GIULIANO LAZZARI
giovedì 8 gennaio 2026
ALLA COMMISSIONE GIUSTIZIA SENATO AMERICANO
giovedì 1 gennaio 2026
LA VERITA' DEI FATTI! PERCHE' FUGGONO DALL'ITALIA? (una realtà negata?...)
Gli italiani continuano ad emigrare, e lo fanno sempre di più, alla
ricerca di un lavoro stabile, che sia inserito in un contesto meritocratico,
con prospettive di crescita e servizi adeguati. Il 2024 segna un aumento del
38% di partenze rispetto all’anno precedente: un dato che certifica il
superamento della pandemia e della Brexit, con la piena ripresa della mobilità.
È quanto emerge dal Rapporto Italiani nel
Mondo 2025 della Fondazione Migrantes, presentato oggi
a Roma: da gennaio a dicembre 2024 si sono iscritti all’Anagrafe italiani
residenti all’estero (Aire) per la sola motivazione “espatrio” 123.376
cittadini italiani e rispetto al 2023 i dati segnano in valore assoluto “34mila
partenze in più”.
L’aumento riguarda prevalentemente i giovani e i giovani adulti. In
particolare, nella classe di età 18-34 anni si rileva un +47,9% rispetto
all’anno precedente a cui unire il +38,5% della classe immediatamente
successiva (35-49 anni). La componente dei giovani e dei giovani adulti,
quindi, nell’insieme raggiunge il 72,2% del totale delle iscrizioni per
espatrio avvenute lungo il corso del 2024 (era il 68,8% l’anno precedente) ed è
sempre più interprete indiscussa dell’attuale esperienza migratoria dall’Italia.
Le partenze giovanili crescono soprattutto per motivi di lavoro e
opportunità professionali, ma anche per aiutare familiari già all’estero (es.
nonni-babysitter).
In ogni caso, l’attuale mobilità italiana, pur rivolgendo lo sguardo al mondo intero e pur avendo destinazioni privilegiate che si orientano verso nuovi contesti professionali emergenti (si veda l’Oriente, con Singapore, gli Emirati Arabi, ma anche la Scandinavia) preferisce sempre di più l’Europa. Il 73,7% di chi si è iscritto all’Aire per espatrio da gennaio a dicembre 2024 è andato in Europa (quasi 91 mila italiani). Sono 23.300 circa coloro che, invece, sono espatriati in America (18,9% del totale) di cui 15 mila nell’America latina. Per molti, l’espatrio è una reazione alla frustrazione e all’esclusione sociale, e sta diventando sempre più definitivo.
Sono più gli italiani all’estero che gli stranieri in Italia – Negli
ultimi vent’anni, la mobilità internazionale italiana è diventata strutturale,
non più episodica: dal 2006 le iscrizioni all’AIRE sono più che raddoppiate
(+106%). Il fenomeno coinvolge categorie sempre più varie per età, formazione e
professione, con una crescente presenza femminile (48,3% del totale).
Nel 2025 gli italiani residenti all’estero sono oltre 6,4 milioni, un dato in “costante crescita”, tanto che oggi il numero degli italiani oltre confine supera di un milione quello degli stranieri in Italia. Oggi un italiano su dieci vive fuori dai confini nazionali, soprattutto in Europa (54%) e America (41%). Anche la mobilità interna vede un forte spostamento dal Sud al Centro-Nord, con perdita di giovani qualificati. Il 45% dei residenti all’estero proviene dal Sud Italia, in particolare Sicilia (844 mila), poi ci sono Lombardia (690 mila) e Veneto (614 mila). Viene registrato in Europa il 53,8% degli italiani all’estero (oltre 3,4 milioni), mentre in America il 41,1% (soprattutto Sud America, con Argentina 990 mila e Germania 849 mila come comunità più grandi). Nel 2024 le mete più scelte sono state Germania (16.988), Regno Unito (15.471), Spagna (12.448), Svizzera (12.448), Francia (9.444).
Guardando alle principali province di partenza ci sono Milano, Napoli, Torino, Roma, Treviso, Palermo e Brescia. Quasi 2,9 milioni (45,1%) di iscrizioni danno come luogo di origine il Meridione di Italia (978 mila circa nelle Isole, 15,2%). Oltre 2,5 milioni (39,2%) riguardano, invece, il Nord Italia e un milione il Centro (15,7%). La Sicilia si conferma la regione con la comunità di residenti all’estero più numerosa (844 mila), seguita da Lombardia (690 mila) e Veneto (614 mila).
(IlFattoQuotidiano)
L’Italia sta vivendo un vero e proprio esodo silenzioso che sta svuotando le vene produttive del Paese. Non si tratta solo di una questione demografica, ma di un collasso economico e fiscale di proporzioni sistemiche. Secondo gli ultimi dati forniti dal Cnel, il numero di giovani emigrati ha raggiunto vette allarmanti, delineando un quadro in cui l’attrattività del nostro sistema è ai minimi storici. Mentre la politica discute di riforme superficiali, la fuga dei cervelli e della manodopera qualificata sta trasferendo ricchezza netta verso le economie dei nostri competitor europei, lasciando lo Stato italiano con il conto da pagare per un’istruzione che non produrrà mai gettito interno. Questo fenomeno non è una scelta, ma una necessità dettata da un mercato del lavoro asfittico e da salari che hanno perso ogni potere d’acquisto reale.
Il numero di giovani tra i 18 e i 34 anni che
hanno deciso di abbandonare l’Italia tra il 2011 e il 2024 ammonta alla cifra
impressionante di 630mila unità. Questo dato,
analizzato con attenzione, rivela che il fenomeno non riguarda solo le aree
storicamente svantaggiate: il 49% delle partenze ha interessato infatti le
regioni del Nord, mentre il 35% ha riguardato il Mezzogiorno. Se consideriamo
il saldo al netto degli ingressi di immigrati nella stessa fascia d’età, il
passivo per l’Italia resta pesantissimo, con una perdita secca di 441mila
giovani.
In termini percentuali, la massa di ragazzi che ha varcato i confini nazionali rappresenta il 7% dei giovani residenti in Italia nel 2024. Il dato dell’ultimo anno disponibile è ancora più drammatico: nel solo 2024, ben 78mila giovani sono espatriati, portando il saldo netto annuale a -61mila. Un parametro che dovrebbe far riflettere profondamente i decisori politici è che il numero di questi expat nel 2024 ha raggiunto il 24% del numero totale delle nascite nello stesso anno. In pratica, per ogni quattro bambini che nascono, un giovane adulto decide che il suo futuro è altrove.
La destinazione prediletta dai giovani italiani in cerca di fortuna
rimane il Regno Unito, che accoglie il 26,5%degli espatriati, nonostante le
complessità burocratiche post-Brexit. Al secondo posto si posiziona la Germania
con il 21,2%, seguita dalla Svizzera (13,0%), dalla Francia (10,9%) e dalla
Spagna (8,2%). Le rotte migratorie non sono però omogenee sul territorio
nazionale e riflettono legami storici e geografici molto forti.
I giovani residenti in Alto Adige, ad esempio, scelgono quasi per metà l’Austria e per oltre un quarto la Germania. Diversa è la situazione per chi parte dal Mezzogiorno: qui la Germania è la meta principale per il 30,4% dei migranti (dato che sale al 39,1% per i siciliani), seguita dal Regno Unito (24,5%) e dalla Svizzera(12,6%). Esiste poi un’altra faccia della medaglia, ovvero la migrazione interna: tra il 2011 e il 2024, ben 484mila giovani si sono spostati dal Sud verso il Centro-Nord. Questo movimento interno ha comportato un trasferimento di capitale umano pari a 147 miliardi di euro, di cui ben 79 miliardi riconducibili a giovani laureati, impoverendo ulteriormente le prospettive di sviluppo del meridione.
Quale impatto hanno il costo della vita e la qualità dei servizi
sulla fuga dei giovani?
Il costo dell’abitazione rappresenta un ostacolo insormontabile per
molti giovani, agendo come un vero e proprio freno alla formazione di nuovi
nuclei familiari e alla permanenza in Italia. Le misure adottate finora hanno
spesso beneficiato chi possedeva già risorse finanziarie, mentre i vantaggi
fiscali concessi agli affitti di breve periodo hanno distorto il mercato
immobiliare, rendendo i canoni inaccessibili per chi cerca una residenza
stabile. Sebbene l’innalzamento degli stipendi sia la soluzione principale, la
regolazione del mercato degli affitti non può più essere rimandata.
Oltre alla casa, la qualità della vita è determinata dalla conciliazione tra tempo di lavoro e tempo libero. Nell’economia della conoscenza, il confine tra i due ambiti è sempre più sfumato e le aziende devono riconoscere che una mente riposata e stimolata è più produttiva. A questo si aggiunge la carenza di servizi pubblici per le famiglie, specialmente nell’ambito educativo e dell’infanzia. L’adeguamento del calendario scolastico e degli orari ai modelli europei più avanzati sarebbe fondamentale non solo per i genitori lavoratori, ma anche per ridurre le diseguaglianze degli alunni che provengono da contesti familiari svantaggiati. Infine, non va dimenticata la necessità di potenziare i trasporti pubblici locali in un territorio densamente popolato, fattore che incide direttamente sulla vivibilità quotidiana.
(La Legge è uguale per tutti?)
Tra le questioni di politica della ricerca, la fuga dei cervelli è
una delle più complesse e difficili da trattare. Le ragioni di questa
difficoltà sono diverse e a volte intrecciate tra loro, ma contribuiscono tutte
a far sì che un problema (oggi in Italia, probabilmente il problema) di tale
gravità sia spesso oggetto di equivoci, sia involontari che premeditati.
Una prima difficoltà è di tipo definitorio.
Che cos’è esattamente la fuga dei cervelli?
Che tipo di effetto ha sul Paese che la subisce?
E, quando, è possibile – e corretto – affermare che un ricercatore è
ormai definitivamente perduto per il suo Paese d’origine, quello (per
intenderci) dove è nato e che ha investito denaro e competenze nella sua
formazione?
La definizione di brain drain offerta dall’Enciclopedia Britannica è
apparentemente chiara: “l’abbandono di un paese a favore di un altro da parte
di professionisti o persone con un alto livello di istruzione, generalmente in
seguito all’offerta di condizioni migliori di paga o di vita”. Tuttavia, non è
affatto sufficiente a descrivere un fenomeno che, pur essendo antico, è emerso
nel dibattito internazionale solo intorno agli anni Sessanta, soprattutto in
termini di emigrazione dal Sud al Nord del mondo.
Nel 1997, un rapporto dell’Ocse sui movimenti di personale altamente qualificato ha messo in luce, all’interno di questi movimenti, tre elementi sostanzialmente nuovi che si sono aggiunti al brain drain per così dire tradizionale, elementi per i quali ha quindi indicato nuove definizioni.
La prima è quella di brain exchange – lo scambio di cervelli – che
secondo l’Ocse è il flusso di risorse intellettuali tra un Paese e l’altro, con
uno spostamento equilibrato nei due sensi: tanti ricercatori escono e tanti ne
entrano. A seconda delle vocazioni nazionali, questi movimenti possono essere
sbilanciati in discipline e settori produttivi diversi, ma anche se un Paese si
troverà più povero di risorse qualificate in un campo specifico, sarà più ricco
in un altro.
Il bilancio finale, insomma, è alla pari. Poi c’è la circolazione dei
cervelli, o brain circulation, termine che definisce un percorso di formazione
e avviamento alla carriera, in cui ci si sposta all’estero per completare gli
studi e perfezionarsi, si trova un primo o un secondo lavoro sempre all’estero
e, alla fine, si torna in patria, dove si mettono a frutto le esperienze
accumulate per occupare una posizione di maggiore vantaggio e responsabilità.
Lo studio e il lavoro all’estero sono quindi una tappa del percorso formativo di un giovane, ma non ne costituiscono il destino finale. Evidentemente, questi due tipi di mobilità tornano a vantaggio di tutti. A essi tende sempre di più, per esempio, l’Unione Europea, che è particolarmente impegnata nel favorire questo genere di interazioni tra i suoi Paesi membri.
Infine, l’Ocse evidenzia il nuovo fenomeno del brain waste, lo spreco
di cervelli. In questo caso, l’emigrazione non è fisica ma occupazionale: è la
perdita delle competenze e vantaggi derivata dallo spostamento di personale
altamente qualificato verso impieghi che non richiedono l’applicazione delle
cognizioni per cui sono stati formati. In altre parole, un dottore di ricerca
in Fisica che viene assunto in un ufficio marketing ha forse risolto il suo
problema personale di lavoro, ma non sta applicando le competenze apprese a
spese del sistema di istruzione nazionale.
Quand’è, quindi, che si può correttamente parlare di fuga dei
cervelli?
Solo nel caso in cui il flusso netto di capitale umano altamente qualificato è fortemente sbilanciato in una sola direzione e lo scambio non è più scambio, ma drenaggio, poiché rappresenta una perdita di risorse umane per il Paese di origine.
Come vedremo, è esattamente
quello che sta accadendo in Italia.
Il nostro problema è che non c’è nessuno scambio ma solo una fuga, le
cui proporzioni si stanno aggravando fino a configurarsi come una perdita che
coinvolge un’intera generazione di giovani ricercatori.
L’esportazione di capitale intellettuale – è opportuno sottolinearlo
subito – non è solo una perdita di persone e del denaro speso per formarle. Le
innovazioni prodotte all’estero dai cervelli in fuga saranno proprietà dei
Paesi in cui sono state realizzate, da cui il Paese d’origine dovrà in qualche
modo ricomprarle: tanto che un’altra delle definizioni di brain drain è quella
di trasferimento tecnologico inverso. In termini di puro calcolo economico (ma
vi sono anche altre prospettive da cui andrebbe valutato il problema), il
passivo è drammatico.
Lo riflette bene la bilancia tecnologica dei pagamenti, un indicatore che misura il totale di importazioni ed esportazioni di conoscenze tecniche, brevetti e così via. Nel 2023, si legge nelle statistiche dell’Ufficio Italiano Cambi, “il saldo globale della bilancia è stato negativo per un importo di circa 608 milioni di euro, un disavanzo in linea con l’andamento strutturalmente deficitario della serie storica, ma in netto peggioramento rispetto allo scorso anno, quando si registrò un saldo pressoché nullo”. Le cose, insomma, vanno di male in peggio.
Sarebbe interessante, a questo punto, effettuare un confronto tra
l’andamento “strutturalmente deficitario” della bilancia tecnologica e quello
della fuga dei cervelli per verificare se, e come, vi sia una corrispondenza
tra i due fenomeni. Ma non possiamo farlo e questo a causa di un’altra, grande,
difficoltà relativa al problema del brain drain in Italia: la carenza di dati.
I motivi di questa carenza sono in parte dovuti alle difficoltà di
definizione già citate. Ma solo in parte. Un altro e ben più serio motivo è
stata la sistematica volontà della classe politica in generale, e dei
responsabili delle scelte di politica della ricerca in particolare, di non dar
peso al problema. Ignorandolo, sottovalutandolo e interpretandolo ambiguamente:
tanto da poter continuare a parlare di mobilità invece che di fuga (l’ha fatto
nuovamente il ministro Moratti, lo scorso giugno, nel corso di un surreale
Convegno al CNR di Roma sui buoni risultati delle recenti politiche in materia
di ricerca).
Questione scomoda, la fuga dei cervelli. Perché, oltre a essere un indicatore dello stato della ricerca in un Paese, è anche un indicatore dell’atteggiamento della sua classe politica verso la ricerca.
(Università Bocconi)
N.B. Alla Premiata si consiglia una Laurea cosa ben diversa da una manovra!
Nel curriculum la Meloni
dichiara di aver conseguito la maturità al liceo linguistico “Amerigo Vespucci”
a Roma con 60/60. Solo che l’I.P.S.S.E.O.A. (Istituto Professionale Statale per
i Servizi dell’Enogastronomia e dell’Ospitalità Alberghiera) “Amerigo Vespucci”
non è un Liceo Linguistico (per quello che vale questa distinzione si capisce)
nasce come succursale dell’Istituto Professionale Alberghiero “Tor Carbone”. Le
molte iscrizioni di quel periodo hanno permesso la costituzione dell’Istituto
Professionale Alberghiero “Amerigo Vespucci”. Alberghiero dico (servizi
alberghieri, enogastronomia) non linguistico. Aggiungo che nel 1996 anno della
maturità della Meloni a Roma non esistevano licei linguistici pubblici ne
esisteva solo uno privato. Individuare una piccola bugia in un curriculum vitae
non è affatto difficile come si potrebbe pensare…
venerdì 26 dicembre 2025
OSPITALITA'? UN DOVERE CON RECORD D'INCASSO! (ovvero, il Senso della Via fin qui seguita...)
& IL PIATTO COMPLETO ( buon appetito!)
Prosegue con l'Arca della salvezza, ovvero,
Senza
dubbio, il primo viaggio che i mortali abbiano mai compiuto su questa terra
rotonda è stata la fuga controvoglia di Adamo ed Eva dal Giardino dell’Eden
verso un mondo vuoto. Molti di noi che condannano questo mondo come una valle
di lacrime, ripercorrerebbero volentieri il viaggio di ritorno in Paradiso,
immaginando a colori vivaci la strada che i nostri progenitori hanno percorso
nell’amarezza e nel dolore.
Felici in
un Paradiso in cui tutte le bellezze della prima creazione si estendevano
davanti ai loro occhi, dove nessun nemico si nascondevano, e dove perfino le
bestie selvagge erano fedeli compagni, Adamo ed Eva non potevano, con la minima
parvenza di ragione, addurre come scusa per superare quella costrizione che
nasce dall’inquietudine interiore dell’uomo che lotta per il perfetto rifugio
di pace al di là delle vicissitudini della sua sorte.
E come
Adamo ed Eva partirono, deboli e senza amici, verso un mondo straniero, così
passò molto tempo prima che i loro poveri discendenti osassero lasciare le loro
case rifugio e partire verso luoghi sconosciuti e lontani. Eppure, le dure
prove che i primi viaggiatori dovettero sopportare piantarono nei loro cuori i
semi di un valore che si è guadagnato la lode di tutte le guide spirituali
degli uomini, dai degni personaggi dell’Antico Testamento, con la loro
ingiunzione di ‘prendersi cura dello straniero entro le porte’, alle divine
parole del Nazareno: ‘Ero straniero e mi avete accolto... In verità vi dico: in
quanto l’avete fatto a uno di questi miei fratelli, l’avete fatto a me’.
I nostri progenitori, naturalmente, non poterono godere dei benefici dell’ospitalità. E tuttavia, in epoche successive, non di rado sono stati raffigurati su cartelli appesi dagli ospiti proclamare un’ospitalità non gratuita, ma cordiale. Così, in uno dei disegni di Hogarth del 1750, ‘La marcia delle guardie verso la Scozia’, che l’artista stesso in seguito realizzò all'incisione e dedicò a Federico il Grande, vediamo Adamo ed Eva raffigurati sull’insegna di una taverna.
Non si
dovrebbe trascurare un’opera del pittore satirico inglese, se ne può ammirare
una copia, insieme ad altri dipinti illustri, nella grande sala di un asilo
per trovatelli fondata nel 1739, appositamente per il pietoso scopo di
prendersi cura dei bambini illegittimi nei crudeli primi anni della loro vita.
Questa sala, ricca di preziosi ricordi di grandi uomini, come Händel, è aperta
ai visitatori dopo le funzioni religiose della domenica. E consigliamo al
turista che non si spaventa all’idea di un’ora di sermone di partecipare alla
funzione. Se trova difficile seguire il predicatore nei suoi voli teologici,
non deve far altro che sedersi in silenzio e alzare lo sguardo verso la
galleria, dove una corona di freschi volti di bambini circonda le maestose
teste del cantore e dell’organista.
Alla fine della funzione, non dimentichi di dare un’occhiata alla sala da pranzo, dove tutti i bambini sono seduti ai lunghi tavoli da favola, con una foglia di lattuga verde chiaro in ogni piccolo piatto e ogni viso roseo immerso in una tazza di latte scintillante. Questo quadro gli sarà più caro nella memoria di molte tele di celebri maestri della National Gallery.
UN OSCURO RIQUADRO (fra il vero e il falso)
Roma ha detto
per bocca ed ingegno d’Erode
(l’imperatore):
3 miliardi
abbiam speso
Per la
Tavola di nostro Signore
e Pastore (!?)
Luca un viandante di
passaggio, presenta anche, rispetto a Matteo, diversi ed importanti elementi
cronologici e politico-istituzionali, quando afferma che in occasione di una ‘registrazione-censimento’,
della Giudea, ordinata da Augusto nel contesto di un generale censimento dell’impero
romano, ed avvenuta allorché Publio Sulpicio Quirinio era governatore,
legato di Siria, Giuseppe e Maria (appiedati e con solo cani & somari) si
recarono a Betlehem per farsi registrare nelle liste di censo: ed in tale occasione
a Betlehem nacque Gesù (2, I-5).
Luca offre,
della nascita di Gesù, un quadro assai diverso da quello di Matteo. A
prescindere dalle differenti indicazioni di fondo (Giuseppe e Maria che non
risiedono abitualmente a Nazaret; i Magi; la stella, la persecuzione erodiana;
la fuga in Egitto e il ritorno: tutti elementi presenti in Matteo e assenti nel
terzo vangelo), si può osservare che mentre nel primo vangelo il racconto della
nascita è limitato ad un brevissimo accenno (‘Nato Gesù in Betlehem di Giuda
nei giorni del re Erode’), Luca invece descrive le vicende immediatamente
precedenti tale evento, motivando la presenza a Betlehem di Giuseppe e Maria
con la necessità di ottemperare alle disposizioni emanate per il Censimento
della Giudea.
Vari
studiosi hanno posto in rilievo le discordanze esistenti tra il terzo vangelo e
gli altri sinottici, così come quelle riscontrabili tra gli ‘Atti degli
Apostoli’ e le lettere di Paolo. Ma è facile dimostrare che l’individuazione di
discordanze ed omissioni non può costituire di per sé un criterio decisivo per
valutare storiograficamente qualsiasi opera. Si afferma anche spesso che Luca
(come pure gli altri evangelisti) avrebbe sì ‘fatto storia’, ma a suo modo, e
non nel senso moderno del termine.
Ma perché Luca, per essere credibile - e creduto -, avrebbe dovuto scrivere la sua opera secondo i canoni storiografici positivistici o come la intendiamo noi, invece che adeguarsi a quella che, con felice espressione, è stata definita l’‘innocenza narrativa’ della storiografia antica?
In effetti
Luca non vuoi fare cronaca, né trasmettere solo informazioni; bensì condurre il
lettore alla comprensione di determinate realtà attraverso l'interpretazione
che egli offre di taluni eventi. Indubbiamente, in uno storiografo il rapporto
tra ideologia e documentazione può oscillare, e possono individuarsi differenti
matrici od impostazioni culturali.
Il rapporto
istituito da Luca tra storia e fede è qui evidente. L’evangelista vuole offrire
alla fede di Teofìlo (e dei lettori) un punto di appoggio di carattere storico:
vuole cioè assicurare i cristiani che quegli eventi intorno ai quali sono stati
ammaestrati e che costituiscono il fondamento della loro fede sono realmente
avvenuti. Ciò, peraltro, è possibile solo dopo una indagine quanto mai
rigorosa: ispirata, appunto, a completezza, diligenza, ordine, e rispettosa di
determinati canoni storiografici contemporanei.
Nel momento in cui, parla Luca adotta, significativamente, termini tecnici del lessico storiografico e sono l’oggetto che permette allo storico, nell’ambito della propria sensibilità, cultura, scelta metodologica, di conferir loro ordine e significato, l’esito finale di questa attività è costituito, appunto, dallo scrivere storia.
Luca scrive in funzione del raggiungimento della certezza intorno all’attendibilità ‘dei fatti venuti a compimento’, nell’intento di ancorare la fede cristiana a dei punti di riferimento storici, senza i quali il cristianesimo decadrebbe nell’aridità di uno gnosticismo senza prospettive (ciò di cui, invece, sembra curarsi assai poco certa esegesi - anche cattolica - del nostro tempo). Solo entro questi limiti, a mio avviso, si può parlare di un programma teologico del prologo lucano. L’Autore parla di una su fatti venuti a compimento: in queste parole si riconosce l’attività dello storico che ansiosamente ricerca e finalmente legge l’avveramento della promessa, insieme all’avvento del ‘novus orda rerum’.
ABBIAMO
DIFESO
IL CRISTIANESIMO!
(ha
sentenziato l’Impero)
dalla feccia
di un diverso Vangelo (?!)
Il turista
odierno che prende l’autobus ed esce da Finchley Road per cercare la vecchia
insegna rimarrà deluso come se si aspettasse di trovare lo scudo con la scritta
‘Angel’ a Islington o la pittoresca insegna ‘Elephant and Castle’ nel sud di
Londra. Quasi tutte le vecchie insegne londinesi sono scomparse dalle strade e
solo alcune di esse si sono rifugiate nei sotterranei bui del Guildhall Museum,
dove conducono un’esistenza davvero pietosa, sognando i giorni migliori in cui
brillavano al sole. C’erano taverne con la scritta ‘Adam and Eve’ a Londra,
nella ‘Little Britain’ e in Kensington High Street.
In altri
paesi, come Francia e Svizzera, ad esempio, venivano chiamate insegne ‘Paradise’.
Un’ultima debole eco della vecchia insegna del Paradise aleggia nell’iscrizione
sopra un negozio di moda nella moderna Parigi, ‘Au Paradis des Dames’, il ‘paradiso
delle donne’, in cui vengono venduti, bisogna dirlo, solo articoli di cui Eva
in Paradiso non sapeva fare uso.
Gavarni,
che pronunciò l’amara frase ‘Partout Dieu n’est et n’a été que l’enseigne d’une
boutique’, osò in una delle sue litografie di ‘Scènes de la vie intime’ (1837)
scrivere sopra le porte del Paradiso, da cui gli ‘inquilini’ volavano: ‘Au
pommier sans pareil’. Schiller ci dice che il mondo ama offuscare le cose
splendenti e ridurre in polvere ciò che è sublime. Questo non deve impedirci di
leggere negli antichi segni del Paradiso un ricordo del viaggio dei nostri
progenitori e di godere con gratitudine delle benedizioni di un’ospitalità
ordinata oggi.
Tuttavia, prima che questa ordinata ospitalità prevalesse, dovettero trascorrere molti secoli, e per il lungo intervallo ogni uomo che si avventurava nella natura selvaggia e ostile assomigliava al viaggiatore di Carlyle, ‘sorpreso dalla Notte e dalle sue tempeste e dai suoi diluvi, ma che si rifiutava di fermarsi; e che era bagnato fino alle ossa e non si curava più della pioggia. Un viaggiatore abituato alle solitudini ululanti, consapevole che i venti tempestosi non hanno pietà, che l’Oscurità è l'ombra della terra morta’.
Solo i
forti e gli audaci potevano osare sfidare la natura selvaggia, soprattutto
quando era necessario attraversare luoghi desolati, inospitali montagne come le
Alpi. Per questo gli antichi celebravano Ercole come un eroe, perché era il
pioniere che aveva aperto una strada attraverso il loro aspro mondo montano.
Doveva
trascorrere ancora più tempo prima che il viaggiatore potesse gioire delle
bellezze della natura che lo circondava. L’opera civilizzatrice di garantire
strade sicure dovette essere compiuta prima che si potesse sviluppare quello
che Macaulay chiama ‘il senso delle bellezze più selvagge della natura’. ‘Solo
quando le strade furono scavate nella roccia, quando i ponti furono gettati sul
corso dei ruscelli, quando le locande furono sostituite da covi di briganti...
gli stranieri poterono essere incantati dalle fossette blu dei laghi e
dall'arcobaleno che sovrastava le cascate, e poterono trarre un piacere solenne
persino dalle nuvole e dalle tempeste che si abbattevano sulle cime delle
montagne’.
Non c’è da stupirsi, quindi, che la letteratura dei tempi antichi, quando viaggiare era un’attività così pericolosa, sia piena di ammonimenti all'ospitalità. Il miglior esempio, forse, è conservato nel racconto biblico della visita degli angeli ad Abramo, e in seguito a Lot. Questa storia merita di essere letta di nuovo e ancora come tipico resoconto dell’ospitalità.
Come è
consuetudine parlare nei termini più modesti di un pasto a cui si invita un
ospite, chiamandolo ‘un boccone’ o ‘una tazza di tè’, così Abramo parlò agli
angeli: ‘Andrò a prendere un boccone di pane e vi conforterò il cuore’. Poi
Abramo disse alla moglie di cuocere una grande pagnotta, mentre lui stesso andò
a uccidere un vitello grasso e a portare burro e latte. Allo stesso modo Lot
offrì la sua ospitalità, fornendo agli stranieri acqua per rinfrescare i loro
piedi stanchi e, di notte, rischiando persino la vita contro i Sodomiti che
attaccavano, per proteggere gli ospiti che erano venuti a ripararsi sotto il
suo tetto.
La
sensazione che un ospite potesse essere un messaggero divino, anzi, persino la
Divinità stessa, continuò fino ai tempi del Nuovo Testamento, come dimostra il
consiglio di San Paolo agli Ebrei: ‘Non dimenticate l’ospitalità, perché
alcuni, praticandola, hanno accolto degli angeli senza saperlo’. E anche i
discepoli, a volte, non ricevevano forse il loro Maestro come ospite nelle loro
case, il Figlio dell’uomo, il Figlio di Dio?
(SE AVVISTI LO STRANIERO CHIAMA ALLARM PHONE &
DALL'IMPERO SARAI RICOMPENSATO...)



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