IL GRASSO LEGNAIUOLO

IL GRASSO LEGNAIUOLO
& UN MONDO PERDUTO

venerdì 26 dicembre 2025

OSPITALITA'? UN DOVERE CON RECORD D'INCASSO! (ovvero, il Senso della Via fin qui seguita...)

 




















& IL PIATTO COMPLETO ( buon appetito!)  










Prosegue con l'Arca della salvezza, ovvero, 










....la ballata di Hugh Glass







Senza dubbio, il primo viaggio che i mortali abbiano mai compiuto su questa terra rotonda è stata la fuga controvoglia di Adamo ed Eva dal Giardino dell’Eden verso un mondo vuoto. Molti di noi che condannano questo mondo come una valle di lacrime, ripercorrerebbero volentieri il viaggio di ritorno in Paradiso, immaginando a colori vivaci la strada che i nostri progenitori hanno percorso nell’amarezza e nel dolore.

 

Felici in un Paradiso in cui tutte le bellezze della prima creazione si estendevano davanti ai loro occhi, dove nessun nemico si nascondevano, e dove perfino le bestie selvagge erano fedeli compagni, Adamo ed Eva non potevano, con la minima parvenza di ragione, addurre come scusa per superare quella costrizione che nasce dall’inquietudine interiore dell’uomo che lotta per il perfetto rifugio di pace al di là delle vicissitudini della sua sorte.

 

E come Adamo ed Eva partirono, deboli e senza amici, verso un mondo straniero, così passò molto tempo prima che i loro poveri discendenti osassero lasciare le loro case rifugio e partire verso luoghi sconosciuti e lontani. Eppure, le dure prove che i primi viaggiatori dovettero sopportare piantarono nei loro cuori i semi di un valore che si è guadagnato la lode di tutte le guide spirituali degli uomini, dai degni personaggi dell’Antico Testamento, con la loro ingiunzione di ‘prendersi cura dello straniero entro le porte’, alle divine parole del Nazareno: ‘Ero straniero e mi avete accolto... In verità vi dico: in quanto l’avete fatto a uno di questi miei fratelli, l’avete fatto a me’.




I nostri progenitori, naturalmente, non poterono godere dei benefici dell’ospitalità. E tuttavia, in epoche successive, non di rado sono stati raffigurati su cartelli appesi dagli ospiti proclamare un’ospitalità non gratuita, ma cordiale. Così, in uno dei disegni di Hogarth del 1750, ‘La marcia delle guardie verso la Scozia’, ​​che l’artista stesso in seguito realizzò all'incisione e dedicò a Federico il Grande, vediamo Adamo ed Eva raffigurati sull’insegna di una taverna.

 

Non si dovrebbe trascurare un’opera del pittore satirico inglese, se ne può ammirare una copia, insieme ad altri dipinti illustri, nella grande sala di un asilo per trovatelli fondata nel 1739, appositamente per il pietoso scopo di prendersi cura dei bambini illegittimi nei crudeli primi anni della loro vita. Questa sala, ricca di preziosi ricordi di grandi uomini, come Händel, è aperta ai visitatori dopo le funzioni religiose della domenica. E consigliamo al turista che non si spaventa all’idea di un’ora di sermone di partecipare alla funzione. Se trova difficile seguire il predicatore nei suoi voli teologici, non deve far altro che sedersi in silenzio e alzare lo sguardo verso la galleria, dove una corona di freschi volti di bambini circonda le maestose teste del cantore e dell’organista.

 

Alla fine della funzione, non dimentichi di dare un’occhiata alla sala da pranzo, dove tutti i bambini sono seduti ai lunghi tavoli da favola, con una foglia di lattuga verde chiaro in ogni piccolo piatto e ogni viso roseo immerso in una tazza di latte scintillante. Questo quadro gli sarà più caro nella memoria di molte tele di celebri maestri della National Gallery.

 


 

 

UN OSCURO RIQUADRO  (fra il vero e il falso) 

 

Roma ha detto

 

per bocca ed ingegno d’Erode

 

(l’imperatore):                    

 

3 miliardi abbiam speso

 

Per la Tavola di nostro Signore

 

e Pastore (!?)

 

 


 

Luca un viandante di passaggio, presenta anche, rispetto a Matteo, diversi ed importanti elementi cronologici e politico-istituzionali, quando afferma che in occasione di una ‘registrazione-censimento’, della Giudea, ordinata da Augusto nel contesto di un generale censimento dell’impero romano, ed avvenuta allorché Publio Sulpicio Quirinio era governatore, legato di Siria, Giuseppe e Maria (appiedati e con solo cani & somari) si recarono a Betlehem per farsi registrare nelle liste di censo: ed in tale occasione a Betlehem nacque Gesù (2, I-5).

 

Luca offre, della nascita di Gesù, un quadro assai diverso da quello di Matteo. A prescindere dalle differenti indicazioni di fondo (Giuseppe e Maria che non risiedono abitualmente a Nazaret; i Magi; la stella, la persecuzione erodiana; la fuga in Egitto e il ritorno: tutti elementi presenti in Matteo e assenti nel terzo vangelo), si può osservare che mentre nel primo vangelo il racconto della nascita è limitato ad un brevissimo accenno (‘Nato Gesù in Betlehem di Giuda nei giorni del re Erode’), Luca invece descrive le vicende immediatamente precedenti tale evento, motivando la presenza a Betlehem di Giuseppe e Maria con la necessità di ottemperare alle disposizioni emanate per il Censimento della Giudea.

 

Vari studiosi hanno posto in rilievo le discordanze esistenti tra il terzo vangelo e gli altri sinottici, così come quelle riscontrabili tra gli ‘Atti degli Apostoli’ e le lettere di Paolo. Ma è facile dimostrare che l’individuazione di discordanze ed omissioni non può costituire di per sé un criterio decisivo per valutare storiograficamente qualsiasi opera. Si afferma anche spesso che Luca (come pure gli altri evangelisti) avrebbe sì ‘fatto storia’, ma a suo modo, e non nel senso moderno del termine.




Ma perché Luca, per essere credibile - e creduto -, avrebbe dovuto scrivere la sua opera secondo i canoni storiografici positivistici o come la intendiamo noi, invece che adeguarsi a quella che, con felice espressione, è stata definita l’‘innocenza narrativa’ della storiografia antica?

 

In effetti Luca non vuoi fare cronaca, né trasmettere solo informazioni; bensì condurre il lettore alla comprensione di determinate realtà attraverso l'interpretazione che egli offre di taluni eventi. Indubbiamente, in uno storiografo il rapporto tra ideologia e documentazione può oscillare, e possono individuarsi differenti matrici od impostazioni culturali.

 

Il rapporto istituito da Luca tra storia e fede è qui evidente. L’evangelista vuole offrire alla fede di Teofìlo (e dei lettori) un punto di appoggio di carattere storico: vuole cioè assicurare i cristiani che quegli eventi intorno ai quali sono stati ammaestrati e che costituiscono il fondamento della loro fede sono realmente avvenuti. Ciò, peraltro, è possibile solo dopo una indagine quanto mai rigorosa: ispirata, appunto, a completezza, diligenza, ordine, e rispettosa di determinati canoni storiografici contemporanei.




Nel momento in cui, parla Luca adotta, significativamente, termini tecnici del lessico storiografico e sono l’oggetto che permette allo storico, nell’ambito della propria sensibilità, cultura, scelta metodologica, di conferir loro ordine e significato, l’esito finale di questa attività è costituito, appunto, dallo scrivere storia.


Luca scrive in funzione del raggiungimento della certezza intorno all’attendibilità ‘dei fatti venuti a compimento’, nell’intento di ancorare la fede cristiana a dei punti di riferimento storici, senza i quali il cristianesimo decadrebbe nell’aridità di uno gnosticismo senza prospettive (ciò di cui, invece, sembra curarsi assai poco certa esegesi - anche cattolica - del nostro tempo). Solo entro questi limiti, a mio avviso, si può parlare di un programma teologico del prologo lucano. L’Autore parla di una su fatti venuti a compimento: in queste parole si riconosce l’attività dello storico che ansiosamente ricerca e finalmente legge l’avveramento della promessa, insieme all’avvento del ‘novus orda rerum’. 

 


 

 

ABBIAMO DIFESO

 

IL CRISTIANESIMO! 

 

(ha sentenziato l’Impero) 

 

dalla feccia di un diverso Vangelo (?!) 


 

 


 

Il turista odierno che prende l’autobus ed esce da Finchley Road per cercare la vecchia insegna rimarrà deluso come se si aspettasse di trovare lo scudo con la scritta ‘Angel’ a Islington o la pittoresca insegna ‘Elephant and Castle’ nel sud di Londra. Quasi tutte le vecchie insegne londinesi sono scomparse dalle strade e solo alcune di esse si sono rifugiate nei sotterranei bui del Guildhall Museum, dove conducono un’esistenza davvero pietosa, sognando i giorni migliori in cui brillavano al sole. C’erano taverne con la scritta ‘Adam and Eve’ a Londra, nella ‘Little Britain’ e in Kensington High Street.

 

In altri paesi, come Francia e Svizzera, ad esempio, venivano chiamate insegne ‘Paradise’. Un’ultima debole eco della vecchia insegna del Paradise aleggia nell’iscrizione sopra un negozio di moda nella moderna Parigi, ‘Au Paradis des Dames’, il ‘paradiso delle donne’, in cui vengono venduti, bisogna dirlo, solo articoli di cui Eva in Paradiso non sapeva fare uso.

 

Gavarni, che pronunciò l’amara frase ‘Partout Dieu n’est et n’a été que l’enseigne d’une boutique’, osò in una delle sue litografie di ‘Scènes de la vie intime’ (1837) scrivere sopra le porte del Paradiso, da cui gli ‘inquilini’ volavano: ‘Au pommier sans pareil’. Schiller ci dice che il mondo ama offuscare le cose splendenti e ridurre in polvere ciò che è sublime. Questo non deve impedirci di leggere negli antichi segni del Paradiso un ricordo del viaggio dei nostri progenitori e di godere con gratitudine delle benedizioni di un’ospitalità ordinata oggi.




Tuttavia, prima che questa ordinata ospitalità prevalesse, dovettero trascorrere molti secoli, e per il lungo intervallo ogni uomo che si avventurava nella natura selvaggia e ostile assomigliava al viaggiatore di Carlyle, ‘sorpreso dalla Notte e dalle sue tempeste e dai suoi diluvi, ma che si rifiutava di fermarsi; e che era bagnato fino alle ossa e non si curava più della pioggia. Un viaggiatore abituato alle solitudini ululanti, consapevole che i venti tempestosi non hanno pietà, che l’Oscurità è l'ombra della terra morta’.

 

Solo i forti e gli audaci potevano osare sfidare la natura selvaggia, soprattutto quando era necessario attraversare luoghi desolati, inospitali montagne come le Alpi. Per questo gli antichi celebravano Ercole come un eroe, perché era il pioniere che aveva aperto una strada attraverso il loro aspro mondo montano.

 

Doveva trascorrere ancora più tempo prima che il viaggiatore potesse gioire delle bellezze della natura che lo circondava. L’opera civilizzatrice di garantire strade sicure dovette essere compiuta prima che si potesse sviluppare quello che Macaulay chiama ‘il senso delle bellezze più selvagge della natura’. ‘Solo quando le strade furono scavate nella roccia, quando i ponti furono gettati sul corso dei ruscelli, quando le locande furono sostituite da covi di briganti... gli stranieri poterono essere incantati dalle fossette blu dei laghi e dall'arcobaleno che sovrastava le cascate, e poterono trarre un piacere solenne persino dalle nuvole e dalle tempeste che si abbattevano sulle cime delle montagne’.




Non c’è da stupirsi, quindi, che la letteratura dei tempi antichi, quando viaggiare era un’attività così pericolosa, sia piena di ammonimenti all'ospitalità. Il miglior esempio, forse, è conservato nel racconto biblico della visita degli angeli ad Abramo, e in seguito a Lot. Questa storia merita di essere letta di nuovo e ancora come tipico resoconto dell’ospitalità.

 

Come è consuetudine parlare nei termini più modesti di un pasto a cui si invita un ospite, chiamandolo ‘un boccone’ o ‘una tazza di tè’, così Abramo parlò agli angeli: ‘Andrò a prendere un boccone di pane e vi conforterò il cuore’. Poi Abramo disse alla moglie di cuocere una grande pagnotta, mentre lui stesso andò a uccidere un vitello grasso e a portare burro e latte. Allo stesso modo Lot offrì la sua ospitalità, fornendo agli stranieri acqua per rinfrescare i loro piedi stanchi e, di notte, rischiando persino la vita contro i Sodomiti che attaccavano, per proteggere gli ospiti che erano venuti a ripararsi sotto il suo tetto.

 

La sensazione che un ospite potesse essere un messaggero divino, anzi, persino la Divinità stessa, continuò fino ai tempi del Nuovo Testamento, come dimostra il consiglio di San Paolo agli Ebrei: ‘Non dimenticate l’ospitalità, perché alcuni, praticandola, hanno accolto degli angeli senza saperlo’. E anche i discepoli, a volte, non ricevevano forse il loro Maestro come ospite nelle loro case, il Figlio dell’uomo, il Figlio di Dio?


(SE AVVISTI LO STRANIERO CHIAMA ALLARM PHONE & 


DALL'IMPERO SARAI RICOMPENSATO...)



(& IL CAPITOLO PERSEGUITATO)








martedì 23 dicembre 2025

SOLO PER VOI! (DEDICATO ALLA SERVITU')

 








Il seguente Trattato di ‘Istruzioni alla servitù’ fu incominciato qualche anno fa dall’Autore, che non ebbe agio di finirlo e di metterlo in ordine, essendo impegnato in molte altre opere di maggior utilità per il suo Paese, come si può vedere dalla maggior parte dei suoi scritti….

 

…Ma, poiché il progetto dell’Autore era di esporre le scelleratezze e gli inganni dei servitori…[….] verso i loro padroni e padrone, non dobbiamo giustificarci per averlo pubblicato; anzi, lo presentiamo ai nostri lettori nella stessa forma in cui si trova nel manoscritto originale, che può essere visto presso lo stampatore a cui è affidato…

 

Le poche ripetizioni che si incontrano nei personaggi rimasti incompiuti indurranno il lettore a considerare l’insieme come un primo abbozzo, con molte figure appena tracciate: tuttavia, perché nulla potesse apparire impiastricciato o rattoppato da altre mani, si è ritenuto più opportuno dare il testo nelle parole stesse dell’Autore.




Si può pensare che Egli intendesse fare un grosso volume di questa sua opera; ma poiché il tempo e la salute non gliel’hanno permesso, il lettore può trarre da ciò che gli viene qui offerto i mezzi per scoprire i molti vizi ed errori a cui sono portate le persone che vivono in quella condizione inferiore.

 

Se gli uomini di condizione superiore prenderanno sul serio quest’opera, che è scritta per loro ammaestramento (benché ironicamente), essa li migliorerà come amministratori e salverà i loro patrimoni e le loro famiglie dalla rovina.

 

Si può vedere da alcune carte sparse (in cui si davano indicazioni per una Dedica e una Prefazione, e una lista di tutti i gradi della gerarchia servile) che l’Autore intendeva approfondire tutti i vari personaggi.




Questo è tutto ciò che occorreva dire a proposito di questo Trattato, che può essere considerato solo come un Frammento.

 

(…Ecco dovuti raccomandati precetti per aspiranti cuochi e servi in uso di nobili cittadini e futuri regnanti giacché ognuno regna ed impera eccetto il servo della gleba sicché rimembriamo il ruolo che più gli si addice anche se da superiore ispirazione ispirato ma qual servo relegato causa della stessa propria indole nonché genetica discendenza per ogni nobile Signore non ancor incontrato… Giusta distanza fra il servo e chi da Superiore Dio comandato… Talché qual Primo Precetto ricordiamo ed imponiamo: mai picchiare o insultare la ‘serva’ già offesa e rotolata per propria mano da qualsiasi villano incontrato quindi rotolata nel fienile o stalla ove accudisce il proprio simile; accertarsi prima di tutto dei Titoli del presunto Signore servito e che i due non facciano degli antichi e civili costumi un’osteria, o peggio, un fienile per il vero solo unico Signore che mai gli si addice…)




…Io non ignoro affatto che, fra le persone di qualità, ormai da molto tempo è invalso l’uso di tenere cuochi maschi, e generalmente di nazionalità francese; ma poiché il mio trattato è concepito essenzialmente per la gran massa dei cavalieri, gentiluomini e signori di città e di campagna (nonché futuri governanti e monarchi in ogni Terra ben ‘governata’…), mi rivolgerò dunque a te, signora cuoca, come a una donna: comunque, una gran parte di ciò che ho in mente può servire a entrambi i sessi; e la parte che ti riguarda è il seguito naturale di quella che precede, perché fra il maggiordomo e te c’è un legame d’interesse...

 

…Le vostre mance sono generalmente uguali, e le ricevete quando altri restano delusi…

 

Voi potete banchettare la sera sul vostro raccolto, quando il resto della casa è a letto; ed è in vostro potere farvi amico ogni vostro collega. Potete dare un bocconcino o un sorsetto a padroncini e padroncine, guadagnandovi la loro simpatia. Un litigio fra voi è molto dannoso a entrambi, e finirà probabilmente col licenziamento di uno dei due; e in questa fatale ipotesi, forse, non sarà così facile affiatarsi abbastanza presto con un altro.

 

E adesso, signora cuoca, passo a darti le mie istruzioni, e ti raccomando di trovare un servitore tuo collega che te le legga regolarmente una sera alla settimana al momento di andare a letto, sia che tu serva in città o in campagna; perché le mie lezioni andranno bene in tutt’e due i casi.




(1) Se a cena la padrona dimentica che c’è in casa della carne fredda, non essere così petulante da ricordarglielo; è chiaro che non la gradisce; e se le torna in mente il giorno dopo, dille che non ti aveva dato ordini, e che è stata usata; quindi, per non dover dire una bugia, finiscila col maggiordomo, o con un altro intimo amico, prima di andare a letto.

 

(2) Non mandare mai in tavola una coscia di pollo, a cena, se c’è un gatto o un cane in casa che tu possa accusare di averla sgraffignata: ma, se per caso non c’è, puoi dar la colpa ai topi, o a un levriero che passava.

 

(3) È cattiva amministrazione sporcare gli strofinacci di cucina per asciugare il fondo dei piatti che mandi in tavola, perché lo si può fare benissimo con la tovaglia, che viene cambiata a ogni pasto.

 

(4) Non pulir mai gli spiedi dopo averli usati; perché il grasso lasciato dalla carne è la cosa migliore per preservarli dalla ruggine; e quando li userai nuovamente lo stesso grasso manterrà morbido l’interno della carne.

 

(5) Se vivi in una famiglia ricca, arrostire e bollire sono cose al di sotto della dignità del tuo ufficio, e che ti è più consono ignorare; perciò lascia questo lavoro interamente alla sguattera, per non screditare la famiglia in cui vivi.




(6) Se hai l’incarico di far la spesa, compra la carne al più basso prezzo possibile: ma quando rendi i conti, sii gelosa dell’onore del tuo padrone; e segna il prezzo più alto; cosa, del resto, più che legittima; perché nessuno può permettersi di vendere allo stesso prezzo a cui compra; e non dubito che potrai sempre giurare in buona fede di non aver pagato più di quello che ti ha chiesto il macellaio o il pollivendolo.

 

(7) Se la padrona ti ordina di metter su un pezzo di carne per cena, non interpretarlo nel senso che devi metterla tutta; perciò puoi offrirne metà a te stessa e al maggiordomo.

 

(8) Le brave cuoche non possono soffrire quello che molto giustamente chiamano lavoro ozioso, dove si perde un gran tempo e si conclude poco: tale, ad esempio, è la preparazione degli uccelletti, che richiede un mondo di lavoro e confusione, oltre a un secondo o terzo spiedo, che tra l’altro è del tutto inutile, perché sarebbe davvero molto buffo se uno spiedo abbastanza robusto da girare un lombo di manzo, non fosse in grado di girare un’allodola. Comunque, se la tua padrona è sofistica e ha paura che un grosso spiedo squarci gli uccelletti, disponili in bell’ordine sulla leccarda, dove il grasso del montone o del manzo arrostiti, cadendogli sopra, servirà ad ammorbidirli; e quindi a risparmiare sia il tempo che il burro: e a proposito del tempo, quale cuoca con un minimo di personalità sciuperebbe il suo a spennare allodole, culbianchi, e altri uccelletti? perciò, se non riesci a farti aiutare dalle cameriere o dalle signorine, almeno semplifica il lavoro, strinandoli e scorticandoli; di pelle se ne perde poca, e la carne resta sempre la stessa.

 

(9) Se hai l’incarico della spesa, non accettare uno spuntino di bistecca e birra offerto dal macellaio, che in coscienza sarebbe nient’altro che una frode al tuo padrone; ma questa tua spettanza esigila sempre in denaro, se non compri a credito; oppure in percentuale sul saldo finale dei conti.

 

(10) Dato che il soffietto di cucina è generalmente fuori uso, a forza di attizzare il fuoco col becco per non rovinare le molle e l’attizzatoio, usa provvisoriamente il soffietto della camera da letto della padrona, che essendo il meno usato è di solito il migliore della casa; e se ti capita di sciuparlo o sporcarlo di grasso, è facile che tu possa tenerlo esclusivamente per te.


 

(11) Dev’esserci sempre uno sguattero per casa, che faccia le tue commissioni, e vada per tuo conto al mercato nei giorni di pioggia; preservando così i tuoi vestiti, e facendoti apparire più disinteressata davanti alla tua padrona.

 

(12) Se la tua padrona ti concede in beneficio il grasso di recupero, per ricambiare la sua generosità bada che la carne bollisca e arrostisca abbastanza. Se invece lo tiene per guadagnarci lei, usale il riguardo che merita; e piuttosto di lasciar deperire un buon fuoco, ravvivalo di tanto in tanto col grasso della leccarda e col burro che per disgrazia dovesse liquefarsi. Manda la carne in tavola tenuta ben su con stecchini, per farla sembrare tonda e piena; e uno spiedino di ferro, usato nel modo e al momento giusto, le darà un aspetto ancora più bello. Quando arrostisci un taglio lungo di carne, cura soltanto la parte mediana, e lascia crude le due estremità; serviranno per un’altra volta, e inoltre si risparmia combustibile.

 

(13) Quando strofini i tuoi rami e i tuoi piatti di stagno, storci gli orli in dentro, per aumentarne la capienza.

 

(14) Tieni sempre un gran fuoco in cucina quando il pranzo è modesto, o la famiglia pranza fuori; perché vedendo il fumo i vicini possano lodare l’ospitalità del tuo padrone: ma, quando ci sono molti invitati, allora serba i tuoi carboni più che puoi, perché buona parte della carne, restando mezzo cruda, avanzerà e servirà per il giorno dopo.

 

(15) Fai bollire la carne sempre in acqua di cisterna, perché qualche volta ti troverai senz’acqua di fiume o di acquedotto, e allora la padrona accorgendosi che la carne ha un diverso colore, ti sgriderà senza tua colpa.

 

(16) Quando ci sono polli in abbondanza nella moscaiola, lascia lo sportello aperto, per pietà della povera gatta, se è una brava cacciatrice di topi.




(17) Se ti sembra necessario andare al mercato in una giornata piovosa, prendi il mantello con cappuccio della tua padrona per non sciupare i tuoi vestiti.

 

(18) Per aiutarti in cucina tieni sempre tre o quattro donne a ore, che puoi pagare con poca spesa, solo con gli avanzi di carne, qualche pezzo di carbone, e tutta la cenere.

 

(19) Per tener fuori di cucina i servi molesti, quando hai caricato il girarrosto lasciagli sopra la chiave, perché gli cada sulla testa. Se un grumo di fuliggine cade nel brodo, ed è troppo laborioso tirarlo fuori, rimestalo bene, e darà al brodo un aromatico gusto francese. Se il burro si è squagliato come olio, non te ne fare un cruccio, e manda in tavola: l’olio è una salsa più fine del burro.

 

(20) Gratta il fondo di pentole e paioli con un cucchiaio d’argento, per non rischiare che prendano gusto di rame. Quando per salsa mandi il burro in tavola, abbi la parsimonia di lasciarlo mezzo acquoso; che è anche molto più sano. Non servirti mai di un cucchiaio in tutto ciò che puoi fare con le mani, per lo scrupolo di non consumare l’argenteria del tuo padrone.

 

(21) Quando ti accorgi che il pranzo non può essere pronto all’ora stabilita, metti indietro l’orologio, dopodiché sarà pronto allo scoccar del minuto. Ogni tanto lascia cadere un tizzone rovente nella leccarda, perché il fumo del grasso bruciato salga, e dia all’arrosto un sapore più aromatico.




(22) Considera pure la cucina come il tuo camerino da toilette; ma non è il caso che ti lavi le mani finché non sei stata al cesso, non hai schidionato la carne, accosciato i polli, mondato l’insalata, e comunque non prima di aver mandato in tavola la seconda portata; perché le tue mani si risporcherebbero dieci volte con tutte le cose che sei costretta a maneggiare; ma quando il tuo lavoro è finito, puoi lavarle una volta per tutte.

 

(23) C’è solo un’operazione di toilette che ti consento di fare mentre le vivande stanno lessando, arrostendo, o stufando, cioè pettinarti la testa, che non fa perder tempo, perché puoi seguire la cottura, e curarla con una mano, mentre stai usando il pettine con l’altra. Se per caso va in tavola coi cibi qualche capello caduto dal pettine, puoi benissimo dare la colpa a un qualsiasi valletto che ti abbia fatto arrabbiare: perché questi signori sono anche capaci di far dispetti se gli rifiuti un pezzo di pan fritto, o un boccone dallo spiedo; e ancor più se gli rovesci sulle gambe un mestolo pieno di porridge bollente, o li mandi su dai padroni con lo strofinaccio dei piatti appuntato alle falde della giacca.

 

(24) Arrostendo e lessando, ordina alle sguattere di portarti soltanto carbone grosso, e serbare quello piccolo per i fuochi del piano di sopra; il primo è più adatto per cuocere la carne, e quando è finito, se per caso un piatto ti riesce male, puoi darne onestamente la colpa alla mancanza di carbone grosso: inoltre, le ceneraie parleranno certamente male dell’ospitalità del tuo padrone, se non troveranno abbondanza di ceneri grosse mescolate con grossi carboni ancora intatti: così potrai cuocere la carne come si deve, fare un’opera di carità, tenere alto l’onore del tuo padrone, e di tanto in tanto esser chiamata a spartire una brocca di birra in cambio della tua bontà con le ceneraie.

 

(25) Quando hai mandato di sopra la seconda portata, non hai più niente da fare in una grande famiglia, fino all’ora di cena: perciò, strofinati le mani e la faccia, metti la cuffia e lo scialle, e prenditi un po’ di svago con i tuoi amici intimi, fino alle nove o alle dieci di sera — prima, però, mangia.




(26) Ci sia sempre una stretta amicizia fra te e il maggiordomo, perché è vostro comune interesse essere uniti: il maggiordomo ha bisogno spesso di un bocconcino ristoratore, e tu molto più spesso di un fresco calice di vino buono. Però, non ti fidar di lui, perché a volte è incostante in amore, avendo il grande vantaggio di sedurre le cameriere con un bicchiere di vino bianco, secco o zuccherato.

 

(27) Quando arrostisci un petto di vitello, ricorda che l’anima dell’anima tua, il maggiordomo, ha un debole per l’animella; perciò mettila da parte per la sera: puoi dire che il gatto o il cane l’hanno rubata, o che l’hai trovata guasta o contaminata dalle mosche; e poi, sulla tavola il pezzo fa la stessa figura con l’animella o senza.

 

(28) Quando fai aspettare molto il pranzo ai commensali, e la carne è passata di cottura (come succede quasi sempre), puoi legittimamente incolpare la tua padrona, che ti ha fatto tanta premura di mandare il pranzo in tavola, da costringerti a mandar su la carne troppo bollita e arrostita.

 

(29) Quando hai fretta di tirar giù i piatti, dagli una spintarella che ne faccia cadere una dozzina sulla credenza, giusto a portata di mano. Per risparmiar tempo e fatica, taglia le mele e le cipolle con lo stesso coltello, perché ai signori di buona famiglia piace il sapore di cipolla in ogni cosa che mangiano. Impasta con le tue mani tre o quattro libbre di burro in un blocco solo, poi sbattilo contro il muro proprio sopra la credenza, e lascialo lì per prenderlo pezzo a pezzo quando ti serve. Se hai una casseruola d’argento per uso di cucina, debbo proprio consigliarti di sbatacchiarla senza riguardo, e di tenerla sempre nera di fuliggine, ruotarla in mezzo alla brace per farle posto, eccetera: questo per fare onore al tuo padrone, perché dimostra che ha sempre tenuto tavola imbandita. E analogamente, se la cucina è dotata di un mestolo d’argento, il manico dev’essere consumato a forza di usarlo per raschiare e attizzare, e tu devi dir spesso argutamente: che cosa non ha fatto questo mestolo per il mio padrone!




(30) Quando al mattino mandi al tuo padrone una tazza di brodo, pappa d’avena, o simili, non dimenticare di metter del sale su un lato del piatto prendendolo tra il pollice e altre due dita; perché se adoperi un cucchiaio, o la punta di un coltello, c’è pericolo che il sale si versi, cosa che porta sfortuna. Ricorda solo di leccarti il pollice e le altre dita, prima di azzardarti a toccare il sale. Se il burro, quando fonde, sa di metallo, è colpa del tuo padrone, che non ti ha dotato di una casseruola d’argento; inoltre, l’inconveniente si aggraverà, e una nuova stagnatura è molto costosa. Se invece hai una casseruola d’argento, e il burro sa di fumo, da’ la colpa al carbone.

 

(31) Se il pranzo ti riesce male quasi in ogni piatto, come potevi far diverso, coi valletti che entravano in cucina a darti noia? e per dimostrare che è vero, fatti venire un accesso di rabbia, e getta un mestolo di brodo sopra una o due delle loro livree; inoltre, il venerdì e il giorno dei Santi Innocenti sono due giornate nere della settimana, nelle quali è impossibile avere fortuna; perciò in quei due giorni hai una scusa legittima.