IL GRASSO LEGNAIUOLO

IL GRASSO LEGNAIUOLO
& UN MONDO PERDUTO

sabato 7 marzo 2015

AMMAZZARE IL TEMPO (finalismo & meccanicismo) (16)
















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Ammazzare il Tempo (la vita nel suo progredire) (14/15)

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Ammazzare il Tempo (finalismo & meccanicismo) (17)













La finalità, dice dunque Bergson, ‘assimila il lavoro della natura a quello di un operaio che procede, anch’egli, per assemplaggio di parti in vista della realizzazione del modello’.
A cui aggiunge che anche il meccanicismo, a suo modo, lo fa, la qual cosa è forse possibile, ma il finalismo di Aristotele non lo fa.  E’ vero che il concetto di causa finale è stato ispirato ad Aristotele dall’esempio dell’attività artistica, artigianale o operaia, ma non è vero che il meccanicismo debba rimproverare al finalismo il suo carattere antropomorfico.
Abbiamo insistito su questo punto parlando di Aristotele: è l’arte che imita la natura e non il contrario. Ciò che colpisce Aristotele nel raffrontarle, è proprio il fatto che, a differenza dell’arte, la natura non calcola, non riflette, non sceglie. Ecco perché, quando nulla interviene a disturbarla, essa non sbaglia.
Ed è anche la ragione per cui, mossa dall’interno verso un fine che essa ignora ma che resta in sé, la natura non fa nulla invano.
Essa non fa né prototipi né prove, ma riesce al primo colpo o fallisce definitivamente. Niente a che vedere col lavoro umano artigianale, guidato dall’intelligenza, perché ciò che lo caratterizza è la possibilità di sbagliarsi.




La natura non lavora ‘come l’operaio, assemblando delle parti’ ma producendo dei corpi unici la cui esistenza implica quella di ciò che chiamiamo le loro parti.
Essa non fa piante o animali con degli organi, ma fa degli organi producendo animali e piante. E vuole le parti in relazione alla sua volontà del tutto; come il Dio di Tommaso d’Aquino, la natura non vuole questo in vista di quello, ma vuole che questo sia in vista di quello.
E’ significativo che il pensiero senta lo stesso bisogno di sfuggire all’antropomorfismo parlando della natura e parlando di Dio.
Aristotele ha spesso insistito sul fatto che l’uomo lavori in vista di fini intenzionali con dei materiali presi a prestito dalla natura, mentre la natura produce essa stessa i suoi materiali. 
L’uomo si è fabbricato delle ali per volare, non è stato capace di farsi spuntare ali come quelle degli uccelli, ed è del resto la ragione per cui, munito di ali fabbricate, egli vola così male.
L’uomo non ha scoperto il segreto per costruirsi delle abitazioni naturali, simili alle scaglie dorsali e ventrali delle tartarughe, ma ha progressivamente imparato a costruirne; questo è tutto ciò che dice Aristotele.




Se la natura facesse spuntare delle case, la sua opera sarebbe simile a quella degli architetti, ma la natura non è un architetto e il suo lavoro non assomiglia a quello di un architetto; la sua opera è una creazione naturale e essa stessa non è che un agente analogo all’intelligenza che dirige le operazioni dell’uomo verso i fini che essa concepisce.
L’importanza attribuita da Aristotele al fatto che la natura e l’arte procedono entrambe per gradi, che implicano l’esistenza di un fine, giustifica sicuramente in parte il rimprovero che Bergson gli muove di sostenere una nozione antropomorfica del finalismo.
Non si potrà negare che Aristotele abbia concepito l’una per analogia con l’altra, ma è questa l’occasione per ribadire che l’uomo fa parte della natura, di cui rappresenta questo caso unico, di una natura che si conosce direttamente dal di dentro, cioè attraverso l’uomo che è natura.




Tutto avviene come se, nel produrre l’uomo dotato di ragione, la natura continuasse, sotto forma di produzione artigianale il lavoro ch’essa svolgeva fino allora fisiologicamente. E’ cattivo antropomorfismo ragionare come se le due finalità operassero nello stesso modo, come se la natura creasse un occhio nello stesso modo in cui un ottico costruisce un telescopio, ma è forse antropomorfismo legittimo pensare che due serie di operazioni di struttura analoga, e conducenti a risultati comparabili, siano in ultima analisi della stessa natura.
L’artigiano umano continua l’oerazione della natura, e talvolta la completa, attraverso mezzi completamente diversi (ed, aggiungo io, per gradi procedurali differenziati…).
Lo stesso Bergson non era del resto forse così lontano dal finalismo di Aristotele come pensava…..

(E. Gilson, Biofilosofia da Aristotele a Darwin e ritorno....)

(Prosegue....)

















venerdì 27 febbraio 2015

IL RUOLO DELL'INTELLETTUALE: il Divino Intelletto (10)










































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Il ruolo dell'Intellettuale (9)

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Il ruolo dell'Itelletuale: il Divino Intelletto (11)













E’ certo che in quell’epoca l’orgoglioso compiacimento dei Greci per la ragione umana raggiunse la sua più aperta espressione. Dobbiamo abbandonare, diceva Aristotele, l’antica norma di vita che consigliava l’umiltà e ordinava all’uomo di pensare in termini mortali, perché l’uomo ha in sé una cosa Divina, l’Intelletto, e nella misura in cui sa vivere mantenendosi a quel livello di esperienza, può vivere come se non fosse mortale….




…. Per dare credibilità alla loro rappresentazione, Zenone e Crisippo risalirono di proposito oltre Aristotele e oltre Platone, fino all’ingenuo Intellettualismo del V secolo; il conseguimento della perfezione morale, dicevano, non dipende né dalle doti naturali né dall’assuefazione, dipende invece unicamente dall’esercizio della Ragione.
A questa psicologia e a questa etica razionaliste, corrispondeva una religione razionalizzata, per il Filosofo, la parte essenziale della religione non stava più negli atti del culto, ma nella contemplazione silenziosa del Divino e nella Coscienza dell’affinità fra il Divino e l’uomo.




(Nell’Evoluzione di questo pensiero, nell’Atto di Sophia di voler perseguire tali intenti e finalità, la Filosofia, evoluta dal lontano Oriente, ha perseguito ugual intento, motivando un percorso ben definito all’interno del Cristianesimo, il mito si è Evoluto entro questa Spirale, per poi di nuovo, dopo il grande ed unico esercizio della Ragione, tornare al punto in cui il Neo e Medioplatonismo lo pone (a ragione a o torto), pur per taluni un regresso, in realtà una nitida ed efficace, per quanto unica trasposizione della ricerca della medesima Verità, di cui la cronologia storica attesta la volontà perseguita protratta e continuata nei secoli. La subordinazione o il rifiuto o il superamento dell’Etica cristiana con le sue componenti giudaiche, attesta e certifica una continuità Storica in cui la Ragione e, l’Intelletto con il Divino che lo compone, perseguono ugual finalità, non, a mio avviso nella caduta di Sophia, ma nella sua coerente manifestazione e volontà di obiettivi ed intenti motivati fin dall’origine dei Tempi. Lo Gnosticismo ne è un più che valido esempio. Dove non solo l’intelletto si evolve in un nuovo e più profondo mito, che tende a rifiutare la teoria del capro espiatorio, ma anche, fondare le basi su cui la moderna psicologia costruirà i suoi simboli.




Il ruolo del giudaismo nei confronti del Cristianesimo con le sue visioni e rappresentazioni, può essere trasposto in una tragedia teatrale dove la figura del capro espiatorio, condizione necessaria e sufficiente nell’evoluzione di una società fin dai tempi più remoti, a detta di taluni, ma anche eterno limite per il perseguimento della Verità e della Ragione, manifesta i suoi limiti ed intenti nell’Irrazionale di cui i Greci hanno rappresentato con ugual miti ed intenti, una definizione Intellettuale con le dovute evoluzioni attraverso i secoli, definendo un preciso e parallelo percorso, definendo un probabile percorso Eretico, e simmetrico a questo, una Ortodossia ben manifesta e rappresentata fino all’Impero Bizantino.).





MACBETH Se tutto finisse, una volta fatto, sarebbe
bene farlo subito. Se l’assassinio potesse
intramagliare le conseguenze, e avere
successo con la sua fine –
che questo colpo fosse tutto
e la fine di tutto! Qui, soltanto
qui, su questa sponda e secca del Tempo,
salteremmo l’Eterno. Ma in questi casi
è qui che si è dannati – e non facciamo
che insegnar sangue, e il sangue appreso torna
a impestare l’artefice.
Questa giustizia equanime spinge le nostre labbra
a cercare  veleni che abbiamo sciolti nel calice.
Egli è qui tutelato due volte: primo,
perché gli sono parente e suddito,
due forti motivi contrari all’atto; poi
sono il suo ospite, e all’assassino dovrei
sbarrare la porta in faccia, e non
trarre il coltello io stesso. Inoltre,
questo Duncan è stato un re talmente
mite, così immacolato nel suo alto
ufficio, che le sue virtù arringheranno
come angeli dalle voci di tromba, contro
la dannazione profonda del suo omicidio;
e la Pietà (accompagnata dalla futura Verità)
come un neonato nudo
che cavalca l’uragano…….
















sabato 21 febbraio 2015

IL RUOLO DELL'INTELLETTUALE: 'Solo' nella ricerca della verità (9)


















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Il ruolo dell'Intellettuale (1)  (2)  (3)  (4)  (5)  (6)  (7)  (8)

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Il ruolo dell'Intellettuale (10)














Nel 1255 le opere di Aristotele entrarono ufficialmente alla facoltà delle Arti di Parigi: poco dopo, lo studio dei commenti dell’arabo Averroè innestò nella tematica della filosofia cristiana un processo e sospetto ai più. Ciò avveniva principalmente per due motivi: la trasformazione delle Arti da facoltà preparatoria dove si insegnava il metodo dialettico in facoltà di fatto autonoma, mirata alla ricerca filosofica; il carattere del sistema averroista, che appariva estraneo alla tradizione cristiana di discendenza agostiniana. E’ proprio all’interno di questo sistema che si trovarono gli stimoli a disegnare una nuova figura di intellettuale il profilo teorico e la cui funzione nella prassi dell’insegnamento contrastavano vivamente con l’immagine tradizionale del maestro.
In che consiste la differenza più notevole?
Credo sia in un singolare momento di autocoscienza professionale: Sigieri di Brabante, Boezio di Dacia tentano di far coincidere per la prima volta il progetto ideale del filosofo con la professione quotidiana alla facoltà delle Arti. Sigieri scive: ‘compito del filosofo è di esporre l’insegnamento di Aristotele (o altri filosofi la cui verità assommata all’esperienza è vera), non correggere o nascondere il suo pensiero, anche quando è contrario alla verità (teologica). Questa semplice affermazione distingue nel modo più chiaro i differenti ambiti professionali e di ricerca. Una concezione questa che non poteva essere accertata da chi condivideva con la tradizione l’idea della cultura cristiana come unità globale. Il contenuto diverrà evidente nella condanna del 1277, dove molte tesi uscite dalle Arti e congeniali all’insegnamento aristotelico-averroista furono censurate dal vescovo Tempier. Veniva colpito un indirizzo che aveva connivenze anche alla facoltà di Teologia: persino Tommaso d’Aquino era coinvolto. Ma tutto ciò apparterebbe più alla storia delle idee che a quella dell’intellettuale se non ritrovassimo fra le tesi condannate proposizioni come queste: ‘non c’è condizione di vita più eccellente del dedicarsi alla filosofia’ o ‘sapienti, a questo mondo, sono solo i filosofi’.




Non ebbi peraltro il tempo di osservare il loro lavoro, perché ci venne incontro il bibliotecario, che già  sapevamo essere Malachia da Hildesheim. Il bibliotecario ci presentò a molti dei monaci che stavano in quel momento al lavoro. Di ciascuno Malachia ci disse anche il lavoro che stava compiendo e di tutti ammirai la profonda devozione al sapere e allo studio della parola divina. Conobbi così Vananzio da Salvemec, traduttore dal greco e dall’arabo, devoto di quell’Aristotele che certamente fu il più saggio di tutti gli uomini. Bencio da Upsala, un giovane monaco scandinavo che si occupava di retorica. Berengario da Arundel, l’aiuto del bibliotecario. Aymaro da Alessandria, che stava ricopiando opere che solo per pochi mesi sarebbero state in prestito alla biblioteca, e poi un gruppo di miniatori di vari paesi, Patrizio da Clonmacnois, Rabano da Toledo, Magnus da Iona, Waldo da Hereford.




Il resto è vista di un mondo che ci è proibito vedere, ammirare, contemplare. E’ solo l’immagine di quel Dio, di cui i nostri occhi debbono celebrare in eterno la sua venuta, la sua figura, il suo martirio. Gli occhi  di quel Dio riflessi nella sua sostanza, nell’ icona e sacrificati per sempre alla sua opera creata. Ma con il tempo l’opera creata ha mosso i nostri animi, i nostri spiriti, la segreta volontà non del tutto assopita di conoscenza. Nella rigida regola del nostro Eremo, ci è concesso celebrare il – Verbo – incarnato in diversa maniera . In questo fratello – Eraclio -, ci ha sempre stimolato, insegnato, e poi comandato. Nella regola del nostro vivere , del nostro tempo, oltre alle tre funzioni giornaliere, abbiamo la possibilità di prestare la nostra ignoranza alla – Sacra – conoscenza. La biblioteca diviene spesso il nostro rifugio.  Diviene la fuga, lo sguardo, la vista. La voglia di vivere dinnanzi ad una non manifesta cecità.  In quanto pur cechi, tutti noi, almeno quando prestiamo attenzione alle scritture, sembriamo vedere.  Ma dalla cecità, in realtà troppo spesso passiamo solo ad una forte miopia. Raramente ci è concessa la vista.  Quando io, ed altri miei fratelli vi riusciamo, cerchiamo di nascosto a fratello – Eraclio – di coniugare la luce interiore con quella esteriore.  Così imparammo, in nome di una più segreta verità, dei meschini rimedi. Dei segreti modi per riuscire in ciò che l’istinto non era ingannato, o del tutto assopito e rassegnato.  Fu l’istinto in cerca della ragione che dalla cornice di un quadro una mattina ci portò al perimetro del nostro giardino, per rubare un po’ di luce …. ed in segreto camminare in cerchio.  Osservati  dalla prima sostanza, dalla prima luce di fratello – Eraclio -. Visti senza poter vedere, perché l’occhio di fratello – Eraclio- è solo la vista dell’Altissimo a cui tutti noi aspiriamo. Ma nel nostro lento deambulare, come ogni giorno la regola ci insegna e comanda, abbiamo imparato in essa la segreta essenza  dell’inganno, abbiamo meditato in noi stessi l’essenza  di questo principio, ed in ultimo in tacito assenso siamo convenuti, io, ed i miei umili e pochi confratelli, che mentre fratello – Eraclio- ci spiava con gli occhi, gli occhi dell’ – Onnipotente – si intende, noi  cercavamo la stessa immutabile sostanza per altri – dove- .  La misura dell’ – Invisibile – iniziava così a prendere forma e misura. Non solo la misura delle proporzioni che costantemente cercavamo, studiavamo e paragonavamo, ma la misura di una più probabile verità contro un – Dio – che non riuscivamo più a vedere ne sentire.



Nasce, fondata sulla meditazione dell’Etica a Nicomaco di Aristotele, una nuova figura di uomo: ‘il suo piacere consiste nella speculazione, ed esso è tanto maggiore quanto più nobili sono gli oggetti dell’intelletto. Perciò il filosofo conduce una vita colma di piacere’. Il filosofo è il vero nobile: ‘secondo la perfezione della natura umana i filosofi che contemplano la verità sono più nobili dei re e dei principi’. La pressione dei tradizionalisti e della maggioranza contro questo nuovo tipo di professore che ‘nella conoscenza del vero trovava una vera fonte di gioia’ fu forte. Uomini di tal genere apparivano strani e pericolosi. C’è amarezza nelle parole di Giacomo di Douai: ‘Molti credono che i filosofi, che si danno allo studio e alla contemplazione filosofica, siano uomini malvagi, increduli e non sottomessi alle leggi, e che pertanto vadano legittimamente espulsi dalla comunità – così dicono; e a causa di ciò ‘tutti quanti si danno allo studio e alla contemplazione filosofica sono DIFFAMATI E SOSPETTI’.

(J.Le Goff, L'uomo medievale; U. Eco, Il nome della rosa; G. Lazzari, Dialoghi con Pietro Autier) 
















IL RUOLO DELL'INTELLETTUALE: 'Solo' nella ricerca della verità (7)






































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Il ruolo dell'Intellettuale (6)

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Il ruolo dell'Intellettuale (8)














Mentre salivamo vidi che il mio maestro osservava le finestre che davano luce alla scala. Stavo probabilmente diventando abile come lui, perché mi avvidi subito che la loro disposizione difficilmente avrebbe consentito a qualcuno di raggiungerle. D’altra parte neppure le finestre che si aprivano nel refettorio parevano facilmente raggiungibili, dato che sotto di esse non vi erano mobili di sorta.
Arrivati al sommo della scala entrammo, per il torrione orientale, allo scriptorium e quivi non potei trattenere un grido di ammirazione. Il secondo piano non era bipartito come quello inferiore e si offriva quindi ai miei sguardi in tutta la sua spaziosa immensità. Le volte, curve e non troppo alte, sostenute da robusti pilastri, racchiudevano uno spazio soffuso di bellissima luce, perché tre enormi finestre si aprivano su ciascun lato maggiore, mentre cinque finestre minori traforavano ciascuno dei cinque lati esterni di ciascun torrione; otto finestre alte e strette, infine, lasciavano che la luce entrasse anche dal pozzo ottogonale interno….
… Vidi altre volte e in altri luoghi molti scriptoria, ma nessuno in cui così luminosamente rifulgesse, nelle colate di luce fisica che facevano risplendere l’ambiente, lo stesso principio spirituale che la luce incarna, la claritas, fonte di ogni bellezza e sapienza, attributo inscindibile di quella proporzione che la sala manifestava…. Quale apparve ai miei occhi, in quell’ora meridiana, esso mi sembrò un gioioso opificio di sapienza…..




Nelle pagine di Bonaventura e Tommaso è implicito, pur nella cautela delle dichiarazioni, il senso della distanza che separa le due attività umane. Nella realtà sappiamo che si trattava però di due gruppi di uomini, coloro che lavoravano e coloro che studiavano. La separazione veniva sottolineata dagli eruditi: non c’è da scegliere entro una vasta gamma di atteggiamenti. Si va dal più esplicito e sprezzante come quello di Guglielmo Conches che già nel secolo XII bollava con l’epiteto di ‘cuoco’ chi non aveva capacità di studiare, ad Alberto Magno che chiamava ‘bruto’ chi non capiva, a Ruggero Bacone che parlava di ‘ventosa plebs’, alla condiscendenza bonaria di Bartolomeo Anglico che affermava di scrivere anche per i ‘rudes ac simplices’. La convinzione di fondo è quella espressa con scherzosa brutalità dagli studenti nei ‘Carmina Burana’: ‘L’illeterato è come il bruto, essendo all’arte sordo e muto’.



  
…. Vidi poi in seguito a San Gallo uno scriptorium di simili proporzioni, separato dalla biblioteca, ma non come questo bellamente disposto. Antiquarii, librarii, rubricatori e studiosi stavano seduti ciascuno al proprio tavolo, un tavolo sotto ciascuna delle finestre. E siccome le finestre erano quaranta, quaranta monaci avrebbero potuto lavorare all’unisono, anche se in quel momento erano appena una trentina. Severino ci spiegò che i monaci che lavoravano allo scriptorium erano dispensati dagli uffici di terza, sesta e nona per non dover interrompere il loro lavoro nelle ore di luce, e arrestavano le loro attività solo al tramonto, per il vespro.
I posti  più luminosi erano riservati agli antiquari, gli alluminatori più esperti, ai rubricatori e ai copisti. Ogni tavolo aveva tutto quanto servisse per miniare e copiare: corni da inchiostro, penne fini che alcuni monaci stavano affinando con un coltello sottile, pietrapomice per rendere liscia la pergamena, regoli per tracciare le linee su cui si sarebbe distesa la scrittura. Accanto ad ogni scriba, o al culmine del piano inclinato di ogni tavolo, stava un leggìo, su cui posava il codice da copiare, la pagina coperta da mascherine che inquadravano la linea che in quel momento veniva trascritta. E alcuni avevano inchiostro d’oro e di altri colori. Altri invece stavano solo leggendo libri, e trascrivevano appunti su loro privati quaderni o tavolette.





Nel lento camminare del giardino chino ammiro la vita della foglia che trasuda la sua umidità invernale. Prego lei, fra la sua e la mia litania. In questo girare in tondo, qualche libro abbiamo foderato nel segreto della biblioteca e abbiamo nascosto agli sguardi attenti dei fratelli. Così ora anche di giorno, riesco a leggere qualcosa della radice della pianta, mia sola compagna, mia sola amica, mia sola anima, di questo Inverno che si preannuncia severo.  Ma i primi freddi alle ossa sono il nulla di fronte ai brividi della caverna che scende, fino alle volte insperate di panorami di altri secoli.  Quello di cui io ora sono testimone, e di cui spero mai mortificare il mio umile spirito dentro queste carni già sofferenti , è la costanza dell’Assoluto, divenuto parola attraverso il mio confratello -  Eraclio - .  Nel lento deambulare e girare attorno noi stessi, abbiamo imparato che la sua parola è più della nostra vita, che il suo dire è più della luce che riusciamo a vedere ogni mattina, che il suo pensare è un conversare con Dio, a cui  noi ancora non ci è ….. e mai sarà concesso. Il tramite del nostro parlare con la.....












mercoledì 11 febbraio 2015

IL RUOLO DELL'INTELLETTUALE (3)



















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Il ruolo dell'Intellettuale (2/1)

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Il ruolo dell'Intellettuale (4)   (5)   (6)













Ragion per cui una evoluzione confacente con l’essere ed appartenere al mondo, nella povertà e ricchezza che l’uomo e la Natura posseggono nei loro ruoli immutati e connessi con la sua graduale Evoluzione, e come dicevo all’inizio della presente, è indispensabile una attenta osservazione al micro-scopio di questo ‘corpo, o singolo elemento, nella totalità dell’indispensabile funzione organica del ‘corpo  malato’; ed osservare il contesto dove è inserito con tutte le sue funzioni vitali che svolge, dalle più inutili alle più utili: tutti quei fattori da te rilevati (prima il tuo ruolo era ed è identificabile con la figura del    ‘Teologo/Sciamano’ poi del ‘Filosofo’ scritti come ben sai nel ‘Libro Rosso’ di questa venuta) possano essere esaminati nel contesto di un corpo più vasto, dove, tutte le funzioni hanno conseguito la maggiore specificità richiesta grazie ad una lenta e graduale Evoluzione e conseguente perfezione (nella loro operatività), un po’ come quel primo anfibio da cui discendiamo: lentamente con lo scopo di raggiungere e mantenere la luce e la vita ha mutato e perfezionato per adattamento taluni organi predisposti per la sua sopravvivenza.
Sicuramente tale intento rivolto verso la vita rimane il medesimo.




E’ indispensabile questa opera di medicina generale, in un contesto dove la psicologia svolge un ruolo determinante ed efficace, che, come già detto, può e deve superare le singole funzioni accademiche più o meno specifiche al microscopio del ‘corpo (e mente)  malato’, per elevarsi non più e solo all’umano ma perseguire un intento ‘divino’ che coinvolge il corpo e soprattutto l’anima. Un tempo (giammai superato), gli eretici o i dissidenti, vengono colpiti all’anima per raggiungere quegli obiettivi contrari ad un ortodosso e monolitico intento.
Divina è la vita, divina la Natura, divino il pensiero o l’idea o l’opera di ogni singolo essere pensante e non, con la sua povertà o ricchezza di mondo, per essere violata o torturata al calvario della vita. Divino ogni singolo essere vivente. Chi viola deliberatamente questa verità immutabile, è il primo malato della Storia, ed incarna quel male avverso alla vita ed alla verità. E’ quel male che supera la definizione del ‘male’ gnostico descritto dagli Eretici per elevarsi nelle sue singole funzioni, ad un elemento malato, un cancro che divora e seppellisce, non solo con un singolo aspetto, derivato dai tanti (Stress), ma in ogni aspetto sociale che attacca un corpo sano.




Sacra è la vita di ogni essere, dicono talune filosofie e teologie, per essere violata in maniera indiscriminata, per essere offesa o solo modificata dalle originarie condizioni di vita, nella graduale Evoluzione che l’organismo con l’anima che lo presiede debba o possa essere sollecitato in modo non confacente con le naturali sue predisposizioni. La Natura grazie alla costante e immutevole opera dell’uomo conosce sia gli aspetti positivi di interventi graduali atti alla prevenzione e conseguimento della sua sopravvivenza (nel contesto del suo ‘organismo’), sia, tutti quegli interventi manifestazione di quella violenza che è propria dell’uomo, quale essere non ‘Povero di mondo’,  ma al contrario, ‘Ricco di mondo’, il quale disconosce, però la fonte della sua grande ricchezza.
Le conseguenze, come quello ‘Stress’ da te studiato e monitorato sono gravi non solo per il cervello, quindi, ma l’intero organismo dove questo opera e presiede tutte le funzioni del corpo. I Tempi dove questa opera si snoda entro un Pensiero Divino o una Spirale Equiangolare (priva accidentalmente o solo casualmente della Divina Idea) matematicamente proiettata su ogni singola opera dell’uomo si svolge entro le ‘parentesi’ o ‘curvatura’ Spazio/Temporali del Tempo; Tempo che svolge ruolo determinante per tutti quegli assestamenti e graduali Evoluzioni in cui la Natura opera sempre al meglio per un lento contesto scritto entro il ‘numero’ dell’Evoluzione (nel limite che sottintende il termine … vedi Godel), e come direbbe Bergson, forzare quei Tempi, significa lo Stress innaturale da te studiato al Microscopio della tua disciplina. 




Ma anche, costretti dal Limite stesso che il Tempo svolge nel contesto della sua Opera incessante, in quanto, impossibilitati alla reale definizione comprensione e ‘contenimento’  delle e nelle Dimensioni in esso percepite (quindi pur gli sforzi e i traguardi nella costante ‘povertà di mondo’ con tutte le conseguenti frustrazioni che ne conseguono); e nell’Eterno dubbio che la materia, che in esso opera conta e svolge nella irreversibilità accertata; in altre dimensioni a noi sconosciute, conosca una Reversibilità fuori dalla parentesi detta e qui enunciata, caratteristica dell’Anima umana, ed anche trascritta nei suoi Geni.
In poche parole, fuori da quella parentesi, e dal Dio creata ed annunciata, vi è un Primo Dio Straniero che opera contrario alla Materia (l’Intelletto), e Primo ad essa, trovare i motivi a cui la nostra Anima o psiche è la disciplina da te come altri perseguita (giammai perseguita), non è solo opera Biochimica, ma anche Divina appartenente ad una Filosofia antica.  Certo quanto da me enunciato potrà apparire utopistico, soprattutto detto in una realtà come quello odierna, ma per prevenire il farmaco, sia esso alcolico, vegetale/oppiaceo o artificiale, occorre una efficace opera di prevenzione che possa raggiungere con la semplicità di una Preghiera contro il Male che avanza, non una litania, io ad esempio ho provato con la Rima e la Poesia…, ecco credo che questo sia molto utile al linguaggio primordiale dell’Uomo.  Non un farmaco, neppure oppio, ma una sana terapia come la semplicità di una poesia nella Rima della Vita…




Ed a questo punto non introduco, entro questa ‘parentesi’ una Rima, ma nello svolgersi del Tempo ripetuto e ciclico riflesso nell’Universo Gnostico, propongo una importante definizione, un rintocco del comune Tempo condiviso: te proiettato nell’Ortodossia della vita, io invece confinato nell’Eretica Verità dell’Eterodossia, e quali uomini di cultura, anche perché per quello che mi riguarda adopero tutte le ragioni della cultura, giammai della violenza, traccio e scandisco il rintocco geologico (le fondamenta) di questa vasta terra nella stratigrafia in cui ha maturato il suo ‘dire’ e talvolta, come detto, anche il suo eterno apostrofare contro ogni Eresia. Lo svolgersi del Tempo, perché la nostra comune cultura così come conservata, tradotta e studiata, e così come arrivata e maturata fino a noi, è frutto di quei laboratori del sapere nati (anche) nel Medio-Evo, di cui non solo, gli aspetti di intollerante memoria, vanno rilevati, ma anche, il grande potere mediatico che si protrasse fino alla Storia Moderna, e di cui, volente e nolente, ne furono i ‘curatori’ (più o meno fedeli) di una Memoria che andava conservata salvaguardata studiata ed approfondita (da ogni parte dove questa manifesta e manifestava le ragioni di quella Evoluzione detta…).