IL GRASSO LEGNAIUOLO

IL GRASSO LEGNAIUOLO
& UN MONDO PERDUTO

giovedì 7 settembre 2023

AVREI SEGUITO I VENTI...

 









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lungo la Steppa







POI SI E’ ALZATO UN GELIDO VENTO 

 

E poi un giorno vidi una carta con sentieri che non avevo mai visto prima, una carta dell’Europa trasfigurata da linee colorate, frecce predatorie simili all’avanzare di eserciti che attraversavano confini, passavano sulla terra e sul mare, collegavano regioni e culture che nella mia mente sembravano separate: latini e slavi, continentali e costieri, nordafricani ed europei meridionali. Quei corridoi misteriosi avevano nomi seducenti quanto la Via della Seta o il Camino de Santiago: Mistral, Tramontana, Föhn, Scirocco, Bora. Ce n’era uno persino nell’Inghilterra settentrionale, dal brusco nome di Helm. La carta mostrava le rotte dei venti locali, che soffiavano con forza tremenda in particolari periodi dell’anno – solitamente nel passaggio da una stagione all’altra, per esempio quando l’inverno diventa primavera – e, come scoprii con grande interesse, si diceva influenzassero tutto, dall’architettura alla psicologia. Il fatto che quelle forze invisibili avessero dei nomi, anziché semplici indicazioni dei punti cardinali di provenienza, attribuiva loro un senso di maestosità, quasi un preciso carattere. Sembravano personaggi che avrei potuto incontrare. Quelle frecce che si avventavano e si tuffavano suggerivano rotte che potevo seguire, itinerari mai percorsi prima. Appena vidi quella carta lo seppi: avrei seguito i venti.




Ma da dove vengono i venti, e dove vanno?

 

E si può davvero dire che “vanno” nello stesso senso in cui chi cammina va da qualche parte, o una strada da un posto all’altro?

 

E se così è, che fine fanno una volta che ci sono arrivati?

 

In fin dei conti, che cos’è il vento?

 

Ma innanzitutto sarebbe opportuno cominciare con una domanda ancora più fondamentale: che cos’è l’aria?

 

Per quanto mi vergogni ad ammetterlo, prima di cominciare questo libro ritenevo – come sospetto facciano in molti – che in fondo l’aria non sia niente, non esista allo stesso modo in cui esistono la terra o l’acqua. La consideravo un’assenza, un nulla in attesa di essere riempito, e fu quindi una rivelazione scoprire che l’aria è qualcosa di per sé.




L’aria è un gas, o un miscuglio di gas: più che altro azoto e ossigeno, con piccole quantità di anidride carbonica, argon e vapore acqueo. Come ogni gas è composta da molecole, a loro volta composte da atomi. Quindi l’aria non solo ha sostanza, ma anche peso – la seconda rivelazione – e il termine corretto per definire il peso dell’aria, i suoi miliardi di molecole combinate, è “pressione atmosferica”. Proprio come la pressione in fondo all’oceano è maggiore che in superficie, a causa del volume d’acqua sovrastante, la pressione atmosferica è maggiore ai livelli più bassi – perché gravati da un peso maggiore – e inferiore ad alta quota, dove c’è minor peso. La pressione dipende dalla temperatura: quando fa caldo l’aria sale, creando aree di bassa pressione, e quando fa più fresco scende, creando l’effetto opposto. Quando le “particelle” d’aria vicine fra loro sono sottoposte a pressioni diverse, l’atmosfera deve “livellarsi”; quindi l’aria che si trova nelle aree di alta pressione è costretta verso quelle di bassa pressione, per bilanciarle. Viene risucchiata, più che soffiata: ecco la terza rivelazione.

 

O quanto meno questa è la risposta fornita dalla nostra cultura.




 Altre culture hanno fornito risposte diverse, creando storie complicate e differenti fra loro quanto lo sono i venti stessi.

 

Gli antichi greci assegnarono al vento una sua posizione fin dall’inizio del tempo: quando la dea Eurinome, madre di tutte le cose, emerse nuda dal Caos e separò il mare dal cielo, la sua danza mise in moto l’aria e creò il vento del Nord, che divenne il serpente Ofione (il quale in una successiva incarnazione appare come dio Borea). Eurinome, accoppiandosi con quel sinuoso e fluente serpente di vento e prendendo quindi forma di colomba, depose l’uovo universale dal quale ebbe origine tutta la vita.

 

Vento e vita: le due cose sono collegate ai livelli più profondi del linguaggio. I termini per indicare lo “spirare” del vento, il “respiro” e lo “spirito” sono uguali in molte lingue, tra cui l’ebraico ruach e l’arabo ruh. La parola greca per vento, anemos, dà origine al latino anima, la forza che dà vita – anima, appunto – alle creature che respirano, gli animali. Un’altra parola latina, spirare, che significa “soffiare”, “respirare”, è all’origine di “spirito” come pure di “respirazione”.

 

E per i greci, nelle parole dello scrittore e traduttore Xan Fielding,




‘le brezze venivano chiamate zoogonoi, generatrici di vita animale, e psychotropoi, nutrici di anima; e i progenitori mitologici della razza umana adorati ad Atene... erano sia spiriti del vento che progenitori, sia respiri che anime’.

 

Io volevo seguire quei respiri, quelle anime, ma da dove cominciare?

 

Nell’antichità chi avesse aspirato a camminare con i venti avrebbe potuto consultare un aeromante o, meglio ancora, un austromante: il primo è colui che predice il futuro interpretando il tempo e il secondo è più specificatamente un indovino che si basa sui venti (dal latino auster, sud, che attribuisce una particolare enfasi ai venti provenienti da mezzogiorno).

 

Il vento si rendeva visibile con nuvole di polvere o di semi lanciate in aria, e il loro movimento veniva interpretato come un linguaggio; nei boschi sacri gli indovini ellenici traevano le loro predizioni dalla percussione di gong a opera di bacchette mosse dal vento, empie divinazioni che furono condannate dai cristiani venuti in seguito. La scienza, o magia, dell’aeromanzia fu demolita dal teologo medievale Alberto Magno, anche se non si può escludere che egli avesse fatto confusione con la negromanzia, passatempo assai più sinistro.




 Oggi le nostre previsioni possono basarsi anche sull’apporto di immagini satellitari e su modelli computerizzati incredibilmente complessi, ma il dato di partenza è sempre lo stesso: si interpretano gli schemi invisibili dei venti per comprendere il futuro. Da un punto di vista estetico i risultati sono affascinanti; guardare in internet una carta del tempo significa osservare un mondo di meravigliosi disegni psichedelici in continua evoluzione, uno spettro in movimento di viola, verdi, gialli, blu e arancio, punteggiati dagli aguzzi triangoli azzurri e dalle mezzelune rosse dei fronti freddi e caldi.

 

Il vento diviene una topografia di spirali concentriche da far girare la testa: i profili di isotache e isobare – che rappresentano le linee lungo le quali i venti hanno eguale velocità e pressione – e le bandiere di vento, linee direzionali che aggiungono un ardiglione per ogni cinque nodi di incremento, vorticano nell’atmosfera come grappoli di note musicali. Hanno l’aspetto di rune, illeggibili per chiunque non abbia acquisito le conoscenze necessarie per interpretarle. Sono una specie di alfabeto, così come il vento è una specie di voce.




Nell’estate del 2015, prima di cominciare i miei cammini del vento, andai ad Atene a cercare un edificio che si chiama Torre dei Venti. Costruito duemila anni fa dall’astronomo Andronico di Cirro nell’antica agorà romana, si tratta di una torre ottagonale di marmo alta quanto una casa di tre piani, che raffigura, su ciascuno dei suoi otto lati, gli Anemoi: gli dèi del vento.

 

Definirli dèi del vento potrebbe sembrare poco accurato, come a suggerire che lo controllino. Per gli antichi greci – e, avrei scoperto in seguito, per molte altre culture – venti e dèi erano inseparabili, come lo erano dai punti cardinali dai quali provenivano.

 

Xan Fielding lo spiega bene in Aeolus Displayed:

 

‘Poiché il vento si identifica con il respiro, il respiro con la vita, la vita con l’anima, e l’anima con la divinità, non c’è da sorprendersi che i venti venissero personificati come dèi’.




Il fregio della Torre dei Venti li raffigura come uomini alati, alcuni in sandali e altri scalzi, in volo orizzontale e recanti oggetti simbolici che rappresentano il loro potere.

 

Da nord proviene Borea, il feroce vecchio che scatena l’inverno – incarnazione corrucciata del lussurioso serpente Ofione – brandendo una conchiglia a simbolo del suo ululato.

 

Da sud viene Noto, il distruttore di raccolti, che regge in mano un vaso rovesciato simbolo della pioggia.

 

Da est proviene Euro, lo sfortunato, associato a cieli scuri e tempeste.

 

Da ovest proviene Zefiro gentile – da cui l’omonima brezza – con il mantello ricolmo di fiori primaverili (sebbene la sua soave reputazione sia in parte macchiata dall’uccisione dell’eroe Giacinto, colpito alla testa da un disco soffiato da Zefiro).




Sono queste le divinità cardinali, schiacciate tra i loro fratelli ordinali: Skiron da nordovest che rovescia sul mondo la sua urna di ceneri ardenti, Kaikias da nordest con il suo scudo ricolmo di grandine, Lips da sudovest, che reca l’ornamento di poppa di una nave – da lui salvata o forse distrutta – e da sudovest Apeliote, senza barba e che porta frutta, come il perfetto ospite di un banchetto.

 

Un tempo coronata da una banderuola con la forma del dio Tritone, che ruotava a indicare la divinità in quel momento predominante, la torre è un’antica combinazione di arte e scienza. Oltre a essere un luogo sacro, fungeva da “rosa dei venti”, una rappresentazione della direzione dei venti utilizzata per la navigazione molto prima della bussola magnetica, e quello stesso schema di base – un cerchio suddiviso in quattro, otto, sedici o trentadue segmenti che si irraggiano da un punto centrale – venne copiato dai cartografi nei secoli successivi.




Sulle carte medievali i venti cardinali erano raffigurati come facce iraconde che soffiano folate d’aria – ‘Soffiate, o venti, fino a farvi lacerar le gote!’ come grida Lear nella brughiera desolata – e negli esemplari più elaborati Borea soffia vento e neve, Euro dalla pelle scura soffia soli cocenti, Zefiro fiori in boccio e i venti “insalubri” effondono raffiche di teschi umani.

 

Ma sotto quell’iconografia le rose dei venti erano strumenti pratici, i primi tentativi di schematizzare qualcosa che sembrava privo di schema. ‘Una rosa dei venti può domare l’aria’ scrive Alexandra Harris in Weatherland. ‘Ogni vento occupa la propria sezione della bussola, è ordinatamente e utilmente etichettato con una lista poliglotta di nomi, e ciascuno di loro soffia dalle gote gonfie di una faccia. La rosa dei venti somiglia a un orologio astrologico e rassicura i marinai facendo sembrare che l’aria funzioni come un orologio’.




Le rose dei venti tuttora in uso sono improntate a questa logica manageriale, somigliano a diagrammi a torta più che a rappresentazioni del divino. Scomparse le facce di cherubini minacciosi, scomparse le gote gonfie: velocità e direzione dei venti sono frecce computerizzate in colori vividi e amichevoli, le cui diverse lunghezze denotano la loro frequenza. Nondimeno, il loro schema di base somiglia a quello che ho osservato, alla base dell’Acropoli. L’estetica può essere cambiata, ma il concetto resta lo stesso.

 

Avevo compiuto il mio pellegrinaggio a quella torre per orientarmi, l’avevo immaginata come l’epicentro dal quale avviare la mia ricerca. Invece la trovai affogata nelle impalcature, le divinità nascoste sotto il velo di una rete verde: per mia somma sfortuna, la Torre dei Venti era in restauro. Un avviso informava che le antiche decorazioni erano state danneggiate non solo dai proiettili di secoli di guerre ma, ironicamente, proprio dai venti: Noto aveva sacrificato buona parte dei suoi lineamenti all’inquinamento da azoto e anidride carbonica che gli soffiavano in faccia da sud, mentre Apeliote si sbriciolava per l’umidità soffiatagli addosso da sudest. Se dèi e venti erano la medesima cosa, allora le disastrate condizioni della torre suggerivano un lento suicidio.




Poiché avevo attraversato l’intera città per arrivare fin lì, mi misi comunque a sedere alla base della torre. Era una calda giornata di giugno. Atene ronzava accecante, uno smog rosato aleggiava nel cielo sopra il Partenone e la luce si rifletteva abbagliante sugli specchietti degli scooter di passaggio. Ma c’era una lieve brezza, così tirai fuori la bussola che mi portavo appresso per scoprirne la provenienza. Soffiava da nordest, il dominio di Kaikias.

 

Mentre guardavo, grato per l’aria fresca, la brezza si rafforzò e cambiò direzione fino a diventare un vento da nord – Borea – che faceva ondeggiare i cipressi scuri e costringeva un olivo a esporre prima un lato e poi l’altro delle sue foglie, in lampi verdi e argentei. I turisti erano costretti a socchiudere gli occhi per difendersi dalla polvere.

 

Erba e fiori proiettavano ombre in movimento.




Poi cambiò di nuovo e un vento contrario cominciò a emergere da sud, dal regno di Noto. Non era altrettanto forte, ma il suo flusso era costante; fece coricare l’erba in un’altra direzione, accarezzò contropelo un gatto randagio in agguato fra i cespugli. Infine, anche la rete che ricopriva la torre cominciò a incresparsi e sollevarsi, muovendosi in liquide onde e regalando alla struttura una nuova espressività. L’oggetto inanimato prese vita; non c’era altro modo di vederlo.

 

Di colpo tutto si trasformò. Non avevo potuto vedere i venti sulla pietra, come mi aspettavo, ma il modo in cui la rete adesso si gonfiava, fluttuando con minuscoli movimenti a ogni variazione d’aria, rivelava le facce degli dèi meglio di quanto avrebbe mai potuto fare il marmo. Con la certezza di un austromante che legge il disegno dei semi lanciati nell’aria, o di un meteorologo che scruta isotache e isobare, mi resi conto che potevo vedere il vento. Ora non mi restava che seguirlo.

 

Meltemi, Halny, Scirocco, Tramontana, Levante, Košava, Marin: in Europa sono dozzine i venti con un nome proprio, ma io decisi di seguirne quattro, in ossequio ai proverbiali quattro venti e ai quattro punti cardinali. 

(N. Hunt) 









venerdì 1 settembre 2023

LA FUGA (3)

 









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RACCONTO DI UNA KAMLANIE 

 

 

Testo raccolto nell’ottobre 1896 lungo il fiume Korkodon, pubblicato in IOXEL’SON, Materialy; tradotto in LOT-FALCK, Textes. ‘Il vecchio Samsonov [uno degli informatori di Ioxel’son] aveva un figlio sciamano di nome Nelboš, morto qualche tempo prima. Pregai Samsonov di compiere per me la kamlanie per la guarigione di un malato. Egli dapprima si schernì sostenendo di non conoscere tutto il rituale e che sciamanizzare era peccato. Infine acconsenti. Portarono un vecchio tamburo, rimediarono alla meglio un copricapo sciamanico, in mancanza di un vero  caffettano sciamanico egli indossò un caffettano femminile e così ebbe inizio il rito sciamanico. Quando Samsonov ebbe finito, io trascrissi il testo sotto sua dettatura. Nella realtà il rito fu più ricco del testo. Inoltre, nel testo non poterono essere resi tutti i suoni di imitazione di animali ed uccelli. (Nota di Ioxel’son).




 C’era un uomo.

 

Quest’uomo si ammalò.

 

C’era uno sciamano. Fecero sciamanizzare questo sciamano. Egli si sedette a battere il tamburo. Dopo che ebbe cominciato a battere il tamburo, egli invoca le ombre degli animali-uccelli, cominciò a cantare.

 

Dopo aver cantato, disse:

 

‘Mio primo antenato, miei antenati, avvicinatevi, venite accanto a me affinché [mi] siate d’aiuto, conducete qui i miei abucape, xanbadaxce, jengecuope’.

 

[‘Miei figli, miei discendenti, perché ci tormentate?’.]




I parenti dell’uomo malato dissero:

 

‘L’uomo annega in una pozza d’acqua. Ti abbiamo posto per guardare’.

 

Lo sciamano disse:

 

‘La sua ombra se ne è andata per la strada che conduce al regno delle ombre, evidentemente’.

 

Questi uomini dissero:

 

‘Sii forte, non risparmiare energie’.





Lo sciamano si recò nel regno delle ombre; si allungò sul ventre. Sulla strada che conduce al regno delle ombre egli andò, incontrò una vecchia. La vecchia ha un cane. Il suo cane si mise ad abbaiare contro questo sciamano. La vecchia tenendo un anyazi uscì fuori, uscì dalla sua casa, cominciò ad interrogare lo sciamano:

 

‘Sei venuto per sempre, sei venuto per poco?’.

 

Lo sciamano disse ai suoi spiriti:

 

‘Non ascoltate le parole della vecchia, andate’.




Egli giunse fino al fiume del regno delle ombre, là c’è una barca. Lo sciamano guardò dall’altra parte del fiume, ci sono delle case. Le loro coperture di pelle biancheggiano, gli uomini vanno e vengono, gli ornamenti metallici [sui loro vestiti] tintinnano. Lo sciamano si siede in questa barca, passò dall’altra parte, si alzò, salì [sulla riva].




Quest’uomo malato aveva dei parenti morti da lungo tempo.

 

Questo sciamano entrò nella loro casa, trovò là l’ombra di quest’uomo malato. Egli la chiede ai suoi parenti:

 

‘Sono venuto a prendere l’anima dell’uomo che si trova presso di voi’.

 

I parenti si dispiacciono [non la dànno].

 

La prese con la forza.




Per tornare indietro, introdusse in sé l’ombra dell’uomo, chiuse le orecchie affinché l’ombra non uscisse. Lo sciamano allora, sdraiato, canta, quando canta, dice:

 

‘Miei raggi di sole, tiratemi!’.

 

Allora i suoi aiutanti lo sollevano per il caffettano. Sollevatolo, lo fanno girare tre volte contro il sole. Avendogli fatto fare tre giri, si fermano.

 

Dopo essere rimasto a lungo fermo, egli si solleva sulle sue articolazioni. Le fanciulle-ricettacoli degli spiriti sedevano là.

 

Allorché lo sciamano si alzò sulle sue gambe, [esse] strofinano le articolazioni delle sue gambe. In seguito lo sciamano salterà qui [accanto al malato].




 ‘Dalla strada che conduce al regno delle ombre ecco che sono giunto’

 

…dirà.

 

Venne qui [presso il malato]. Palpa la parte malata. Avendo terminato il palpamento, pone [in lui] la sua ombra. Dice ai suoi ‘invisibili’:

 

‘Sorvegliate la sua ombra, pregate’.

 

Volendo concludere, egli dirà:

 

‘Spiriti, andatevene’. 

(Testi sullo Sciamanesimo)




Sapeva non esser possibile che il vecchio potesse raggiungere da solo i villaggi degli sciamani, e che Anataj doveva essere stato sfiorato da qualche follia. Nel suo progetto c’era un punto oscuro che intuiva, ma al quale tentava di sfuggire per un istintivo terrore. Solo il guardare da quella parte lo spaventava e gli metteva il sudore freddo e l’agitazione.

 

Una notte si svegliò all’improvviso non aveva più sonno, come avesse dormito già chissà quanto sentì il vento che mulinava fuori dell’isba e ululava nel villaggio come un animale senza nome e senza volto. Era un mugolio di tormenta carico di gemiti e di guaiti, perché i lamenti dei cani o dei lupi della taiga vi si mescolavano e si impastavano, sviluppando un’unica modulazione sonora.

 

Era un succedersi di folate che investivano l’isba e si perdevano nel vuoto.




S’immaginò che il vento venisse dalla penisola delle foche bianche del Bajkal, venute dall’oceano gelato in epoche lontanissime, e rimaste in un’insenatura, nella parte più boreale del lago.

 

S’immaginò che fosse il sarma, il re dei venti della regione, a cui nessuno negava nel proprio pensiero una sinistra signoria sopra tutti gli altri.

 

Si figurò che fosse una di quelle notti in cui il ghiaccio si spezzava sul lago, con scricchiolii da terremoto e con angosciante pericolo per taràntas e stazioni di posta.

 

Pensò ai sogni d’incubo dei pescherecci nella morsa del ghiaccio, nei piccoli porti dove Gurka aveva lavorato per cinquant’anni poi finalmente si addormentò.

 

Non si sarebbe mai più dimenticato i sogni di quella notte, perché era diversa da ogni altra. Furono sogni strani, dominati dai colori che aveva visto da bambino.




Sognò i villaggi degli sciamani, la loro barba filiforme, gli impiastri che essi gli applicavano agli occhi, con gesti ripetuti e pronunziando formule incomprensibili. Lui si aspettava di tornare a vedere almeno un poco, almeno la forma delle cose, e invece non succedeva. Poco prima ci vedeva, pur sapendo di essere cieco, e adesso invece non accadeva più.

 

Non scorgeva più gli sciamani, non li sentiva, non avvertiva più le loro mani sopra i suoi occhi, né il fresco umido delle loro applicazioni. capì che le capanne erano vuote perché il suo passo risuonava sul pavimento di legno, e che gli sciamani se n’erano andati.

 

Lui era solo nel villaggio, a distanza immensa dal suo. Solo e cieco com’era non sarebbe tornato mai più perché in nessun modo avrebbe potuto recuperare la strada. Si svegliò di nuovo. Stavolta era giorno. Dieci volte tutte quelle cose sarebbero tornate nei nostri discorsi perché quello era uno dei giorni più ribaldi e disperati della sua esistenza; uno di quei giorni predatori e nefandi che calano dal cielo come un colpo di scure.




 Meditò se davvero gli sciamani erano capaci di guarire la cecità, o se era soltanto una favola. Tutta la mattina girandolò per l’isba inquieto e silenzioso. Quando sentì che il sole era al culmine, perché scaldava intensamente, prese il suo bastone e picchiando i gradini dell'isba e gli steccati dei cortili, raggiunse lentamente la casa di Anataj… 

(C. Sgorlon) 

 

Tutti i Tibetani credono che la morte sia l’inizio di un arduo percorso, pieno di pericoli, che l’uomo deve affrontare nell’intervallo che passerà fino alla sua prossima nuova reincarnazione nell’una o nell’altra delle sei categorie di esseri in cui lo porterà il suo viaggio. Le regioni che il defunto dovrà attraversare vengono descritte come i paesaggi familiari ai Tibetani.

 

Dovrà superare alte montagne lungo impervi burroni, attraversare a guado fiumi larghi e impetuosi, regioni aride e desertiche con, ovunque, demoni in agguato, come briganti. Devono dunque raccomandarsi a Dolma, la Protettrice dei viandanti...

 

Da persone pratiche, i Tibetani hanno il caritatevole pensiero di infondere forza al morente o al defunto, in vista del viaggio che si appresta ad intraprendere.




 Un’attenta lettura del Bar-do Thödol non mancherà di provocare, nel lettore, numerose riflessioni ispirate dai diversi episodi del singolare viaggio che l’autore di quest’opera fa fare al defunto disincarnato. Coloro che, per esempio, considerano che la somma delle cause generate dalle azioni di un individuo (il suo karma) abbia termine con la morte di questi e che non gli rimanga altro da fare che subire gli effetti provenienti da queste cause, sì stupiranno nel vedere il disincarnato fornito di una volontà che gli permette di decidere la propria sorte futura, senza apparentemente, tener conto del karma.

 

Avrà motivo di stupirsi anche per le occasioni da cogliere che si ripetono più volte nel corso del viaggio nel Bardo, come la ‘Liberazione’ dalle reincarnazioni, – il Nirvana – o come altre reincarnazioni felici.




Gli iniziati al rito del Bar-do dicono che le ripetizioni che si trovano non sono inutili e danno, a questo proposito, spiegazioni diverse di cui cercherò di condensare il senso. Per prima cosa occorre tener presente il continuo avvertimento dato all’ascoltatore del testo: il viaggio descritto nel Bar-do non è un viaggio reale, effettuato attraverso luoghi reali. Esso traduce in immagini i concetti che appaiono nella mente del defunto. A costui non è somministrato nessun “nuovo alimento”, egli ‘rumina’ semplicemente quelli, di tutti i tipi, che ha precedentemente ingerito.

 

Le ripetizioni che si trovano nel testo sottolineano che, nella memoria del defunto, i ricordi, i pensieri che lo spaventano, danno vita ad allucinazioni con differenti immagini. In breve, il viaggiatore è un ossessionato che gira e rigira nella propria mente una limitata gamma di impressioni. Questa è, almeno, una delle spiegazioni che mi è stata data. 

(David-Neel)




IL VIAGGIO 

 

Ora per i condannati Eretici cominciavano le vere difficoltà del Viaggio...”.

 

Da Mosca a Tomsk, per oltre tremila miglia, le condizioni di viaggio erano state più o meno europee; ma da quel momento in poi avremmo dovuto viaggiare esclusivamente su strada, strisciando da una stazione di sosta all’altra per brevi tappe. Nel terribile freddo siberiano, nel caldo torrido dell’estate, con qualsiasi tempo, indipendentemente dall’idoneità o meno della strada, da Tomsk vengono regolarmente inviati gruppi di un centinaio di prigionieri in giorni fissi della settimana, gruppi che consistono alternativamente in solo uomini e famiglie: uomini, donne e bambini.




La marcia giornaliera è una tappa che va dalle sedici alle venti miglia, e ogni terzo giorno è dedicato al riposo. A questo passo da tartaruga – in media circa tredici miglia al giorno – il lungo vagabondaggio dura molte settimane e mesi, nelle condizioni di vita più miserabili.

 

Nelle stanze umide delle stazioni dei convogli, la cui aria è carica di ogni cattivo odore immaginabile, i forzati giacciono stretti l’uno all’altro sulle nude assi dei due scaffali di legno inclinati, uno sopra l’altro, che servono da letti. . Questi brulicano invariabilmente di miriadi di parassiti; il sonno è probabilmente impossibile per metà della notte, e la mattina presto i prigionieri vengono condotti fuori per ricominciare la faticosa marcia.

 

Molto prima dell’alba il contingente criminale sarà schierato nel cortile, ad aspettare lì al freddo fino all’appello, e finalmente viene dato il segnale di partenza.




In testa al corteo marciano i criminali più anziani, per la maggior parte mascalzoni stagionati, gli “Ivan”. La maggior parte di loro ha già percorso questa strada più di una volta e conosce ogni ruscello e ogni bosco ceduo lungo la strada. Vanno a passo veloce, in ranghi serrati, e percorrono facilmente le loro quattro miglia all’ora, o anche di più. Dietro di loro gli altri criminali si trascinano faticosamente in gruppi irregolari separati da lunghi tratti di strada. Poi arrivano i carri con i malati, gli sfiniti e i bagagli; e infine gli ‘Eretici’ nelle retrovie, due o tre insieme su ciascun carro a un cavallo, sotto la responsabilità della loro scorta speciale.

 

…Abbiamo avuto molte occasioni, durante la nostra lunga marcia (per questo faticoso Viaggio o eretico Karma), di fare conoscenza con le persone le cui abitazioni sono lungo la grande strada maestra.

 

Ed in loro siamo rinati…




Spesso intorno a loro si percepiva una certa aria di comodità e benessere, e alcuni degli insediamenti più grandi avevano l’aspetto piacevole di una città di provincia...

 

Case spaziose, ben costruite, talvolta a più piani, decorate con intagli e dotate di siepi e cancelli ordinati, fiancheggiavano la strada a volte per diversi versti. Alle finestre si vedevano tende e vasi di fiori; le stanze erano spesso tappezzate e arredate in modo confortevole, a volte anche esposte il lusso dei mobili austriaci in legno curvato. Il bestiame, per quanto abbiamo potuto vedere, era più bello e meglio tenuto di quello usuale tra i contadini di ogni nazione terrena. 

(……)



 

Ad un Lama che aveva avuto, alla frontiera cino-tibetana, contatti con missionari cristiani, io posi questa domanda:

 

‘I Cristiani che seguono la religione di Issu (Gesù) andranno nel Bar-do?’.

 

‘Certamente’.

 

‘Ma essi non credono né agli Dei lamaici, né alle reincarnazioni, né a nulla di ciò che è descritto nel Bar-do Thödol’.

 

‘Essi andranno nel Bar-do, ma ciò che vedranno saranno Issu, angeli, demoni, il paradiso, l’inferno, etc.. Ritorneranno nella loro mente tutte le cose che sono state loro insegnate, alle quali hanno creduto. Faranno sorgere, davanti ad essi, visioni che li terrorizzeranno: il giudizio, i tormenti dell’inferno. Le immagini che popoleranno il sogno del loro viaggio e le immaginarie peripezie di costoro saranno diverse da quelle che conoscerà un Tibetano, ma sarà la stessa cosa. Le ‘memorie’ registrate nella vita dall’individuo, prenderanno forma e gli si presenteranno sotto un aspetto di quadri viventi e, un cristiano, come un tibetano, tenderà a considerare avvenimenti reali episodi che si succederanno solamente nella sua mente… 

(David-Neel)