giuliano

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IL TOMO

lunedì 3 agosto 2015

COSA E' IL PROGRESSO? (3)

















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Cosa è il progresso? (2)

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Cosa è il progresso? (4)













....Basso di civiltà si incontri qualcosa che si avvicina a questa condizione di perfezione?
In America del Sud e in Estremo Oriente, sono vissuto a lungo in mezzo a comunità selvagge che non hanno altre leggi o altra corte di giustizia se non l’opinione pubblica, liberamente espressa dalla popolazione. Lì, ognuno rispetta scrupolosamente i diritti del prossimo: un’infrazione a queste regole capita raramente, per non dire mai. Un’uguaglianza pressoché perfetta regna nella comunità: niente che assomigli a quell’ampia demarcazione tra educazione e ignoranza, ricchezza e povertà, padrone e servo, presente nella nostra civiltà. Non c’è nemmeno la divisione del lavoro che, pur aumentando la ricchezza, crea conflitti di interessi, né accanita concorrenza, né lotta per la vita.
Se considerassimo l’insieme delle nostre popolazioni, non potremmo vantarci di una superiorità reale sui selvaggi. Tuttavia, si avrebbe torto a generalizzare ciò che il grande naturalista e sociologo ha detto degli indigeni dell’Amazzonia e dell’Insulindia e ad applicarlo a tutte le popolazioni selvagge dei continenti e degli arcipelaghi. L’isola del Borneo, dove Wallace ha trovato quegli esempi di nobiltà morale che hanno determinato il suo giudizio, è la stessa grande terra che Boeck ha descritto sotto il nome di Paese dei Cannibali e che si potrebbe chiamare anche Paese dei tagliatori di teste, facendo allusione a quei Dayak che, per acquisire il diritto di chiamarsi Uomini e di fondare una famiglia, devono aver fatto cadere una o più teste con astuzia o in leale combattimento. Nello stesso modo, la meravigliosa isola di Tahiti, la nuova Citera, di cui i navigatori del diciottesimo secolo parlano con così sincero entusiasmo, non risponde che molto parzialmente agli elogi che ne fecero gli europei, incantati sia dalla bellezza del paesaggio, sia dall’amabilità degli abitanti. Certi personaggi solenni e dolci, certi venerabili anziani che sembravano con la loro nobile gravità completare le scene incantevoli del paradiso oceanico, appartenevano forse alla temibile casta degli Oro (Arioi) che, dopo essersi costituiti in un clero votato al celibato, avevano finito per diventare un’associazione di omicidi, dedita a riti infernali e all’assassinio di tutti i loro figli. Vero è che in questo periodo i Tahitiani stavano già evolvendo verso uno stadio culturale molto lontano da quello primitivo. Ma allora, invece di svilupparsi nel senso del progresso, si trovavano forse in fase di regressione, oppure i due movimenti si incrociavano nella vita sociale della piccola nazione, chiusa nel suo ristretto universo oceanico?
Qui sta la principale difficoltà.




Migliaia di popolazioni e di agglomerati etnici, riuniti dagli orgogliosi civilizzati sotto il nome di selvaggi, corrispondono a punti vitali molto diversi gli uni dagli altri, che si collocano variamente nel corso dei tempi e nella rete sconfinata degli ambienti. Alcune popolazioni sono in   piena evoluzione progressiva, altre in incontrovertibile decadenza. Le prime sono nel loro momento di ascesa, le seconde sulla via del declino e della morte. Ogni esempio citato dai diversi autori nella grande indagine sul progresso dovrebbe quindi essere accompagnato dalla storia specifica del gruppo umano in questione, perché due situazioni, pressoché identiche in apparenza, possono nondimeno avere un significato assolutamente opposto, a seconda che si riferiscano all’infanzia o alla vecchiaia di un organismo.
Un primo fatto spicca in modo evidente dagli studi di etnografia comparata. La differenza essenziale tra la civiltà di una popolazione primitiva, ancora poco influenzata dalle popolazioni vicine, e la civiltà delle immense società politiche moderne consiste nel carattere semplice dell’una e nel carattere complesso dell’altra. La prima, poco sviluppata, ha perlomeno il vantaggio di essere coerente e conforme al proprio ideale; la seconda, immensa per il ciclo che abbraccia, infinitamente superiore alla cultura primitiva per le forze messe in movimento, è complessa e diversificata, oberata di sopravvivenze, necessariamente incoerente e contraddittoria, senza unità, poiché persegue contemporaneamente obiettivi contrapposti. Nelle società della preistoria e del mondo ritenuto ancora selvaggio l’equilibrio può  stabilirsi facilmente, perché in esse l’ideale è semplice; di conseguenza, queste popolazioni, queste razze primitive con conoscenze scientifiche pochissimo sviluppate, avendo solo arti rudimentali e conducendo una vita senza grande varietà, hanno potuto nondimeno raggiungere uno stadio di giustizia reciproca, di equo benessere e di felicità, superando di molto il corrispettivo delle nostre società moderne, così infinitamente complesse, trascinate dalle scoperte e dai progressi parziali in uno slancio continuo di rinnovamento, mischiato variamente a tutti gli elementi del passato.
Perciò, quando noi paragoniamo la nostra società mondiale, tanto potente, ai piccoli gruppi impercettibili dei primitivi che sono riusciti a mantenersi lontano dai civilizzatori troppo spesso distruttori possiamo essere portati a credere che questi primitivi siano superiori a noi e che noi siamo regrediti nel corso dei tempi. Il fatto è che le nostre qualità non sono dello stesso ordine di quelle antiche; il confronto, quindi, non può essere fatto in modo equo….




…Tuttavia è un fatto ben noto che l’aria della città è carica di elementi mortiferi. Sebbene le statistiche ufficiali non presentino sempre a questo proposito la sincerità auspicabile, è nondimeno certo che in tutti i Paesi d’Europa e d’America la vita media dei campagnoli supera di parecchi anni quella dei cittadini; gli immigrati, lasciando il campo nativo per la via stretta e nauseabonda di una grande città, potrebbero calcolare in anticipo di quanto tempo approssimativamente abbreviano la loro vita in base al calcolo delle probabilità. Non solo il nuovo arrivato soffre in prima persona e si espone a una morte anticipata, ma condanna parimenti la sua discendenza; non si ignora che nelle grandi città, come Londra e Parigi, l’energia vitale si esaurisce rapidamente e che nessuna famiglia borghese va oltre la terza o la quarta generazione.
Se l’individuo può resistere all’influenza mortale dell’ambiente circostante, la famiglia invece finisce per soccombervi; senza continue immigrazioni di provinciali e di stranieri che marciano allegramente verso la morte, le capitali non potrebbero reclutare la loro enorme popolazione. I tratti del cittadino si affinano, ma il corpo si indebolisce e le sorgenti di vita si esauriscono.
Così anche dal punto di vista intellettuale, tutte le brillanti facoltà sviluppate dalla vita sociale sono dapprima sovreccitate, ma poi il pensiero perde gradatamente la sua forza, infine si indebolisce e cede prima del tempo. Sicuramente il monello di Parigi, paragonato al rustico giovane delle campagne, è un essere pieno di vivacità e di brio; ma non è proprio questo pallido monellaccio che si può paragonare, nel fisico e nel morale, a quelle piante malaticce che vegetano nelle tenebre delle cantine?
Insomma è nelle città, soprattutto in quelle che sono maggiormente famose per ricchezza e civiltà, che si trovano certamente gli uomini più degradati, poveri esseri senza speranza che la sporcizia, la fame, l’ignoranza bruta e il disprezzo di tutti hanno posto ben al di sotto del felice selvaggio che percorre in libertà le foreste e le montagne.  Accanto al massimo splendore che bisogna cercare l’infima abiezione; non lontano da quei musei dove si mostra in tutta la sua gloria la bellezza del corpo umano, bambini rachitici si riscaldano nell’aria inquinata esalata dalle bocchette delle fogne.




Se da un lato il battello a vapore conduce nelle città moltitudini sempre in aumento, dall’altro riporta nelle campagne un numero sempre più considerevole di cittadini che va a respirare per un po’ all’aria aperta e a rinfrescarsi le idee alla vista dei fiori e del verde. I ricchi, padroni di crearsi degli svaghi a loro piacimento, possono sfuggire alle occupazioni e ai logoranti piaceri della città per mesi interi. Ve ne sono anche altri che risiedono in campagna e che fanno solo fugaci apparizioni nelle loro case delle grandi città. In quanto ai lavoratori di ogni genere che non possono allontanarsi per molto tempo, a causa delle esigenze della vita quotidiana, la maggior parte di essi strappa nondimeno alle proprie occupazioni la tregua necessaria per andare in campagna. I più fortunati si prendono settimane di ferie che trascorreranno lontano dalla capitale, in montagna o in riva al mare. Coloro che sono maggiormente asserviti dal loro lavoro si limitano a scappare di tanto in tanto, per qualche ora, dallo stretto orizzonte delle strade abituali; si sa con quanta gioia approfittino dei loro giorni di festa quando la temperatura è dolce e il cielo è terso: in quel momento ogni albero dei boschi vicini alle grandi città ripara una allegra famigliola. Un numero considerevole di negozianti e di impiegati, soprattutto in Inghilterra e in America, sistema coraggiosamente moglie e figli in campagna e si costringe a fare due volte al giorno il tragitto che separa l’ufficio dal focolare domestico.




Grazie alla rapidità delle comunicazioni, milioni di uomini possono così riunire i vantaggi del cittadino e del campagnolo; il numero di persone che dividono così la loro vita non cessa di aumentare ogni anno. Intorno a Londra si possono contare a centinaia di migliaia quelli che tutte le mattine si buttano nel vortice di affari della grande città e ritornano tutte le sere nella loro tranquilla home della verde periferia. La city, vero centro del mondo commerciale, si spopola di residenti: di giorno è l’alveare umano più attivo, di notte un deserto. Sfortunatamente questo riflusso dalle città verso l’esterno finisce per imbruttire la campagna: non soltanto rifiuti di ogni specie ingombrano lo spazio intermedio compreso fra le città e i campi, ma cosa ancor più grave la speculazione si impadronisce di tutti i luoghi piacevoli delle vicinanze, li divide in rettangoli, li chiude entro mura tutte uguali, poi vi costruisce centinaia, migliaia di casette pretenziose.
Per chi passeggia e vagabonda attraverso i sentieri fangosi di queste pretese campagne, la natura è rappresentata solo da arbusti potati e fitte aiuole di fiori che si intravedono attraverso le recinzioni. In riva al mare, le scogliere più pittoresche, le spiagge più incantevoli, sono anch’esse, in molti punti, accaparrate da proprietari gelosi o da speculatori che apprezzano le bellezze della natura come i cambiavalute stimano un lingotto d’oro. Nelle zone di montagna, la stessa smania di possesso si impadronisce degli abitanti; i pascoli sono suddivisi in lotti e venduti al migliore offerente: ogni curiosità naturale, la roccia, la grotta, la cascata, il crepaccio di un ghiacciaio, tutto, fino al suono dell’eco, può diventare proprietà privata.
Degli imprenditori appaltano le cateratte, le circondano di barriere di legno per impedire ai viaggiatori non paganti di contemplare il tumulto delle acque, poi a forza di  pubblicità trasformano in bella moneta sonante la luce che gioca sulle goccioline in sospensione e il soffio del vento che dispiega bande evanescenti di vapori. 
Poiché la natura è profanata da tanti speculatori, proprio a causa della sua bellezza, non c’è da meravigliarsi che nei loro lavori gli agricoltori e gli industriali dimentichino di chiedersi se non contribuiscano all’abbruttimento della terra. Certo che il rude contadino si preoccupa ben poco del fascino della campagna e dell’armonia dei paesaggi, purché...















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