giuliano

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IL TOMO

lunedì 17 marzo 2014

L'ASSEDIO DI NAMUR


















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L'assedio di Namur (2)














Ho cominciato il nuovo libro, nella speranza di aver spazio a sufficienza per spiegare la natura della perplessità da cui era preso zio Tobia di fronte alle molte domande e supposizioni sull’assedio di Namur, dove era stato ferito.
 Rendo noto al lettore che uno dei più memorabili attacchi avvenuti durante questo assedio fu quello condotto dagli inglesi e dagli olandesi contro quella punta della controscarpa avanzata, posta di fronte alla porta di San Nicola, che racchiudeva la grande chiavica o dell’acqua stagnante: qui gli inglesi si trovarono pericolosamente esposti alle cannonate della controguardia incaricata della difesa del semibastione di San Rocco; il risultato dello scontro, in breve, fu questo: gli olandesi ebbero il sopravvento sul drappello di guardia al bastione e gli inglesi si impossessarono della galleria scavata intorno alle fortificazioni poste dinnanzi alla porta di San Nicola, nonostante lo strenuo coraggio degli ufficiali francesi, che si buttarono alla sbaraglio sullo spalto, in una lotta corpo a corpo.




Siccome questo fu il principale attacco di cui zio Tobia fu testimone oculare a Namur, poiché l’armata degli assedianti era divisa dalla confluenza dei fiumi Mosa e Sambre ed era impossibile per lui vedere altre operazioni belliche, è logico che parlasse più spesso e volentieri di questo assalto che di ogni altro. Quanto poi alle perplessità in cui si trovava, bisogna dire che erano tutte causate dalla difficoltà di esporre i fatti in maniera accessibile a tutti dando, per esempio, un’idea chiara della differenza esistente fra scarpa e controscarpa, fra spalto e trincea, fra mezzaluna e rivellino, così da far capire agli ascoltatori il punto preciso in cui si trovava e come si erano svolti i fatti.
Gli scrittori stessi si confondono fin troppo facilmente su questi termini; non dovreste quindi preoccuparvi se, nello sforzo di spiegare ogni cosa, in lotta con le molte cognizioni errate che aveva in proposito, lo zio Tobia finiva il più delle volte per confondere le idee non solo ai suoi interlocutori ma anche a se stesso.




A dire il vero, a meno che i visitatori che mio padre aveva condotto su per le scale avessero una certa perspicacia e una intelligenza aperta o che zio Tobia fosse in una giornata particolarmente felice, era piuttosto difficile per lui fare una relazione dell’avvenimento senza lasciare qualche punto oscuro o comunque inspiegabile.
Quello che rendeva la spiegazione ancora più complicata e imbarazzante per zio Tobia era che nell’assalto a quella controscarpa di fronte alla porta di San Nicola – controscarpa che si estendeva dalla riva del fiume Mosa fin quasi alla grande chiavica – il terreno era tagliato e attraversato da una tale quantità di trincee, canali, drenaggi e corsi d’acqua, che durante il discorso si sentiva disorientato al punto da non sapere più fare un passo, né avanti né indietro; e così, caro lettore, mio zio era il più delle volte costretto ad abbandonare l’assalto alla cittadella proprio sul più bello….




La tavola, alla quale zio Tobia stava seduto, nella sua stanza, circondato dalle mappe eccetera, il giorno precedente la partenza, era troppo piccola per l’infinità dei minuscoli e grandi strumenti di ricerca che abitualmente la ricoprivano; cosicché gli accadde, cercando la sua tabacchiera, di urtare nei compassi facendoli cadere a terra; nell’atto di afferrare al volo i compassi urtò con la manica la cassetta degli arnesi e lo smoccolatoio; siccome quel giorno ogni cosa andava al contrario, nell’impedire allo smoccolatoio di cadere gettò giù dal tavolo Blondel e il conte di Pagan.
Era impossibile a un uomo malato come lo zio di porre rimedio da solo a tutti quei disastri, per cui suonò il campanello per farsi aiutare da Trim…. ‘Trim’ disse zio Tobia, ‘guarda un po’ che razza di confusione ho fatto! Dammi una mano per fare un po’ di ordine!... Anzi, Trim, dovresti prendere la riga e misurare la larghezza e la lunghezza di questo tavolo e poi correre a ordinarne uno più grande'.



 
‘Senz’altro, a Vostro Onore piacendo’, rispose Trim sprofondandosi in un inchino, ‘ma spero che Vostro Onore si sentirà presto tanto in forze da poter raggiungere la sua casetta in campagna, dove sarà possibile a Vostro Onore svolgere il suo lavoro e i suoi studi sulle fortificazioni come meglio gli piacerà’. Devo qui informarvi che il servitore di zio Tobia, Trim, era stato caporale nella stessa compagnia dello zio; il suo vero nome era Giacomo Butler, ma al reggimento gli avevano appioppato quel soprannome e zio Tobia, a meno che non fosse adirato con lui, non lo aveva  mai chiamato se non così.
Il povero ragazzo era inabile al servizio militare per una ferita al ginocchio sinistro, cagionatagli da una palla di fucile durante la battaglia di Landen, due anni prima dell’assedio di Namur. Era molto ben visto al reggimento e, per soprappiù era davvero bravo e intelligente; così zio Tobia lo prese volentieri al suo servizio. Il buon giovane gli fu sempre valido al campo, al distretto e più tardi come valletto, cameriere, barbiere, cuoco, sarto e infermiere; dal principio alla fine lo assistette con grande fedeltà di un servo affezionato....

(Prosegue...)















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