giuliano

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IL TOMO

venerdì 3 gennaio 2014

L'IMPULSO DI COPIARE



































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L'impulso di copiare (2)












Era necessario scoprire la storia prima che si potesse esplorarla. I messaggi del passato arrivarono prima attraverso le arti della memoria, poi con la parola scritta e infine, esplosivamente, con i libri. L’insospettato tesoro di reliquie della terra si estendeva fino al passato addentro alla preistoria. Il passato, così, divenne più che un deposito di miti o un catalogo di cose familiari. Nuovi mondi sulla terra e sul mare, risorse di remoti continenti, usanze di popoli lontani aprirono visioni di progresso e d’innovazione. La società, cioè il vivere quotidiano dell’uomo nella comunità, divenne una nuova e mutevole arena di scoperta….




‘Stampare’, in origine, ebbe significati diversi per l’Occidente e per l’Oriente. In Europa, l’ascesa della stampa sarebbe stata l’ascesa della tecnica tipografica, cioè dell’impressione su carta della scrittura mediante caratteri mobili (‘tipi’) di metallo.
In Cina e in altri paesi asiatici influenzati dalla cultura cinese l’invenzione fondamentale fu l’impressione mediante blocchi incisi a rilievo e l’ascesa della stampa fu in realtà l’ascesa della ‘xilografia’, per la quale si faceva uso di blocchi di legno. E’ quindi inopportuno generalizzare sul significato della parola ‘stampa’, assimilando il significato che ebbe in Occidente a quello che aveva avuto in Oriente.




La prima spinta all’uso della stampa in Cina non fu il desiderio di diffondere la conoscenza, ma quello di assicurarsi benefici di carattere religioso o magico mediante la precisa duplicazione di un’immagine sacra o di un sacro testo. Incidere nel legno immagini e motivi ornamentali che venivano poi impressi sui tessuti era un’antica forma di artigianato popolare.
Fin dal III secolo, se non prima, i cinesi erano riusciti a ottenere un inchiostro che consentiva di eseguire impressioni nitide e durevoli con blocchi di legno. A tale scopo usavano il nerofumo depositatosi sulle lampade a olio e sulla legna arsa, foggiandone un bastoncello che quindi veniva sciolto a formare il liquido nero che in inglese è chiamato ‘India ink’ (inchiostro d’India), ma che in Italia e in altri paesi ha il nome, più appropriato, di inchiostro di China.




La xilografia cominciò a svilupparsi durante la dinastia T’ang (618-907), quando la famiglia regnante tollerava confessioni e sette religiose di ogni sorta: dotti taoisti e confuciani, missionari cristiani, sacerdoti di Zoroastro e, naturalmente, monaci buddisti. Ciascuna di queste comunità aveva le sue immagini e i suoi testi sacri. All’inizio del VII secolo nella biblioteca imperiale erano custoditi circa 40.000 rotoli di manoscritti.
Particolarmente attivi nello sperimentare tecniche di riproduzione delle immagini furono i monasteri buddisti perché l’essenza stessa del buddismo, come osserva lo storico T. F. Carter, era ‘l’impulso a copiare o duplicare’. Come i fedeli erano destinati a diventare repliche del Budda, così il buddista devoto si acquistava ‘merito’ moltiplicando le immagini del Budda e i sacri testi. I  monaci buddisti scolpivano immagini nella pietra e poi ne facevano calchi, fabbricavano sigilli, sperimentavano con gli stampini che imprimevano sulla carta, sulla seta, sui muri intonacati. Fabbricavano anche piccoli timbri di legno dotati di manico, dei quali si servivano per eseguire primitive xilografie.




A qualcuno venne l’idea di togliere il manico in modo da poter mettere il blocchetto di legno su un’asse, con la superficie incisa rivolta verso l’alto. Poi, probabilmente nel VII o all’inizio dell’VIII secolo, sul blocco d’inchiostro venne posto un foglio di carta, che quindi veniva sfregato con una spazzola, e così divenne possibile produrre xilografie più grandi. Ma nell’845, quando in Cina le religioni straniere, buddismo compreso, furono messe fuori legge, 4600 templi buddisti furono distrutti, 250.000 monaci furono cacciati dai monasteri e dei primi esempi di stampa scomparve ogni traccia.
La xilografia rese possibile il fiorire della cultura cinese nel periodo della rinascita Sung (960-1127), e l’esistenza dei classici confuciani a stampa stimolò la ripresa di una produzione letteraria che si ispirava al confucianesimo.
Verso la fine del X secolo ebbe inizio la pubblicazione della prima delle grandi storie dinastiche cinesi, un’opera di parecchie centinaia di volumi la cui realizzazione avrebbe richiesto settanta anni di lavoro. Frattanto nel 983 i buddisti avevano portato a termine un’impresa ancor più spettacolare, la stampa del ‘Tripitaka’, l’intero canone buddista in 5048 volumi per un totale di 130.000 pagine, ciascuna impressa con un blocco di legno appositamente inciso.

(Prosegue....)














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