CHI DELLA FOLLA, INVECE,

CHI DELLA FOLLA, INVECE,
30 MAGGIO 1924

giovedì 9 aprile 2015

L'ESILIO DI JONATHAN: 'L'uomo senza Natura e Dio perseguita il volo antico' (9)
















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I fari di Jonathan (8)

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Caro portiere della nostra terrena esistenza, a te debbo qualcosa, se non fosse il meschino gesto tuo, al confine dell’Albergo della vita, il passo Eretico non avrebbe Rima. Se non fosse per la prigione cui destini i Profeti e la Natura, espressione e voce di Dio, in questo martirio non potrei volare in compagnia del Sogno Antico. Ed il ricordo invade l’onirico volo, perché la Terra ove sei custode da secoli di immonda Memoria, conservata difesa e troppo spesso ingannata, è la tortura antica di chi non conosce Dio, anzi quando incontra la sua Parola uccide inquisisce perseguita e calunnia. Questo, io che volo alto nei cieli ricordo bene, ed anche se il mio volare è fuori dal tuo meschino sguardo cui destini gli uomini di Dio, l’esilio conosce ancora il passo antico, guardiano del nostro martirio. Perché volli volare e scrivere, difendere e indagare un vento espressione di un Primo Dio, in quella Terra ove la rotta spazia per altre Rime per altre Poesie, e talvolta esce dal libro miniato e ben scritto per secoli compagno del martirio, perché a quel volo, come ebbi a dire con Pietro, mio invisibile amico, ultimo Eretico cui destini l’eterno martirio, preferimmo e preferiamo un altro ‘Pensiero’ voce di un Primo Dio. Così che Lui nella prigione del nostro Albergo, possa darci ali e Spirito del volto Eretico di Dio che vola per mari e cieli a portare Parola cui tu perseguiti da quando abbiamo Memoria. Perché Memoria non hai conservato nell’ornamento ben dipinto, nell’abito ben cucito, altrimenti giammai assisteremmo al gesto servo di uno strano Dio e di materia vestito. E dalla terrena tua ‘faccenda’ attraversare in poche ore il mare ‘creare’ la terra (e con essa la Primavera di cui Dio narra il terreno martirio nell’inverno della tua Storia, zolla calpestata ed umiliata nell’evoluzione del pensiero troppo distante da Dio per poterlo misurare alla vista del passo antico moderno ciclope senza Dio) ed arrivare in questa Geografia che non conosce prigione, al confine di una pagina, al confine di una Vita. Nella grotta ho tracciato la Memoria, nella grotta ho narrato la storia in compagnia di un lupo e il desiderio di un volo lontano dal tuo meschino esempio accompagnato dall’occhio Polifemo uno e cieco nell’inganno della tua vista che spazia controlla ruba ed umilia, Portiere dell’Albergo di una Gnosi antica… Ed alla Geografia aggiungo la Storia, perché il gabbiano per sempre vola, lo ricordo quando alto nei secoli di un lontano martirio, sentinella e pensiero del mio cammino, vide due uomini che fuggivano, vide due ali che volavano pur camminando a fil di Terra, rogo cui destini la Parola. Sono uomini che hanno attraversato Geografie e Terre che non si possono vedere; hanno attraversato Pensieri e Venti che non si possono scorgere; hanno volato per luoghi che non si possono misurare; hanno attraversato vite che è difficile narrare nell’Albergo del tuo misero passo e pasto, cacciatore o inquisitore di Stato. L’abito non è mutato nel gesto antico. Jonathan ricorda quando ebbe ad udire il passo e la voce nel silenzio scritto di chi fuggito, ricordò anche lui l’eterno martirio, quando forse al posto delle ali di questo eterno Pensiero che vola, aveva due gambe che con dolore fuggivano dalle urla di un popolo che divora ogni verità barattata per altro, al confino del tuo pensiero di uomini senza Dio, pur pregando il suo terreno martirio nell’Inverno del suo Spirito, scritto nel Tempo della stagione di un Primo Dio….. Cerchio di un Tempo giammai pregato nel Creato del miracolo ben celato al falso gesto di un altro Dio, occhio Polifemo alla grotta del ricco pasto mensa di un falso Dio materia del tuo spirito. Sono volato fra le pagine di un tuo libro fra le righe di un tuo scritto, custode dell’arte e con essa della Memoria, custode della Parola, ma con l’Eretico dubbio, Polifemo e Dio, che vi fosse una diversa Rima o Poesia prima di quel Dio. Con l’eterno dubbio scritto nel volo eterno di un diverso Spirito, cenere cui destini la Parola bruciata al rogo di codesto martirio, nel momento in cui desideri tacitare la verità di questo Tempo, passo chino fuga dalla tua ‘ora’ ben ornata e descritta mentre Dio muore al Tempo di questa breve ‘lettera’, mentre Dio fugge in compagnia di un lupo ed insegue il Tempo tuo, uomo senza Natura e Dio!)





L’avvio di questa ‘ricerca’ nasce da due constatazioni: la produzione e l’illustrazione dei manoscritti giuridici (canonici) in Provenza e nella Francia meridionale tra XIII e XIV secolo non sono state ancora oggetto di uno studio approfondito e tali attività non possono essere studiate come un fenomeno circoscritto e isolato; è necessario al contrario considerarle come il felice esito di un processo originale e creativo fondato sugli spostamenti, gli scambi e l’interazione di ‘artifices’ – sovente di differente provenienza o di differente formazione – sulla circolazione di opere, committenti, modelli (scrittori e iconografici), sulla condivisione, infine, di saperi comuni nell’arco geografico mediterraneo, compreso la….




(‘Ora ricordo il borgo, ora ricordo il luogo’, Jonathan rimembra e mira il volo di un altro secolo al calvario del comune cammino, Jonathan vede un borgo e lo stesso Eretico accompagnato a Pietro, nella geografia di chi vuol custodire memoria alla povera vita di Cristo, pastore alla comune mensa nel diario antico. Non è delirio nominato sovente dal tuo Dio, ma Intelletto e Genio di un Primo volo scritto alla comune memoria di ugual libro. Troppo povero per essere capito, troppo ignorante per essere dal volgo recitato nella ricca strofa del latino ben vestito, cui disciplina la vita senza neppure essere compresa, cacciatore dell’Eterno cammino…. Cui illumini un diverso libro miniato all’evoluzione del tuo Dio…., perché ti vedo croce dell’eterno martirio… e assisto il tuo passo perché conosco bene la tua voce e il gesto nella volontà di questa eterna ‘ora’)







Nel mese di… dell’anno 1905 mi trovavo a Boltana e decisi di andare a dare un’occhiata al canon di Anisclo, il giorno 17 mi misi in cammino….
Don Felipe Lorenz, il curato di Vio, mi incantò per la simpatia con cui mi accolse nella sua casa. La mattina dopo vidi che mi aveva ceduto la sua stessa camera. Cenavamo nel vestibolo e Joaquina, la domestica nata a Ceresuela, ottima cuoca, preparava deliziose meringhe con il bianco d’uovo. La sera si bevevo tè, oppure un’infusione di una pianta particolare dei terreni rocciosi. Più tardi, uscivamo a prendere aria.
La cima del Sastral sporgeva dietro la chiesa. E mentre io scrivevo, le galline becchettavano vicino ai miei piedi. Il curato passeggiava leggendo il ‘breviario miniato’ (di cui ti accennavo nell’Infinito Tempo di codesto volo fuori dal comune e ‘giuridico’ tempo del Dio letto con devoto sapere strofa della comune ‘ora’. Ora incarnata nel labirinto ermetico di questa eterna vita che vola alta nella Rima di una diversa Poesia, ma recita ‘giuridica parola’ perché così è la Storia) e, poiché era il tempo della mietitura, dalla valle arrivavano le grida dei contadini che si chiamavano dalle terrazze coltivate.







Il giorno seguente, don Manuel volle a tutti i costi prestarmi il suo miglior mulo e mi diede una lettera di presentazione, ed all’improvviso un’aquila planò alta nel cielo! Al di là di una croce posta su una colonna esagonale sorge il villaggio di Mediano, circondato da poveri orti. In piazza, sull’architrave di una porta, ho letto una data scolpita: 1659. La mia guida mi condusse in cima ad un terrapieno che forma il belvedere per tutta la valle dell’Entremon. Una torre in rovina si eleva a ovest sulla cresta del faraglione, come una candela consumata. Al di là di un boschetto, scopro una specie di nicchia dove il rio Aso forma una pozza dalla quale si può bere con la mano, facendo attenzione a non intorbidire la sua trasparenza…. Ritorniamo per ugual cammino e attraversiamo con qualche difficoltà il rio Bellos sotto l’eremo di San Urbez per poi rientrare a Vio’ per il sentiero del mulino di Aso (ed un nuovo fugace per quanto veloce ricordo come quell’aquila vista all’improvviso: in quell’Eremo un Tempo vi ho dimorato, un Tempo troppo antico per essere conservato nella memoria di questo Creato. Ho scritto miniato pregato e volato in altro luogo per essere raccontato dal tuo Dio colmo di peccato, mentre volgo lo sguardo smarrito dalla cella al panorama di questa geografia racchiusa in un libro. Miniata tutta entro un rigo, contenuta in una lettera troppo stretta per il Primo Dio, troppo breve per la vita narrata…, ma l’‘ora’ si fa Storia ed io continuo l’opera, anche se il dubbio invade la geografia tutta contenuta nel Secondo di un Tempo senza gloria, tutta raccolta all’ombra della candela che illumina la scura parete, cui dimorai da principio… Frammento di un Secondo volo senza confino alla legge cui fiacco la vista, di cui consumo la vita, aquila o  gabbiano regredito all’Eterna Ora… di questa breve storia…).







Ai nostri occhi apparve allora una superba conca scavata in un circo di ripidi pendii; al fondo si aggruppavano le costruzioni minute e delicate di un villaggio, come in un plastico in rilievo. Alla sua sinistra, alcune terrazze coltivate disposte trasversalmente al pendio di una valletta concava parevano una scala di Ciclopi. Il colore generale del villaggio era rossiccio, interrotto dal bianco di alcune facciate; tutto contribuiva ad aumentare lo splendore del campanile; una antica torre.
Ci addentrammo nel desfiladero de las Cambras per un sentiero che piegava a sinistra poco dopo la fontanella chiamata Fuente del Cuello. Mentre mi guardavo attorno con il binocolo, scoprii una nuova grotta che, come appresi al mio ritorno a Vio’, dovrebbe chiamarsi Caverna del Guerriero; all’ingresso, si è accolti da una stalagmite a forma di essere umano… (come un punto esclamativo in fondo alla pagina che illustrai, che miniai, che pregai, nel dubbio di quella vita, nel ricordo di questa passeggiata, diario scolpito con ugual amor di Dio, con identico desiderio…: vedere e pregare il vero volto prima del loro Dio…. E la candela consumata che illumina il ricordo, come un sogno già sognato e mai morto nella genesi di questo segreto Creato scritto nel gene della geografia della Memoria, ridesta la vita passata come un fiume e mai assopita, conservata in una caverna e al buio di una cella rimembrata e su una parete scolpita… Anima scesa e dalla materia rapita e tradita!)






L’ora sesta forse la nona bussano alla porta ed il punto esclamativo, geografia dell’Eterna Vita debbo ornare, ‘ora’ divenuto croce su cui traccio l’invisibile sentiero alla comune via, e l’opera debbo continuare con l’occhio chino alla pagina ed il volo di un desiderio che per nulla si è smarrito alla Luce di Dio….





… Non si deve, infatti, sottovalutare, anche nell’ambito della produzione e dell’illustrazione libraria di argomento giuridico (in un’epoca nella quale il libro era un bene prezioso ma anche un valore di scambio), l’effetto culturale provocato nel Midi della Francia fra il XII e XIV secolo dall’intensa circolazione di uomini e di opere nell’area geografica del Mediterraneo occidentale, circolazione motivata in gran parte da ragioni commerciali, politiche, devozionali e culturali. Nel Midi occitano e provenzale, le università, spesso specializzate nell’insegnamento del diritto canonico, hanno svolto certamente, nel XIII  e nel XIV secolo, un ruolo rilevante nell’incremento della produzione e della decorazione di manoscritti giuridici e così pure della loro circolazione e diffusione.
E occorre anche considerare in questo contesto l’importante funzione dei mediatori che dovettero avere, fra il XIII e XIV secolo, i manoscritti del Midi francese negli scambi, sicuramente importanti, tra il vivido crogiolo artistico dei loro territori d’origine con i Pirenei…






(Qualcuno mi vede, qualcuno dalla terrena esistenza mi vede e mi avvista. “Cosa ci fa un gabbiano per questi luoghi? Come questo volare e sfrecciare per alte vette da un Primo Mare nutrito può illuminare la nostra ‘lotta’ per codesta terra ove il mio desiderio di caccia, millenario istinto, mai si è smarrito? Come sfreccia alto ed imperturbabile, se solo potessi, al fuoco del mio banchetto gusterai le sue ali saporite, scruterei le viscere saporite, perché da qualche parte o in altro luogo ho già discusso il tuo volo a noi poco gradito. Forse ti allontanammo dalla comunità e destinammo a te il nostro martirio, fuggisti con una lancia e un poco di umano calore ben custodito: arcane parole, arcani misteri di cui mai facemmo tesoro al popolo da noi nutrito, e destinammo al rogo il tuo Pensiero giammai gradito. Musiche strane e arcane, ermetiche, si combinavano in frasi fra loro incatenate da ugual accenti di cui provavamo incomprensione e smarrimento, perché diverse dal normale parlare e ciarlare. Si componevano in ‘accordi’ come i venti discesi da cui proviene il tuo volo....

(Prosegue....)
















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