giuliano

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IL TOMO

mercoledì 16 aprile 2014

ORE 2 E 15: LA PARTENZA (con l'anima in spalla...) (39)






































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Il teatro del loro agire (40)













Salire sull’Ortles era mio desiderio da molti anni. La notte fra il 29 e il 30 agosto (ma le date sono un inutile dettaglio entro i confini della prigione del Tempo…) la passai con Pinggera ai piedi della Tabaretta, ma al mattino il tempo si guastò e pertanto tornammo alla pieve senza aver concluso nulla.
Il 30 agosto, sotto una pioggia incessante, visitai Solda di Fuori. Il primo settembre giorno del mio 24° compleanno era di un sereno radioso. Per assicurarmi un percorso adeguato per il mattino successivo, assieme a Pinggera mi arrampicai per due ore sulle enormi pareti rocciose a sud di Cima Tabaretta.
Ad un’altitudine considerevole, fummo costretti al ritorno a causa di uno strapiombo, nel quale, senza il tempestivo intervento di Pinggera, sarei stato trascinato da un masso rotolato giù. Allora feci un grande disegno dell’Ortles. Dormimmo ancora in quota, come il 29 agosto.




Durante la notte cadde pioggia e grandine, al mattino eravamo avvolti nelle nubi e pertanto tornammo a Solda e salimmo subito sulla punta Beltovo. Il pastore della malga di Schonleit mi fece sperare per il 4 settembre: Dio doveva essere ancora in vacanza perché il tempo era così brutto, ma per allora sarebbe diventato bello. Ed ebbi davvero la fortuna di scegliere per l’ascensione sull’Ortles, come già per quella del Glockner, una giornata di rara limpidezza.
Per evitare lo scomodo pernottamento all’aperto, assieme a Pimggera mi misi in cammino già alle 2 e un quarto del mattino. Alla luce delle lanterne ci inoltrammo nella valle Marlet, passammo la vedretta coperta di detriti e la grande morena laterale di sinistra e dopo le 4 arrivammo alle pendici della Tabaretta. Le ombre della notte andavano gradatamente sfumando, le stelle impallidivano, un bagliore rosato rivestiva la cima innevata dell’Ortles, mentre le sue terribili pareti erano ancora avvolte nei toni ovattati dell’alba.
Venti minuti di sosta….




Poi con i ramponi salimmo velocemente e allegramente lungo le pendici tremendamente sgretolate della Tabaretta in una scogliera ripida e alle 6 eravamo sulla sommità innevata del Passo Tabaretta. Il panorama era già di una incantevole bellezza, l’Ortles che si ergeva in possenti ondulazioni di ghiaccio sembrava più alto che dalla valle.
Dopo una sosta di mezz’ora, procedendo lungo la cresta rocciosa girammo attorno alle guglie selvagge di Cima Tabaretta passando su una parete di ghiaccio e, arrivati sulla cresta di un contrafforte che si stacca verso ovest, vedemmo davanti a noi il precipizio diverse centinaia di piedi della gola della Tabaretta. Oltre la gola, la ripida parete inclinata a 45° e coperta di ghiaccio della vedretta Tabaretta, sospesa sulla Valle di Tabaretta.




Secondo Pinggera, il picco era completamente cambiato da giugno; allora era coperto di neve alta, che rendeva superflui i gradini, ora invece si vedevano ‘solo crepe’. Ma questo non ci scoraggiò per nulla, Pinggera era tutto ambizioso di poter ‘portare da solo un signore sull’Ortles’. Ci calammo lungo la ripida fascia di detriti nel canalone e poi ci legammo alla corda. Evitando la parte più ripida della parete, ci portammo più in alto possibile, ai piedi di quella fila di rocce che dalla Cima Tabaretta prosegue verso l’Ortles, poi dovemmo affrontare la gigantesca parete…
Risalendo in obliquo, per tre quarti d’ora Pinggera scavò incessantemente gradini di ghiaccio friabile, mentre io lo seguivo passo passo. L’ora successiva si proseguì senza sforzo, solo sul fondo di una terrazza glaciale sporgeva una parete di ghiaccio friabile e i numerosi blocchi di ghiaccio presenti richiamavano alla mente le scariche di ghiaccio. Ma l’ora mattutina ci risparmiò questo pericolo.

(Prosegue....)















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