IL GRASSO LEGNAIUOLO

IL GRASSO LEGNAIUOLO
& UN MONDO PERDUTO

mercoledì 18 aprile 2012

SESSANT'ANNI FA













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Un manoscritto tibetano di Tuen-huang intitolato 'Esposto sul cammino 
del morto', descrive le direzioni da evitare, come tali figurando anzitutto 
quella verso il 'Gran Inferno' che si trova ottomila 'yojana' al di sotto 
della terra e il cui centro è fatto di ferro incandescente.
'All'interno della casa di ferro in inferni d'ogni specie, legioni di demoni 
torturano ed affliggono bruciando, arrostendo e facendo a pezzi'.







Vorrei adesso descrivere il Kar-gyu gompa (il monastero Kar-gyu).
Non è grande, non è molto antico, non è celebre meta di pellegrini e non è un
organismo il cui capo abbia importanza politica, ma appunto per questo è forse
più interessante; è il monastero qualunque; uno come ve ne sono tanti a centina-
ia, nel paese delle nevi.
Ci vivono circa sessanta monaci, compresi i seminaristi che sono una trentina.
E sulle pareti dei suoi templi e delle sue cappelle compaiono raffigurati, in affres-
chi od in sculture, circa 280 divinità diverse.





















Il Kar-gyu gompa consiste di varie costruzioni erette sopra un limitato ripiano,
nel pendio generale del monte, dove si levano alcuni alberi fronzuti, avanzo di
foreste che dovevano rivestire un tempo quei luoghi. La valletta è sacra da se-
coli, ma il monastero è recente.
Dinanzi all'ingresso c'è una fontana dove gli animali si fermano a bere.
Si ricordi che nell'universo buddista ci sono 'esseri viventi', e che nessuna distin-
zione categorica separa il mondo animale da quello umano. Tutti sono degni della
finale salvazione, tutti sono santi in potenza.
















L'animale è semplicemente un essere più limitato dell'uomo, una coscienza meno
individuata e tutta presa dalle necessità elementari ed abbrutenti del cibo, del son-
no, della riproduzione; ma scintilla, l'essenza, che oggi dorme in un bue o in un
mulo, domani brillerà in un uomo o si farà luce cosmica in un Budda.
La storia del mondo è dunque fondamentalmente ottimista; non v'è distinzione
finale di eletti o reietti, né tantomeno predestinazione calvinista. O piuttosto pre-
destinazione c'è, sì, ma nel senso che, alla fine delle fini, dopo fiumi di millenni,
ogni essere verrà illuminato, sarà Budda e si dissolverà nel tutto.







































L'acqua della fontana fa ruotare, scorrendo, un mulino delle preghiere e questo
ad ogni giro tocca un campanino dalla voce allegra ed acuta.
Il mulino vero e proprio consiste in un cilindro alto mezzo metro, rivestito di tela,
su cui sono dipinte in oro delle lettere sanscrite. Dentro stanno innumerevoli stri-
sce di carta strettamente arrotolate con migliaia di formole impresse a xilografia.
La formula più comune è quella celebre: 'Om Mani Padme Hum', che usualmente
viene tradotta così: 'Om (salve), Mani (o gioiello), Padme (nel fiore di loto), Hum
(salve).


















Il gioiello, secondo l'interpretazione corrente, sarebbe 'chen-re-zi', ossia il Dalai
Lama. Ad ogni giro del cilindro è come se la formula contenutavi venisse davvero
ripetuta tante volte con la viva voce quante volte sta lì dentro scritta.
Siccome il mulino lavora, per forza idraulica, ventiquattro ore su ventiquattro, si
faccia il calcolo di quante giaculatorie vengono 'dette' in un mese o in un anno.
Del resto dappertutto nel Tibet si trovano applicazioni ingegnose di simile indu-
stria della preghiera. Prima di riderne si consideri ch'è una manifestazione minore,
popolare del lamaismo: ogni religione che penetri profondamente fra gli uomini
e le donne meno abituati a riflettere od a criticare, ha per necessità degli aspetti
come questo.



















All'ingresso del monastero ci è venuto incontro un lama pasciuto dall'aspetto di
fattore a cui vanno bene gli affari; evidentemente ci attendeva; era l'Om-tse, il
prefetto Yul-gye (Vittorioso sul paese). Avrà avuto una cinquantina d'anni, era
forte alto energico, un po' grossolano; se rideva era badiale, quando si muoveva
pareva dovesse salire una montagna o prendere un demone pel collo; certo
costituiva un terrore per i seminaristi del convento.
Sorrideva a me perché ero lo straniero con le rupie in tasca, ma se l'osservavo
quando si credeva fuori del mio sguardo vedevo i tratti del volto indurirsi, e col-
legavo subito mentalmente la sua mandibola quadrata con le manone delle dita
noccherute, come dovevano fare istintivamente anche i ragazzi del monastero.


























I quali infatti giravano al largo non sapendo ancora se cedere alla curiosità d'-
osservare da vicino lo straniero, e farsi avanti, od alla paura dell'om-tse, ed
andarsene.
Alcuni scrittori europei sembrano dare l'impressione che i lama  costituiscano
una popolazione formata soltanto da saggi pensosi o da asceti capaci di cose
del tutto straordinarie.
Niente di più falso: il mondo ecclesiastico tibetano è vivo, vario, ricco di perso-
nalità d'ogni timbro, forza e colore; è del resto tanto simile al mondo ecclesiasti-
co cattolico che, già fin dal 1845, il missionario Huc ne restò colpito. Trovi, sì,
l'asceta che ha macerato il corpo fino a ridurlo strumento sottile di nascoste
forze psichiche, quasi un sensibilissimo tentacolo umano e naturale, nel sovru-
mano e nel soprannaturale, ma trovi anche il furbo abate ben pasciuto che ti
quadra una situazione psicologica o un problema economico in due balletti;






































trovi l'acido ed antipatico disciplinarista ed il semplicione bonario; trovi il gran
dottore che conosce a fondo il 'Kangyur' ed il 'Tangyur' pur mancando di
scintilla interiore, e trovi il benedetto da dio che s'ubriaca, canta, gioca, fa all'-
amore ed ha nella sua follia saggezza (istinto eretico mai morto) (ed infine
troverai la più atroce ortodossia del dogma della religione senza principio
eccetto che il materialismo incarnato, lontano da ogni dio, da ogni eretico,
da ogni uomo, si chiamerà comunismo o intolleranza, ma è la peggiore orto-
dossia che regnerà negli anni a venire dalla presente).
Ma non è meglio mille volte che sia così?
Chi può provare interesse per delle astrazioni, quando ci sono uomini in
carne ed ossa da conoscere! I lama non sono 'come vorremmo che fossero',
non sono delle figurine irreali dipinte sull'avario o la pergamena - cose da
museo - sono esseri vivi, coi loro difetti, le loro qualità, la loro sagoma inte-
riore, nella luce sottilmente diversa d'una civiltà fondata su premesse diverse.
(Fosco Maraini, Segreto Tibet; foto e disegni di Sven Hedin)













TRENT'ANNI FA....














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Welcome to Tibet!
Guardiamo i pallidi volti dei turisti e in fretta cacciamo giù il nostro pranzo.
Poi più nulla ci trattiene, la curiosità ci spinge in città, mentre con nostro
grande sollievo l'ufficiale di collegamento e l'interprete si ritirano nelle loro
stanze.
Vogliono abituarsi con calma alla quota. Lhasa è pur sempre a 3700 metri.
Percorriamo a piedi i tre chilometri dall'hotel fino ai bordi della città. Abbia-
mo con noi una vecchia piantina e cerchiamo prima di tutto il Lingkor, la
famosa strada dei pellegrini che racchiude il settore sacro della città.















Asfalto, cemento, camion che suonano il clacson, non più pellegrini che stri-
sciano nella polvere e statue del Buddha. Passando davanti a banche ben
protette da inferiate e a uffici amministrativi che circondano il troneggiante
Potala come un orribile collare, ci perdiamo in stradine che diventano sem-
pre più piccole.
Il deserto si anima e improvvisamente ci troviamo sul Parkhor, l'anello di
strada più interno che racchiude il tempio di Jokhang, il luogo più sacro del
Tibet.
































Vecchie case tibetane con le finestre di legno intagliato gli fanno corona.
Accostati ai muri i venditori hanno esposto le loro merci per terra: stoffe,
scarpe, lane, stoviglie di metallo. Una fitta e colorita umanità si muove in
quest'anello in senso orario.
Dopo i volti riservati di Pechino, la vivacità della vecchia Lhasa ci toglie il
fiato. Qui si affollano pellegrini di tutto il paese. Alti uomini della ribelle pro-
vincia di Kham con le nere trecce fissate con una benda di lana rossa, am-
do-tibetani riconoscibili dal loro cappello rotondo, nomadi avvolti in grasse
pelli di pecora.


























Nella polvere della strada una vecchia donna percorre tutto il Parkhor pros-
trandosi continuamente a terra. Quando la fronte e le braccia, protette da
assicelle di legno, hanno toccato il terreno, si solleva per rigettarsi stesa a
terra là dove era arrivata con le mani.
Una volta vi erano pellegrini che percorrevano in questo modo la strada dal
loro villaggio fino a Lhasa.
A Lhasa, rimasta per secoli isolata, gli stranieri sono ancora oggi guardati
come bestie rare. In un baleno siamo circondati da una folla che ci toglie l'-
aria. Occhi sorridenti ci guardano, mentre un denso odore di grasso, fumo
e urina ci fa quasi star male.





























Quasi tutti ci porgono qualcosa, chi un amuleto, chi un gioiello o un pezzo
di stoffa da smerciare. Sono felice, finalmente siamo arrivati.
Sotto il vecchio salice rinsecchito e ricoperto di bandiere di preghiere davan-
ti al tempio di Jokhang, si sono sistemati pellegrini e mendicanti con le loro
famiglie. Il profumo dei bastoncini di incenso si mescola all'odore delle lam-
pade a burro. Sulle lastre di pietra davanti all'entrata del tempio sono pros-
trati i fedeli; tra le dita fanno scorrere il rosario, mentre le labbra mormora-
no le preghiere.
So che i tibetani, attraverso l'Armata Rossa di Mao, era stata vietata per leg-
ge qualsiasi pratica religiosa, fino allo scioglimento della Banda dei Quattro;
sono perciò molto colpito dal fervore religioso che mi circonda.


























Comincio a pensare che il buddhismo abbia dato ai tibetani la forza di resis-
tere e di sopravvivere indomiti a tutte le crudeltà inferte dai cinesi 'liberatori'.
Quando il 9 settembre 1951 le prime truppe cinesi marciarono su Lhasa,
queste si comportarono dapprima, con grande stupore della popolazione,
come una vera armata di liberazione, cioè pacificamente. Venne sottoscritto
un trattato che toglieva ai tibetani i diritti in politica estera, che però garanti-
va loro l'autonomia nella politica interna.
I poteri del Dalai Lama non avrebbero dovuto essere toccati.
Me ben presto soffiò un altro vento. A Lhasa vennero piazzati sempre più
soldati e le forniture di vettovaglie che i tibetani dovevano predisporre per
l'armata non furono più pagate; al Dalai Lama venne contrapposto il Pan-
chen Lama, educato in Cina.



















Allo scioglimento dell'armata tibetana seguirono i primi attacchi al potere
dei monasteri. Quando gli occupanti cominciarono a sequestrare, a far sgom-
berare i monasteri, a imprigionare e umiliare pubblicamente monaci e gros-
si proprietari terrieri, nella provincia di Kham si arrivò alla rivolta aperta.
In tutto il paese si diffuse una guerriglia che sarebbe durata 15 anni.
Il giovane Dalai Lama cercò di mediare e restò nel paese. Ma i cinesi tenta-
rono di intimidire con crudeltà sempre più brutali.
Monaci e laici vennero torturati e uccisi, le donne violentate, i bambini venne-
ro deportati in Cina. Nel marzo 1959 a Lhasa ci fu un sollevamento popola-
re e il Dalai Lama fuggì in India, seguito da decine di migliaia di tibetani che
scelsero l'esilio.



























Dopo la caduta ufficiale del governo tibetano, il potere venne preso dai mili-
tari cinesi. Le loro 'riforme' condussero ad una miseria mai vista e migliaia
di persone morivano di fame.
Intanto proseguivano le uccisioni e le distruzioni dei monasteri; i monaci ven-
nero messi in campi di concentramento-lavoro. Per riuscire a mettere le ma-
ni sui guerriglieri, venne imposto a tutto il paese il divieto di viaggiare.
Lavaggio del cervello e rieducazione, lavoro forzato e divieto di pratiche reli-
giose erano venuti a far parte della tormenta della vita quotidiana. Come per
beffa il 9 settembre 1965 il Tibet venne proclamato Regione Autonoma.
Un gabinetto di marionette danzava al fischio del Comitato Centrale di Pechi-
no e le Guardie Rosse tenevano in scacco la straziata popolazione.


































Nel 1966 una nuova ondata di violenza, l'innovatrice rivoluzione culturale di
Mao, annientò ciò che ancora era rimasto. Migliaia di monasteri vennero rasi
al suolo, le statue d'oro e i tesori vennero portati in Cina. Lo stato del Dio-Re,
culla dell'ultima tra le antiche culture della Terra, venne annientato e snaturato
con l'insediamento in massa di cinesi.
Solo a Lhasa, accanto a 40.000 tibetani, vivevano 120.000 cinesi.
Giacimenti del sottosuolo e boschi, una ricchezza vitale del paese, vennero
sfruttati senza ritegno, i tibetani tiravano avanti stentatamente nelle comuni con
un duro lavoro e tasse esorbitanti. Solo una cosa i cinesi non potevano sradi-
care: la fede nel Buddha, radicata nel cuore dei tibetani, e la loro fedeltà al
lontano Dalai Lama.




Perciò non mi stupisce che il commerciante che vendeva davanti al tempio le
foto del Dalai Lama sia circondato da un grappolo umano. Essi continuano a
chiamare il loro amato Dio-Re 'Jishi Norbu', il 'prezioso gioiello'.
Anche il libero commercio sui mercati era proibito ai tibetani fino al 1980.
Ora mercanteggiano di nuovo e godono visibilmente di questa nuova piccola
libertà. Burro di yack, verdura, tè pressato in tavolette trovano rapido smercio.
Sotto i banchi di vendita dei commercianti dormono decine di cani al riparo
dalla calura del giorno.
Persino il permesso di tenere i cani è un'innovazione. Le Guardie Rosse nello
slancio delle loro azioni di rastrellamento li avevano uccisi e solo chi conosce
l'amore dei tibetani per gli animali capisce la gravità che poteva avere per loro
questa azione.
Il buddhismo aborrisce l'uccisione di qualsiasi essere vivente.....
(R. Messner, Orizzonti di ghiaccio)













martedì 17 aprile 2012

VENT'ANNI FA












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Lì, in anni recenti, nel santuario più interno del Jokhang, sotto lo sguardo sereno
della figura più sacra, Jowo Shakyamuni, il Signore Prezioso, l'esercito aveva
tenuto i maiali, e il resto del Joklang era stato requisito come caserma.
Era stato seguito il detto di Mao:

Per riparare a un torto è necessario eccedere i propri limiti, e il torto non 
può essere riparato senza che si eccedano i propri limiti.

Quello era l'epitaffio cinese per il Tibet.
Non chiudevi i templi: ci allevi i maiali.























Non ti limitavi a chiudere i monasteri: sconsacravi i monaci, li mandavi nelle fab-
briche e proibivi loro di pregare; e usavi le travi dei monasteri per farne pollai.
Nel Tibet, la politica di Mao di sistematica umiliazione del credo tradizionale
era arrivata alla sua apoteosi. Ora i cinesi ammettono 'sbagli....eccessi ed erro-
ri durante i dieci caotici anni della Rivoluzione Culturale', come il diplomatico
cinese Zheng Wanzhen si espresse nella sua difesa delle politiche cinesi che
scrisse nel 1987 per il 'Washington Post'.



















I cinesi insistono sulle spese per lavori di restauro, ma i tibetani, è inutile dirlo,
non perdoneranno mai la dissacrazione dei loro luoghi sacri e l'insolenza dell'-
occupazione cinese.
Il buddhismo insegna il riserbo, la moderazione e la proprietà.
L'aspetto peggiore, più anti-buddista della politica cinese era di sancire che li-
beratori e rivoluzionari dovessero spingersi troppo oltre.
In Tibet, gli edifici ricostruiti e restaurati hanno la semplicità da Disneyland
della vernice fresca e dei fronzoli mancanti di carattere: e questo è vero in tutta
la Cina: lo stile tende a dilagare. Soltanto al Potala venne risparmiata la furia
filistea della Rivoluzione Culturale, e questo perché Zhou Enlai intervenne.























Ma fu nel Potala che un monaco mi mostrò una serie di monasteri dipinti su
un vecchio murale. Indicò uno dei monasteri.
- Distrutto da Cina,
disse.
Ne indicò un'altro.
- Distrutto da Cina.
Ne indicò altri sei e disse la stessa cosa.
Per quelle informazioni lo ricompensai con la foto del Dalai Lama.
Serrò le mani una contro l'altra e sibilò rivolto a me:
- Dalai Lama viene! Cina va!






















I cinesi hanno invitato il Dalai Lama a tornare, ma per lui il rientro è da esclu-
dere finché non saranno accettate le sue condizioni.
E' improbabile che i cinesi accettino quelle condizioni, perché la più importante
riguarda l'indipendenza.
L'ostilità è talmente forte nel Tibet, e i suoi devoti sono così appassionati e nume-
rosi, che non avrebbe alcuna difficoltà a capeggiare una ribellione. E' un uomo di
pace, perciò questo è da escludere. Ma quand'anche qualche tibetano tentasse
una rivolta, questa fallirebbe.




















I cinesi la soffocherebbero senza pietà: e non per spirito di vendetta ma per il be-
ne del Tibet. I funzionari di partito sono pronti ad ammettere i loro errori, ma
quello che trovano difficile da comprendere è perché i tibetani non siano neanche
un po' grati per le strade, gli autobus e le scuole che sono stati portati con grandi
spese su quell'altopiano.
Dicono:
- E' modernità! E' progresso! E' civiltà.
Per i cinesi, quando i tibetani dicono che le strade e le scuole sono soltanto un en-
nesimo oltraggio, è la prova d'avere a che fare con dei selvaggi sentimentali. Ma
questo non indebolisce la determinazione cinese: al contrario.
- Significa solo che c'è molto altro lavoro in quel benedetto posto,
dicono, facendo eco a missionari, colonizzatori, imperialisti e venditori di enciclo-
pedie di tutto il mondo.
....Dovete vedere il Tibet per comprendere i cinesi!
























E chiunque abbia un atteggiamento sentimentale o di giustificazione riguardo alla
riforma cinese dovrebbe fare i conti con il Tibet come testimonianza di quanto a-
spra, di quanto tenace e materialistica, di quanto insensibile possa essere la Cina.
Loro sono realmente convinti che questo sia progresso!
E tuttavia perfino con la politica dello spingersi troppo oltre, e la turbolenza e il
danno nella recente storia del Tibet - bombardamenti, massacri, esecuzioni 'per
sabotaggio economico', continue critiche opprimenti, crocifissioni, torture, dissa-
crazioni, slogan idioti, canti poltici, umiliazioni, editti, insulti, razzismo, pantaloni
sformati, uniformi dell'esercito, cibo pessimo, lavori forzati, donazione di sangue
obbligatoria e sedute di autocritica - le cicatrici a stento si vedevano.



















Le montagne erano d'aiuto, ma quello che contava di più era l'atteggiamento del-
le persone. Avevano trovato un modo di distanziarsi, cosa che avevano fatto nel-
la maniera più efficace: ridendosela di loro.
In anni recenti, lo sviluppo più serio è la scoperta cinese che il Tibet è un'attrazione
turistica.
I turisti vogliono monasteri.
I turisti vogliono templi e suono del gong.
I turisti adorano i monaci.
Così i cinesi hanno permesso al Tibet di ritornare, almeno superficialmente, alla
sua inerzia tutta spirituale.
I cinesi hanno raddoppiato tutti i prezzi nel Tibet.
Hanno dato il benvenuto all'Holiday Inn perché gestisca il loro migliore albergo e
hanno promesso di ricostruire il monastero di Ganden.






















C'è un rivolo di turisti: la Cina ha detto che le piacerebbe averne 100.000 l'anno.
In quel caso, la distruzione di Lhasa potrebbe essere assicurata.
Ma è un luogo difficile da raggiungere.
Cinque giorni di viaggio via terra da Xian, oppure un lungo e pauroso volo da
Chengdu al piccolo e pericoloso aeroporto di Lahasa: così distante da Lhasa
che la gente deve recarsi la sera prima se vuole prendere un volo del mattino.
Questi viaggi difficili sono parte della ragione per la quale il Tibet è rimasto fi-
nora intatto. E l'altitudine può far sì che perfino una persona forte si senta male.
Ma la ragione principale per cui il Tibet è così poco sviluppato e non cinese e
così completamente antiquato e piacevole è d'essere l'unico grande luogo della
Cina dove non è arrivata la ferrovia.
La catena del Kun-Lun è una garanzia che la ferrovia non arriverà mai a Lhasa.
Questa è probabilmente un'ottima cosa.
Pensavo che le ferrovie mi piacessero prima d'avere visto il Tibet, poi mi sono
reso conto che i luoghi selvaggi mi piacevano molto di più!
(Paul Theroux, Il gallo di ferro)









      


domenica 15 aprile 2012

GO WEST (baby....)













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.....Nella primavera del 2002 a Lhasa stava cambiando tutto......
Le politiche scelte per potenziare la campagna 'Go west' stavano trasformandosi
da progetti in imprese reali, destinate a mutare il Tibet in una civilizzata società post-
industriale simile a Pechino, Shangai o al centro manifatturiero di Shenzhen.
Era una visione che meritava molto di più di una ferrovia.




















In realtà, richiedeva la precipitosa urbanizzazione non solo di Lhasa, ma anche dei
più piccoli villaggi delle regioni più rurali. Nel nono piano quinquennale per la TAR
del 1996, il governo centrale aveva richiesto la creazione di più di 70 nuove cittadi-
ne e di diverse grandi città entro il 2020.
Quegli obiettivi, che erano stati vagamente definiti decenni prima, quando Mao ave-
va dichiarato che la popolazione del Tibet avrebbe dovuto raggiungere i 10 milioni,
ricevevano ora una grossa spinta dalla nuova audacia della Cina.


















Il primo passo della nascente trasformazione del Tibet implicava l'eliminazione di ogni
infrastruttura antiquata, con un processo che era iniziato a Lhasa nel 2002 (ancor pri-
ma, come già enunciato nel...1950), poco dopo il disgelo primaverile. Se ci spostava
in direzione ovest sulla Bejing Donglu, verso il torreggiante palazzo del Potala, la cit-
tà appariva sottosopra.
I crescenti tormenti dello sviluppo facevano sembrare i quartieri situati tra Barkhor e
la piazza del palazzo appena bombardati. Solo l'angolo di una strada manteneva la
caratteristica architettura tibetana sbandierata sugli opuscoli turistici, cioè un muro
a forma lievemente piramidale ricoperto di calce che splendeva al sole.
A poca distanza, l'intera città era coperta da cumuli di macerie.


















Una piccola strada, delimitata da pochi muri sinuosi che erano sopravvissuti alla dis-
truzione, portava a quello che era stato un cortile centrale, il nucleo tradizionale degli
edifici residenziali di Lhasa. Una donna anziana, sua figlia e la nipotina erano sedute
fuori da una porta e cercavano di proteggere le scodelle di 'noodle' dalla onnipresente
polvere delle demolizioni.
Vicino a loro ondeggiava un enorme telone di plastica blu che sostituiva uno dei muri
demoliti. Le donne avevano la bocca protetta dal filtro dell'immancabile velo. Vicino
a loro si estendeva un'area desolata coperta da nubi di polvere, dove alcuni uomini,
in cima a mucchi di macerie bianche di circa cinque metri, facevano ruotare le mazze
in lunghi archi fluttuanti per poi abbatterli ovunque fossero ancora rimaste parti di
muro intatte.



















La donna più giovane spiegava che la polizia annunciava ai residenti la demolizione
solo quando era il momento che se ne andassero. Lei e la madre aspettavano la notizia
da un momento all'altro, ma non sapevano dove andare.
La campagna di demolizione della gran parte di Lhasa, quasi simile a quella che si stava
conducendo quell'anno a Pechino nei tipici quartieri 'hutong', raggiunse il culmine nel mag-
gio del 2002. Allontanarsi da un quartiere per ventiquattro ore significava tornare e trova-
re che aveva cambiato aspetto, che un altro edificio era stato distrutto e al suo posto erano
già stati alzati nuovi ponteggi.



















Come un mare crescente, i negozi cinesi e i portici che si erano insediati all'estremità occi-
dentale di Lhasa stavano lentamente avanzando oltre il palazzo del Potala verso il Barkhor,
il quartiere più caratteristico, più sacro e più tibetano della vallata.
Alla sua estremità meridionale, gli antichi edifici lungo il fiume Kyichu venivano demoliti a
ritmo devastante per far posto a nuove costruzioni. Il santuario storico del Barkhor era
preso d'assalto. Stranamente, in quell'epoca i turisti preferivano vedere l'altro aspetto di
Lhasa.





















In effetti, visitare la città nel 2002 significava entrare in una specie di caparbio stato di ne-
gazione che si appoggiava sulla sopravvivenza di un numero ancora sufficiente di aspetti
tipicamente tibetani, come i templi profumati di incenso e i monaci vestiti di giallo zaffe-
rano.
La guida del Tibet di 'Lonely Planet' non dedicava più di qualche decina di parole alle
parti della città esterne all'area del Barkhor, come se non esistessero.


















I visitatori si addentravano in giri senza fine per il Barkhor, visitando il tempio di Jokhang
e quello vicino di Ramoche, fotografando i pellegrini tibetani con gli abiti dai colori vivaci
che erano arrivati a Lhasa dalla campagna, poi sorseggiavano un aromatico 'masala' indi-
ano o un 'daal baat' tibetano in un caffè destinati ad attrarre il gusto degli occidentali.
Quando ne avevano voglia abbastanza del Barkhor, potevano prendere un taxi per il
Potala o fino ai grandi monasteri vicini, come quelli di Drepung e Sera, o al massimo or-
ganizzare un giro in jeep nei dintorni.




Per gli stranieri era illegale usare i servizi pubblici verso le principali mete turistiche fuori
Lhasa, ma, da quando Pechino aveva identificato il turismo come uno dei pilastri della
regione, non mancavano le guide e neppure le agenzie.
Mentre scivolavano da una stradina all'altra, i viaggiatori scrutavano minuziosamente o-
vunque, in una silenziosa competizione per scoprire gli angoli più genuini, evitando di
instaurare legami tra loro per salvaguardare le loro private fantasie alla Francis Youngh-
usband: ognuno avrebbe potuto essere il primo occidentale a scoprire la vera Lhasa
in mezzo alle macerie.





















Ma più sovente si lamentavano della città imperfetta che avevano trovato.
Secondo alcuni, Lhasa era stata ridotta a un deludente crocicchio di turisti sulla strada
verso l'Everest, il Nepal o l'Occidente incontaminato del Tibet.
Un antropologo espatriato, Matthew, cercava ogni tanto di scrollare gli occidentali dalla
loro miopia, sfidandoli a guardare a occhi aperti il Tibet in via di estinzione. 'Il fascino
del Tibet è in qualche modo una serratura a tempo, sopravvissuto a diversi cambiamenti,
e la gente vuole afferrarlo in qualche modo', mi spiegò.
'La maggior parte dei turisti va in Tibet per qualcosa di esotico: c'è questa idea di vedere
che cosa riusciamo a catturare di quanto esisteva precedentemente, ignorando che cosa
c'è adesso'.
Ma mentre molti occidentali scrutavano il passato con la lente d'ingrandimento, i cinesi
tenevano sempre di più gli occhi fissi sul futuro. Al centro dei rapidi cambiamenti nelle
strade di Lhasa c'era il grande dilemma moderno della Cina: come sarebbe stato possi-
bile trasformare le province più povere da un passivo a un attivo?
((A. Lustgarten, Il grande treno)












mercoledì 11 aprile 2012

AL CINEMA.....CON IL DALAI LAMA












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.....Mi avvicinai con il cuore in gola all'immensa porta, ancora chiusa.
Ai lati del cancello c'erano due cucce di cane, ma solo davanti a quella di sinistra
sbraitava un grosso 'dokyi' tibetano. Aveva una coda di yak bianca colorata di
rosso legata attorno al collo che lo faceva sembrare ancora più cattivo.
Balzava in avanti abbaiando furiosamente, ma restava appeso alla corda di crine
di capra. Fui molto felice di guadagnare la tranquillità del giardino al di là della
porta, che si era aperta misteriosamente e silenziosamente.




























Mi diressi subito verso la sala di proiezione, ma prima che vi potessi entrare
si aprì dall'interno e mi trovai di fronte al famoso 'Buddha vivente'.
Nonostante la sorpresa, feci un profondo inchino e porsi la mia sciarpa.
Egli la prese con entrambe le mani e mi benedisse toccandomi leggermente la
testa.
Fra la sala vera e propria e la cabina di proiezione avevo costruito un muro di-
visorio, come nei cinema, appunto, pensando che Sua Santità si sarebbe sedu-
to davanti, mentre io avrei preso posto accanto al proiettore. Invece il Dalai
Lama ordinò subito che davanti si sedessero i suoi tre abati personali e il gran
ciambellano, poi mi prese per mano e mi condusse nella cabina di proiezione.
Intanto mi faceva una domanda dietro l'altra, raggiante di gioia.



















Sembrava un uomo che avesse riflettuto per anni in solitudine su svariate ques-
tioni e che potendo finalmente parlare con qualcuno volesse tutte le risposte in
una volta sola. Non mi lasciava neppure il tempo di pensare a cosa dire e mi
spingeva verso il proiettore perché facessi parrtire un film che desiderava ve-
dere da tempo.
Si trattava di un documentario sulla capitolazione del Giappone, girato a To-
kio. Il personaggio principale era il generale statunitense Douglas McArthur,
per cui il Dalai Lama aveva una grande ammirazione; il ragazzo si faceva
addirittura chiamare con il nome del generale, per quanto un po' storpiato:
'Varthimitar'.








































Dovetti armeggiare in maniera piuttosto maldestra con il proiettore, o almeno
non abbastanza alla svelta per il Dalai Lama, perché Sua Santità mi spinse
impazientemente di lato e sistemò la pellicola, dando mostra di essere molto
più esperto di me.
Mi spiegò che aveva passato tutto l'inverno nel Potala a trafficare con quel-
le macchine; aveva addirittura smontato e rimontato un proiettore intero.
Notai allora per la prima volta che il ragazzo amava andare a fondo delle
cose, senza dare nulla per scontato. Questo fece sì che in seguito mi trovas-
si a passare molte sere a documentarmi su argomenti nuovi o semidimentica-
ti, come un buon padre desideroso di meritare la stima di suo figlio.
Come secondo film, scegliemmo la bobina con qualche scena girata da me
durante la festa di Capodanno. Perfino i contegnosi abati si lasciarono un
po' andare riconoscendo se stessi nelle figure tremolanti sullo schermo.



















Il primo piano del ministro che si era appisolato durante la cerimonia susci-
tò grandi risate. Si trattava comunque di risate benevole, perché a tutti lo-
ro era capitato di dover lottare contro il sonno in occasioni simili.
Tuttavia, la voce che il Dalai Lama aveva assistito al momento di debolez-
za del ministro dovette spargersi fra i dignitari, perché da quel giorno ogni
volta che mi vedevano con la cinepresa si mettevano tutti in posa.




.....A Lhasa circolavano voci allarmanti sui piani di invasione cinesi, e il go-
verno diede disposizioni contrastanti: sulle montagne vennero piazzate insegne
di difesa e mulini di preghiera, santuari contro il nemico, mentre nei monasteri
e nelle case la lettura dei testi sacri s'intensificò più che mai; nel frattempo al-
cuni amici nobili si addestravano con vecchie mitragliatrici, si reclutavano sol-
dati e si benedicevano le bandiere di nuovi reggimenti; alcune compagnie
lasciarono Lhasa dirette a est verso il confine cinese, altre andarono a Gyan-
tse, dove si diceva fossero arrivate armi moderne dall'India.




















Anch'io allestii un deposito di emergenza sul Mindrutsari, a 5500 metri di
altezza, al riparo di alcuni macigni. Ci misi fra l'altro il revolver che avevo com-
perato al mercato di Lhasa. Era la prima volta che possedevo un'arma, mi parve
opportuno essere prudente.
Il 7 gennaio 1950 riferii la notizia secondo cui la Cina si apprestava a 'liberare'
il Tibet. A Lhasa naturalmente non si capiva da che cosa dovessero essere
liberati i tibetani. La popolazione non aveva idea della minaccia cinese, perché
non c'erano né stampa né radio.
Una volta che ero andato da Richardson a ritirare delle pellicole, il diplomatico
britannico mi aveva suggerito di verificare se esistevano da qualche parte i libri
destinati a una scuola inglese che si era pensato di costruire a Lhasa ai tempi
del tredicesimo Dalai Lama, un'iniziativa poi accantonata per l'opposizione dei
monaci.



















Già il giorno successivo potei ritirare al ministero degli Esteri due casse piene
di libri, un tesoro ritrovato troppo tardi.
Per un po' i miei incontri con il Dalai Lama proseguirono indisturbati.
Presi in prestito dall'ambasciata indiana al Deki Lingka un filmato in sedici milli-
metri in cui Laurence Olivier interpretava Enrico IV. Pensai che sarebbe stato
più facile per il giovane Dalai Lama conoscere Shakespeare attraverso un film
che non dai libri.
Feci scorrere due volte la scena in cui il re dice:
- Solo e inquieto giaccia il capo che porta una corona!
Il Dalai Lama capì subito che cosa volevo dirgli attraverso le parole del dram-
maturgo e poeta inglese ....e quali tempi difficili lo attendevano.



















I cattivi presagi si susseguirono, raggiungendo il culmine la sera del 15 agosto
1950, quando un violento terremoto scosse la città. Cominciò alle otto in
punto e durò quattro minuti, che sembrarono un'eternità. L'aria si riempì di
tuoni e schianti, tant'è che molte persone credettero di aver visto dei lampi
a sud. Il mattino seguente constatammo soddisfatti che non c'erano stati danni
agli edifici né allo svettante Potala.
Il sisma fu comunque un infausto segnale, anche perché fece cadere il Norbu,
il simbolo della religione tibetana, dalla cima di un obelisco.





















Io dissi al Dalai Lama che si era trattato di un terremoto tettonico, spiegabile
in base alla teoria della deriva dei continenti di Wegener. Un po' di tempo
prima gli avevo mostrato un disegno fatto con le matite colorate da mio figlio
Peter all'età di quattro anni e adesso potevo raccontargli che il famoso pro-
fessor Wegener era il nonno di Peter.
Il Dalai Lama trovò insufficiente la mia spiegazione, secondo la quale l'Hima-
laia continuava a sollevarsi per via della deriva dei continenti, e osservò che
il terremoto aveva in sé qualcosa di misterioso che per il momento sfuggiva
alla comprensione di qualsiasi scienziato.
(H. Harrer, La mia sfida al destino)