& IL PIATTO COMPLETO ( buon appetito!)
Prosegue con l'Arca della salvezza, ovvero,
Senza
dubbio, il primo viaggio che i mortali abbiano mai compiuto su questa terra
rotonda è stata la fuga controvoglia di Adamo ed Eva dal Giardino dell’Eden
verso un mondo vuoto. Molti di noi che condannano questo mondo come una valle
di lacrime, ripercorrerebbero volentieri il viaggio di ritorno in Paradiso,
immaginando a colori vivaci la strada che i nostri progenitori hanno percorso
nell’amarezza e nel dolore.
Felici in
un Paradiso in cui tutte le bellezze della prima creazione si estendevano
davanti ai loro occhi, dove nessun nemico si nascondevano, e dove perfino le
bestie selvagge erano fedeli compagni, Adamo ed Eva non potevano, con la minima
parvenza di ragione, addurre come scusa per superare quella costrizione che
nasce dall’inquietudine interiore dell’uomo che lotta per il perfetto rifugio
di pace al di là delle vicissitudini della sua sorte.
E come
Adamo ed Eva partirono, deboli e senza amici, verso un mondo straniero, così
passò molto tempo prima che i loro poveri discendenti osassero lasciare le loro
case rifugio e partire verso luoghi sconosciuti e lontani. Eppure, le dure
prove che i primi viaggiatori dovettero sopportare piantarono nei loro cuori i
semi di un valore che si è guadagnato la lode di tutte le guide spirituali
degli uomini, dai degni personaggi dell’Antico Testamento, con la loro
ingiunzione di ‘prendersi cura dello straniero entro le porte’, alle divine
parole del Nazareno: ‘Ero straniero e mi avete accolto... In verità vi dico: in
quanto l’avete fatto a uno di questi miei fratelli, l’avete fatto a me’.
I nostri progenitori, naturalmente, non poterono godere dei benefici dell’ospitalità. E tuttavia, in epoche successive, non di rado sono stati raffigurati su cartelli appesi dagli ospiti proclamare un’ospitalità non gratuita, ma cordiale. Così, in uno dei disegni di Hogarth del 1750, ‘La marcia delle guardie verso la Scozia’, che l’artista stesso in seguito realizzò all'incisione e dedicò a Federico il Grande, vediamo Adamo ed Eva raffigurati sull’insegna di una taverna.
Non si
dovrebbe trascurare un’opera del pittore satirico inglese, se ne può ammirare
una copia, insieme ad altri dipinti illustri, nella grande sala di un asilo
per trovatelli fondata nel 1739, appositamente per il pietoso scopo di
prendersi cura dei bambini illegittimi nei crudeli primi anni della loro vita.
Questa sala, ricca di preziosi ricordi di grandi uomini, come Händel, è aperta
ai visitatori dopo le funzioni religiose della domenica. E consigliamo al
turista che non si spaventa all’idea di un’ora di sermone di partecipare alla
funzione. Se trova difficile seguire il predicatore nei suoi voli teologici,
non deve far altro che sedersi in silenzio e alzare lo sguardo verso la
galleria, dove una corona di freschi volti di bambini circonda le maestose
teste del cantore e dell’organista.
Alla fine della funzione, non dimentichi di dare un’occhiata alla sala da pranzo, dove tutti i bambini sono seduti ai lunghi tavoli da favola, con una foglia di lattuga verde chiaro in ogni piccolo piatto e ogni viso roseo immerso in una tazza di latte scintillante. Questo quadro gli sarà più caro nella memoria di molte tele di celebri maestri della National Gallery.
UN OSCURO RIQUADRO (fra il vero e il falso)
Roma ha detto
per bocca ed ingegno d’Erode
(l’imperatore):
3 miliardi
abbiam speso
Per la
Tavola di nostro Signore
e Pastore (!?)
Luca un viandante di
passaggio, presenta anche, rispetto a Matteo, diversi ed importanti elementi
cronologici e politico-istituzionali, quando afferma che in occasione di una ‘registrazione-censimento’,
della Giudea, ordinata da Augusto nel contesto di un generale censimento dell’impero
romano, ed avvenuta allorché Publio Sulpicio Quirinio era governatore,
legato di Siria, Giuseppe e Maria (appiedati e con solo cani & somari) si
recarono a Betlehem per farsi registrare nelle liste di censo: ed in tale occasione
a Betlehem nacque Gesù (2, I-5).
Luca offre,
della nascita di Gesù, un quadro assai diverso da quello di Matteo. A
prescindere dalle differenti indicazioni di fondo (Giuseppe e Maria che non
risiedono abitualmente a Nazaret; i Magi; la stella, la persecuzione erodiana;
la fuga in Egitto e il ritorno: tutti elementi presenti in Matteo e assenti nel
terzo vangelo), si può osservare che mentre nel primo vangelo il racconto della
nascita è limitato ad un brevissimo accenno (‘Nato Gesù in Betlehem di Giuda
nei giorni del re Erode’), Luca invece descrive le vicende immediatamente
precedenti tale evento, motivando la presenza a Betlehem di Giuseppe e Maria
con la necessità di ottemperare alle disposizioni emanate per il Censimento
della Giudea.
Vari
studiosi hanno posto in rilievo le discordanze esistenti tra il terzo vangelo e
gli altri sinottici, così come quelle riscontrabili tra gli ‘Atti degli
Apostoli’ e le lettere di Paolo. Ma è facile dimostrare che l’individuazione di
discordanze ed omissioni non può costituire di per sé un criterio decisivo per
valutare storiograficamente qualsiasi opera. Si afferma anche spesso che Luca
(come pure gli altri evangelisti) avrebbe sì ‘fatto storia’, ma a suo modo, e
non nel senso moderno del termine.
Ma perché Luca, per essere credibile - e creduto -, avrebbe dovuto scrivere la sua opera secondo i canoni storiografici positivistici o come la intendiamo noi, invece che adeguarsi a quella che, con felice espressione, è stata definita l’‘innocenza narrativa’ della storiografia antica?
In effetti
Luca non vuoi fare cronaca, né trasmettere solo informazioni; bensì condurre il
lettore alla comprensione di determinate realtà attraverso l'interpretazione
che egli offre di taluni eventi. Indubbiamente, in uno storiografo il rapporto
tra ideologia e documentazione può oscillare, e possono individuarsi differenti
matrici od impostazioni culturali.
Il rapporto
istituito da Luca tra storia e fede è qui evidente. L’evangelista vuole offrire
alla fede di Teofìlo (e dei lettori) un punto di appoggio di carattere storico:
vuole cioè assicurare i cristiani che quegli eventi intorno ai quali sono stati
ammaestrati e che costituiscono il fondamento della loro fede sono realmente
avvenuti. Ciò, peraltro, è possibile solo dopo una indagine quanto mai
rigorosa: ispirata, appunto, a completezza, diligenza, ordine, e rispettosa di
determinati canoni storiografici contemporanei.
Nel momento in cui, parla Luca adotta, significativamente, termini tecnici del lessico storiografico e sono l’oggetto che permette allo storico, nell’ambito della propria sensibilità, cultura, scelta metodologica, di conferir loro ordine e significato, l’esito finale di questa attività è costituito, appunto, dallo scrivere storia.
Luca scrive in funzione del raggiungimento della certezza intorno all’attendibilità ‘dei fatti venuti a compimento’, nell’intento di ancorare la fede cristiana a dei punti di riferimento storici, senza i quali il cristianesimo decadrebbe nell’aridità di uno gnosticismo senza prospettive (ciò di cui, invece, sembra curarsi assai poco certa esegesi - anche cattolica - del nostro tempo). Solo entro questi limiti, a mio avviso, si può parlare di un programma teologico del prologo lucano. L’Autore parla di una su fatti venuti a compimento: in queste parole si riconosce l’attività dello storico che ansiosamente ricerca e finalmente legge l’avveramento della promessa, insieme all’avvento del ‘novus orda rerum’.
ABBIAMO
DIFESO
IL CRISTIANESIMO!
(ha
sentenziato l’Impero)
dalla feccia
di un diverso Vangelo (?!)
Il turista
odierno che prende l’autobus ed esce da Finchley Road per cercare la vecchia
insegna rimarrà deluso come se si aspettasse di trovare lo scudo con la scritta
‘Angel’ a Islington o la pittoresca insegna ‘Elephant and Castle’ nel sud di
Londra. Quasi tutte le vecchie insegne londinesi sono scomparse dalle strade e
solo alcune di esse si sono rifugiate nei sotterranei bui del Guildhall Museum,
dove conducono un’esistenza davvero pietosa, sognando i giorni migliori in cui
brillavano al sole. C’erano taverne con la scritta ‘Adam and Eve’ a Londra,
nella ‘Little Britain’ e in Kensington High Street.
In altri
paesi, come Francia e Svizzera, ad esempio, venivano chiamate insegne ‘Paradise’.
Un’ultima debole eco della vecchia insegna del Paradise aleggia nell’iscrizione
sopra un negozio di moda nella moderna Parigi, ‘Au Paradis des Dames’, il ‘paradiso
delle donne’, in cui vengono venduti, bisogna dirlo, solo articoli di cui Eva
in Paradiso non sapeva fare uso.
Gavarni,
che pronunciò l’amara frase ‘Partout Dieu n’est et n’a été que l’enseigne d’une
boutique’, osò in una delle sue litografie di ‘Scènes de la vie intime’ (1837)
scrivere sopra le porte del Paradiso, da cui gli ‘inquilini’ volavano: ‘Au
pommier sans pareil’. Schiller ci dice che il mondo ama offuscare le cose
splendenti e ridurre in polvere ciò che è sublime. Questo non deve impedirci di
leggere negli antichi segni del Paradiso un ricordo del viaggio dei nostri
progenitori e di godere con gratitudine delle benedizioni di un’ospitalità
ordinata oggi.
Tuttavia, prima che questa ordinata ospitalità prevalesse, dovettero trascorrere molti secoli, e per il lungo intervallo ogni uomo che si avventurava nella natura selvaggia e ostile assomigliava al viaggiatore di Carlyle, ‘sorpreso dalla Notte e dalle sue tempeste e dai suoi diluvi, ma che si rifiutava di fermarsi; e che era bagnato fino alle ossa e non si curava più della pioggia. Un viaggiatore abituato alle solitudini ululanti, consapevole che i venti tempestosi non hanno pietà, che l’Oscurità è l'ombra della terra morta’.
Solo i
forti e gli audaci potevano osare sfidare la natura selvaggia, soprattutto
quando era necessario attraversare luoghi desolati, inospitali montagne come le
Alpi. Per questo gli antichi celebravano Ercole come un eroe, perché era il
pioniere che aveva aperto una strada attraverso il loro aspro mondo montano.
Doveva
trascorrere ancora più tempo prima che il viaggiatore potesse gioire delle
bellezze della natura che lo circondava. L’opera civilizzatrice di garantire
strade sicure dovette essere compiuta prima che si potesse sviluppare quello
che Macaulay chiama ‘il senso delle bellezze più selvagge della natura’. ‘Solo
quando le strade furono scavate nella roccia, quando i ponti furono gettati sul
corso dei ruscelli, quando le locande furono sostituite da covi di briganti...
gli stranieri poterono essere incantati dalle fossette blu dei laghi e
dall'arcobaleno che sovrastava le cascate, e poterono trarre un piacere solenne
persino dalle nuvole e dalle tempeste che si abbattevano sulle cime delle
montagne’.
Non c’è da stupirsi, quindi, che la letteratura dei tempi antichi, quando viaggiare era un’attività così pericolosa, sia piena di ammonimenti all'ospitalità. Il miglior esempio, forse, è conservato nel racconto biblico della visita degli angeli ad Abramo, e in seguito a Lot. Questa storia merita di essere letta di nuovo e ancora come tipico resoconto dell’ospitalità.
Come è
consuetudine parlare nei termini più modesti di un pasto a cui si invita un
ospite, chiamandolo ‘un boccone’ o ‘una tazza di tè’, così Abramo parlò agli
angeli: ‘Andrò a prendere un boccone di pane e vi conforterò il cuore’. Poi
Abramo disse alla moglie di cuocere una grande pagnotta, mentre lui stesso andò
a uccidere un vitello grasso e a portare burro e latte. Allo stesso modo Lot
offrì la sua ospitalità, fornendo agli stranieri acqua per rinfrescare i loro
piedi stanchi e, di notte, rischiando persino la vita contro i Sodomiti che
attaccavano, per proteggere gli ospiti che erano venuti a ripararsi sotto il
suo tetto.
La
sensazione che un ospite potesse essere un messaggero divino, anzi, persino la
Divinità stessa, continuò fino ai tempi del Nuovo Testamento, come dimostra il
consiglio di San Paolo agli Ebrei: ‘Non dimenticate l’ospitalità, perché
alcuni, praticandola, hanno accolto degli angeli senza saperlo’. E anche i
discepoli, a volte, non ricevevano forse il loro Maestro come ospite nelle loro
case, il Figlio dell’uomo, il Figlio di Dio?
(SE AVVISTI LO STRANIERO CHIAMA ALLARM PHONE &
DALL'IMPERO SARAI RICOMPENSATO...)

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