CHI DELLA FOLLA, INVECE,

CHI DELLA FOLLA, INVECE,
UN LIBRO ANCORA DA SCRIVERE: UPTON SINCLAIR

sabato 27 gennaio 2024

AUTOMI MECCANICI










precedenti capitoli 


col ciarlatano 


PROSEGUE CON L'ANTE-










PRIMA DI UN'OPERA 


GRANDIOSA






Le meraviglie della meccanica fecero la loro apparizione nei mercati fieristici negli ultimi decenni del XVIII secolo e, con sempre maggiore popolarità, agli albori del secolo successivo, risvegliando nel pubblico un nuovo e peculiare interesse. Ciò che i loro inventori esibirono non furono solo esperimenti elettrici, la ‘prospettiva curiosa’ o anamorfosi, giochi meccanici e illusioni ottiche, praticamente quegli effetti bizzarri che ben si adattavano alle più tradizionali rappresentazioni di magia. Le attrazioni principali erano costituite da figure di legno o di cera, piccole e a grandezza naturale, le quali, azionate da ruote e molle nascoste, sembravano muoversi di propria iniziativa, come animate da uno spirito misterioso, e inoltre emettevano suoni, addirittura parlavano e sussurravano sentenze oracolari con un effetto sonoro che evocava il soprannaturale.

 

Nell’antichità, tali artifizi erano molto in voga nelle corti dei sultani e nel Medioevo tornarono alla ribalta. Secoli dopo furono nuovamente riportati in vita, in un momento in cui la fantasia di molte persone era particolarmente eccitata dall’aura mitica e fiabesca che aleggiava attorno alla marionetta meccanica.




Con un potere magico particolarmente ammaliante e ingannevole, la scienza e la tecnica avevano condizionato notevolmente l’immaginazione degli uomini, abbagliandoli e incalzandoli con un eccesso di nuove invenzioni e aprendo prospettive sul futuro in una misura mai conosciuta finora. In un senso molto più profondo di quello che si era dischiuso agli illuministi, gli imbuti, i calici, le fontane, i barili e le lanterne divennero imbuti magici, calici magici, fontane magiche, barili magici e lanterne magiche, creando il miraggio di essere quella ‘trasmutazione magica’ alla cui fiamma il sogno e gli aneliti umani avrebbero potuto riaccendersi.

 

Tale definizione appare nell’undicesimo volume della colossale opera di Wiegleb, il quale, nella sua tragicomica limitatezza di vedute, la adopera come titolo di una prosaica descrizione: ‘La trasmutazione magica: l’esterno presenta un piccolo scrigno rettangolare, largo e lungo 11 pollici, alto 5 pollici e dotato di un cassetto’.




Si sa quale fascino insolito esercitassero sugli uomini e le donne di quell’epoca gli orologi a carillon e le scatole musicali. Da questi aggeggi, con voce sottilissima e spettrale, con un ritmo senza pretese eppure avvincente, il ritmo della monotonia, cantava uno spirito invisibile, vicinissimo e al tempo stesso infinitamente distante.

 

Ma il tocco del meraviglioso non era nella musica, bensì nella macchina.

 

Il ciarlatano, dovendo servirsi di una scienza ausiliaria, optò sempre per quella disciplina che ancora difettava di chiarezza e che nell’immaginario collettivo rappresentava un’opportunità di trasformazione, un orizzonte di possibilità illimitate che abbracciava i desideri più smodati. Egli pertanto si rivolse alla giovane scienza della meccanica, la quale già preannunciava la nuova evoluzione tecnologica: con i suoi misteriosi termini tecnici, essa divenne l’alchimia di una nuova generazione, che nel 1783 aveva visto la prima mongolfiera sollevarsi dal suolo.




Davanti a tutte le spiegazioni, i riscontri e le dimostrazioni, davanti a tutta l’imponenza dei fatti, marciavano impettiti gli automi, con le loro risatine vitree e la loro rigida dinamicità (o dinamica rigidità), calpestando sotto i loro minuscoli piedi tutto il ciarpame prodotto dagli aspiranti educatori. Wiegleb illustrò il procedimento con cui costruire una testa di legno parlante che avrebbe dato ‘risposte a tutte le domande poste; comunemente chiamata: la testa di Cicerone’.

 

Ma con questo non riuscì a dissipare il desiderio di avere una risposta su tutto, praticamente il responso di un indovino, da parte di chi credeva a tutto. Il fatto che a dare risposte fosse non un essere umano, bensì un insieme di ingranaggi, non faceva che rinfocolare il fascino del mistero. Ancora più affascinanti della ‘testa di Cicerone’ apparivano quelle figure di giovani donne che sapevano ballare e cantare, sussurrare profezie e suonare il pianoforte. Alla fine del XVIII secolo, grazie alla perizia di abili orologiai ginevrini, la produzione degli automi crebbe e il loro prezzo diminuì. Fino ad allora erano ancora piuttosto rari; li si vedeva solo battere le ore sopra i campanili delle chiese (gli omini denominati jacquemarts) o girare nei carillon.




Riprodurre la natura attraverso le figure di automi, costruire modelli umani e animali dotandoli di tutti i loro organi: generalmente fu il mondo del materialismo a nutrire simili velleità, l’intento era quello di sopprimere ogni concezione metafisica, ma furono proprio queste piccole copie magiche della natura, insieme alle forze nascoste che le animavano, a diventare il luogo di quella divinità che si supponeva di aver cancellato una volta per tutte.

 

Quale donna terrena possedeva il fascino perverso della ‘Musicienne’ costruita dall’orologiaio svizzero Pierre Jaquet-Droz?

 

Seduta sul trono di un complicato ingranaggio di ruote, imponente come una dea inavvicinabile e conturbante, la musicista meccanica toccava i tasti del clavicembalo con le sue dita lunghe e delicate, sulle quali pendevano polsini di pizzo.




Un ciarlatano di quell’epoca, servendosi di un simile congegno, non avrebbe forse attirato seguaci affamati di illusioni in modo più fruttuoso che non attraverso l’oro potabile o la pietra filosofale?

 

Sono discesi finalmente, o coltissimi Italiani, ond’essere esaminati e, non v’avrà dubbio, ammirati anche nella nostra felice, amena e sapientissima Italia i celebri Androidi degli or furono Signori Pietro ed Arrigo Luigi, Padre e Figlio JACQUET- JDROZ, Elveti di nazione; e precisamente della, a lor tempi, Prussica Contèa di Neufchdtel. Non sarà quindi a voi discaro, anzi sarà giovevole, il preconcepire un idea esatta (vanti di recarvi ad essere spettatori, od indifferenti, o superficialmente stupiti, delle operazioni a prima giunta in- comprensibili e veramente ammirande di codesti ordigni) del che che siano, donde e da chi trassero origine e moto, quali vicende subirono lorchè si mostravano per alcuni altri Regni e Provincie d’Europa, e chi e come si parlò e giudicò di essi, tanto in una relazione in Francia l’anno scorso impressa, quanto pria e dopo da parecchj Giornali di quel Reame, li quali, a laudazione ove meritevole ove eccessiva de’ medesimi , hanno parlato avanti di noi e scribacchiato più cose.

 

 Incominciamo.




Verso la metà dell’ultimo ora scorso secolo spiegarono i due su lodati Droz , nel combinare effetti prodotti dall’Arte metallurgico-meccanica, spezialissimamente nell’Orologeria (in che brilla tutto dì quel distretto, massime il Borgo detto Lachaux de fonds) nell’Oreficeria, e nella teorica e pratica gnomonica un genio sublime, cui direm di famiglia; genio sì portentoso da essere quindi tradotti gli oggetti usciti di lor mani come, nel lor genere, rarissimi fenomeni apparsi sulla terra; talché può ad ognuno dei tre differenti oggetti de’ quali andiamo a far parole applicarsi l’antichissimo Greco-Romano Effato est rara avis in terris.

 

A tale, nuova, inaspettata e sulle prime incredibile, aparizione in Parigi delle macchine Dfoziane si diè fiato ad ogni sorta di tube e catube della fama; e la Biografia Universale e li scienziati giusto allora compilatori dell’Enciclopedia metodica indi diversi Giornali sì politici che letterarj di quel tempo consagrarono appositi eruditissimi articoli a laude di codesti Androidi, che in molti e diversi mai più visti nè uditi sensi operavano, come operano ed agiscono pur oggi dì, azioni che non sembrano agibili se non da chi è di vivida intelligenza e sentimento capace, non da chi, senza vita reale, è di fiato animatore privo, nè per circolazione di sangue ch’entrolui sia, nondimeno ne rende una perfetta illusione.




Per lo che i loro Artefici, posseditori in grado supremo dell’ingenua arte meccanica, comparata e derivata dalla scienza del moto, cioè dalla forza rispettiva, d’impulsione e resistenza, di vibrazione ed oscillazione, prodotta dall’elaterio variamente combinato per mezzo di suste, molle e ruote dentate, hanno conciò coartato tai macchine ad agire per quel solo tratto di colpo, di pressione, espansione, tempo e genere di muovimento, che ogni suo artefice, dietro mille cimentate, pria assunte poi forse rigettate, indi di nuovo addottate o riformate combinazioni, loro ha prescritto di maniera che, il proprio risultato apparisse, come appare, effetto di studio e prodotto di umana mente sagace, non d’inanimato, im mobile e di per se inerte ordigno.

 

Girovaghi da quell’epoca in poi codesti automi, ora in compagnia dell’ultimo lor genitore, or con quella di un acquisitore de’ medesimi, resosi banditore di loro azioni a virtù intrinseca, per Francia, Inghilterra, Spagna ed altre Provincie d’Europa (mai però infimo a qui per Italia) incontrarono, a quello dicesi, alcuna triste vicenda.




Alle tré opere dei Droz si era dai loro Autori imposto, e dai colportatori ritenuto fin qui un nome, ora correspettivo alla estrinseca forma dei vestimenti da quali ciascuna è ravviluppata e presenta una faccia maschile o donnesca, ora dall’ effetto che fanno sopra li spettatori, e l’azione ch’eseguiscono, o la si vede o la si sente eseguita in loro presenza. Così l’uno si appellava il Disegnatore l’altro Lo Scrivano sotto la dettatura e la terza La Suonatrice d’organo.

 

Noi usammo a prima giunta ed addottammo questa voce Androidi perchè la viddimo adoperata in taluno di quegli articoli de’ Foglj Italiani (de’ quali facciam cenno nel corso di questa nostra Dissertazione, e contro alcun de’ quali ci faremo dovere e religione d’ insorgere) come quella che sia sinonimia, o quasi, dell’altra or comune ad ogni lingua europea, che designa simili macchine colla parola Automa, o meglio Automi ed Automati, giacché in niun Classico ci fù dato di rinvenirla al singolare, ma bensì, sempre in plurale.  


 


                 

Della voce Automi od Automati, derivato greco, latinizzato - italianizzato - europeizzato, significante ‘ultronei o spontanei’, la definizione, o vero sia la spiegazione, giusta quanto noi supponiamo esser noto ad ogni mediocre de’ nostri Lettori, sarà questa:

 

Istrumento, il quale, per solo interior meccanismo, è con tal destrezza, avvedutezza, esattezza e sapienza d’arte travagliato, che da se spontaneamente, o piuttosto per spontaneità forzata si muove, ed eseguisce una o più azioni diverse, siano semplici siano complicate; da far stupire qualunque Spettatore, per non apparirne la causa motrice, ovvero a pochissimi è dato di riconoscerla; ma che insieme è macchina Portatile (machina manu versatilis dice Bucinò) talvolta pure infissa in luogo, fuor del quale più non opera.





Al primo genere si ascrivono gli Orologi, i Cariglioni, gli Organi a Suste, i nostri Automi e consimili a questi (ove pure sotto questa categoria volessimo riporli) e tal’altri ordigni di poco diverso travaglio. 


Spettano al secondo i Gnomoni Solari, le Statue (la fu Egizia massime, di Memnone, di che molto si dice in questa dissertazione, e si ripeterà in susseguenti note qui presso) le Piramidi, come quella rielevata al Sole dal Pontefice Pio VI in Campo Marzio a ROMA; e fra questi congegni gnomonici annoverare si pongono, come per corollario, la Bomba Meridiana che sopra una Colonna innalzava Monsieur de Buffon nel Regio Giardino delle Piante in Parigi, e la Granata, che tuttora scoppia ad indice del pien mezzo giorno presso il Regio Arsenale di Torino.




Or codesta voce automato fu latinizzata primamente da Caio Svetonio Tranquillo dalla quale poi si trasse quella di Fabbro Automatario per indicare colui die per arte apposita li fabbricava o fabbrica tuttora. Dell’una e dell’altra Automatica Categoria fanno cenno antichi e moderni scrittori, Varrone, Nonnio Marcello, Macrobio, poi Budeò, ed il Padre Turnebò nei suoi Avversari.

 

Noi avremmo dovuto accontentarci di questo limitato vocabolario, né mai mettere a mano quello di Androidi, ad ogni modo non per lussuria e eccesso di erudizione, ma per spiegazione maggiore della cosa, siccome nella radicale greca voce Andros, od Andron significante più cose assai, e disparate, come veicolo corridoio luogo angusto e forzato per ove solo può passare vento o fiato producente, sia voce articolata, che suono di fistola o movimento semplice (dal ché pure Androne Antrone  Stretta Anditoed anco Androgino per Anfibio o d’ambe nature) delle quali significazioni tutte, ed or dell’una or dell’altra fanno uso vario Festo, Plinio, Vitruvio ed altri molti Autori.




Così anco in simile varie diciture può ritrovarsi un indicativo de’ nostri pezzi; altro de’ quali per ‘stringurie’ di rialzato forse interno conduttore d’aria concentrata soffia dalla bocca e rigetta da se corpi impedienti il suo abituale lavoro, altro volge occhi, di mena mani e piedi, saltella, riposa, e mette e fa emettere suono ed armonico e cose simili variegate, perciò vi scorgemmo un certo fumo di coesione, di comparazione e di adattamento della voce e significato greco colla precedente pur greca di origine ma latinizzata e resa nostrale parola; per cui adoperammo l’una e l’altra per una e medesima espressione (ed anco a varietà di discorso) per uno e medesimo predicamento di cosa spiegare: e quindi Automati ed Androidi, sebbene andassimo nel nostro divisamente errati, l’uno per l’altro e viceversa preghiamo che si ritenga, essere una medesima cosa.

 

Negli scritti del celebre Airone d’Alessandria, vissuto due secoli prima di Cristo, si può trovare una minuziosa descrizione di uno spettacolo di marionette di cui ne progettò l’ingegnoso meccanismo. Spiega che c’erano due tipi di automi, prima quelli che agivano su un palcoscenico mobile che a sua volta avanzava e si ritirava alla fine degli atti e il secondo, quelli che recitavano su un palcoscenico fisso diviso in atti da un cambio di scena.




 BREVE EPILOGO


Prima e dopo ogni cambio di Scena del famoso quanto immancabile burattino marionetta & futuro automa, ecco di nuovo Pinocchio e di lui padre Geppetto, un tempo, infatti, li pensavano e costruivano di legno, quando cioè, i mastri artigiani sognavano il loro pargolo diletto.

 

Ma oggi più di ieri, dato i Tempi mutati e cambiati ad uso di automi disadattati, quantunque da taluni & tutti detti ‘analfabeti’ rinnovati, giacché assemblati su Scala industriale, sempre attuali quanto onnipresenti in maniera inusuale con il proprio altrui Sogno nel divenir d’incanto ‘humani’.




Giacché ‘taluni’ sostengono che con i nuovi accorgimenti tecnici in uso al nuovo mercato (e/o teatro) automatizzato, per poter al meglio (e/o al peggio) intrattenere il “social-popolar-nobil” pubblico hora del tutto asociale e aggravato, da ogni palco e teatro ove inscenare il proprio ed altrui Sogno tecno-automatizzato o delirante ultimo atto, - avendo abdicato ogni Scuola di ordine e grado ad un circuito pre-stampato senza nessun abbecedario -, tutto possibile nel Fine (ove in-scenata l’intera Commedia ma hora divenuta antica Tragedia) ottenuto senza il sano principio per cui ed in cui l’humano nato.

 

La ‘Bestia’ che in verità e per il vero, (?!) havea curato e allevato, sia questa una lupa o un orango, rimpiange e rimembra i lontani tempi di una diversa èra, hora assiso alla sua grotta o taverna preferita, più ubriaco che saggio, più bestia che humano, quando con lei saliva verso la cima dell’albero, come un gatto in compagnia della volpe, in attesa del Padre ché per il vero lo havea forgiato nonché pensato più bambino... che orango…   

 

Dacché ne deriva e consegue, che difficile pur apostrofandoli in Superiore Rima scorgere qualsivoglia evoluta differenza!




E con lei indifferenza e misfatto!

 

Oggi tutti corrono a baloccarsi con Pinocchio lor burattino diletto, e come già detto e purtroppo neppur più di legno!

 

Ma chi più piacere prova per la Ragione e Conoscenza che al Bel Paese…. (Antonio Stoppani rese… accompagnato da tutte i Geni delle Selve) deriva o dovrebbe (per il bene di tutti i burattini forgiati dai loro padrini), troverebbe motivo e diletto, riscoprire ‘alla perenne ricerca del Tempo passato’, quel Tomo Secondo al burattino di legno, ricomperato in ugual medesimo mercato ove lo havea barattato…

 

Dacché havea pur (di nuovo) venduto il Primo Abbecedario…




Rendo giusto merito, e con lui Memoria dismessa circa questo grande ‘fedele’, il quale immagino simmetrica Foglia allo stesso Ramo (dell’Albero della Conoscenza) quel Reclus certamente esiliato per ovvi motivi (da cui le paradossali Ragioni) di Stato. Anche lui enciclopedico erudito altrettanto noto, dallo stesso Torrente li accolgo come, direbbe il pio e sempre benedetto generale Giulio Cesare Croce, qual impallidito inorridito smunto Eraclito d’un Atto giammai contraddetto (e neppur, se per questo, abbattuto dall’ascia della nuova o falsa conoscenza per ugual medesima Selva), ma quantunque irrimediabilmente perso nei sani Elementi di cui Genio e Intelletto edificarono numerarono (nei Secoli di Storia), dalla galleria alla platea, sino alla più altolocato palchetto con nobile vista, e per sempre applauditi a Scena aperta…

 

La nuova Geografia è cosa seria!

 

La persa Natura una Tragedia!




Però ancor ‘Prima della Prima’ di cotal Bel Paese rappresentato e replicato dalla Scala sino al più ricco mercato da fiera, compresa Venezia perenne mascherata a festa; e seppur tormentato da ogni taciuto Impero ancor più astuto dell’Intelletto, quantunque da taluni (o tutti), affogato nella povera minestra senza abbecedario alcuno, ma quantunque sempre ammirato nella sua bellezza non meno dell’ardita eppur sempre scondita Cima, a cui - in questa difficile hora - ogni antico viandante affida la perduta Memoria (non men della credenza o madia antica….) ad un povero piatto di polenta senza Bel Paese alcuno.

 

Raccogliendo motivo e risentimento da Zermatt fino ad Asiago (stagionato) - non lontano da Gorgonzola -, della sua quanto nostra comune Arte circa la Natura oggi troppo spesso violentata come divorata, ma quantunque ancor più saporita ed accompagnata al Padano, ovvero, l’industrioso humano artigiano grattugiato, sempre in astuta concorrenza con il proprio Bel Paese affogato nel Torrente della minestra d’ogni sera…




Certo il Bel Paese ne soffrirà molto!

 

E donde dal suo Genio deriva la corretta pronunzia nonché la nuova e più ricca saporita ricetta, dipende molto dai punti di vista ad ugual medesima mensa servita, e donde e non per ultimo, l’amore per la retta e più saggia Conoscenza circa la vera grammatica - in cui e per cui, scritta o grattugiata, e di cui l’uomo destinato e non più votato a rinnovarla…

 

…E da cui deriva ancora, sano appetito o digiuno assoluto!

 

Il mercato aspira al Bel Paese, ma il Grano Padano sbarcato da ogni stiva dalla lontana Russia fino al papero della più lontana America, compone l’artifizio della nutrita concorrenza.

 

Sottratta ad ogni Menu - o antico e più ricco abbecedario - con cui si colma e ricompone il verso o l’incompreso accento, alla lingua dell’antico sfamato  palato!  

 

Dipende molto il modo con cui ognun Nessun escluso, sazia il proprio appetito in ugual medesimo verso a voi servito…




Con il ‘voto’ ieri come oggi (ri)scriveranno una brutta pagina di Storia a cui - nostro malgrado - destinai gloria ed elmo - del sofferto Bel Paese abdicato ad un nero regno del padano grattugiato, senza più gloria circa sano e duraturo Intelletto in cui sancita la libertà di ammirarlo così come il gradirlo…, e quando di nuovo richiesto il Bel Paese sarà servito ovviamente per ultimo, se ancora farà parte del Menu di più nobile sorte a cui destinato il nuovo antico appetito riverito…  

 

(L’editore)








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