CHI DELLA FOLLA, INVECE,

CHI DELLA FOLLA, INVECE,
30 MAGGIO 1924

mercoledì 14 ottobre 2015

CARLO GINZBURG


















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Carlo Ginzburg (2)













Contempliamo un tavolato che un tempo costituiva l’oceano di Tetide. Quarantacinque milioni di anni fa, quando la placca tettonica dell’India che allora era un continente separato si scontrò col ventre molle dell’Asia facendo erompere l’Himalaya a sud, quest’Oceano primordiale si prosciugò. Sull’altopiano tibetano sono ancora presenti fossili marini a conferma che il paese più alto del mondo un tempo era un Oceano. Mentre scendiamo faticosamente lungo la linea di faglia di quel memorabile sconvolgimento, una nuova vista si allarga davanti a noi…
In quest’aria rarefatta, nella quale una persona può essere individuata chiaramente a 15 chilometri di distanza, scorgo con un tuffo al cuore le steppe sfumate di viola del Tibet che digradano verso nord-ovest. Al di là di esse, una fila ininterrotta di montagne balugina all’orizzonte sotto nuvole a forma di cavolfiore che paiono statiche, e lo sono; nel lontano Nord invece fluttua il Gurla Mandhata, alto più di 7500 metri, che brilla sopra il lago sacro di Manasarovar. Nella sua vivida immobilità, questa terra potrebbe essere un fondale dipinto infilato nella fenditura della valle davanti a noi. L’artista voleva esprimere una tranquillità inumana e se n’è uscito con questo paesaggio. Il paese è spaventosamente isolato.




La stessa collisione tra placche che generò l’altopiano tibetano, lo circondò di montagne che lo proteggono e allo stesso tempo lo inaridiscono: il Karakorum a occidente, i deserti del Kunlun a nord. Anche nel più esposto Oriente, centinaia di chilometri di territorio montano quasi desertico dividono il Tibet dall’habitat agevole più vicino.
...A quali altre catene montuose possiamo estendere il modello ipotizzato per le Alpi?
Certamente all’Himalaya.
Le Alpi non sono che una piccola parte, spettacolare e geologicamente meglio studiata, di un sistema di catene che va dal rif nordafricano alla Cordigliera Betica, ai Pirenei, comprende le Alpi e prosegue attraverso i Carpazi e il Caucaso con gli alti rilievi dell'Hindukush, del Karakorum e dell’Himalaya. L'intero sistema alpino-himalayano mostra delle grandi linee caratteristiche strutturali comuni e i fossili ritrovati nelle loro rocce sedimentarie, correlabili fra loro sia per l’età che per l’ambiente di vita originario, hanno portato a ricostruire l’ipotetica Tetide come situata, a partire da 230 milioni di anni fa, fra il continente euroasiatico a nord e i continenti africano e indiano a sud. Nell’ambito del sistema, tuttavia, ogni singola catena a le sue peculiarità stratigrafiche, la sua propria disposizione geometrica, le sue deformazioni tettoniche specifiche, per non parlare di situazioni locali che paiono anomale e di regioni intere di cui si sa molto poco.




La catena dell’Himalaya è lunga 2500 Km, il doppio di quella delle Alpi. L’Everest, la sua cima più alta e anche la più elevata del mondo, è alta quasi il doppio del Monte Bianco. Dal Nanga Parbat a ovest al Namcha Barwa a est, la catena costituisce il principale muro divisorio climatico dell’Asia, poiché è l’ostacolo che ferma i monsoni. Curiosamente però la catena, benché su di essa si ergano ben 10 dei 14 ‘ottomila’ della terra, non costituisce uno spartiacque, che invece è situato più a nord, nel Tibet, a circa 150 Km delle creste principali. L’arco della catena himalayana, contrariamente a quello delle Alpi, è convesso verso sud. Si suppone che la zolla continentale indiana, sospinta verso nord, dopo la collisione con il continente euro-asiatico abbia continuato a premere contro quest’ultimo, provocando il rialzamento di tutta la propria fascia marginale.
Questa ipotesi dà una spiegazione alla convergenza verso sud delle strutture tettoniche e al fatto che sedimenti marini marginali della zolla continentale indiana si trovino oggi tutti ripiegati a costituire vette quali quelle dell’Everest e dell’Anapurna, con i loro calcari metamorfosati vecchi fino a 530 milioni di anni. Nel loro insieme queste rocce di origine sedimentaria costituiscono una fascia spessa 14 Km, con un’età compresa fra i 570 e i 65 milioni di anni. Il Tibet non appartiene più alla catena himalayana e, con il suo altipiano e le sue catene interne del Trans-Himalaya, geologicamente inizia a nord delle pietre verdi disposte lungo i corsi dell'Indo e dello Tsangpo: pietre verdi che vengono considerate come ‘sutura’ della collisione avvenuta 45 milioni di anni fa fra le due zolle continentali dell’Euroasia e dell’India.




Centomila anni fa il pianeta ospitava solo una manciata di ‘Homo sapiens’, dai quali è discesa senza eccezione tutta la popolazione umana odierna. Per deduzione, tale convergenza deve terminare in un unico ominide nostro antenato. Ciò che vale per la specie umana vale per tutte le altre. Per esempio, quasi tutti i nostri geni li abbiamo in comune con lo scimpanzè; qualche milione di anni prima che l’Eva africana camminasse per la savana, da qualche parte nelle foreste dell’Africa dimorava l’antenato comune dell’uomo e delle scimmie antropomorfe. E così via, indietro nel tempo. Quanto più si scava nel passato, tanto più imparentate risultano le specie che oggi sono ben distinte. Mezzo miliardo di anni fa avevo per antenato un pesce. Due miliardi di anni or sono, tutti i miei avi erano microbi. Lo stesso ragionamento vale per tutti gli organismi, compreso il cespuglio fuori dalla mia finestra, l’uccello che becca sul davanzale e i funghi nel prato.
Se potessimo risalirne gli alberi genealogici abbastanza indietro nel tempo, i loro rami distinti finirebbero per intrecciarsi e fondersi. Possiamo raffigurarci un albero genealogico di tutto ciò che vive al giorno d’oggi, una sorta di superalbero della vita. Alla fine, tutti i rami di questo superalbero devono convergere, e non di poco, ma completamente, fino a restringersi a un tronco centrale. Questo antico fusto rappresenta un unico organismo primitivo, l’antenato comune di tutta la vita del pianeta, un microbico Adamo il cui destino è stato di popolare il pianeta con una miriade di discendenti.
Ma come è nato questo minuscolo organismo, questo capostipite di un miliardo di specie?
Dove è vissuto, e quando?
E che cosa è venuto prima di lui?
Una prova dell’esistenza dell'antenato universale deriva dalla bizzarra questione della cosiddetta ‘chiralità’ delle molecole. La maggior parte delle molecole organiche non è simmetrica: la molecola differisce dalla propria immagine speculare esattamente come la mano destra differisce dalla mano sinistra. Questo fa pensare che tutti discendano da una stessa cellula, che conteneva ogni molecola nella particolare forma chirale in cui la ritroviamo oggi.
(C. Thubron, verso la montagna sacra; S. M. Buscaini, Geologia per alpinisti; P. Davies, Da dove viene la vita)




Il Lha Chu, il ‘Fiume degli Spiriti’, ci guida per otto chilometri lungo il corridoio di arenaria via via più pallida. Le pareti della valle si dispiegano in svettanti cortine rosa e ramate per un’altezza di mille metri su entrambi i lati. Una certa morbidezza della pietra modella in terrazze crepate che tagliano le fenditure verticali dei dirupi frantumando l’intera parete rocciosa in cubi ciclopici ininterrottamente per centinaia di metri. Poi, in alto, sferzati dal vento, gli strati si assottigliano, separandosi. S’innalzano in una filigrana di torrette e di balze, forate dall’illusione di altre porte ad arco, riempiendo l’orizzonte di templi e palazzi diroccati. Dove la roccia si fa rosa conchiglia, in particolare, tali sagome sembrano ardere in un altro etere. Tra l’una e l’altra, cascate gelate gocciolano dai canaloni o si rovesciano sulle cime delle rupi in vampate di ghiaccio. Quando queste infine raggiungono la valle ai nostri piedi, si sciolgono in affluenti che scorrono a fatica, intasando di schegge il Lha Chu.




Naturalmente i palazzi in cima alle montagne sono le residenze dei Buddha, e ogni singolarità nei picchi o nei massi diventa un segno della loro presenza o è la formazione spontanea di un prodigio sacro. Nel versante della valle opposto al Choku, i monaci scorgono sedici santi raggruppati nella roccia, mentre sulla sommità fluttua la tenda di seta di Kangri Latsen. Più avanti, mentre procediamo nel cammino, una corrente mistica porta giù dalla montagna la luce dell’arcobaleno, e una cupola di roccia a est è la fortezza del demone indù Ravana, convertito al buddhismo, con tanto di yak e di cane. Il masso che sporge nelle vicinanze è il reliquario di cristallo del santo Nyo Lhanangpa che racchiude la sua visione del Buddha, e al di là di questo, il dio scimmia Hanuman s’inginocchia per offrire incenso al Kailash. Alle nostre spalle, a est, la coda del meraviglioso cavallo di Gesar di Ling, l’epico re del Tibet, spunta dalle cime in una cascata ghiacciata, e i suoi sette fratelli abitano sette pinnacoli rocciosi lungo la via. A ovest, su tre picchi torreggianti alti 6000 metri, dimorano i tre grandi Bodhisattva della longevità, e un masso di granito accanto al nostro sentiero è la manifestazione di un Buddha che doma un serpente.




 Ovunque, per coloro che sanno vedere, la pietra pulsa di vita.

E sullo stesso Kailash brillano i portali glaciali che danno accesso al cuore della fortezza di Demchog. In questa complessa topografia, divinità buddhiste, induiste e bon impenitenti affollano il percorso in schiere che si sovrappongono. Ve ne sono migliaia, letteralmente. Spesso riesco a individuare un sito solo grazie a un pellegrino solitario, disteso a terra dove la mano o il piede di Buddha, bruciando come zolfo, a lasciato un'impronta nella roccia. Alcuni dèi e Bodhisattva volano tra le dimore in modo disorientato.
…Altri risiedono su diverse cime allo stesso tempo…
Ma, in un certo senso, sono sempre presenti fisicamente nelle loro dimore pietrificate, verso le quali i pellegrini si girano a pregare. In ogni punto in cui una grotta scava un dirupo e vi è memoria di un eremita, gesta di passata devozione impregnano la roccia, e i santi continuano a essere presenti in corpo mistico anche molto tempo dopo la morte. Schierati in file sui pendii del Kailash, i lha, gli dèi celesti, combattono i lhama-yin circostanti (destinati all’inferno), e le loro passioni li condannano infine a dolorosi cicli di rinascita. I demoni che affliggono i tibetani - i sa-bdag, ‘signori della terra’, i lu, serpenti neri in agguato sotto le acque, i terribili btsan con l’armatura sui loro cavalli volanti rossi - sono degradati a servi buddhisti all'ombra del Kailash, ma l’umore capriccioso della montagna - le frane e le tempeste improvvise - suscitarono paure compensative e nervosi riti propiziatori.

I pellegrini che ci seguono ormai sono pochi.




Procedono veloci, assorti e sorridenti. Molti percorrono l’impegnativo tragitto di circa 50 chilometri in 36 ore; alcuni lo completano in un giorno solo. E la fatica è un elemento essenziale.
Il sentiero si fa scosceso.
Gli yak e i jhaboo che seguivano il letto del fiume ora si trascinano pesantemente tra i pellegrini. Spesso mi fermo contro un masso, ansimante, temendo il primo attacco di nausea, davanti si estende un lungo anfiteatro di montagne le cui rocce sono nere sullo sfondo di uno spesso tappeto di neve. Ogni colore sembra strizzato via dal paesaggio. Solo il cielo a tratti splende azzurro sul flusso di creste che  scorre nella valle. In quest’aria ghiacciata, le persone sono nascoste sotto strati di vestiti e occhiali protettivi, e fra i tibetani che si muovono velocemente dondolando rosari, bastoni e thermos di tè al burro, è difficile distinguere gli indiani dai tedeschi, dagli austriaci, persino da un paio di russi. I massi diventano luoghi brulicanti di venerazione. Camminiamo in un labirinto spezzato di granito: rocce grandi come casette, grigio chiaro, rosa conchiglia.
Qui Milarepa sconfisse il suo rivale bon appoggiando un terzo masso gigantesco sul secondo sistemato dallo stregone, e lasciò questo pilastro in bilico con la sua impronta nella roccia.

Per i pellegrini ogni pietra parla.

Si sparpagliano e si siedono con familiarità tra di esse. Si infilano in una stretta apertura tra due massi per mettere alla prova la loro virtù, e strisciano sotto a un altro.
Le rocce divengono il giudizio della montagna. Un affioramento chiamato il ‘Luogo dei peccati bianchi e neri’ forma una rudimentale galleria, e i pellegrini devono attraversare quest’inferno simbolico prima di tornare lungo un altro passaggio a uno stato più elevato. In queste fenditure la pietra viva percepisce la purezza dei corpi che vi passano attraverso, e le pareti possono contrarsi all’improvviso intrappolando il reo. Tre pellegrini seduti insieme amabilmente ricordano un’epoca in cui le...













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