IL GRASSO LEGNAIUOLO

IL GRASSO LEGNAIUOLO
& UN MONDO PERDUTO

giovedì 1 gennaio 2026

LA VERITA' DEI FATTI! PERCHE' FUGGONO DALL'ITALIA? (una realtà negata?...)

 








Una persona degna... e una...







Gli italiani continuano ad emigrare, e lo fanno sempre di più, alla ricerca di un lavoro stabile, che sia inserito in un contesto meritocratico, con prospettive di crescita e servizi adeguati. Il 2024 segna un aumento del 38% di partenze rispetto all’anno precedente: un dato che certifica il superamento della pandemia e della Brexit, con la piena ripresa della mobilità.

 

È quanto emerge dal Rapporto Italiani nel Mondo 2025 della Fondazione Migrantes, presentato oggi a Roma: da gennaio a dicembre 2024 si sono iscritti all’Anagrafe italiani residenti all’estero (Aire) per la sola motivazione “espatrio” 123.376 cittadini italiani e rispetto al 2023 i dati segnano in valore assoluto “34mila partenze in più”.

 

L’aumento riguarda prevalentemente i giovani e i giovani adulti. In particolare, nella classe di età 18-34 anni si rileva un +47,9% rispetto all’anno precedente a cui unire il +38,5% della classe immediatamente successiva (35-49 anni). La componente dei giovani e dei giovani adulti, quindi, nell’insieme raggiunge il 72,2% del totale delle iscrizioni per espatrio avvenute lungo il corso del 2024 (era il 68,8% l’anno precedente) ed è sempre più interprete indiscussa dell’attuale esperienza migratoria dall’Italia.

 

Le partenze giovanili crescono soprattutto per motivi di lavoro e opportunità professionali, ma anche per aiutare familiari già all’estero (es. nonni-babysitter).




In ogni caso, l’attuale mobilità italiana, pur rivolgendo lo sguardo al mondo intero e pur avendo destinazioni privilegiate che si orientano verso nuovi contesti professionali emergenti (si veda l’Oriente, con Singapore, gli Emirati Arabi, ma anche la Scandinavia) preferisce sempre di più l’Europa. Il 73,7% di chi si è iscritto all’Aire per espatrio da gennaio a dicembre 2024 è andato in Europa (quasi 91 mila italiani). Sono 23.300 circa coloro che, invece, sono espatriati in America (18,9% del totale) di cui 15 mila nell’America latina. Per molti, l’espatrio è una reazione alla frustrazione e all’esclusione sociale, e sta diventando sempre più definitivo.

 

Sono più gli italiani all’estero che gli stranieri in Italia – Negli ultimi vent’anni, la mobilità internazionale italiana è diventata strutturale, non più episodica: dal 2006 le iscrizioni all’AIRE sono più che raddoppiate (+106%). Il fenomeno coinvolge categorie sempre più varie per età, formazione e professione, con una crescente presenza femminile (48,3% del totale).




Nel 2025 gli italiani residenti all’estero sono oltre 6,4 milioni, un dato in “costante crescita”, tanto che oggi il numero degli italiani oltre confine supera di un milione quello degli stranieri in Italia. Oggi un italiano su dieci vive fuori dai confini nazionali, soprattutto in Europa (54%) e America (41%). Anche la mobilità interna vede un forte spostamento dal Sud al Centro-Nord, con perdita di giovani qualificati. Il 45% dei residenti all’estero proviene dal Sud Italia, in particolare Sicilia (844 mila), poi ci sono Lombardia (690 mila) e Veneto (614 mila). Viene registrato in Europa il 53,8% degli italiani all’estero (oltre 3,4 milioni), mentre in America il 41,1% (soprattutto Sud America, con Argentina 990 mila e Germania 849 mila come comunità più grandi). Nel 2024 le mete più scelte sono state Germania (16.988), Regno Unito (15.471), Spagna (12.448), Svizzera (12.448), Francia (9.444).

 

Guardando alle principali province di partenza ci sono Milano, Napoli, Torino, Roma, Treviso, Palermo e Brescia. Quasi 2,9 milioni (45,1%) di iscrizioni danno come luogo di origine il Meridione di Italia (978 mila circa nelle Isole, 15,2%). Oltre 2,5 milioni (39,2%) riguardano, invece, il Nord Italia e un milione il Centro (15,7%). La Sicilia si conferma la regione con la comunità di residenti all’estero più numerosa (844 mila), seguita da Lombardia (690 mila) e Veneto (614 mila). 

(IlFattoQuotidiano) 




L’Italia sta vivendo un vero e proprio esodo silenzioso che sta svuotando le vene produttive del Paese. Non si tratta solo di una questione demografica, ma di un collasso economico e fiscale di proporzioni sistemiche. Secondo gli ultimi dati forniti dal Cnel, il numero di giovani emigrati ha raggiunto vette allarmanti, delineando un quadro in cui l’attrattività del nostro sistema è ai minimi storici. Mentre la politica discute di riforme superficiali, la fuga dei cervelli e della manodopera qualificata sta trasferendo ricchezza netta verso le economie dei nostri competitor europei, lasciando lo Stato italiano con il conto da pagare per un’istruzione che non produrrà mai gettito interno. Questo fenomeno non è una scelta, ma una necessità dettata da un mercato del lavoro asfittico e da salari che hanno perso ogni potere d’acquisto reale. 

 

Il numero di giovani tra i 18 e i 34 anni che hanno deciso di abbandonare l’Italia tra il 2011 e il 2024 ammonta alla cifra impressionante di 630mila unità. Questo dato, analizzato con attenzione, rivela che il fenomeno non riguarda solo le aree storicamente svantaggiate: il 49% delle partenze ha interessato infatti le regioni del Nord, mentre il 35% ha riguardato il Mezzogiorno. Se consideriamo il saldo al netto degli ingressi di immigrati nella stessa fascia d’età, il passivo per l’Italia resta pesantissimo, con una perdita secca di 441mila giovani.




In termini percentuali, la massa di ragazzi che ha varcato i confini nazionali rappresenta il 7% dei giovani residenti in Italia nel 2024. Il dato dell’ultimo anno disponibile è ancora più drammatico: nel solo 2024, ben 78mila giovani sono espatriati, portando il saldo netto annuale a -61mila. Un parametro che dovrebbe far riflettere profondamente i decisori politici è che il numero di questi expat nel 2024 ha raggiunto il 24% del numero totale delle nascite nello stesso anno. In pratica, per ogni quattro bambini che nascono, un giovane adulto decide che il suo futuro è altrove.

 

La destinazione prediletta dai giovani italiani in cerca di fortuna rimane il Regno Unito, che accoglie il 26,5%degli espatriati, nonostante le complessità burocratiche post-Brexit. Al secondo posto si posiziona la Germania con il 21,2%, seguita dalla Svizzera (13,0%), dalla Francia (10,9%) e dalla Spagna (8,2%). Le rotte migratorie non sono però omogenee sul territorio nazionale e riflettono legami storici e geografici molto forti.




I giovani residenti in Alto Adige, ad esempio, scelgono quasi per metà l’Austria e per oltre un quarto la Germania. Diversa è la situazione per chi parte dal Mezzogiorno: qui la Germania è la meta principale per il 30,4% dei migranti (dato che sale al 39,1% per i siciliani), seguita dal Regno Unito (24,5%) e dalla Svizzera(12,6%). Esiste poi un’altra faccia della medaglia, ovvero la migrazione interna: tra il 2011 e il 2024, ben 484mila giovani si sono spostati dal Sud verso il Centro-Nord. Questo movimento interno ha comportato un trasferimento di capitale umano pari a 147 miliardi di euro, di cui ben 79 miliardi riconducibili a giovani laureati, impoverendo ulteriormente le prospettive di sviluppo del meridione.

 

Quale impatto hanno il costo della vita e la qualità dei servizi sulla fuga dei giovani?

 

Il costo dell’abitazione rappresenta un ostacolo insormontabile per molti giovani, agendo come un vero e proprio freno alla formazione di nuovi nuclei familiari e alla permanenza in Italia. Le misure adottate finora hanno spesso beneficiato chi possedeva già risorse finanziarie, mentre i vantaggi fiscali concessi agli affitti di breve periodo hanno distorto il mercato immobiliare, rendendo i canoni inaccessibili per chi cerca una residenza stabile. Sebbene l’innalzamento degli stipendi sia la soluzione principale, la regolazione del mercato degli affitti non può più essere rimandata.




Oltre alla casa, la qualità della vita è determinata dalla conciliazione tra tempo di lavoro e tempo libero. Nell’economia della conoscenza, il confine tra i due ambiti è sempre più sfumato e le aziende devono riconoscere che una mente riposata e stimolata è più produttiva. A questo si aggiunge la carenza di servizi pubblici per le famiglie, specialmente nell’ambito educativo e dell’infanzia. L’adeguamento del calendario scolastico e degli orari ai modelli europei più avanzati sarebbe fondamentale non solo per i genitori lavoratori, ma anche per ridurre le diseguaglianze degli alunni che provengono da contesti familiari svantaggiati. Infine, non va dimenticata la necessità di potenziare i trasporti pubblici locali in un territorio densamente popolato, fattore che incide direttamente sulla vivibilità quotidiana. 

(La Legge è uguale per tutti?)

 

 

Tra le questioni di politica della ricerca, la fuga dei cervelli è una delle più complesse e difficili da trattare. Le ragioni di questa difficoltà sono diverse e a volte intrecciate tra loro, ma contribuiscono tutte a far sì che un problema (oggi in Italia, probabilmente il problema) di tale gravità sia spesso oggetto di equivoci, sia involontari che premeditati.




Una prima difficoltà è di tipo definitorio.

 

Che cos’è esattamente la fuga dei cervelli?

 

Che tipo di effetto ha sul Paese che la subisce?

 

E, quando, è possibile – e corretto – affermare che un ricercatore è ormai definitivamente perduto per il suo Paese d’origine, quello (per intenderci) dove è nato e che ha investito denaro e competenze nella sua formazione?

 

La definizione di brain drain offerta dall’Enciclopedia Britannica è apparentemente chiara: “l’abbandono di un paese a favore di un altro da parte di professionisti o persone con un alto livello di istruzione, generalmente in seguito all’offerta di condizioni migliori di paga o di vita”. Tuttavia, non è affatto sufficiente a descrivere un fenomeno che, pur essendo antico, è emerso nel dibattito internazionale solo intorno agli anni Sessanta, soprattutto in termini di emigrazione dal Sud al Nord del mondo.




Nel 1997, un rapporto dell’Ocse sui movimenti di personale altamente qualificato ha messo in luce, all’interno di questi movimenti, tre elementi sostanzialmente nuovi che si sono aggiunti al brain drain per così dire tradizionale, elementi per i quali ha quindi indicato nuove definizioni.

 

La prima è quella di brain exchange – lo scambio di cervelli – che secondo l’Ocse è il flusso di risorse intellettuali tra un Paese e l’altro, con uno spostamento equilibrato nei due sensi: tanti ricercatori escono e tanti ne entrano. A seconda delle vocazioni nazionali, questi movimenti possono essere sbilanciati in discipline e settori produttivi diversi, ma anche se un Paese si troverà più povero di risorse qualificate in un campo specifico, sarà più ricco in un altro.

 

Il bilancio finale, insomma, è alla pari. Poi c’è la circolazione dei cervelli, o brain circulation, termine che definisce un percorso di formazione e avviamento alla carriera, in cui ci si sposta all’estero per completare gli studi e perfezionarsi, si trova un primo o un secondo lavoro sempre all’estero e, alla fine, si torna in patria, dove si mettono a frutto le esperienze accumulate per occupare una posizione di maggiore vantaggio e responsabilità.




Lo studio e il lavoro all’estero sono quindi una tappa del percorso formativo di un giovane, ma non ne costituiscono il destino finale. Evidentemente, questi due tipi di mobilità tornano a vantaggio di tutti. A essi tende sempre di più, per esempio, l’Unione Europea, che è particolarmente impegnata nel favorire questo genere di interazioni tra i suoi Paesi membri. 

 

Infine, l’Ocse evidenzia il nuovo fenomeno del brain waste, lo spreco di cervelli. In questo caso, l’emigrazione non è fisica ma occupazionale: è la perdita delle competenze e vantaggi derivata dallo spostamento di personale altamente qualificato verso impieghi che non richiedono l’applicazione delle cognizioni per cui sono stati formati. In altre parole, un dottore di ricerca in Fisica che viene assunto in un ufficio marketing ha forse risolto il suo problema personale di lavoro, ma non sta applicando le competenze apprese a spese del sistema di istruzione nazionale.

 

Quand’è, quindi, che si può correttamente parlare di fuga dei cervelli?




Solo nel caso in cui il flusso netto di capitale umano altamente qualificato è fortemente sbilanciato in una sola direzione e lo scambio non è più scambio, ma drenaggio, poiché rappresenta una perdita di risorse umane per il Paese di origine.

 

Come vedremo, è esattamente quello che sta accadendo in Italia.

 

Il nostro problema è che non c’è nessuno scambio ma solo una fuga, le cui proporzioni si stanno aggravando fino a configurarsi come una perdita che coinvolge un’intera generazione di giovani ricercatori.

 

L’esportazione di capitale intellettuale – è opportuno sottolinearlo subito – non è solo una perdita di persone e del denaro speso per formarle. Le innovazioni prodotte all’estero dai cervelli in fuga saranno proprietà dei Paesi in cui sono state realizzate, da cui il Paese d’origine dovrà in qualche modo ricomprarle: tanto che un’altra delle definizioni di brain drain è quella di trasferimento tecnologico inverso. In termini di puro calcolo economico (ma vi sono anche altre prospettive da cui andrebbe valutato il problema), il passivo è drammatico.




Lo riflette bene la bilancia tecnologica dei pagamenti, un indicatore che misura il totale di importazioni ed esportazioni di conoscenze tecniche, brevetti e così via. Nel 2023, si legge nelle statistiche dell’Ufficio Italiano Cambi, “il saldo globale della bilancia è stato negativo per un importo di circa 608 milioni di euro, un disavanzo in linea con l’andamento strutturalmente deficitario della serie storica, ma in netto peggioramento rispetto allo scorso anno, quando si registrò un saldo pressoché nullo”. Le cose, insomma, vanno di male in peggio.

 

Sarebbe interessante, a questo punto, effettuare un confronto tra l’andamento “strutturalmente deficitario” della bilancia tecnologica e quello della fuga dei cervelli per verificare se, e come, vi sia una corrispondenza tra i due fenomeni. Ma non possiamo farlo e questo a causa di un’altra, grande, difficoltà relativa al problema del brain drain in Italia: la carenza di dati.

 

I motivi di questa carenza sono in parte dovuti alle difficoltà di definizione già citate. Ma solo in parte. Un altro e ben più serio motivo è stata la sistematica volontà della classe politica in generale, e dei responsabili delle scelte di politica della ricerca in particolare, di non dar peso al problema. Ignorandolo, sottovalutandolo e interpretandolo ambiguamente: tanto da poter continuare a parlare di mobilità invece che di fuga (l’ha fatto nuovamente il ministro Moratti, lo scorso giugno, nel corso di un surreale Convegno al CNR di Roma sui buoni risultati delle recenti politiche in materia di ricerca).

 

Questione scomoda, la fuga dei cervelli. Perché, oltre a essere un indicatore dello stato della ricerca in un Paese, è anche un indicatore dell’atteggiamento della sua classe politica verso la ricerca. 

(Università Bocconi)


N.B. Alla Premiata si consiglia una Laurea cosa ben diversa da una manovra! 


Nel curriculum  la Meloni dichiara di aver conseguito la maturità al liceo linguistico “Amerigo Vespucci” a Roma con 60/60. Solo che l’I.P.S.S.E.O.A. (Istituto Professionale Statale per i Servizi dell’Enogastronomia e dell’Ospitalità Alberghiera) “Amerigo Vespucci” non è un Liceo Linguistico (per quello che vale questa distinzione si capisce) nasce come succursale dell’Istituto Professionale Alberghiero “Tor Carbone”. Le molte iscrizioni di quel periodo hanno permesso la costituzione dell’Istituto Professionale Alberghiero “Amerigo Vespucci”. Alberghiero dico (servizi alberghieri, enogastronomia) non linguistico. Aggiungo che nel 1996 anno della maturità della Meloni a Roma non esistevano licei linguistici pubblici ne esisteva solo uno privato. Individuare una piccola bugia in un curriculum vitae non è affatto difficile come si potrebbe pensare…