IL GRASSO LEGNAIUOLO

IL GRASSO LEGNAIUOLO
& UN MONDO PERDUTO

domenica 3 maggio 2026

IL MALEFICO UNGUENTO

 








TALUNE OSSERVAZIONI 


(o malefico unguento)




 


La mattina seguente, un nuovo e più strano, più significante spettacolo colpì gli occhi e le menti de’ cittadini. In ogni parte della città, si videro le porte delle case e le muraglie, per lunghissimi tratti, intrise di non so che sudicerìa, giallognola, biancastra, sparsavi come con delle spugne. O sia stato un gusto sciocco di far nascere uno spavento più rumoroso e più generale, o sia stato un più reo disegno d’accrescer la pubblica confusione, o non saprei che altro; la cosa è attestata di maniera, che ci parrebbe men ragionevole l’attribuirla a un sogno di molti, che al fatto d’alcuni: fatto, del resto, che non sarebbe stato, ne’ il primo ne’ l’ultimo di tal genere.

 

Il Ripamonti, che spesso, su questo particolare dell’unzioni, deride, e più spesso deplora la credulità popolare, qui afferma d’aver veduto quell’impiastramento, e lo descrive.




Nella lettera sopraccitata, i signori della Sanità raccontano la cosa ne’ medesimi termini; parlano di visite, d’esperimenti fatti con quella materia sopra de’ cani, e senza cattivo effetto; aggiungono, esser loro opinione, che cotale temerità sia più tosto proceduta da insolenza, che da fine scelerato: pensiero che indica in loro, fino a quel tempo, pacatezza d’animo bastante per non vedere ciò che non ci fosse stato. 

(Manzoni)


 

“ATTI” A SCENA APERTA REPLICATA ALLA SCALA (E APPLAUDITI NONCHE’ ACCLAMATI DALL’INTERO POPOLO IN PLATEA…)

 

 

Mi sembra il caso di aggiornare il presente Tomo con più disdicevoli spregevoli accadimenti di cui lo scrivente, in una antica epoca seppur rinnovata alla Memoria dei volenterosi lettori e di cui imputato oggi come allora, per ciò concernente la Storia delle nostre dell’altrui ‘fognature’ comprensive dei veleni di cui l’intero Ecosistema non riesce a purgarne, oppure ed ancor meglio, smaltirne il degrado di cui l’intero Ambiente appestato dal morbo di Mammona (non dobbiamo dimenticare in questa breve analisi, o replicata Scena nell’Atto di medesima Storia, il celebre Capitolo d’ugual melma dell’invisibile nonché rinnovato Gulag…).




E di cui anch’io memore sia di Renzo, mio intrepido coraggioso Lupo ed inseparabile amico, accompagnato dall’amata sua futura sposa, Lucia più ligia alla fede che erede di Mammona, posso ‘onorarne’ le gesta della perduta Memoria.

 

Ed hora hor che a voi la narriamo, appaltata nonché edificata a strani didattici nuovi e più urgenti piani regolatori. Ovvero, cantieri e nuovi programmati cementificati piani quinquennali, i quali per loro ‘difettevole’ ingorda Natura, poco o nulla hanno da condividere con l’antica Letteratura e il Teatro che ogni superiore Arte (in merito all’abitare e sopravvivere in medesimo spazio - più o meno - abusivamente occupato) con il vasto panorama che al meglio la qualifica onora…

 

…E l’animo d’ognuno… consolida ed unisce in medesima ugual preghiera…




Giacché il Gulag (comprensivo di fognature) con le sue atroci torture ognuno patisce soffre, e non più o solo il sottoscritto che le rimembra all’oblio della perduta Memoria consegnata ad un diverso Destino alieno all’uomo.

 

Noi ne parliamo… loro le affogano in un oceano di calunnie navigato da uno strano ammiraglio naufragato in un altrettanto ed ancor più strano delirio…

 

Privato da ogni amore e conforto del vero e più saggio Dio!

 

In ogni Paese arpionato in cui si fa ‘mostra’ o ‘sfilata all’ultima moda’ addobbata e condita dallo stilista della prodigiosa ‘Parola’ (pur coltivando un diverso opposto Pensiero) come miglior abito di Scena per ogni Atto rappresentato ed inchiodato alla moneta esposta all’Albero di poppa.




E seppur la maschera cela il ghigno e l’intento d’ulcerosa paradossale Tirannia associata ad ogni noto Monopodio in perenne regale ‘servizievole servigio’ ed avversa ad ogni dissenso, la nera oleosa ‘peste’ (e non più, statene certi miei reietti marinai, l’estinta balena) affiora come il peggior male sprofondando e profanando ogni dissenso simmetrico ed avverso al Dio pregato (per taluni può essere una Balena per altri solo il grasso di Mammona, ma alla fine statene più certi, tutti periranno nell’olio d’una strana padella a forma di uncinato uncino e che il Pilota ci perdoni per queto ennesimo delirio…)!  

 

Soprattutto quando l’Eretico e/o dissidente, molto dipende e pregiudica il quadro dell’intero panorama osservato e/o deturpato, palesa ogni contrastata Verità contraria al Potere d’uno Stato in perenne corruzione morale e civile.   

 

Corrompere significa soprattutto sovvertire il Principio di Madre Natura e il medesimo Dio del cattolico - come del pagano - profanato per ogni abuso a Lei arrecato!  




Parrà strano che in questa Italia dai tanti troppi misteri con i suoi ‘muri’ contorti e dei troppi torti, nonché espugnata e dominata dal malaffare, si debba e possa essere sottoposti a sommari processi di strani delatori. Ma sappiamo altrettanto bene che, scrivere cogitare ed esprimere il proprio eretico parere, come disquisire di Pace, in questo ed ogni Paese privato del Principio o ideale di una più sana morale, nonché in-scritto nella rinnovata equazione del progresso nel tempo ciclico d’ogni rinnovato misfatto, seminato e poi raccolto nonché accolto con ampio margine di pentimento; è la regola non l’eccezione con cui si consolida il pil di Mammona.

 

All’eccezione si preferisce un diverso araldo ben coniato e forgiato al soldo della zecca di stato…

 

E seppur dominata da un antico misfatto (parente stretto del raggiro) avverso ad ogni forma di dissenso circa il Libero Arbitrio, e ‘chi’ o ‘cosa’ possa e debba essere sottoposto all’unanime Giudizio della calunnia spacciata e rivenduta per potere d’acquisto, la Verità sarà per sempre taciuta!




Quindi il ‘misfatto’ comporta una attenta adeguata analisi circa l’antica Storia da cui il ‘delatore’ (in nome e per conto da chi comandato) si è ispirato per la messa in ‘Atto’ del rinnovato, non più ‘inquisito’ bensì perseguitato, nonché malcapitato futuro ‘pazzo’ eletto a furor del popolo (de)Pilato di più sano Intelletto abdicato al dio del rinnovato, nonché votato a tempo pieno e indeterminato, tempio del nuovo Impero…

 

Scena finale di codesto ignobile delitto, …o eterno pregiudizio, il papero egizio sporge come un antico libro miniato… minando ogni Libero Arbitrio!

 

Non pensavamo, sia il Pagano e il Papa con cui si accompagna dialogando e disquisendo sull’arte evolutiva per ciò su cui entrambi inciampati in merito ad ugual medesimo Dio pregato, di scorgere in fondo al Sentiero ben impaginato l’ombra d’un Demonio antico…

 

Il Male principia questo sudario antico e la preghiera ci unisce in questo comune calvario!




Solo Amleto ne rimembra l’Essere sull’Avere con cui in-scritto ogni turpe inganno!

 

Aggiungiamo che talvolta - o troppo spesso - i presunti ‘pazzi’ (così venivano spacciati ed inquisiti allora ed ancor oggi accompagnati da nobili streghe volanti in attesa di sacrificare il loro ricordo ai piedi d’una retta vettoriale in più elevata quota, ed ove Pilato gli fa da contorno in quel dì d’una Sibillina bellezza naufragata nel frammentato delirio d’un Paese che la indica come madre d’ogni eretico abominio contrario alla vilipesa maestà  d’un’ortodosso Principio ed il suo ricavato… per non nominarlo bottino…) manifestano una indubbia capacità ‘artistica e visiva’ la quale supera la normalità paesana d’un antico calvario inscritto entro e fora le sue mura.

 

Ovvero la vista sull’intero Panorama che supera di molto l’oscuro sotterfugio del Tempio, rendendo la loro e nostra comune Arte affine al monumento storico che li consegna al delirio, e/o al contrario, pregiudizio della vera Storia divenuta globale pazzia convinta della normalità che ci indica e nomina…

 

Con il suo numero da circo…  




A noi che combattiamo un male troppo antico per esser compreso o solo rimembrato, ci sembra (più morti che vivi i quali ne rinnovano l’antico Dialogo ma non certo la tortura del dio di Mammona) il Teatro del ridicolo di cui agli Atti messi in scena manifestano l’insano loro, ma non certo nostro delirio, da cui il Processo. E a voi leggiamo (nobili uditori) ciò di cui il sottoscritto imputato:

 

  

Caserma Carabinieri del paesino; Indagini svolte:

 

 

….Inoltre al solo scopo di lumeggiare il contesto nel quale hanno avuto luogo gli eventi in questa sede riferiti, si tenga presente che i rapporti dell’imputato ‘reo’ contro gli altri suoi condomini cittadini sono sempre  tesi, in considerazione del fatto, proprio hor hora che ci accingiamo a costruire nuovi alloggi popolari, dello scarso rispetto di cui l’imputato palesa nel rispetto delle regole immobiliari di cui ogni condominio abusa e si consolida, compreso ogni amministratore che ne rimprovera la scarsa attenzione (circa, e presumo, del ricavato per quanto dichiarato…).




Sembrerebbe, da approfondite indagini svolte che consenta al proprio cane di urinare sulle pareti che fiancheggiano le scale condominiali, si sono ravvisati strani unguenti giallastri, per tutto ciò premesso e tornado ai fatti odierni emerge che verso le ore 5,45 del… il ‘reo’ rovescia un secchio d’acqua mista, verosimilmente ad unguento di urina intorno alla porta d’ingresso dell’appartamento in uso alla Giuliana detta Facciatonda. 

 

La quale sorprende il ‘reo’ in contumacia (premettiamo ai lettori e per come il successivo ultimo Giudizio del Giudice incaricato: il ‘reo’ al momento dell’accaduto non si trovava nel luogo imputato dai delatori di cui il verbale dei Carabinieri, almeno che quest’ultimi…) con un secchio nelle mani, nel tentativo di allontanarsi dalla ‘scena del delitto’, la Giuliana lo rincorre e lo afferra al braccio, ma questi per divincolarsi dalla presa la spinge via facendole perdere l’equilibrio (si potrebbe affermare, ed anzi ci si chiede sgomenti: quale equilibrio della Ragione accompagnata da un sano Intelletto può descrive nonché verbalizzare cotal abominio di fatti criminosi mirabilmente raccolti rappresentati ed inscenati, nonché indagati circa il ‘bene comune’ di cui la protezione civile si è astenuta di un proprio successivo giudizio in merito; forse solo un grande Teatro con i propri attori; Cervantes, infatti, ci rimembra circa quest’ultimi un memorabile Capitolo che ne rappresenta l’astuta indole circa la ‘scimmia indovina’ la quale inscena il grado dell’intelletto regredito divincolarsi per ogni Fiera di paese in rappresentanza della proprio ed altrui Stato evolutivo…)…




Cosicché sembrerebbe che l’intero Paese rappresentato da Giuliana Facciatonda naufraga inabissandosi a Terra (infatti la medesima si è più volte lamentata con lo stesso Monopodio da cui il presente Verbale, e/o sceneggiatura, dell’Atto a voi narrato secondo i canoni dell’opera lirica…)...

 

Le indagini circa il ‘reo’ si sono potute esclusivamente basare sulle dichiarazioni rese dalle persone informate sui fatti per l’assenza di adeguati apparati di ‘video sorveglianza’ (anche questa affermazione Leonardesca ci pare, nella conferma del Controllo delle Coscienze d’ognuno di cui la nota Compagnia d’avanspettacolo si dedica al commercio e non solo, una scena da Scala in cui il Teatro ottiene unanime consenso… per ogni Fiera di paese così inscenato…)  o altri ausili idonei allo scopo…

 

A voi rammentiamo come, in verità e per il vero, si tramanda e diletta nella lavanda del capo cotal Compagnia d’avanspettacolo… Affinché la Memoria sia abdicata ad un diverso uso civico…

 

L’assistente sociale ancora non fa la propria comparsa alla scena finale del delitto! 



 

La Giuliana Facciatonda, qual parte offesa, dichiara:

 

Ricordo che c’era molta acqua sulla Scala (e sulla nostra loggia… altrimenti che magna la grecia...?) e che pure il muro intorno al portone d’ingresso era inzuppato d’uno strano unguento giallastro. Stavo per scivolare in questo Fiume, mentre ho visto il ‘reo’ che stava fuggendo con in mano un secchio su cui però non ho focalizzato bene il colore.

 

Un altro Testimone dell’accaduto:

 

Riferisce che verso le 6,30 del giorno in questione, mentre è in strada intento in alcuni lavori, la sua arguta attenzione è richiamata da Giuliana che gli chiede disperato aiuto (giacché, immaginiamo, non ancora affogata quantunque sempre a galla circa questo Fiume di calunnie scorrere nella successiva fogna…), la raggiunge ed incontra un nuovo delatore più disperato ancora che gli riferisce di essere stanca del perdurare di questa condotta e gli mostra il portone e il muro color giallastro macchiato del famigerato unguento dei cani.



 


IL TEATRO OVE ISPIRATA LA FRAMMENTA SCENA DEL GIUDIZIO UNIVERSALE

 

 

L’altre memorie contemporanee, raccontando la cosa, accennano anche, essere stata, sulle prime, opinion di molti, che fosse fatta per burla, per bizzarria; nessuna parla di nessuno che la negasse; e n’avrebbero parlato certamente, se ce ne fosse stati; se non altro, per chiamarli stravaganti. Ho creduto che non fosse fuor di proposito il riferire e il mettere insieme questi particolari, in parte poco noti, in parte affatto ignorati, d’un celebre delirio; perché, negli errori e massime negli errori di molti, ciò che è più interessante e più utile a osservarsi, mi pare che sia appunto la strada che hanno fatta, l’apparenze, i modi con cui hanno potuto entrar nelle menti, e dominarle.

 

La città già agitata ne fu sottosopra: i padroni delle case, con paglia accesa, abbruciacchiavano gli spazi unti; i passeggieri si fermavano, guardavano, inorridivano, fremevano.

 

I forestieri, sospetti per questo solo, e che allora si conoscevan facilmente al vestiario, venivano arrestati nelle strade dal popolo, e condotti alla giustizia. Si fecero interrogatori, esami d’arrestati, d’arrestatori, di testimoni; non si trovò reo nessuno: le menti erano ancor capaci di dubitare, d’esaminare, d’intendere.

 

Il tribunale della sanità pubblicò una grida, con la quale prometteva premio e impunità a chi mettesse in chiaro l’autore o gli autori del fatto.




Ad ogni modo non parendoci conveniente, dicono que’ signori nella citata lettera, che porta la data del 21 di maggio, ma che fu evidentemente scritta il 19, giorno segnato nella grida stampata, che questo delitto in qualsivoglia modo resti impunito, massime in tempo tanto pericoloso e sospettoso, per consolazione e quiete di questo Popolo, e per cavare indizio del fatto, habbiamo oggi publicata grida, etc.

 

Nella grida stessa però, nessun cenno almen chiaro, di quella ragionevole e acquietante congettura, che partecipavano al governatore: silenzio che accusa a un tempo una preoccupazione furiosa nel popolo, e in loro una condiscendenza, tanto più biasimevole, quanto più poteva esser perniciosa.




Mentre il tribunale cercava, molti nel pubblico, come accade, avevan già trovato. Coloro che credevano essere quella un’unzione velenosa, chi voleva che la fosse una vendetta di don Gonzalo Fernandez de Cordova, per gl’insulti ricevuti nella sua partenza, chi un ritrovato del cardinal di Richelieu, per spopolar Milano, e impadronirsene senza fatica; altri, e non si sa per quali ragioni, ne volevano autore il conte di Collalto, Wallenstein, questo, quell’altro gentiluomo milanese.

 

Non mancavan, come abbiam detto, di quelli che non vedevano in quel fatto altro che uno sciocco scherzo, e l’attribuivano a scolari, a signori, a ufficiali che s’annoiassero all’assedio di Casale. Il non veder poi, come si sarà temuto, che ne seguisse addirittura un infettamento, un eccidio universale, fu probabilmente cagione che quel primo spavento si andasse per allora acquietando, e la cosa fosse o paresse messa in oblio.




C’era, del resto, un certo numero di persone non ancora persuase che questa peste ci fosse. E perché, tanto nel lazzaretto, come per la città, alcuni pur ne guarivano, ‘si diceva’ (gli ultimi argomenti d’una opinione battuta dall’evidenza son sempre curiosi a sapersi), ‘si diceva dalla plebe, et ancor da molti medici partiali, non essere vera peste, perché tutti sarebbero morti’.

 

Per levare ogni dubbio, trovò il tribunale della sanità un espediente proporzionato al bisogno, un modo di parlare agli occhi, quali i tempi potevano richiederlo o suggerirlo. In una delle feste della Pentecoste, usavano i cittadini di concorrere al cimitero di san Gregorio, fuori di Porta Orientale, a pregar per i morti dell’altro contagio, ch’eran sepolti là; e, prendendo dalla divozione opportunità di divertimento e di spettacolo, ci andavano, ognuno più in gala che potesse.




Era in quel giorno morta di peste, tra gli altri, un’intera famiglia. Nell’ora del maggior concorso, in mezzo alle carrozze, alla gente a cavallo, e a piedi, i cadaveri di quella famiglia furono, d’ordine della Sanità, condotti al cimitero suddetto, sur un carro, ignudi, affinché la folla potesse vedere in essi il marchio manifesto della pestilenza. Un grido di ribrezzo, di terrore, s’alzava per tutto dove passava il carro; un lungo mormorìo regnava dove era passato; un altro mormorìo lo precorreva. La peste fu più creduta: ma del resto andava acquistandosi fede da sé, ogni giorno più; e quella riunione medesima non dové servir poco a propagarla.

 

In principio dunque, non peste, assolutamente no, per nessun conto: proibito anche di proferire il vocabolo. Poi, febbri pestilenziali: l’idea s’ammette per isbieco in un aggettivo. Poi, non vera peste; vale a dire peste sì, ma in un certo senso: non peste proprio, ma una cosa alla quale non si sa trovare un altro nome. Finalmente, peste senza dubbio, e senza contrasto: ma già ci s’è attaccata un’altra idea, l’idea del venefizio e del malefizio, la quale altera e confonde l’idea espressa dalla parola che non si può più mandare indietro.




Non è, credo, necessario d’esser molto versato nella storia dell’idee e delle parole, per vedere che molte hanno fatto un simil corso. Per grazia del cielo, che non sono molte quelle d’una tal sorte, e d’una tale importanza, e che conquistino la loro evidenza a un tal prezzo, e alle quali si possono attaccare accessori d’un tal genere. Si potrebbe però, tanto nelle cose piccole, come nelle grandi, evitare, in gran parte, quel corso così lungo e così storto, prendendo il metodo proposto da tanto tempo, d’osservare, ascoltare, paragonare, pensare, prima di parlare.

 

Ma parlare, questa cosa così sola, è talmente più facile di tutte quell’altre insieme, che anche noi, dico noi uomini in generale siamo un po’ da compatire.

 

Divenendo sempre più difficile il supplire all’esigenze dolorose della circostanza, era stato, il 4 di maggio, deciso nel consiglio de’ decurioni, di ricorrer per aiuto al governatore. E, il 22, furono spediti al campo due di quel corpo, che gli rappresentassero i guai e le strettezze della città: le spese enormi, le casse vote, le rendite degli anni avvenire impegnate, le imposte correnti non pagate, per la miseria generale, prodotta da tante cause, e dal guasto militare in ispecie; gli mettessero in considerazione che, per leggi e consuetudini non interrotte, e per decreto speciale di Carlo V, le spese della peste dovevan essere a carico del fisco: in quella del 1576, avere il governatore, marchese d’Ayamonte, non solo sospese tutte le imposizioni camerali, ma data alla città una sovvenzione di quaranta mila scudi della stessa Camera; chiedessero finalmente quattro cose: che l’imposizioni fossero sospese, come s’era fatto allora; la Camera desse danari; il governatore informasse il re, delle miserie della città e della provincia; dispensasse da nuovi alloggiamenti militari il paese già rovinato dai passati.




Il governatore scrisse in risposta condoglianze, e nuove esortazioni: dispiacergli di non poter trovarsi nella città, per impiegare ogni sua cura in sollievo di quella; ma sperare che a tutto avrebbe supplito lo zelo di que’ signori: questo essere il tempo di spendere senza risparmio, d’ingegnarsi in ogni maniera. In quanto alle richieste espresse, proueeré en el mejor modo que el tiempo y necesidades presentes permitieren.

 

E sotto, un girigogolo che voleva dire Ambrogio Spinola, chiaro come le sue promesse. Il gran cancelliere Ferrer gli scrisse che quella risposta era stata letta dai decurioni, con gran desconsuelo; ci furono altre andate e venute, domande e risposte; ma non trovo che se ne venisse a più strette conclusioni.

 

Qualche tempo dopo, nel colmo della peste, il governatore trasferì, con lettere patenti la sua autorità a Ferrer medesimo, avendo lui, come scrisse, da pensare alla guerra. La quale, sia detto qui incidentemente, dopo aver portato via, senza parlar de’ soldati, un milion di persone, a dir poco, per mezzo del contagio, tra la Lombardia, il Veneziano, il Piemonte, la Toscana, e una parte della Romagna; dopo aver desolati, come s’è visto di sopra, i luoghi per cui passò, e figuratevi quelli dove fu fatta; dopo la presa e il sacco atroce di Mantova…




Finì con riconoscerne tutti il nuovo duca per escludere il quale la guerra era stata intrapresa. Bisogna però dire che fu obbligato a cedere al duca di Savoia un pezzo del Monferrato, della rendita di quindici mila scudi, e a Ferrante duca di Guastalla altre terre della rendita di sei mila; e che ci fu un altro trattato a parte e segretissimo, col quale il duca di Savoia suddetto cedé Pinerolo alla Francia: trattato eseguito qualche tempo dopo, sott’altri pretesti, e a furia di furberie.

 

Insieme con quella risoluzione, i decurioni ne avevan presa un’altra: di chiedere al cardinale arcivescovo, che si facesse una processione solenne, portando per la città il corpo di san Carlo.

 

Il buon prelato rifiutò, per molte ragioni.

 

Gli dispiaceva quella fiducia in un mezzo arbitrario, e temeva che, se l’effetto non avesse corrisposto, come pure temeva, la fiducia si cambiasse in iscandolo. Temeva di più, che, se pur c’era di questi untori, la processione fosse un’occasione troppo comoda al delitto: se non ce n’era, il radunarsi tanta gente non poteva che spander sempre più il contagio: pericolo ben più reale. Ché il sospetto sopito dell’unzioni s’era intanto ridestato, più generale e più furioso di prima.




S’era visto di nuovo, o questa volta era parso di vedere, unte muraglie, porte d’edifizi pubblici, usci di case, martelli.

 

Le nuove di tali scoperte volavan di bocca in bocca; e, come accade più che mai, quando gli animi son preoccupati, il sentire faceva l’effetto del vedere. Gli animi, sempre più amareggiati dalla presenza de’ mali, irritati dall’insistenza del pericolo, abbracciavano più volentieri quella credenza: ché la collera aspira a punire: e, come osservò acutamente, a questo stesso proposito, un uomo di ingegno, le piace più d’attribuire i mali a una perversità umana, contro cui possa far le sue vendette, che di riconoscerli da una causa, con, la quale non ci sia altro da fare che rassegnarsi.

 

Un veleno squisito, istantaneo, penetrantissimo, eran parole più che bastanti a spiegar la violenza, e tutti gli accidenti più oscuri e disordinati del morbo. Si diceva composto, quel veleno, di rospi, di serpenti, di bava e di materia d’appestati, di peggio, di tutto ciò che selvagge e stravolte fantasie sapessero trovar di sozzo e d’atroce.

 

Vi s’aggiunsero poi le malìe, per le quali ogni effetto diveniva possibile, ogni obiezione perdeva la forza, si scioglieva ogni difficoltà. Se gli effetti non s’eran veduti subito dopo quella prima unzione, se ne capiva il perché; era stato un tentativo sbagliato di venefici ancor novizi: ora l’arte era perfezionata, e le volontà più accanite nell’infernale proposito.

 

Ormai chi avesse sostenuto ancora ch’era stata una burla, chi avesse negata l’esistenza d’una trama, passava per cieco, per ostinato; se pur non cadeva in sospetto d’uomo interessato a stornar dal vero l’attenzion del pubblico, di complice, d’untore: il vocabolo fu ben presto comune, solenne, tremendo. Con una tal persuasione che ci fossero untori, se ne doveva scoprire, quasi infallibilmente: tutti gli occhi stavano all’erta; ogni atto poteva dar gelosia.

 

E la gelosia diveniva facilmente certezza, la certezza furore... 

(Manzoni)

 

 



 



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