giuliano

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IL TOMO

venerdì 6 luglio 2012

UCCIDERE CANTANDO (2)














































Da un articolo:

http://www.repubblica.it/esteri/2012/07/06/news/pilota_apache_spara_razzo_e_canta-38660920/?ref=HREC1-6

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Uccidere cantando... &

Not now John









-'FANTASTICO! Lo sopporta benissimo, brava!
In nove secondi siamo scesi da tremila metri a duecento metri,
abbiamo fatto 6g, e li hai sopportati!'.
- Grazie, capitano.
- La vista va bene? Ha perso la vista?
- No, capitano.
- La prossima volta contragga i muscoli dello stomaco, ed anche le
braccia, con forza. E pigi quel bottone, lì a destra. E' ossigeno puro.
- Sì, capitano.























Del napalm sganciato, neanche una parola.
- E' andata bene, capitano?
- Sicuro, ha centrato come una bambina ubbidiente. Vede quel fumo
nero laggiù? Ora tocca a Martell.
Anche Martell s'è buttato in picchiata, un punto d'azzurro dentro l'az-
zurro, ha sganciato la bomba.
Anche la bomba di Martell è caduta dove doveva cadere, il fumo nero
s'è alzato. E Martell è tornato a volare lassù, un punto azzurro dentro
l'azzurro, una farfalla incosciente.





























Dimmi, Nguyen Van Sam, cosa sentisti a vedere tutti quei morti?
Sentii, ecco, mi sentii come penso si debba sentire un pilota america-
no dopo aver sganciato una bomba. La differenza è che lui vola via
e non vede quello che ha fatto. Chi mi aveva detto, anni fa, la mede-
sima cosa? Ah, sì un astronauta, Wally Schirra. Quel giorno a Cape
Kennedy mentre raccontava della Corea.
- Noi piloti si ammazza senza sporcarci le mani, senza sporcarci gli
occhi, senza sporcarci nulla.
Nulla?





























-Attenti, ci ributtiamo,
ha detto Andy.
- Ora sgancio dalla mia parte.
E c'è stata una seconda volta. E poi una terza volta. E poi una quarta
e una quinta e una sesta. Ogni volta da tremila metri a duecento metri
in nove secondi, con la sensazione di non rialzarci più e arrivare e fare
un gran buco e restarci, con la sofferenza di metterci in salvo per esser
schiacciati dal cielo, acceccati dal cielo.
La seconda volta ho avuto paura.
Mi sono accorta che i vietcong sparavano e avrei voluto fuggire: ma
dove. Per terra scappi, ti nascondi, dentro un aereo invece sei in trap-
pola come in nessun altro luogo.
La terza volta ero rassegnata e mi preoccupavo soltanto di non perde-
re l'attimo in cui Andy sganciava la bomba: di nuovo dalla mia parte.
Non l'ho perso, ho seguito tutto.





























Lui ha pigiato il bottone e la bomba s'è come scossa in un brivido, poi
s'è staccata lieve ed è rimasta lì, sospesa, poi s'è piegata in avanti e ci
ha accompagnato finché non ci siamo impennati all'insù.
La quarta, la quinta, la sesta volta c'ero ormai abituata.
Potevo osservar lo spettacolo con una certa freddezza, e lo spettacolo
era composto da figurine che fuggivan dai bunker, dai recinti coi sacchi
di sabbia, agitando le braccia per liberarsi dalle fiamme, e uno affogava
dentro le fiamme.
Mentirei se dicessi che provavo senso di colpa, o pietà.





























Ero troppo occupata ad augurarmi che Andy facesse quel che sapeva
fare, uccidere per non essere ucciso: non avevo tempo di pianger su loro.
Né voglia.
Solo a tremila metri d'altezza, quando sapevo d'esser salva, e guardavo
Martell che si tuffava, avvertivo una specie di bucatura. Però impercet-
tibile, neanche una bucatura di spillo.
E lo spillo non era la mia buona coscienza, era intellettualistica volontà
di coscienza.
- CAPITANO, ABBIAMO FINITO?
- OH, NO! ORA SCENDIAMO AD OCCUPARCI DELLA LORO
MITRAGLIA.....LA VEDE?
(O. Fallaci, Niente e così sia)









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