Questo confusionismo deliberato è probabilmente di una fecondità coscienziale liberatrice; lavoro di genuina artisticità; artificiosità feconda per la coscienza nel suo effetto di fragilizzare la nozione e certezza di essere, da cui procede l’universale intimidazione dell’ugualmente assurda e vacua nozione verbale del non-essere. Non c’è altro che un non-essere: quello del personaggio, quello della fantasia, quello dell’immaginato. L’immaginatore non conoscerà mai il non essere.

 

Se la nostra sensibilità, che è tutta la Realtà e tutto ciò che siamo, tutto ciò che c’è ed è, avesse cessazione, e cessazione sarebbe quindi la nostra supposta inesistenza anteriore alla nascita come la supposta inesistenza susseguente alla morte, cioè, sia la cessazione che cessa con la nascita che quella che comincia con la morte — se un giorno cessassimo di esistere... non lo sapremmo mai, non è vero?




 Qualcosa che non accade nella sensibilità, nel sentire - che è l’unico modo possibile dell’Essere, al di fuori di esso non c’è nulla; mai è esistito qualche cosa che non fosse, lei tutta, un mero sentire - non accade né è, in alcun modo. E poiché nulla che non sia un sentire può essere un avvenimento della sensibilità, la cessazione della sensibilità non sarebbe un fatto della sensibilità, poiché essendo tutto sensibilità ciò che non accade in essa non accade in alcun modo. Non c’è possibilità che un giorno notiamo di non esistere. Per parlare della vita bisogna esistere, e per parlare o pensare al nulla, anche. La morte non è il nulla, ma nulla è. Non esiste l’opposto della vita; il suo contrario non esiste.

 

Ma potremmo sapere se un tempo siamo stati morti, se poi ricominciassimo ad esistere?

 

Il non esistere non sa nulla; l’esistere può sapere il non esistere?

 

C’è qualche cosa che non sia mai stata un presente per il pensiero, che non abbia mai potuto essere pensata presentemente e che tuttavia il pensiero possa pensarla come ricordo o come idea, senza esser mai stata immagine o percezione attuale, senza esser mai stata un’attualità per il pensiero?




Tale sarebbe l’intrigo del pensiero del nulla; la morte non ha mai avuto attualità nel pensiero, poiché pensare è esistere, e d’altra parte perché qualcosa possa essere pensato speculativamente, è previo che almeno una volta questo qualcosa e il pensiero siano stati simultanei.

 

Il sonno, il deliquio sono queste situazioni supposte di inesistenza (poiché colui che nulla sente nulla è) seguite da esistenza. E dato che d’altra parte nulla esiste se non è sentito, ed esiste solo mentre viene sentito, se qualcuno per un istante non sentisse nulla, in quell’istante si sarebbe verificata la perfetta inesistenza del mondo (mondo e sensibilità sono due nomi di una stessa cosa). Se per un minuto io non esistessi, il mondo durante quel minuto sarebbe cessato. Sarebbe un minuto senza mondo.

 

Credere in un istante senza mondo, in una durata del non sentito, del non sentire, significa credere nella realtà del Tempo.




Non è l’insistente, ma impretenziosa visita del nitido, intero e senza doppiezza, dell’irreprimibile e non annunciato Sogno - dalla venuta non propagandata e non ostacolabile, sottile e irrecuperabile la sua partenza, assoluto nel suo cessare come fatale nel suo avvento, privo di precursioni e di tracce, assoluto, totale sempre, come l’Essere di cui è la più chiara nozione, e sempre intaccante, mai insignificante - ad averci procurato preoccupazione, perplessità, ma la Realtà che pretendendo di essere qualcosa di più di ciò che è e più del Sogno, che è intero e concluso in sé quale vuol essere, si è fatta problematica e bisognosa di documento.

 

Essa pretende due categorie: ordinamento causale tra i suoi fenomeni, il che è empiricamente verificabile o invalidabile (senza compromettersi con l’induzione, cioé solo per quanto riguarda il Passato), e sostanzialità, vale a dire, autonomia rispetto all’eventualità di essere sentita o meno, vale a dire autoesistenza di fronte alla Sensibilità. Tale è la condizione di cose che ha creato, non certamente la Realtà ma i pensatori o la Speculazione, che si sono indotti a una trascendenza dell’esternalità e che proseguendo in questa ricerca di essenze sono giunti al noumeno come sostanza della Materia e della Soggettività, col che la Realtà e la Sensibilità sono divenute fantasmali, limitate alla categoria di Sogno Primo; i sogni sarebbero il Sogno Secondo. Sia dunque la Realtà la messa in questione, non il Sogno, che è la semplice verità di se stesso.

 

A credito o discredito del Sogno gli si distingue o oppone la Realtà.




Con le definizioni di effettivo, esterno, reale o trascendentale, si enuncia un sistema o una serie di stati considerati originari - e inoltre sostanziali, persino per i noumenisti, che quando si tratta di confrontare sogno e veglia dimenticano che nella loro tesi sogno e veglia sono ugualmente fantasmi del noumeno - dei quali i sogni o immagini vengono considerati copie o contraffazioni.

 

E secondo Schopenhauer sembra che Hobbes abbia insinuato per la prima volta le circostanze in cui una scena resterebbe per sempre inclassificabile, se reale o sognata. Si rifletta che tale accadimento si può verificare spesso nella nostra esistenza (poiché le circostanze che si limita a insinuare Hobbes sono: scena di un accadimento che non necessita di conseguenze percettibili, e cadere addormentato all’improvviso durante il giorno, per stanchezza e vestito, in una poltrona) e si giudichi quanto di fantasia, paura o mistero, come lo si voglia sentire, corre col tessuto del nostro quotidiano essere, nell’ordito delle nostre ore, che ci accontentiamo di considerare reali e che forse sono continuamente rubate ai sogni.

 

Che succede con la privazione professionale, in Letteratura, delle parole? Sembra che, o senza di esse non si possa effettuare alcuna soperchieria, o che senza di esse non ci sia altra via che Pensare, avere idee, possedere verità, sapere; bisognerebbe rassegnarsi a pensare e a giudicare con serietà e ad esprimere con semplice efficacia.




Bisogna reinventare il refuso, perché questa decadenza della letteratura universale deve derivare dal fatto che si portano al tipografo gli scritti già battuti a macchina, ossia riveduti. I letterati dovrebbero commissionare macchine speciali che di tanto in tanto, nello scrivere alcune delle parole più usuali, ad esempio alla decima volta che in un componimento apparisse la parola “finestra”, la macchina creativamente e automaticamente scrivesse “violetta”. Chissà che non si ottenga una resurrezione della grande arte letteraria, delle grandi messi metaforiche e aggettivali.


Nascere è una beffa: arriviamo e già ci sono altri. In quantità così immensa che in senso stretto è peggio essere uno di loro che non essere.

 

Può non piacermi nulla. Ma se lo dico; se dico: “niente voglio, desidero, mi piace (ennuyé de tout)”, c’è già qualcosa che è un piacere per me, che mi piace e per il cui gusto resto nell’esistenza: dirlo; poiché ogni agire è per il piacere o per un minor dolore: dire è un piacere, è un movimento volontario. È un piacere dire che ormai non c’è più piacere per me.

 

Bisogna insegnare a credere, ma più ancora a non credere.




Perché in ognuno ci sia un po’ di bontà verso tutti, è necessario che non si creda che ce ne sia molta. L’uomo che si strugge per l’umanità e anche per la propria patria, è una menzogna: la verità e ciò che serve e basta perché tutto vada bene, è amare molto se stessi, la propria famiglia e i propri amici, un po’ i vicini e la città, un pochino il proprio paese, quasi niente l’umanità, e niente del tutto la Specie, l’umanità di un’altra epoca.

 

L’Umanità già nel 1913 andava verso le seguenti Totalità:

 

Totale Urbanismo, fino alla soppressione di ogni Natura e Meteorologia.

 

Totale Proletarismo, vale a dire che nessuno consumi nulla di ciò che produce, vale a dire mercantilità, baratto totali.

 

Macchinismo.

 

Trust Universale: un solo Padrone al Mondo. Totale Istruzione Pubblica: sarebbe la madre e padre-surrogato, vietando che i genitori insegnino qualcosa ai figli.




 Totale Diplomismo: persino per ignorare qualcosa, chi non avesse diploma verrebbe perseguito, come oggi i guaritori; adesso si può ancora ignorare senza diploma: un giorno questo sarà permesso solo con un diploma speciale.

 

Totale Democrazia, ossia Governo Assoluto della Maggioranza.

 

Alienazione della totale attività: “full time”: non consumare nulla del proprio lavoro, fino a farsi soffiare il naso e portare il cibo alla bocca dalla mano di un altro.

 

Totale Giornalismo: nessuno sa quando pioverà o ci sarà la rivoluzione e cosa si deve fare, se non il Giornale.

 

Totale Cinema: ogni individuo paga un’imposta per ogni giorno che non va al Cinema.

 

Totale Standardizzazione: non ci sono gusti personali.

 

Ogni cinquant’anni la plebe ha bisogno di vedere gli aristocratici occupati in lavori umilianti, e soprattutto le contesse o gran dame.

 

E ha ragione, perché gli aristocratici dovrebbero sacrificarsi un po’ e darle qualche agio; ma essendo sopravvenuta la banalità, né l’operaio vuol lavorare né l’aristocratico preoccuparsi della catastrofe che si avvicina.

 

L’umanità ha bisogno dello Spettacolo, ogni cinquant’anni. Allora un aristocratico transfuga -per beghe con la sua classe - diserta ed è il capo della plebe.

 

Se non ci fosse la morte, non ci sarebbero battaglie.

 

Se un congresso scientifico o politico annunciasse di aver scoperto il trattamento e il sistema di vita dell’immortalità - salvo accidenti traumatici o tossici - a questa notizia si disperderebbero tutti gli eserciti del mondo, dato che l’individuo accetta di morire perché sa che morirà.

 

La cosa più geniale che esista consiste forse nel credere, con adozione, nella morte: prendere per sé, senza preferirla, la cessazione. Forse la morte uccide di malavoglia chi di buona voglia, ma senza preferirla, muore; chi dimostra di trovare lo stesso gusto nel morire che nel dormire, sgonfia la morte di tutta la sua eternità. La credenza nell’immortalità è molto poco geniale paragonata a questo.


(PROSEGUE VERSO LA PATAGONIA)



 





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