IL GRASSO LEGNAIUOLO

IL GRASSO LEGNAIUOLO
& UN MONDO PERDUTO

mercoledì 9 aprile 2014

IL PRIMO PENSIERO (24)








































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La nube purpurea (vedere & capire)  (22)(23)

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Il Primo Pensiero (25)












Il Primo Dio o il Primo Pensiero riflesso nel mondo della materia. (Lo Straniero).


Idee di bellezza è il secondo volume di ‘Modern Painters’; così come era successo per il primo, viene finito nel corso dell’inverno, dopo un lungo periodo di intenso lavoro di scrittura. Il libro esce nell’aprile del 1846, contemporaneamente alla terza edizione del primo volume, che incomincia ad essere apprezzato anche oltre i confini britannici.
In realtà Ruskin non si occupa dei ‘pittori moderni’, ma si dedica essenzialmente agli artisti italiani… del Quattrocento e del Cinquecento (vedi l’Indice) sulle cui opere ha avuto modo di soffermarsi nel corso del viaggio del 1845. A differenza del primo volume tutto rivolto allo studio del paesaggio, in questo nuovo lavoro le sue preoccupazioni sono per la definizione di quelle che Ruskin chiama ‘idee di bellezza’. Egli affronta il tema in relazione alla pittura, sia analizzando come il paesaggio sia stato affrontato in letteratura. Rilegge i testi poetici degli autori inglesi ed anche e soprattutto Dante….




La fine del XIII secolo è probabilmente l’epoca in cui si è più fermamente creduto che l’arte potesse influenzare la mente umana senza fare affidamento su una pura capacità di ‘imitazione’. In quel Tempo pittura e scultura non si spinsero mai oltre una vaga somiglianza con la realtà. Disprezzo per la prospettiva, chiaroscuro impreciso, assoluta libertà di immaginazione e fantasia: arte e natura erano separate in modo deciso e voluto. Ma proprio allora, il più grande poeta dell’epoca e forse di tutti i tempi, caro amico del più grande pittore dell’epoca, con cui certamente ha un frequente, profondo e libero confronto riguardo i temi della propria arte, così si pronuncia sull’estrema perfezione raggiungibile in pittura e scultura:

Qual di pennel fu maestro, o di stile,
che ritrasse l’ombra e’ tratti, ch’ivi
mirar farieno uno ingegno sottile?
Morti li morti, e i vivi parean vivi:
non vide me di me, chi vide il vero,
quant’io calcai, fin che chinato givi.

Qui Dante espone un’idea precisa dell’arte suprema: come uno specchio o una visione essa deve restituire l’immagine di cose passate o assenti. La scena si svolge sul ‘duro pavimento’ trova una eterna rappresentazione di natura angelica; oltre il cerchio di roccia le anime possono prenderne visione come se il Tempo mondano fosse cancellato e si trovassero accanto agli attori nel momento dell’azione. Non credo occorra l’autorità di Dante per costringerci ad ammettere che questa sarebbe la più alta forma d’arte…..




Collezionare quadri può procurarci ogni sorta di piacere, mai un piacere paragonabile alla possibilità di togliere la tela dalla cornice per ammirare, una eterna immagine della scena che per noi è sempre stata solo l’oggetto cui si è applicata la fantasia dell’artista. Ammirare ad esempio, la Maddalena mentre riceve il perdono prostrata ai piedi del Cristo, oppure i discepoli seduti con Lui alla tavola di Emmaus. Non una debole fantasia, ma come se uno specchio d’argento appoggiato alla parete avesse ricevuto l’ordine di trattenere miracolosamente i colori riflettuti per un istante. Se ciò fosse possibile, non abbandoneremmo il nostro quadro, Tiziano o Veronese che sia?
Certo risponderà il lettore, ma per scene di tale genere, non per altre poco interessanti. No di certo, se fossero scene volgari o dolorose. Ma ancora non sappiamo se l’arte che rappresenta soggetti volgari o dolorosi ha tuttavia grande valore ‘in quanto arte’. Sia detto con il dovuto rispetto per l’arte che sceglie a soggetto ogni forma di bellezza, ma l’idea di perfezione espressa da Dante sembra avvalorare tale ipotesi.




Spesso le persone di innato buon senso e con il coraggio delle proprie idee, esprimono dubbi radicali sull’utilità dell’arte in conseguenza dell’abitudine a confrontarla con la realtà. ‘A che mi serve un paesaggio dipinto?’ si chiedono. ‘Vedo paesaggi più belli ogni giorno, durante la passeggiata pomeridiana’. ‘A che mi serve l’immagine dipinta di un eroe o della bellezza? Vedo esempi di eroismo più alto e luce di bellezza più pura sui volti attorno a me, nulla che si possa rendere neppure con la più grande abilità’. Evidentemente, per costoro gli unici dipinti di valore sarebbero degli specchi capaci di restituire l’immagine costante di oggetti graditi e di volti amati.
‘No, - interrompe il lettore di scuola idealista, - nego che la natura mostri cose più belle dell’arte; al contrario, tutto è imperfetto in natura mentre l’arte rappresenta la natura come se fosse perfetta’. Ma allora, questa natura perfezionata dovrebbe essere poi rappresentata in maniera imperfetta? Il pittore che ha concepito la perfezione dovrebbe poi dipingerla in modo che appaia solamente un quadro? Oppure ha ragione, anche in questo caso, Dante, e la perfetta concezione di Pallade dovrebbe essere resa in modo da sembrare Pallade, non la raffigurazione pittorica?




Non è facile trovare una risposta corretta perché risulta complicato immaginare un’arte che raggiunga tale grado di perfezione. Il nostro potere di imitazione è così debole che, se desideriamo una riproduzione perfetta, dobbiamo scegliere un soggetto limitato e di basso livello. Non voglio ora considerare le possibilità di ampliamento del potere di imitazione. Fino all’oggi è rimasto certamente entro limiti angusti, tanto che difficilmente possiamo concepire un’arte imitativa in grado di cogliere la gran varietà dei soggetti disponibili. Il lettore però rifletta sul prezzo che pagherebbe per poter fermare, in un momento, le scene più belle, spesso solo l’apparizione di un attimo; per far rimanere una nuvola che se ne sta andando, fissare una foglia che trema, il mutare di un’ombra; per costringere alla sosta l’increspatura indisciplinata di un fiume e ordinare all’onda di un lago di durare in eterno; per impadronirsi di un raggio di sole, oscurato e flebile e pur tuttavia così bello; un falso, certo, ma che non sembri un falso, l’immagine vera e perfetta della vita stessa.
Ma ancora non ho espresso in modo adeguato la regalità di un tale potere. Consideri allora il lettore che si tratta, in realtà, della pura e semplice possibilità di lasciarsi rapire, in ogni momento da una scena, da un luogo ovunque esso sia; equivale al dono di una vita spirituale senza corpo. Immagini, di seguito, cha tale dote negromantica non abbracci solo il presente ma anche il passato e ci offra l’impressione di entrare nel corpo reale di uomini ormai da Tempo trasformati in cenere, di ammirarne le azioni come se fossero vivi ma non solo, con privilegio ben maggiore di chi condivise in vita le loro gesta, accelerarne i gesti a piacere, osservare l’espressione di un particolare momento e trattenerli sulla soglia di una grande impresa, nell’attimo bruciante di una decisione immortale….
Sforzatevi di immaginare un potere così fatto e dite se si può discorrere con superficialità dell’arte che ce lo attribuisce. Non è forse più opportuno mostrare reverenza per un dono quasi Divino che ci accomuna alle schiere degli Angeli e degli Spiriti offrendoci la loro stessa felicità?




Nel nuovo volume si incominciano pure a intravedere alcuni temi sui quali si impegnerà con fervore il Ruskin più maturo, come la critica al capitalismo, la condanna degli effetti della rivoluzione industriale e la proposizione di modelli basati su un ‘comunismo’ a sfondo cristiano. Malgrado John non abbia abbandonato del tutto le ricerche sulla bellezza delle montagne, il Viaggio del 1846 non sembra essere particolarmente ricco di risultati in questa direzione. I Ruskin valicano due volte le Alpi, si fermano a Chamonix per quattro giorni, ammirano di nuovo le cime dell’Oberland Bernese, ma gli studi alpini di John non fanno progressi.
Verso la metà di aprile (1849), però, Ruskin finisce di scrivere ‘The Seven Lamps of Architecture’, mentre si prepara a partire per un nuovo Viaggio con madre e padre. Ancora una volta un suo libro esce mentre lui è lontano da Londra, e così si ritrova ad aspettare negli alberghi le notizie sull’accoglienza ricevuta dal suo lavoro in patria. Con il tour del 1849 John intende tornare allo studio del paesaggio alpino e procedere nella stesura del terzo volume di ‘Modern Painters’. Per questo ha in mente di passare diverse settimane a Chamonix e nelle Alpi per raccogliere il materiale che gli serve per completare la sua opera. Di tutti i suoi Viaggi nelle Alpi questo è quello più produttivo, sotto tutti i punti di vista. Lavora senza posa, come è testimoniato dalla quantità di note raccolte nel suo….




Se in un luogo vediamo nulla di diverso da quello che c’è non dipingeremo altro e rimarremo semplicemente dei pittori di paesaggio topografico o storico. Se, arrivando in un luogo, vediamo qualcosa di diverso da quello che c’è, allora lo dipingeremo; anzi, ‘dovremo’ dipingerlo, volenti o nolenti, poiché è l’unica realtà alla nostra portata. Guardiamoci però dal fingere di vedere questa irrealtà, se non la vediamo.
Il semplice rispetto di tale regola porrebbe fine a quasi tutte le polemiche e spingerebbe moltissimi, tra coloro che ora sprecano completamente la propria vita, a intraprendere un lavoro salutare. Per un artista, dunque è importante definire, innanzitutto, se egli stesso sia dotato di un carattere inventivo, oppure no. E’ facile accertarsene. Il pittore ha inventiva se gli si presentano Visioni irreali che supplicano di essere dipinte; Visioni in forma involontaria, soggette a un incontrollabile andirivieni; Visioni che non vengono sollecitate nel caso decidano di non arrivare e non vengono scacciate quando arrivano.

(Prosegue....)















lunedì 7 aprile 2014

IL RITORNO (21)





















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Cosa era successo? (22)  &


La nube purpurea (23)














.....A Wokingham dormii su una stuoia, in una taverna chiamata 'La Rosa',
nel corridoio, perché c'era nella casa, in un letto, un uomo dall'aria russa e
pazzesca, dai denti sporgenti che non mi piaceva per niente, ed ero troppo
stanco per cercare un altro alloggio; ripartii la mattina dopo, presto, e verso
le dieci ero già arrivato a Reading.
L'idea di orientarmi in terra con gli stessi mezzi che mi erano serviti per orien-
tarmi in mare, per quanto naturale, non mi era ancora venuta in mente; ma
non appena vidi una bussola in mostra in un negozio vicino al fiume, tutte le
mie difficoltà scomparvero: perché una carta o una mappa, una bussola, un
compasso e, trattandosi di lunghe distanze, anche un quadrante, erano tutto
quel che occorreva per mutare la locomotiva in nave terrestre: bastava sce-
gliere quelle linee il cui tracciato passasse più vicino alla rotta prestabilita,
anche se non la seguivano esattamente.





















Così attrezzato, lasciai Reading verso sera, prima che si facesse buio.
A un angolo vicino alla fabbrica di biscotti vidi un ragazzo, che mi sembrò
fosse cieco: stava, come incastrato, in piedi, aveva una catena al polso, e
legato alla catena un cane, e il ragazzo si trovava in una posizione tanto ar-
bitraria da farmi pensare fosse stato sollevato, con catena e cane, e pianta-
to lì dalla tempesta del giorno 7; ma la cosa più strana era il suo braccio,
rimasto proteso sopra il cane, così che nell'attimo in cui lo scorsi mi sembrò
un ubriaco che stesse aizzando contro di me il suo cane; infatti, tutti i cada-
veri che vidi erano molto malconci, svestiti e stravolti dalla tempesta; si sa-
rebbe detto che la terra facesse ogni sorta di vani sforzi per ripulire le sue
strade.





















Non molto lontano da Reading scorsi il vivaio di un floricultore: alcune aiuo-
le sembravano morte, altre fiorivano con rigogliosa esuberanza; e qui, di
nuovo vidi aleggiare intorno alla locomotiva nell'aria della sera, tre farfalline
appena uscite dalla crisalide; poi passai accanto a una quantità di treni, pieni
zeppi di gente, tutti sull'altro binario, due dei quali distrutti in uno scontro e
una locomotiva esplosa; perfino i campi e i terrapieni ai due lati della ferrovia
apparivano insolitamente popolati, come se i viaggiatori, non potendo più fi-
darsi di treni né di altri veicoli, avessero deciso di raggiungere la costa occi-
dentale a piedi, schierati in colonne e carovane.






























Prima di arrivare a Slough, stavo per entrare in una galleria, quando osservai
sotto l'arco di ingresso una quantità di legni spezzati; mentre percorrevo il tun-
nel, mi allarmarono i salti che faceva la locomotiva, per via dei cadaveri che
ingombravano le rotaie; all'uscita, un altro ammasso di legni rotti.
Immaginai che un gruppo di disperati avesse deciso di chiudere ermeticamente
le due uscite della galleria dopo esservisi introdotto, con varie provviste, nella
speranza di poter sopravvivere, finché il giorno del giudizio fosse passato; a
un certo punto un treno diretto a Londra aveva infranto le barricate, probabil-
mente schiacciandoli; oppure altre folle, pazzamente desiderose di condividere
il loro rifugio cavernicolo, avevano forse buttato giù le palizzate; essendo questi
incidenti, come poi scoprii, divenuti quotidiani.
























Non mi mancava molto per arrivare a Londra, ormai, ma la cattiva sorte volle
farmi trovare sul mio stesso binario un treno, anch'esso diretto alla capitale,
completamente vuoto: altro non potevo fare che trasferirmi con tutte le mie co-
se sulla locomotiva di questo treno, che trovai in buone condizioni, fornita per-
fino di carbone e di acqua; dovetti però farla partire, una fatica abominevole:
ormai ero nero dalla testa ai piedi.
Verso le dieci e mezzo un altro treno mi sbarrò la strada; ma mi trovavo a
400 metri soltanto da Paddington. Scesi e mi avviai a piedi verso la stazione,
tre carrozze piene di cadaveri che si reggevano ancora in piedi, per via della
calca, sopra rotaie dove i cadaveri erano così abbondanti e trascurabili quanto
le onde nel mare o i rami nel bosco: perché intere moltitudini avevano inseguito
i treni in movimento, cercando di raggiungerli, oppure li avevano preceduti, di
corsa, nella folle speranza di poterli fermare.




























Arrivai a quel gran capannone di vetri e travature che è la stazione; la notte era
perfettamente silenziosa, senza luna, senza stelle; erano quasi le undici; impossi-
bile non accorgersi che a un certo punto i treni, per potersi muovere, si erano
dovuti per forza aprire la strada sguazzando sopra un pantano di corpi, spingen-
doli da dietro, e questi avevano formato una massa compatta sulle rotaie; certa-
mente lo avevano fatto, si vedeva, e lo stesso dovevo fare io adesso, dovevo
decidermi a guadare quel pantano, perché carne umana ce n'era dappertutto,
sui tetti delle carrozze, negli spazi tra un vagone e l'altro, sulle piattaforme, spruz-
zata sulle colonne di sostegno come una schiuma ammucchiata sui vagoni merci
aperti; una palude di carne, e la stessa sostanza, davanti alla stazione, riempiva
gli interstizi lasciati dal vero e proprio esercito di veicoli che copriva a tappeto
quel quartiere.






















E tutto quel profumo di fiori, che in nessun luogo, tranne quella nauseante nave,
era mai mancato, qui veniva finalmente e completamente sopraffatto da un altro
odore; e mi venne in mente il pensiero, santo cielo, che se l'anima degli uomini
aveva ruttato al cielo lo stesso odore che adesso i loro corpi mi offrivano, non
era da stupirsi, no, che le cose stessero come stavano.
Uscii dalla stazione; i miei orecchi, ne è testimone il cielo, si aspettavano anco-
ra il solito rumore cittadino, per quanto fossi abituato ormai a quel muto e as-
sente vuoto del silenzio; e fui sopraffatto da un nuovo terrore, e mi smarrii in
una nuova disperazione ancor più sconfinata, quando invece di lampioni e di
ruote in movimento, vidi davanti a me la lunga strada che conoscevo bene,
immersa in un mutismo lugubre, come fossi in una Babilonia secolare inva-
sa dall'erba; quando invece della consueta confusione, non udii che un si-
lenzio sconvolgente, un silenzio che si innalzava al cielo, fino ad altezze da
me finora mai sentite, per congiungersi lassù al silenzio di quelle luci di....
eternità....

(M.P. Shiel, La nube purpurea)

















domenica 6 aprile 2014

PREDICA DELLA DOMENICA











































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Predica della domenica (2)














Poiché capita a molti di noi, temo, di raccomandare le nostre attività preferite per presunzione più che per affetto verso gli altri, di modo che a volte, proprio mentre indichiamo la via da intraprendere, per essere ammirati ci piace sottolineare l’impervietà invece di districarla, donde può nascere una naturale diffidenza verso la nostra raccomandazione nelle menti di chi non abbia ancora percepito alcun valore nell’oggetto che lodiamo; e poiché, inoltre, gli uomini di questo secolo intendono la parola utilità in uno strano modo, o almeno (perché la parola fu spesso intesa così fin dal principio del mondo) dato che di questi tempi essi agiscono assai più frequentemente in accordo a questo suo senso più limitato, conferendogli maggior peso pratico ed autorità: sarà bene che in apertura io definisca con esattezza qual genere di utilità io intenda attribuire all’arte, e in particolare alle discipline artistiche interessate a quelle impressioni di bellezza esteriore, di cui il presente saggio intende scoprire la natura.



 
Cioè a dire, che a ogni creatura è eminentemente utile ciò che la ponga in condizione di adempiere con giustizia e con pienezza le funzioni cui l’ha destinato il Creatore. Pertanto, affinché possiamo determinare che cosa sia principalmente utile all’uomo, è innanzitutto necessario determinare a quale uso sia destinato l’uomo stesso.
L’uso e la funzione dell’uomo (e chi non mi concede questo farà meglio a fermarsi qui, perché mi propongo di tener fermo per sempre quanto segue) sono: di essere testimonio della gloria di Dio e di aumentare quella gloria per mezzo della sua obbedienza ragionevole e della felicità che ne risulta.




Ciò che ci mette in condizione di adempiere questa funzione è, nel senso puro e primo della parola, utile per noi: eminentemente, pertanto, ciò che illustri più splendidamente ai nostri occhi la gloria di Dio. Le cose ci aiutano soltanto a esistere, invece, sono utili (soltanto) in un senso secondario e meschino; o piuttosto, se considerate di per sé, sono utili e peggio, perché sarebbe meglio per noi non esistere, piuttosto che colpevolmente fallire gli scopi della nostra esistenza.
Eppure in quest’epoca meccanica la gente, quando parla col cuore, parla come se soltanto terre e case e cibo e indumenti fossero utili, e come se visione, pensiero e ammirazione fossero cosa senza profitto, così che gli uomini, battezzatisi insolentemente ‘utilitaristi’, potendolo trasformerebbero se stessi e la propria razza in ortaggi, uomini che pensano, se questo può dirsi pensare, che la carne ammannita nel piatto sia più della vita, e l’indumento più del corpo che riveste, che considerano la terra una stalla, e i suoi frutti mangime; vignaioli e agricoltori, che amano il grano che macinano e i grappoli che torchiano più dei giardini angelici sui pendii dell’Eden; gente che segando il legno e attingendo l’acqua, pensa che sia per dar loro legno da segare e acqua da attingere che le foreste di pini coprono le montagne come l’ombra di Dio, e i grandi fiumi fluiscono come la Sua eternità.



 
E così piomba su di noi la sventura del predicatore, che sebbene Dio abbia ‘fatto tutto bello, a suo tempo, e anche l’idea dell’eternità abbia posto nel cuore dell’uomo, egli però non riesce a rendersi conto e ragione, dal principio alla fine, dell’opera che Dio ha compiuto’.
Questa maledizione di Nabucodonosor, che manda gli uomini alla mangiatoia come buoi, pare seguire fin troppo da vicino l’eccesso o il prolungarsi delle potenze delle nazioni, e della pace. Nelle angustie e nelle lotte per l’esistenza, nella loro infanzia e impotenza, perfino nella loro disorganizzazione le nazioni nutrono più alte speranze e più nobili passioni.


(Prosegue....)















sabato 5 aprile 2014

IL 'LIBRETTO' DA GUIDA (17)







































Precedenti capitoli:

Giù... nell'albergo (15/16)

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Il 'Libretto' da guida (18)














Fra tutte le attività che rappresentano una dipendenza economica, apparentemente una delle più rimunerative (e può essere anche tale per chi è capace di vincere la ripugnanza di scivolare nel servilismo) è certo quella inerente all’industria degli incolti ed ingordi per quanto saccentemente saputi... ricchi forestieri.
Una tale adattabilità rappresenta un coefficiente quasi indispensabile, come per il macellaio l’assoluta indifferenza per il sangue, e per il chirurgo il dominio della compassione per le sofferenze del paziente durante l’intervento. Fra le molteplici categorie di ‘servi’ (mi si permetta per il momento tale espressione) non è certo la guida alpina che faccia un’eccezione o che brilli per maggior fierezza. M’affretto a riconoscere che tra tutti i rapporti fra dipendenti e datore di lavoro nessun altro esige forse un simile servilismo che confina con una velata ipocrisia, per chi vuol riuscire, almeno economicamente.




La parte quasi subalterna della guida, che per ore e giorni tiene in mano la vita di chi lo paga, può apparire una beffa, un controsenso, quando si pensi al rischio congiunto a tali pericoli, quando si consideri che il denaro pattuito rappresenta il prezzo di un pericolo al quale si va incontro per il divertimento o l’ambizione del ‘signore’.
Io penso che nessun preposto chiamato al controllo del corpo delle guide, né le società alpine, né l’autorità politica si siano mai rese conto della ridicola ed illogica tradizione che di comune accordo regola il rapporto fra ‘signore’ e guida. Alpinisticamente compiango colui cui non sembri un paradosso il fatto che in pratica la guida, il vero e Primo protagonista di una scalata, venga spinta nella parte di una modesta ed umiliante comparsa…. ‘Un signore’ chiede di essere accompagnato sul Cervino o sulle Torri del Vaiolet. Dal fatto che in tali escursioni, per una causa o per l’altra, parecchi ci hanno lasciato la vita, risulta che l’impresa non è assolutamente scevra di pericolo.




Ora, una guida coscienziosa, anche per un categorico comandamento d’igiene personale, farà subire una specie d’esame d’ammissione al nuovo candidato, chiedendogli per lo meno che escursioni abbia già fatto (o per lo meno, ciò che abbia visto o capito, oltre alla copertina del Tomo Grande dell’…). Questi, nella quasi totalità dei casi, darà una risposta che sembrerà alla guida soddisfacente, perché, data l’attrazione dell’oro, più la salita è difficile e perigliosa, più forte è il guadagno (spirituale), per esprimersi brutalmente, e la guida non è un giudice molto rigoroso. Egli pensa: ‘qualche santo aiuterà’, e di solito passa subito a stabilire il prezzo (del sacrificio…).
Giunti alla base della montagna, la guida, come un buon angelo custode (di un altro Universo), dopo aver legato accuratamente il cliente, gli fa una specie di predica, lo istruisce, gli fa le raccomandazioni necessarie, lo prepara e si parte. Capita una passaggio difficile. Il ‘signore’ è nuovamente istruito, gli vengono indicati gli appigli, i movimenti da farsi e gli viene raccomandato di non aver paura, perché in ogni caso, la corda è buona (anche se non ha mai lottato o goduto con un buon Tomo… eccetto che con il suo ‘citofono’ portatile ad uso di brevi e meschini se non incomprensibili ‘messaggini’ – fortuna di una una Seconda guida che con questa eterna vita poco o nulla ha da condividere…). 




Il ‘signore’ ascolta con religiosa attenzione le istruzioni della guida, come uno studentello che si prepara ad un esame, ma che non ignora che verrà comunque sia promosso (a causa di certi cattivi maestri che affollano ed infestano la nostra ed altrui arte e cultura), anche se dimostrasse di essere più ignorante del ciuco del mugnaio. Alle prese col passaggio maledetto, la lezione continua con calore e con qualche argomento più pratico e convincente, convertito in buoni strappi di corda, e, finalmente, dopo che il ‘signore’ ha invocato tutti i santi del calendario (fluorescente a portata del palmare della sua piccola mano) e la guida tutte le gerarchie infernali, il passaggio ‘poco simpatico’ è superato.
Il fatto che il ‘signore’ per qualche minuto abbia sperimentato nel mondo più pratico la resistenza della corda (sperimentato nel modo meno utile all’intelligenza o alla ragione che governa il suo corpo… più tardi, giù al rifugio, o giù all’albergo, predicherà o avrà il coraggio di predicare che essa non rappresenta che un fattore morale) è un intermezzo insignificante, un trascurabile fatterello, e per la guida un sopportabilissimo incerto del mestiere.




Finalmente il ‘signore’ è issato sulla vetta….
Una forte stretta di mano: ‘grazie, una scalata meravigliosa e non sono neanche molto stanco, non ho avuto un solo momento di paura, e… ditemi, come sono andato? Avete dovuto sopportare molto?’.
La domanda è imbarazzante.
Ti capita addosso la gomitata provocante o il fiato appiccicoso di una donna brutta e volgare e più antipatica e saputa di Santippe che accompagni il gesto con la domanda: ‘Ti piaccio? Sono brutta da farti paura? Sono bella e intelligente?’. Chi avrebbe il coraggio di rispondere.’Non sei una vera e propria arpia, neppure una bestia di allevamento da albergo, ma poco ci manca. Ti consiglierei il chiostro…’.
Come si può dire a questa piccola e povera creatura (che schiferebbe anche una bestia…) che si bea d’infinito, di panorami, di gioia sportiva, e, superata la gran prova con qualche insignificante tirata di corda, si crede improvvisamente trasportata nel Pantheon degli eletti, come si fa a dire, a questo povero peccatore che attende dal tuo labbro la sentenza: ‘Sei una nullità, lascia la montagna e datti alla prostituzione di alto bordo.. giù nell’albergo…; i corvi ti avrebbero già divorato, se non ci fosse stata la mia buona pazienza accompagnata dalla resistente corda!’.




Ho pensato più volte che in simili occasioni, per trarsi d’impaccio bisognerebbe essere figli autentici di Giove invece che semplici mortali, impastati di bisogni e di debolezze.
La più fiera delle guide, l’apostolo autentico della più genuina verità, si sente depresso di fronte ad una situazione simile e scende a patti con i propri principii di rigorosa morale, un po’, anche per ragioni economiche. La manchevolezza del ‘signore’ nella banca dello Spirito che gestisce la nostra eterna salita a ben altre vette, viene abilmente mascherata a spese della verità, o meglio velata, e… pace sia all’anima sua!















giovedì 3 aprile 2014

UN DEMONIO? NO, MATTIA ZURBRIGGEN (13)


















Precedente capitolo:

Le bestemmie di Piaz (12)

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Andiamo! (14) 













Sulla Est del Colle Gnifetti si rivolge a Guido Rey e a Luigi Vaccarone
chiamandoli 'figli di cani'. Ma per loro è solo un 'Dio rozzo e imperio-
so'.
Sulla Est della Nordend replica seccamente a Carlo Restelli: 'Mattia
Zurbriggen una volta incamminato non torna più indietro'.

'Ein Tifal', rispondeva indespittita mia nonna Francesca quando le
chiedevo del 'Mathis'. E con un gesto risoluto della mano sembrava
ricacciarlo dritto all'inferno come si fa appunto con un demonio.
'Un Diavolo'.
Non sprecava una parola in più!



























Lei l'aveva conosciuto bene, essendo nata nell'Ottocento.
Da bambina andava a portare i 'frambos' per i signori dell'Hotel Mon-
te Rosa dove c'era il vecchio albergatore Franz Lohmatter e dove il
giovane Mattia faceva la posta ai clienti da accompagnare in monta-
gna.
Nessuno degli anziani di Macugnaga ha mai voluto parlare del.....
 'Mathis'. Inpossibile scucire un aneddoto, un giudizio.
Figurarsi un elogio!
L'avevano rimosso 'tout court' dalla comunità e dalla storia del paese.
Rimanesse pure in quella dell'alpinismo.






















Cose dei 'sciuri', gente originale che invece di starsene comodamente
in città veniva a faticare e a morire sulla Est del Rosa.
Bandito dalla comunità anche dopo morto, il 'Mathis' in realtà si era
già estromesso da solo quando aveva abbandonato la famiglia per an-
dare a Ginevra, dove sarebbe poi morto da barbone.....
Per sopravvivere la moglie e i figli furono costretti a vendere quel po-
co che era rimasto e ad affidarsi alla solidarietà della gente.
Per questo, di Mattia Zurbriggen non è rimasta una buona fama e nes-
suna delle tante reliquie delle sue spedizioni.
Al piccolo borgo, gli anziani e forse anche i giovani..., non l'hanno
mai perdonato.....






















Sono nato il 15 maggio 1856 a Saas-Fee nel Canton Vallese, in Sviz-
zera. Mio padre si chiamava Lorenz, e di mestiere faceva il ciabat-
tino; mia madre era Veronica del Prato, di Stalden.
Poiché Saas è situata vicino a Macugnaga, dove l'industria si era no-
tevolmente sviluppata grazie alle miniere di Pestarena, mio padre era
solito recarsi durante l'estate in quest'ultimo villaggio nella speranza
di ottenere un lavoro più continuativo per provvedere meglio alle ne-
cessità della sua famiglia, composta da sette figli.
Alla fine egli prese la saggia decisione di spostare là il nucleo fami-
liare e così, all'età di due anni, mi fu fatto attraversare il Monte Mo-
ro alla volta di Macugnaga.























Con il passare del tempo, tuttavia, i guadagni di mio padre divenne-
ro insufficienti a mantenere la prole. Tentato dalla prospettiva di un
salario più consistente, egli decise allora di diventare minatore.
Trascorsi non molti anni, rimase però vittima di un incidente: venne
colpito da alcuni massi e quaranta giorni dopo rese l'anima al Dio che
gliela aveva data.
Le difficoltà e la miseria della famiglia - che ben si possono immagi-
nare - non fecero che accrescersi. Allora io avevo appena cinque -
anni e mio fratello maggiore era soltanto tredicenne. Non potevamo
sperare nell'aiuto dei nostri parenti, poiché non eravamo in rapporti
con loro.





















Ma il buon Dio, che mai abbandona i suoi, provvide misericordio-
samente a tutte le nostre necessità. Quella povera donna di mia ma-
dre non si risparmiò nel fare tutto il possibile per i figli e faticò con-
tinuamente per il nostro bene.
Quando fummo in grado di aiutarla, ci facemmo carico del bestiame
dei vicini per la modesta paga di 40 centesimi.
Incominciai così a viaggiare nella speranza di trovare qualche im-
piego, però ero troppo giovane per avere possibilità di successo.
Nel frattempo il poco denaro che avevo in tasca si esaurì in fret-
ta.























Quanto si deprime un essere umano in tal frangente!
Mi recai a Sierre e fui ingaggiato per accudire i cavalli e i muli all'-
Hotel Girol, dove stetti diversi mesi. Ma una simile occupazione
poco si confaceva alle mie aspirazioni; per di più non mettevo da
parte proprio nulla e mi trovavo costantemente sprovvisto di mez-
zi.
Tuttavia in quel periodo imparai il francese e quando mi imbattei
in alcuni lavoranti delle miniere d'argento e rame di Chandolin, in
Val d'Anniviers - gestite da una compagnia tedesca -, decisi di re-
carmi sul luogo.
Là fui assunto negli impianti di fusione con il compito di assistere
i fabbri e trasportare il metallo per gli operai. Trascorso qualche
mese mi fu consentito di lavorare come....minatore.

(Prosegue...)

(Mattia Zurbriggen, Dalle Alpi alle Ande)















 

martedì 1 aprile 2014

CON 'SATANA' SULLE TORRI (9)































































Precedenti capitoli:

Tita Piaz alla conquista del campanile &

Paura di cadere (8)

Prosegue in:

Con 'Satana' sulle torri (10)















.....La lunga fila procedeva su pel pendio.........
.....tutto bianco di macerie.....
Entro il triste vallone del Gartl, stretto fra due enormi mascelle, la Pun-
ta Emma a sinistra, le Torri a destra, una gola silenziosa e sonora co-
me una navata.
Udivo Piaz, in coda, che discuteva coi maestri di patenti, di ricorsi, di
lungaggini burocratiche, come se aspirasse al tranquillo posto di inse-
gnante primario, lui il bollente Achille delle Dolomiti.
Ma io non aveva in cuore che le torri; mi sentivo gonfio di una gioia
sorda come di chi va ad un piacere proibito.
































...Ecco all'improvviso le tre sorelle inospiti che regnano sulla deserta
valle di sabbia, fascinatrici e crudeli, e fanno battere il cuore agli ardi-
ti, principesse di sasso!
Nel chiaro mattino si son deste e stanno l'una accanto all'altra diritte
e ...nude sull'orlo dell'alta fossa, ancora in parte avvolte nell'ombra;
stanno silenziose e gravi, e qualcosa di misterioso, di ironico sembra
scendere a noi da quelle fronti.
Oh! non chiesi più a me stesso in quel punto se fossero belle!
Erano soprannaturali; l'inverosimiglianza delle forme le rendeva più
terribili; vaporose come visioni, rivelavan nella nettezza dell'ombre
la rigidità della pietra eterna!


























...Erano luoghi di Sabba, e chissà quale ridda si sarebbe svolta tra
breve su pei monti diabolici!
Sentivo Satana alle mie calcagna; ansava forte, la lingua fuor di boc-
ca e mi cacciava il muso tra le ginocchia, e andava e veniva inquieto.
Ci accostammo fin sotto la parete grigia che saliva subito altissima
come il muro d'una prigione.
Eravamo giunti.
Da quel punto levando il capo nulla si vedeva del monte: lo scorcio
della rupe imminente finiva subito nel cielo. Sostammo noi pure; si
sciolse la corda dal collo di Satana, si smisero le giubbe sulle qua-
li cane esperto si accovacciò, rassegnato ad attenderci per lunghe
ore........


























Quanto tempo trascorse da questo momento a quello che ci vide
giungere in vetta?
Furono brevi minuti o tutto un lungo giorno?
Fu un volo il mio o strisciai penosamente come un verme sul pel
muro?
Quando tutto fu compiuto, e la cima conquistata con il grande....
diavolo delle Dolomiti e con Satana alla testa, la schiera de' miei
compagni s'avviò giù per la sassaia verso l'albergo e in breve
scomparve; si perdé poco a poco nella valle il rumore dei passi.
Rimasto solo ai piedi delle torri, le contemplavo ancora una vol-
ta; volevo prolungare quel giorno troppo breve, chiuderlo nel rac-
coglimento di un muto colloquio colla montagna, fissare per sem-
pre ne' miei occhi la visione dei piedistalli sublimi sui quali, per
un momento della vita, m'ero sentito felice.




















Nell'alto silenzio, tra le ombre delle pareti ed il fumare lento del-
le nebbie che si disperdevano lungo il colonnato, mi sembrò di
trovarmi prostrato sui gradini di un altare davanti all'idolo svela-
to, assorto in un ultima ora di adorazione.
Oh! com'ero mutato da quello che poco dìanzi aveva ardito in-
terrogare la sfinge!
Come diversa dal grido atterrito di sorpresa lanciato alle livide
fonti, nel primo incontro in sul mattino, quest'ultima preghiera
sommessa e dolce che saliva ad esse nell'ora in cui gli ultimi rag-
gi le colorivano di rosa ed una prima stella brillava sul loro capo
nel cielo chiaro del vespro!
Un rendimento di grazia sgorgava dall'animo mio pacificato, con-
fidente ormai in quelle arcane sembianze. In un sol giorno erasi
appagata un'immensa curiosità custodita per anni, ed il mio viag-
gio alpino, presso al suo termine, si era arricchito di una nuova
bellezza.
Questo pensiero, solo, appariva chiaro alla mente in quella prima
tregua, nel grande tumulto dei sensi; tutte le fibre tremavano
ancora dello sforzo violento; immobile su di un masso, provavo
il senso della continuazione del moto, come chi sbarchi a terra
dopo una burrascosa traversata. E tuttavia trovavo in me un e-
quilibrio eccezionale, una sicurezza, uno slancio inesplicabili di
tutte le energie, come se quella lotta avesse destato forze igno-
rate.
Godevo il riposo come un animale sano, uscito stanco ma vin-
citore dalla rissa, fatto sicuro della sua forza e della sua astuzia,
pronto a ricominciare.....

(Prosegue....)

(G. Rey, Alpinismo acrobatico)