IL GRASSO LEGNAIUOLO

IL GRASSO LEGNAIUOLO
& UN MONDO PERDUTO

sabato 20 dicembre 2025

LA POTENTE MANO DEL PADRINO AVVERSA AI F.LLI LUPI (ovvero, il Racconto della Domenica)

 










Noi cominciamo in questo capitolo a narrare, sempre, bene inteso, nella più concisa e nella più abbreviata forma possibile, le vicende dei burattini nei tempi moderni; e più specialmente quelle dei fantoccini destinati a pubblico spettacolo, riuniti per così dire, in compagnia comica, sotto la direzione di un impresario, che esercita a conto proprio un teatrino, in una baracca, un castello, o per parlare col vocabolario del mestiere, un edilizio, sul quale compie, colle sue figurine, un corso di rappresentazioni drammatiche, e talvolta anche melodrammatiche, che hanno un carattere proprio, una fisonomia particolare; che si giovano d’una speciale letteratura, che esercitano una singolarissima influenza sopra una parte di pubblico, e che per molti lati si collegano alla storia generale dell’arte drammatica in Italia ed all’estero.

 

Logicamente tutto ciò rappresentato e tratto dal vero differisce dal più noto Padrino e il suo palcoscenico…

 

Non si corre rischio, compiendo queste ricerche, di sprecare il nostro tempo in uno studio noioso e monotono, o di guastarci il sangue leggendo una filastrocca di episodi insignificanti e talvolta penosi, o volgari, o sguaiati, come se si trattasse della storia de’ vecchi istrioni ambulanti.




Oh! no davvero...

 

I burattini teatrali sono persone ammodo, gente solida, tranquilla, contenta della sua posizione, e attaccata al teatro per molti legami. Fra loro non ci sono rivalità, né bizze, né gelosie, né convenienze teatrali, e campano d’amore e d’accordo, come tanti rampolli del medesimo ceppo.

 

A questo modo, e due secoli fa, un vaudeville d’anonimo autore celebrava le virtù de’ burattini italiani domiciliati a Roma, e lo faceva, per certo, coll’onesto intendimento di mordere, così di rimbalzo, i vizi e le triste abitudini dei comici del suo tempo, i quali erano allora, come oggi sono, parlando in generale, chiassoni, pettegoli, sempre in lite e in discordia fra loro, invidiosi degli applausi prodigati ai compagni, e smaniosi di acquistarsi con ogni artifizio una celebrità tanta effimera quanto menzognera.

 

Prima però di procedere innanzi colla storia che ho impreso a narrare, è necessario ch’io dia una breve spiegazione. Siccome la proprietà del linguaggio mi è sempre parsa una cosa desiderabilissima in ogni genere di scrittura, così mi sento in obbligo di dichiarare qual’è il significato preciso dei differenti nomi che talvolta mi accade di dare agli eroi del mio storico racconto. Noi chiamiamo in Toscana fantocci tutte le figurine foggiate a somiglianza del corpo umano, di qualunque materia composte e a qualunque uso destinate, ma condotte con una certa grossolana imitazione e senza troppo studio di eleganza.




Così si dice fra noi: pittar da fantocci a un artista dappoco, indegno di levarsi alla rappresentazione del vero; e Lorenzo Lippi nel primo canto del Malrnantile riacquistato, volendo dare ad intendere il valore artistico de’ suoi tre scolari, nascosti sotto i nomi anagrammatici di Fra Ciro Serbatondi, Egeno dei Brodetti e Sardonello, canta di loro:

 

Di foglio per impresa un bel cartone


Insieme colla pasta egli hanno messo

 

Dei lor fantocci, i quali da Perlone

 

Soglion copiare o disegnar dal gesso.

 

Col diminutivo poi di cotesto generico nome, mutato in fantoccini, indichiamo quei tali fantocci destinati al passatempo della plebe e descritti da Girolamo Cardano, nel suo trattato ‘De varietate rerum’, edito a Norimberga nel 1550.  

 

Ho visto,




…egli dice,

 

due Siciliani che operavano meraviglie per mezzo di due figurine infilate per il petto in un medesimo filo che le traversava ambedue. Il filo era fermato da una parte a una pesante statua di legno, e dall’altra legato alla gamba del giocoliere il quale facendo col ginocchio certi suoi movimenti, obbligava le figurine a ballare. 

 

Quanto al vocabolo burattini, noi lo adoperiamo a significare quelle figurine destinate a ludo scenico, composte di una testa e di due mani, senza corpo, tenute insieme da una specie di cappa magna, entro cui si nasconde la mano del burattinaio che le fa giuocare per di sotto.




L’andar il giorno in piazza a’ burattini

 

Ed agli Zanni furon le lor gite....

 

…si legge nel Malmantile riacquistato; e la descrizione poetica del Castello dei burattini si trova anche tale quale nel Meo Patacca di Giuseppe Berneri, illustrato dal Pinelli, come se ne vede l’immagine nelle celebri Fiere del Callotta. L’etimologia di cotesta parola bizzarra è certo una delle più semplici e più naturali, né per trovarla c’è bisogno di beccarsi tanto il cervello e di scartabellare i lessici delle lingue morte.

 

La cappa magna, che si adoperava in principio per vestire le figurine del castello, o piuttosto per tenerne insieme e renderne maneggevoli i pezzi principali, era fatta d’una certa stoffa di lana nostrale, assai grossolana ma resistente, tessuta un po’ rada e tinta a colori vivaci, cui nelle nostre provincie si dava il nome di buratto; forse per la somiglianza che aveva col tessuto dei veli destinati ai telaci del frullone per abburattare la farina. Si sceglieva a cotesto ufficio il buratto perché è roba che costa poco, fa figura assai, si logora tardi, non prende pieghe morte, scolorisce di rado, e all’umido non ammuffa e non imporrisce.




I fantocci vestiti di buratto furono presto battezzati per burattini, e c’era da aspettarselo. Ai giorni nostri il buratto, troppo umile per servire ancora al vestiario dei balli grandi c delle pantomime, è rimasto più specialmente adoperato nei porti di mare per farne bandiere e segnali da bastimenti. I burattini poi si chiamarono eziandio magateli, ovvero fraccurradi: la prima forma alludendo all’arte maga che taceva loro operare tante meraviglie, e la seconda riferendosi alla similitudine che passava fra i movimenti del capo di siffatti fantocci e quelli eseguiti da un guscio verde di baccello, tagliato di sconcio ad una delle estremità, e messo in moto dal filo della sutura sbucciato in tutta la sua lunghezza.

 

Cotesto balocco da bambini si chiama Fraccurrado in alcun contado toscano, e frate basco altrove. Pupi e Pupazzi s’intitolarono i burattini nelle provincie di Roma c di Napoli, derivando il nome dall’antico vocabolario latino. Resta la parola Marionetta destinata a designare le figurine articolate (o mastiettate come dice Paolo Minucci), sostenute da un fil di ferro pel sommo della testa, e indotte a muoversi per mezzo di cordicelle.




E a proposito delle Marionette, io ho avuto proprio stamani un grosso dispiacere, cercando a cotesto vocabolo qualche notizia che facesse all’opo mio nella Nuova Enciclopedia popolare italiana, sono andato a batter la testa in questa scomunica in ceri gialli:

 

‘Marionette: In Italia chiamansi burattini, fantocci, fantoccini; e la voce Marionette è brutto gallicismo da Marionnettes, derivato da un Marion, ciurmatore, che primo introdussele in Francia sotto Carlo IX’.

 

Potenze del cielo e della terra!...

 

Com’è egli possibile affastellare in così piccol numero di righe una sì stragrande quantità di scerpelloni, le marionette non furono introdotte in Francia sotto Carlo IX, un ciurmatore non è un burattinaio, il nomignolo di Marion non ha mai appartenuto ad un uomo, ma sempre ad una donna, come vezzeggiativo di Marie, e finalmente Marionette non è niente affatto un gallicismo, ma un vocabolo italiano come me e voi, con un’etimologia chiara e documentata che è un gusto a leggerla tutta. È un vocabolo nell’uso comune, e se nei vocabolari non c’è, intendo dire in quelli dei baccalari della Crusca; dacché nell’eccellente del Fanfani non manca, tanto peggio pei vocabolari: e chi ce l’ha da mettere ce lo metta.




I burattini sono la caricatura dell’uomo; le marionette ne sono la imitazione. I primi, più democratici, vagabondano per le piazze con un modesto castello, e camminano senza piedi perché li tengono imprigionati nelle mani possenti del loro padre burattinaio. Le seconde, più aristocratiche e quindi più vane, non si mostrano che in veri teatrini, con palchetti e sedie e biglietti d’ingresso; hanno le membra complete, camminano con leggerezza mirabile, e ricevono sempre dall’alto il verbo e la norma delle loro azioni.

 

I burattini, conservatori per eccellenza, serbano intatto l’abito ed il costume dei loro progenitori; sono contenti del proprio stato, né mutano per mutare di tempi. Le marionette, invece, vanno di pari col progresso; la meccanica e la plastica non isdegnarono mai di concorrere al loro perfezionamento, e in passato furono ambita ricreazione di gente seria e financo di principi.




Ed erano i cantastorie, ultimi eredi dei ‘trobador’, dei menestrelli e dei torototela, a diffondere e a chiosare tra piazze, cortili, fiere di paese e osterie, gli episodi tragici, i fatti eclatanti, i delitti efferati, le conquiste della scienza e della tecnica, le gesta di grandi uomini ed eroi, le polemiche politiche, i mutamenti di costume, i primi ruimenti sociali. E il popolo si dilettava, con grande attenzione, a sentire cantare l’episodio da colui che più degli altri ‘sapeva leggere e poetare’: era l’uomo con il foglio volante o con il cartellone illustrato che sintetizzava grossolanamente quello che poco dopo avrebbe spiegato in poesia cantata.

 

L’uditorio lo ascoltava come oggi ascolterebbe la radio ed osserva la sequenza dei fatti illustrati come si trovasse davanti ad uno schermo televisivo, poi compravano il ‘pianeta della fortuna’ per tentare la sorte al lotto e il ‘foglio volante’ per imparare il testo e cantarlo a loro volta nelle osterie e nelle bisbocce fra amici…




L’automa, dal burattino fantoccio derivato, procede, suo malgrado, l’inarrestabile discesa A FOLLE, colpa o bisogno dell’urgenza circa il ‘valore’ aggiunto della ‘massa ottenuta’.

 

Dapprima, inscenata con sfarzo d’allori, coronata d’alluminio e prometeico acciaio temprato, sponsorizzata dalla nota Compagnia del russo burattinaio bandito seppur servito & nutrito per l’intera durata del noto spettacolo: le sue marionette e automi temprati invadono le Corti con i loro più che noti spiritati Drammi…  

 

Peccato, però, che al Secondo Atto della rinomata secolare Commedia divenuta transumante Tragedia, rappresentata per ogni fiera piazza e nobile corte d’Europa, l’universale salita dell’industrioso automa per sua evoluta natura, sia divenuta inarrestabile FOLLE DISCESA.

 

Nonostante dal retro della “quinta” (e non più Sinfonia, Opera dispendiosa tanto al germano quanto al piccione suo alleato e viaggiatore anch’esso) l’agente segreto - burattino imperfetto - segnala inesauribile esaurita riserva ove celato ogni intero segreto di Scena!

 

Da cui la Commedia divenuta farsa per sua ignobile natura!




Infatti, se fin da principio il burattino, più politico che umana marionetta donde la differenza di massa, si fosse consapevolmente reso conto della Compagnia servita, oppure, si fosse dedicato con maggior zelo a più nobile nonché filosofica lettura (dal futuro Pinocchio) interpretata (con grande incomparabile successo); avrebbe raggiunto l’Atto della Giostra avverso alla nota Fiera (presso la piazza del Lupo)*, donde deriva il filo dell’intera Commedia, hor hora sospesa per improvvisi litigi con la più nota marionetta (Ragion della sua ed altrui movenza per ogni serio Teatro compresa ogni Fiera accompagnata, motivo dell’intero automa); ne consegue che avrebbe dovuto, cogitare concordare nonché meditare, e in ultimo interpretare, imprevisti cambi di più nobile Scena. 

 

* Vidi una domenica, nella via Principe Amedeo, verso le tre dopo mezzogiorno, un concorso straordinario al teatro dei fratelli Lupi, dove si rappresentava ‘Le sette meraviglie del mondo’. La ressa è tale che s’eran dovute mettere due guardie municipali ai due lati della porta per impedire che seguissero disgrazie. La gente forma sulla piccola scalinata esteriore un monte di teste, a cui sovrastavano i visi ansiosi dei ragazzini tenuti in collo; alcuni dei quali, piangendo per il timore di non poter entrare, tendeno le braccia verso lo sportello del burattinaio con un atto d’invocazione supplichevole, che mette pietà e fa’ ridere.





La strada è per un buon tratto affollata, d’una folla diversa dalle solite: sono famiglie numerose strette in gruppo, molte signore, moltissimi ragazzi, una falange di governanti, di balie, di servitori, soldati di fanteria e bersaglieri, gente di campagna, donne del popolo. Alcune di queste, tengono in mano il programma dello spettacolo: Un ‘piccolo teatro celebre’, e io leggo forte, compitando, masticando quelle misteriose parole:

 

Il mausoleo d’Arlemisia, gli orti pensili di Babilonia, con un viso di divote che sentissero nominare un miracoloso santuario sconosciuto.

 

Da ogni parte, girando fra la folla, sento commentare il programma, predir maraviglie della rappresentazione e decantar la compagnia. Ci sono ragazzi che saltano dalla gioia, che strepitano dall’impazienza, che si cacciano fra le gambe alla gente come cani, e si fanno largo a gomitate e a capate; e n’arrivano altri continuamente, precedendo di corsa le loro famiglie, ansanti e col viso rosso; e al veder la porta affollata qualcuno si batte il pugno sulla fronte in atto di disperazione.




A un certo punto arrivano i musicanti che, dopo aver tentato invano di aprirsi il passo, ritornando indietro per entrar dalla piazza Carlina, si soffermano intorno a un signore alto, in giacchetta e cappello alla calabrese, fermo a una cantonata.

 

In quel punto un ragazzo accanto a me, accennando con la mano quel signore, esclama con accento appassionato d’ammirazione e di riverenza:

 

 

È lui!... 

 

Luigi Lupi!

 

Fu quell’esclamazione che mi diede l’ultima spinta a scriver queste pagine.





Breve descrizione del mausoleo

 

d’Arlemisia…


 

L’area in esame è quella a nord della Piramide a Gradoni stessa, infatti solo il muro meridionale del Bubastieion si estende significativamente a sud della linea del muro settentrionale del recinto della Piramide a Gradoni. L’area si estende a nord fino all’estremità dell’altopiano di Saqqara, sebbene nel considerarla nel suo contesto antico si dovrebbe includere il lago di Abusir, ora prosciugato, probabilmente da identificare con l’antico ‘Lago del Faraone’.

 

Il visitatore moderno raggiunge l’altopiano attraverso una strada asfaltata che costeggia il margine orientale dell’altopiano prima di svoltare verso ovest e superare il Bubastieion. La maggior parte dei visitatori si dirigerà poi a sud-ovest per visitare il complesso della Piramide a Gradoni e forse l’area intorno alla piramide di Unas. I visitatori più affezionati possono dirigersi un po’ a nord verso la tomba di Mereruka e la piramide di Teti.

 

Il Serapeo, un tempo nell’itinerario della maggior parte dei visitatori, è stato appena riaperto dopo un’ampia ristrutturazione, e resta da vedere se riacquisterà il suo antico posto negli itinerari turistici. Un aspetto che emerge chiaramente da uno studio dei resoconti dei primi viaggiatori e delle successive guide turistiche di Saqqara è che vari monumenti hanno un andamento altalenante in popolarità, alcuni al punto da essere completamente perduti alla vista, come nel caso delle Catacombe di Ibis, note al tempo della spedizione napoleonica ma perdute alla fine del XIX secolo.




Il visitatore che si avvicina a Saqqara durante il periodo tardo-tolemaico (or ora messo in scena per diletto della Fiera del Lupo…) può avere una scelta di percorsi, probabilmente esistono diversi sentieri che conducono alla scarpata, sebbene forse ce ne sono due principali. Il primo è quello utilizzato per trascinare i grandi sarcofagi del toro Api e di sua madre e si snoda attorno all’estremità settentrionale dell’altopiano e lungo il suo lato occidentale, con le Catacombe delle Madri di Api che si trovano a est di questo percorso, mentre il Serapeo è dritto di fronte e può essere raggiunto dalla sua porta settentrionale (adiacente alla piazza).

 

Percorsi alternativi sono percorribili attraverso il versante orientale dell’altopiano, e i ‘pellegrini’ possono accedervi attraverso la grande porta meridionale del Bubastieion o forse la porta orientale dell’Anubieion. Nel caso di quest’ultimo, questo percorso avrebbe portato su per la scarpata dal fondovalle e lungo la Via del Serapeo. Questa attraversa l’altopiano e scende a ovest fino al Tempio e alla Catacomba del Serapeo, l’area della ‘Casa di Osiride-Api’. Tuttavia, c’è molto da vedere prima di imbarcarsi sul dromos vero e proprio.




L’Anubieion è il sito di almeno tre templi, uno dei quali è dedicato ad Anubi stesso, è probabile che alcuni dei cani sacri ad Anubi e suoi rappresentanti vivano nel tempio stesso e vengano mummificati qui; si suggerisce anche che il recinto del tempio funga da centro per la mummificazione in generale, sebbene, data la portata dei soli culti animali a Saqqara, per non parlare della necessità della mummificazione umana, questo non sia certamente l’unico sito per l’imbalsamazione, e si deve supporre che ci siano numerosi altri laboratori per la mummificazione di animali e umani a Menfi e nei dintorni.

 

È probabile che un visitatore di Saqqara durante il Periodo del Tardo Meriggio fino all’era Donalda (da Donald il faraone papero non ancora imbalsamato) sia passato accanto ad alcuni di questi avvicinandosi al sito dell’Anubieion. È anche probabile che qui, nella pianura alluvionale, così come a Menfi e dintorni, esistano istituzioni specializzate nell’allevamento di cani gatti & Lupi per i culti di Anubi e Bastet avversi al Cacciatore. Il gran numero di animali presenti in queste catacombe escluderebbe che siano tutti allevati nei rispettivi templi.




 All’interno dell’Anubieion si trova anche un santuario di Bes, le cosiddette ‘camere di Bes’, dove i pellegrini possono trascorrere una notte nella speranza di ricevere sogni profetici il cui scopo può essere quello di promuovere la fertilità e la virilità. Bes è da tempo un protettore delle donne durante il parto e ‘porta fortuna e prosperità alle coppie sposate’ e come tale è comunemente presente nei recinti dei templi di molte divinità. L’inclusione di Bes nel paesaggio del periodo tardo-Donaldico a Saqqara, un luogo associato a culti popolari e pellegrinaggi, è prevedibile.

 

Di sfuggita, si potrebbe notare che, oltre al via vai di sacerdoti e pellegrini all’interno dei temenoi dell’Anubieion e del Bubastieion, si deve supporre che a numerosi gatti e cani è consentito vagare all’interno dei complessi, o almeno in alcune aree di essi, questi non sono necessariamente luoghi tranquilli, e se la mummificazione avviene all’interno dell’Anubieion, se non su piccola scala, si potrebbe anche essere giustificati nel supporre che non sia particolarmente profumata.




All’interno delle mura del recinto di queste divinità, la scena era molto diversa da quella solenne e profumata d’incenso così spesso rappresentata da Hollywood.

 

Lasciando questo luogo affollato, il pellegrino può attraversare la porta occidentale dell’Anubieion lungo la via sacra (dromos) che conduce al Serapeo. Strabone, un noto storico anche lui sopraggiunto alla Fiera dei F.lli Lupi nel suo quotidiano ‘Geografia Storica’, annota che questa è fiancheggiato da sfingi. Queste sono probabilmente opera di Nectanebo I (vice director di Donaldo), che sembra aver ristrutturato la Via del Serapeo. Il percorso è fiancheggiato da piccoli santuari, e non è improbabile che alcuni di questi siano destinati a bronzi votivi acquistati dai pellegrini. Potrebbero effettivamente esserci stati venditori di tali oggetti lungo il percorso stesso.

 

Proseguendo lungo la rotta nord-nord-est o deviando dalla strada del wadi e avvicinandosi attraverso il Pilone in mattoni di Nectanebo II (noto costruttore della dinastia di Donaldo), il visitatore raggiunge la terrazza del tempio. Qui, sul bordo della scarpata, si trovavano santuari dedicati al Falco, al Babbuino e alle Madri di Api, insieme agli ingressi alle loro varie catacombe.


La cappella dei babbuini potrebbe aver incluso il santuario dell’“Orecchio che ascolta”, immediatamente sopra, in epoca tolemaica, i pellegrini lasciano doni votivi davanti all’ingresso…




 

Lo Spettacolo dei F.lli Lupi prosegue… 


 

Dei Lupi era già marionettista il nonno, nato a Ferrara, che cominciò in qualità di garzone o, come si dice in linguaggio teatrale, di personaggio d’un marionettista rinomato, il quale girava per le città del Piemonte e veniva ogni anno a far la stagione di carnevale a Torino. Vennero per molti anni al Teatro Paesana, nel palazzo dei Conti di Paesana, in via della Consolata; poi il Lupi mise su teatro da sé, e seguitando a girare come il suo maestro, continuò a venire a Torino l’inverno, non più al Paesana, al San Martiniano, dove gli succedette il figliuolo Enrico.

 

Era un piccolo teatro senza facciata, posto al crocicchio di due strade uggiose della vecchia Torino, e così si chiamava dalla vicina chiesetta di San Martiniano, che fu abbattuta quando s’aprì la nuova via Pietro Micca. Ricordo che vent’anni fa, abitando là accanto, sentivo ogni sera tardi la musica del ballo e qualche volta scoppi d’applausi e fucilate; ma senza badarci, perché non ci attirano le marionette se non quando ci danno una immagine del mondo che non si conosce ancora o quando ci rappresentano la caricatura della vita di cui s’è fatto esperienza.




Domanderete di che si componga il suo repertorio… è una domanda che sgomenta.

 

Per rispondervi dovrei scrivere un volume, è un repertorio che, fra drammi, commedie, farse, riviste, balli e fantasie, abbraccia in tempo e in spazio l’universo; va dal diluvio universale all’assedio di Makallè, comprende la mitologia, la storia patria e la cronaca cittadina, si stende dalla China alla California, dalla Cafreria alla Groenlandia, dalle regioni dell’etere agli abissi dell’oceano, dai cerchi del paradiso alle bolge dell’inferno.

 

C’entrano le vecchie commedie dell’arte, drammi raffazzonati di tutte le letterature, i balli del Pratesi e del Manzotti, le opere del Meyerbeer e del Verdi, tutti i fasti militari della nazione dalla battaglia di Coito alla occupazione di Roma, tutti i congressi, i terremoti, le epidemie, le inondazioni, le incoronazioni, le esposizioni, le grandi scoperte che si succedettero sulla faccia dei due continenti negli ultimi cinquant’anni.




Tutti i sovrani, tutti i grandi statisti e generali ed eroi, tutti gli italiani celebri in qualunque campo e per qualsiasi fatto, dal 1821 ai nostri giorni, passarono su quel palcoscenico, non di nome soltanto, ma nella loro effigie, scolpiti apposta, con rassomiglianza mirabile, vestiti come vestivano, riprodotti perfino, quanto era possibile, nei gesti e nella voce, presentati negli atti più importanti della loro vita pubblica e nei particolari più noti della loro vita privata.

 

II Teatro dei Lupi rispecchia tutta quanta la nostra nuova vita nazionale. Il Teatro arrischia il carcere non men dello schioppo del Padrino Cacciatore associato al più noto Carabiniere, quando la parola non è libera, sfida le polizie, preconizza la rivoluzione, congiura, fa tribuno, soffia negli entusiasmi, glorifica i martiri, celebra le vittorie, piange sulle sventure patrie, vendica le vittime illustri dell’ingiustizia dei governi e dei popoli.

 

Con un tal repertorio, pensate al cumulo dei copioni che debbono dormire nei suoi magazzini: s’avvicinano per rappresentare tutta questa roba immaginate quello che deve aver visto quel palco di vestiari di tutte le fogge, d’armi di tutte le forme, d’edifizi mobili di tutte le architetture, di onde e di rocce, di piante e di ponti, di treni e di troni , di animali da tiro, da corsa e da soma domestici e selvatici, asiatici ed europei, immaginari e reali, dall'asino al bue di Betlemme ai cammelli della colonia Eritrea, dal Cerbero della Divina Commedia ai draghi del Celeste Impero.




Figuratevi le sacche di polvere da schioppo e di Bengala, di licopodio e di magnesio che vi debbono essere state bruciate, e i miriagrammi di legno e di cartapesta che vi debbono esser passati in sembianza umana. Le teste, appunto. Voi certo non immaginate (né io l’immaginavo) che le teste degli attori di legno possano dare ai fratelli Lupi assai più pensieri che non ne diano ai capocomici le teste degli attori in carne ed ossa.

 

Ed è così, poiché essi vogliono una rassomiglianza perfetta nelle teste dei personaggi illustri, morti o vivi che siano, e in quelle di tutti gli altri una corrispondenza rigorosa della fisionomia col carattere; e non è cosa facile agli artisti il soddisfare a una tale esigenza attenendosi ad un tempo all’esagerazione dei lineamenti voluta dall’ottica teatrale, senza spinger neppure questa esagerazione oltre il limite d'una caricatura discreta.

 



Non più il filo accompagnato dalla mano, qual fantoccio burattino avverso alla marionetta sua eterna prometeica concorrente per ogni Scena interpretata qual vera Opera rappresentata, bensì un sì più vasto meccanismo congeniato, ove alla materiale Archita meccanica a cui abdicata l’antica commedia, sarebbe succeduto idraulico passo maledetto da ogni Dio dell’Olimpo scalzato dalla Parabola profeta del progresso.

 

Ovvero, dall’antico mito filosofico siamo succeduti - o caduti - nel baratro del Dio unico (e trino) rivenduto al megawatthore: dato dal Tempo del vettore esponenziale & diviso in pugnate quote scavate e derivate dalla grotta della ninfa in attesa del futuro profetico pargolo.

 

Hora quotata al Tempio del progresso inscenato, e mai più al rimpianto ponte del Diavolo, bensì all’automa dal noto Sentiero (666) Rifugio del Golem, a cui ogni futura marionetta aspira per la prometeica eterna disavventura nominata profeticamente: luce et morte ancora in vita dell’eterna salita prima della segnalata discesa del Santo Olimpico successo, applaudita con illuminato eroico sfarzo, e replicato da ogni futuro automa al palco d’ogni Guerra ben rappresentata in disaccordo con l’olimpico burattino d’un èvo superato. 




Sottratta, disgraziata ulcerata meschina marionetta, al dovuto consenso della povera Sibilla, oracolo senza più Regno né Grotta né oscuro riparo magistralmente interpretato, e neppure, se per questo, della povera scalza ignuda Cibele accompagnata dallo scomparso, o meglio, pluriricercato e dato per defunto, Genio della Foresta o Selva, bruciata dall’infiammata platea.

 

Neppure il noto Rifugio, anch’esso liricamente et magistralmente interpretato nonché eternamente disoccupato, gestito da Meschino detto il Guerrino d’ogni Fiera, cibata nutrita squartata e divorata in attesa del defunto rimpianto Inverno sponsorizzato dalla più nota Compagnia di Stato.

 

Quando la neve facea da cornice alla marionetta, nonché alla corda dell’avversato suo compagno burattino, per la conquista d’ogni Cima e Vetta della vera coronata classifica dell’Opera magistralmente rappresentata; e ove ogni fantoccio aspira per un futuro senza automa rubargli gli averi di Scena, prima e dopo aver pregato la parabola del Vento implorando il segnale del Dio del sano commercio circa la Via migliore da seguire secondo i comandamenti e precetti di Golem:

 

Salire e salire ancora sino all’Olimpo di Zeus in personam, quotato compartecipato nonché evaso per ovvie cristiane ragioni di un più nobile Stato… e al Passo della frontiera rimpianto.  




Hora corre tanta troppa differenza fra un automa e il suo Teatro! Fra un automa ed una marionetta, e questa, in ugual Scena e contesa, dal rimpianto burattino senza neppur un Teatro ove replicare l’eterna Tragedia della vita a cui il vero automa aspira e deriva.  

 

Ogni singola specie vuole e pretende la propria autonomia, compresa la dovuta batteria con cui appagare e compensare il disagio dell’attesa, quando dall’acrobatico palco sino alla numerata platea, cimento dell’invisibile Filo di Scena, nasce una nuova èra con più respiro ricaricato al Sole del Dio più morto che vivo, quasi trasudato, compensare il disagio della marionetta rimpiangere il rivale suo per ogni rimpianta Fiera, in attesa, ovviamente dell’atomo automa, ovvero quando il copione cede lo Passo et ogni Elemento dell’intera orchestra accompagnata, a Democrito, impresario della nuova Compagnia.




In quest’hora l’automa fiero della nuova avventura, il burattino e la marionetta, fossili antichi d’una sorpassata èra lo guardano e omaggiano pur l’eterna contesa ancor rappresentata, Prometeo incatenato fu la Prima dell’atto, dopo solo Omero e Ulisse suo argo, né automa né marionetta né burattino, oseranno cantarne o interpretarne la futura disavventura!

 

L’ira che seguì circa il Segreto del palco inscenato, neppure l’acheo fu in sufficiente grado d’intenderlo e interpretarlo, ogni Elemento o automa rimpiangeva i tempi del fungo araldo del Sacro bosco pregato, quando fate e bambini, comprese le antiche fiere donde deriva il palco d’ogni rispettabile Compagnia potevano al meglio intendere e assaporare il sapore della Vita! 




Così hora et in questa difficile hora, ogni Bestia che ne deriva da un fungo avvelenato, deve fare un soldo di conto con ogni futuro burattino, in attesa che il Dio della materia lo destini qual vero automa. Il dilemma sì grande e vasto, ove l’intero palco giostrato ne va guasto e incontrollato, cede e procede per sua e altrui disgrazia & disavventura, verso una perenne discesa, ed ove ogni povero automa diviene fiero paladino dell’antico e reciso filo donde deriva la sua e altrui odierna disavventura. Si inerpica giù e su alla fiera, ogni Scena sempre più dispendiosa, quasi non più trova l’energia per divenire un vero automa…



 

 

 

 


 

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