domenica 15 novembre 2015
sabato 14 novembre 2015
lunedì 9 novembre 2015
JULES VERNE (3)
Precedenti capitoli:
Jules Verne (2/1)
Prosegue in:
Jules Verne (4)
...Ho riproposto a voi questo vecchio ed ‘antiquario’ pensare dire e
scrivere… forse il modo migliore per ‘velare’ ma non certo ciarlare molto più
di quanto in verità concesso da codesto immutato tempo, nell’apparente e
virtuale inganno dell’odierna informazione, del detto e tutto svelato senza
nulla alla verità aver rivelato. In nome di quella nulla di più viene espresso
dal potere, quarto o quinto che sia, di quanto ammesso e non concesso per
superiore motivo di Stato, & dall’editore unico in ‘verbo’ stampato e via
‘parabola’ dispensato & ciarlato circa il peccato in ‘monolitico’
invisibile Impero… rivelato… Governare dispensare e distribuire vasto potere
terreno, con l’aiuto e per conto dello Stato. Da non rimare al servo di ogni
Dio dai bagni e folla nutrito a rete globalizzato distribuito: vorrebbero
sfamare e dissetare ogni Spirito e martirio taciuto e smarrito al fondamento
della dottrina senza alcun Dio. Servi assistiti dallo ‘scriba’ il cui
millenario motivo frutto della casta cui asservito. E nessun’altro umano
ingegno azzardi motivo contrario al pennivendolo il quale urla lungo la via…la
piccola notizia.
Povero o ricco che esso sia il potere è cosa seria…
Cotal paradosso mi pare vera e sola ‘materia’ senza alcun Dio.
Senza alcuno Spirito.
…Certo, noi Spiriti di un Tempo più antico, ben-andanti al passo
d’altro e spirituale principio, sappiamo per il vero non aver nulla da spartire
codeste ‘grandi notizie’ con il Primo Eretico perfetto pensare e dire, giacché
si pensano e scrivono e talvolta anche dipingono…: buoni cristiani per nulla
dalla materia nutriti… Cosicché il contrariarli pare proprio ‘passo antico’ al
libero arbitrio di cui il nuovo Impero associato al sovrano pontificio cercare
ogni velato motivo contro il regno terreno ora fatto dio… & così di nuovo
assistito…
Per chi poco avvezzo alla Storia e conseguente Memoria prego vivamente
cambiar canale e connettersi alla TV via cavo o parabola satellitare, o ancor
meglio, all’illustre ciarlare spacciato per cultura statale, ed ora ci dicono
dispensato come luce, in quanto Dio a miglior partito a Pensione assistito
diviso fra un’onda ed una particella che ogni evento allieta. TV o altro
‘illuminato’ e similare intento i quali corrono veloci a formare la rete ove
ognuno convinto che Orwell è solo un sogno antico e mai esistito all’anno di
codesto antiquario articolo.
…Così non rendo omaggio alla casta la qual urla traguardo raggiunto
nella nuova favola… e mi par il caso,
non offendere neppure il Collodi di italico mito. Pinocchio qual
marionetta par cosa e teatro serio dal puparo gestito, burattini ed altri suoi
compari, infatti, allietavano piazza e più certo pensiero dei signori e villani
indistintamente nominati. Oggi, ugual burattini e pupari illuminano altri
accidenti. Ma non datevi preoccupazione! Lo scambio è così consumato e votato
per economica e superiore ragion di Stato. E sovente il carabiniere per ugual
monarchico principio in nome di un papa re, o altro regnante illuminato,
inquisiva baracca burattini e mai trova il puparo… Il prete e il fedele
scudiero presenziano come un tempo rinato il funerale cui il brigante è così
rimpianto…
…Di quanto (ed anche questo) non rivelato per economica o superiore
ragion di stato…, o peggio! Non concesso dall’interesse cui il probabile danno
nel danno giammai enunciato. Questo l’inganno del loro Tempo! Questo l’inganno
ora perfezionato o meglio ottimizzato alla precisione cui l’orologio e il fuso
orario convergono a globale intento e ‘caos’ giammai numerato nel giro del
mondo con padroni di Anime e destini all’ora dell’appuntamento quale vero e
solo economico traguardo. Giacché anche il ‘caos’ comporre scienza diviso fra
un batter d’ali di farfalla, principio di ogni Poesia nominata vita, & il
sisma di una guerra a cui tal volo non pare cosa gradita! Arcano intento alla
manifesta ed economica consistenza. E che Dio ci privi di siffatto ingegno ora
che vien detto e pregato anche il Dio a pensione di uno strano Impero unito
dalla materia convenuto e dalla borsa gestito. Tutto il resto è rima ed
inquisizione con l’aiuto di una ‘parabola’ dal satellite assistita… E che Dio
li benedica ora che si apprestano al sacro pellegrinaggio, cosicché, come il
Tempo rinato al comune fuso orario così volato (per la torre di controllo
dell’intelligente Compagnia pregasi non confondere con voli spiritualmente più
seri senza scalo e bussola cavalcioni di scope o strani animali anche loro
braccati dal diligente e fiero Polifemo di ogni retto volare dal mare fino al
cielo: saranno oggi come ieri dal satellite monitorati ed anche inquisiti in
nome del progresso… Ed anche del biglietto in classe economica non corrisposto
al dio mai nominato padrone del creato… L’addebito sarà richiesto in comode
rate alla carta sibillina del nuovo ed illuminato felice domani… Per le
condizioni economiche dell’offerta si
consulti il direttore del servizio commerciale al sito innominato: piano attico
ed elevato cui l’inganno nell’inganno perpetrato ad ugual aereo schiantato
dalla Compagnia raccomandato quale economico e vantaggioso motivo di Stato)
ogni peccato sarà perdonato. L’importante aver disponibilità del dio quattrino
e di mammona ad ogni ora, affinché lo stesso alla pensione della seconda detta
e gestita dell’eterno convento della vita, possa nutrire lieto evento, ed
anche, se pre-pagato, ‘miracolo’… Da chi benedetto e certificato rimane pur
sempre mistero pregato.
Chi non conviene a questo viene pregato di percorrere il mondo negli
ottant’anni previsti per il dovuto processo che la Santa Inquisizione Unita
dispensa quale lieta via. Quale globalizzata ragion di vita al Dio della
‘pensione’ cui la ‘materia’ appare cosa ormai certa visto la terrena esistenza.
Lo Spirito vien servito a dosi controllate attente e dovutamente monitorate
affinché la ‘pensione’ in cui servito non venga a soffrire e patirne uno strano
martirio. Affinché l’oste non rimembri quel vino offerto quale ultimo e pregato
sospiro… Dopo il dovuto scontrino al pellegrino offerto quale ultimo respiro,
giacché anche lui oste e servitore di dio quale uomo di spirito ed a ‘pensione’
nutrito.
Cosicché rintracciare quel pezzo di ‘binarioimancante’, di Primo Dio all’Albergo della vita
gestito in codesto viaggio e pellegrinaggio senza alcun Spirito ravviva il
ricordo di gnostico e più certo e lieto mito. Quando lo stesso (articolo) qui
riproposto alla vigilia, ma che dico, alla convergenza di interessi di tanti e
troppi stati, uniti da sorrisi ministeriali (negli inganni divenuti certi e
nuovi miracoli certificati) e divisi da misteri taciuti…(dopo la benedizione
offerta per l’Orwelliano domani)… Negli eterni intenti ‘risoluzioni’ &
‘alberghi’; più o meno divisi/uniti ‘interventisti’; più o meno
opposti/convergenti pacifisti; più o meno camuffati/sponsorizzati barattare e
vendere l’oggi confondere il domani; più o meno convenuti… o solo riservisti
richiamati… all’eterna conferenza senza oggi né domani! Ai soliti e decennali
appuntamenti occulti: sponsor invisibili & opposti principi, parlare
apportare dispensare pace & guerra… o futura guerra per la pace mai detta,
in nome di una strana diplomazia ed arcana economica scienza da tutti patita.
sabato 7 novembre 2015
JULES VERNE
Prosegue in:
Jules Verne (2)
Al cinquantasettesimo minuto
secondo la porta del salone si aprì e il pendolo non aveva battuto il
sessantesimo secondo, che Phileas Fogg comparve, seguito da una folla delirante
che aveva forzato l’ingresso del Club, e con la sua voce calma: ‘Eccomi, o
signori’, diss’egli…
Tutto questo avveniva alle…, sotto la cupola con i vetri azzurri
sorretta da venti colonne ioniche di porfido rosso del Reform Club di Londra. L’imperturbabile
gentiluomo londinese ritornava dopo 80 giorni esatti ad annunciare di aver
vinto l’audacissima scommessa in cui aveva arrischiato metà della sua fortuna,
contro i banchieri John Sullivan e Samuel Fallentin, l’ingegner Andrew Stuart,
Gualtiero Ralph, amministratore della Banca d’Inghilterra e il birraio Tommaso
Flanagan.
…O almeno si immagina avvenisse nell’episodio conclusivo del celebre romanzo
di Jules Verne che era uscito appunto in quell’anno. E lo spiritoso e
avvincente racconto del Verne non era tanto sorprendente per le prodezze del
signor Phileas Fogg e del suo domestico parigino Gianni Gambalesta, ex sergente
dei pompieri, quanto per il fatto che il piano di viaggio proposto dal Morning
Chronicle era, più o meno, praticamente realizzabile: da una dozzina di anni
era aperto alla navigazione il Canale di Suez, nel 1867 era stato inaugurato il
collegamento ferroviario transamericano dell’Atlantico al Pacifico, nello
stesso 1872 era stato realizzato il collegamento dei due tronchi del ‘Great
Indian Peninsular Railway’ da Bombay a Calcutta, regolari servizi marittimi
celeri con i moderni ‘pacchetti a eliche’ univano l’Europa all'America,
l'America all’Asia, l’Asia all’Europa.
Il vapore e il telegrafo avevano unificato il mondo.
Se oggi possiamo sorridere dell’entusiasmo di Verne e dei suoi contemporanei
per i Cunarder che valicavano l’Atlantico alla velocità di 11 miglia marine all’ora,
o degli espressi con carrozze-letto che attraversavano l’America in una
settimana, v’è da dubitare se il passo più grande in materia di celerità di
comunicazioni, con tutto quel che consegue nell’assetto del mondo e della vita,
l’umanità l’abbia fatto dall’epoca del viaggio di Phileas Fogg alla nostra dell’aereo
supersonico, o non piuttosto nei trenta o quarant’anni che precedettero e che videro
l’instaurarsi della civiltà del vapore.
In quegli anni la macchina del progresso tecnico ha iniziato una fase di
movimento a velocità progressivamente crescente. E il momento della partenza è
sempre quello che richiede le maggiori energie e suscita le più intense
emozioni. Ecco perché l’eccentrico gentiluomo inglese che non viaggiava, descriveva
soltanto una circonferenza, era un corpo grave che percorreva un’orbita intorno
al globo terrestre secondo le leggi della meccanica razionale più che un remoto
antenato, ci sembra un nostro fratello, di poco più anziano, con le idee un
pochino antiquate e soprattutto dotato di una dose di ottimismo superiore alle
nostre abitudini.
Questo educato gentiluomo, nel romanzo stesso più simbolo che personaggio,
che parte per il giro del mondo armato soltanto d’un makintosh, del Bradshaw
(orario e guida generale delle ferrovie continentali e dei battelli a vapore),
di un fascio di banconote della Banca d’Inghilterra e della serena certezza che
l’imprevisto non esiste, rappresenta bene l’entusiastico ottimismo del suo
tempo, la convinzione che il mondo camminasse con l’ordinata regolarità di un espresso
transcontinentale, su una linea verso l’avvenire che bastava prolungare all’infinito,
aggiungendo con concorde operosità sempre nuovi tratti di binari rilucenti...
La prima volta che venne
circondata tutta la balla del mondo, per dirla con il Ramusio, fu soltanto poco
più di quattro secoli, fa’. Fu una impresa grande e tragica che procurò al suo
sfortunato protagonista fama di essere stato il più grande navigatore di tutti
i tempi.
Ferdinando Magellano,
portoghese, era partito con navi spagnole e al servizio della Spagna il 20
settembre 1519 dal porto di San Lucar di Barrameda. Diciannove mesi dopo il
capitano generale moriva in combattimento all’isola di Mactan. E appena il 6
settembre 1522, una sola delle cinque navi della spedizione, la Victoria, un
guscio di noce, con a bordo diciotto superstiti dei 239 marinai e ufficiali
partiti, ritornava al porto di San Lucar guidati da Sebastiano del Cano.
Il viaggio era durato poco meno
di tre anni ed era stato compiuto seguendo il cammino del sole, da oriente verso occidente, seguendo la costa dell’America
meridionale, percorrendo lo stretto che porta ancora il nome del valoroso
capitano generale, attraversando l’Oceano Pacifico e riguadagnando l’Europa
dopo aver doppiato il Capo di Buona Speranza.
La spedizione, che fu
probabilmente la più importante impresa geografica dopo la prima navigazione di
Colombo, diede, a conti fatti, anche un utile commerciale. I 533 quintali di
garofani portati in Spagna, nella stiva della Victoria, dalle isole delle
spezie, bastarono a ripagare, con ampio margine, le perdite di beni e di navi. Fra
i 18 superstiti della Victoria v’era anche quell’Antonio Pigafetta, patrizio vicentino
e cavalier di Rodi, che diè conto per iscritto del viaggio notando anche il
singolare fenomeno dello spostamento della data, che permise al Verne di
architettare il finale a sorpresa del suo romanzo e al suo eroe di vincere la
grossa scommessa che l’ottusa solerzia del poliziotto sembrava avergli fatto
perdere per dieci minuti.
Giunto alle Isole di Capo Verde il Pigafetta, che aveva compiuto il
giro del globo verso occidente, si accorse che il calendario di bordo era in
ritardo di un giorno rispetto a quello degli isolani.
‘Incaricammo i nostri del battello di chiedere, quando andavano a
terra, che giorno fosse: e ci dissero che per i Portoghesi era giovedì. Ci
meravigliammo molto perché per noi era mercoledì e non potevamo capire come mai
avessimo errato...’.
Se oggi a qualche altro gentiluomo libero di disporre del suo tempo come
Fogg venisse in capo di seguirne le orme, percorrendone lo stesso itinerario
per mare e per ferrovia, non v’è dubbio che porterebbe a termine la sua impresa
in un tempo alquanto inferiore.
Per la sua traversata dell’Atlantico da Nuova York all’Inghilterra il piano
di viaggio di ottant’anni fa prevedeva dieci giorni, mentre poche settimane fa’
il transatlantico americano United States ha conquistato il Nastro Azzurro
attraversando l’Atlantico in tre giorni, dieci ore e 40 primi. Infinitamente
minor tempo impiegherebbe poi se, fedele allo spirito di Fogg, usasse dei mezzi
più veloci del suo tempo.
Il signor Tom Lamphier, nel 1949, ha compiuto il giro del mondo servendosi
di aerei di linea in 4 giorni, 23 ore e 47 minuti. Tom ha seguito più o meno l’itinerario
del gentiluomo britannico: Londra-Siria-India-Hong-Kong-Tokio-San
Francisco-Nuova York-Londra, volando per 35.488 Km sui clippers della
Panamerican e della United Air Lines.
Oggi chi volesse provarsi ad imitare Tom Lamphier impiegherebbe cinque
giorni e 22 ore, via Manila, perché le compagnie aeree hanno allargato i tempi
di sosta agli aeroporti. Il viaggio costerebbe 1700 dollari: una bella
sommetta, ma certo di molto inferiore alle 19.000 sterline profuse da Fogg, per
portare a termine il suo viaggio. Se
poi si trovasse qualcuno disposto a ripetere esattamente il cammino e le
avventure di Fogg e del fido Gambalesta, incontrerebbe serie difficoltà
organizzative non fosse altro nel trovare indiani Sioux disposti ad attaccare l’espresso
intercontinentale e yankees che gli offrano di attraversare la prateria in
slitta a vela....
sabato 31 ottobre 2015
FERNAO MENDES PINTO
Prosegue in:
Altri prigionieri e morti giù nella stiva...
Il….. venne distrutta nel corso della conquista, fra le fiamme degli
incendi e il fetore della morte, ‘una delle più belle culture del mondo’.
La vita azteca, tuttavia, non trapassò immediatamente in una sorta di limbo
culturale. La vita in quanto continuità biologica, proseguì. Le abitudini degli
uomini sono difficili da cambiare: il cibo e la sua preparazione, le attività
artigiane continuarono, e, allo stesso modo, vasti e attivi rimasero i mercati.
Ma i tributi provenienti a dorso di portatore, dai villaggi sottomessi di
regioni come il Guatemala, furono ormai solo quelli richiesti dai
conquistatori.
Gli uccelli che un tempo fornivano le sgargianti penne per i costumi e
gli scudi di guerra non li voleva più nessuno. Così, tra i primi articoli a
scomparire dai mercati reali furono le penne del Quetzal. Membro della famiglia
dei trogonidi, questo uccello, famoso per le splendide penne caudali verde-oro
misuranti un metro di lunghezza, viveva, e vive, nelle foreste pluviali
centro-americane, in una regione compresa fra il Messico meridionale e,
attraverso il Chiriquì, il Panamà settentrionale. Delle 75.632 specie di
uccelli classificate dai naturalisti, il Quetzal è forse la specie in assoluto
più magnifica. Questo
uccello ha una lunga storia di associazione coll’uomo delle Americhe; una
storia che rimonta agli Olmechi, il popolo della gomma, di secoli precedenti
i più noti Maya.
Penne di Quetzal erano scolpite come motivo di
decorazione architettonica, mentre le penne vere fungevano da simbolo di
distinzione per vari tipi di elaborati copricapi. Gli Aztechi lo chiamavano
'quetzaltolotl', ed è possibile che esso vivesse in cattività, con altri
uccelli, nelle uccelliere reali, che fornivano ai tessitori di mosaici di piume
le penne della muta. Il Quetzal era anche un articolo di tributo.
L’elenco azteco dei tributi a
noi conservato riporta 371 villaggi tenuti a rendere un tributo annuo alla
capitale messicana di Tenochtitlàn, e, fra questi, molti sono quelli obbligati
a fornire una quantità enorme di penne caudali di quetzal. Nell’antica
mitologia azteca fu associato al serpente, e ne nacque Quetzalcoatl, il
‘Serpente piumato’, cioè il Dio del cielo, superiore a tutte le divinità. Il
mito diventò leggenda. Col tempo, sviluppandosi il tema, il dio del cielo fu
immaginato di pelle bianca; poi si narrò che, adirato per la condotta del suo
popolo, il Dio era salpato verso oriente su una zattera, giurando che sarebbe
tornato per ‘Ce Actl’ ossia, secondo il calendario azteco, nel 1519.
Ora avvenne che Cortés
arrivasse coi suoi armati proprio alla data fissata da ‘Quetzalcoatl’ per il
proprio ritorno; e così, sfruttando la serie di coincidenze (malefiche), Cortés
poté gettare una testa di ponte, cinquecento
uomini contro migliaia!, che, col tempo, avrebbe non solo distrutto le civiltà
maya e azteca, ma altresì avviato la completa conquista dei due continenti
americani. Tutto in base ad un equivoco, che fece intendere a Montezuma (nipote
del primo Montezuma, detto l’‘Irato’) l’annunziato ritorno del ‘Sepente
Piumato’.
(Victor Von Hagen, Alla ricerca
del sacro Quetzal)
Le nostre merci erano molte, e le nostre navi così cariche che tutti i
giorni ci incagliavamo due o tre volte sui bassifondi scogliosi: i quali in
alcuni punti misuravano quattro o cinque leghe ed erano circondati da banchi di
arena così bassi che osavamo veleggiare soltanto in pieno giorno e sempre con
lo scandaglio in mano. Per questa ragione, decidemmo di non fare nulla prima di
esserci liberati di tutto il bottino che portavamo con noi, e Antonio de Faria
non si preoccupava d’altro se non di trovare un porto ove poterlo
vendere. E guidandoci il nostro
capitano per dare effetto a questa comune volontà, dovemmo faticare quasi tutta
quella notte con le gomene di rimorchio per risalire il fiume perché la forza
della corrente era tale che ci ricacciava indietro.
Mentre eravamo così affaccendati e con la coperta tutta ingombra di
gomene e di cavi al punto che quasi non riuscivamo a muoverci, vedemmo spuntare
dal fiume due grosse giunche, con castelli posticci a poppa e a prua, tende di
seta, e tutte pavesate con bandiere dipinte di rosso e di nero, che davano loro
un aspetto molto bellicoso, tenendosi accostate l’una all’altra per meglio
concentrare le loro forze, ci attaccarono in modo così improvviso, che non
avemmo alcun tempo di prepararci e fummo costretti a mollare in mare gomene e
cavi così come si trovavano, per approntare le artiglierie ch’erano ciò che in
quel momento ci serviva di più. Le due giunche ci furono
addosso in un momento con alte grida, rullar di tamburi e scampanii: la prima
salva da tre con la quale ci accolsero fu di ventisei pezzi d’artiglieria di
cui nove erano falconetti e cortane; da ciò comprendemmo subito trattarsi di gente
dell’altra costa di Malacca, ed il fatto ci turbò un poco. Antonio de Faria che
sapeva il fatto suo, vedendole giungere incatenate comprese subito le loro
intenzioni e puntò verso il largo, sia per avere il tempo di prepararsi, sia
per far loro comprendere chi eravamo.
Anche i nemici, tuttavia, erano esperti della loro arte, e per non
farsi sfuggire la preda dalle mani staccarono l’una dall’altra le due giunche
per poterci meglio colpire, e come furono presso di noi ci abbordarono subito,
lanciandoci addosso una spaventevole pioggia di frecce. Antonio de Faria si
ritirò sotto il cassero assieme ai 25 soldati ch’erano nella sua giunca, e ad
altri dieci o dodici schiavi e marinai tenendo a bada i corsari per circa
mezz’ora con colpi d’archibugio, fino a quando essi ebbero consumate tutte le
frecce; queste però erano sì abbondanti che infiorarono tutta la coperta.
Infine i più coraggiosi di loro, in numero di 40, decisero di portare a
termine ciò che avevano iniziato, e saltarono dentro la nostra giunca, con
l’intenzione d'impadronirsi della prua. Il nostro capitano fu così
costretto a riceverli, e impegnandoci tutti di buona lena, si accese una
mischia così furibonda che, nel tempo di dire poco più di tre credi, il nostro
capo fu così ben servito che dei 40 ne uccidemmo 26, mentre gli altri si
gettarono in mare. Allora i nostri, per trar partito dalla vittoria concessaci
dalla mano di Dio, si lanciarono in venti nella loro giunca, ove non trovarono
molta resistenza dato che i più valenti erano morti, uccidendo a destra e a
sinistra tutti quelli che incontravano. Fu poi necessario salvare la vita a
quelli che s’eran gettati in mare, non essendovi braccia sufficienti per
tante navi. Appena fatto ciò Antonio de Faria si affrettò a porger soccorso a
Cristoforo Borralo che era alle prese con l’altra giunca, e stava assai
dubbioso della vittoria, ché la maggior parte dei suoi uomini erano rimasti
feriti. Ma piacque al Signore che al nostro arrivo i nemici si gettassero in
mare, ove la maggior parte annegò ed entrambe le giunche caddero così in
nostre mani.
Improvvisamente, Cristoforo Borralho si mise a gridare dall’altra
giunca dove si trovava: ‘Capitano, capitano, venite ad aiutarci, che abbiamo
più carne al fuoco di quanta se ne possa mangiare!’. Allora Antonio de
Faria saltò subito dentro la giunca con quindici o sedici soldati e gli chiese
cosa stesse succedendo. Borralho gli rispose che aveva udito a prua il vociare
di molte persone che dovevano essersi nascoste, e Faria, avvicinandosi con
tutti i soldati che aveva con sé fece aprire il boccaporto. Si udirono allora
prorompere dal fondo altissime grida di: ‘Signore Iddio misericordioso!’.
Assieme a sì spaventose urla e pianti da sembrare un fatto di magia. Il
capitano, alquanto intimorito si accostò allora alla bocca della stiva con
alcuni dei nostri, e vide un gran numero di prigionieri distesi sul fondo;
non potendo ancora credere a ciò che i suoi occhi avevano visto, ordinò che
qualcuno scendesse a vedere di che si trattasse. Due dell’equipaggio
obbedirono subito e portarono in coperta 17 cristiani, fra i quali v’erano
due portoghesi, cinque bambini, due giovinetti ed otto giovani, tutti ridotti
in condizioni così pietose che era uno strazio guardarli. Dopo di ciò fu
chiesto a uno dei due portoghesi di chi fossero quei bambini, come fossero
caduti nelle mani di quel pirata e come quest’ultimo si chiamasse. Egli rispose che il pirata
aveva due nomi, uno cristiano e l’altro pagano: il secondo era Necodà Xicaulem,
mentre quello cristiano era Francesco de Saa...
...Quel nome lo portava da cinque
anni e cioè da quando s’era fatto cristiano a Malacca. Il capitano della
fortezza era a quel tempo Francesco de Saa, ed essendo egli stato padrino al
battesimo gli aveva imposto quel nome e l’aveva anche sposato con una meticcia
orfana, che era una donna assai per bene e figlia di un portoghese di
buon casato, al fine di aiutarlo ad accostumarsi a quel paese. Nell’anno 1534,
mentre andava in Cina con una grossa giunca, sulla quale trasportava anche sua
moglie e venti fra i più nobili e ricchi portoghesi della fortezza, giunto
all’isola di Pullo Catan, si fermò per rifornirsi d’acqua, con l’intenzione di
proseguire poi per il porto di Chincheo.
Ivi erano da due giorni, allorché essendo l’equipaggio tutto suo e
cinese come lui, una notte ordinò loro di sollevarsi: vennero così uccisi a
coltellate tutti i portoghesi e i loro figli mentre stavano dormendo e nessuno
che fosse cristiano venne lasciato in vita. Ordinò quindi alla moglie da farsi
pagana e di adorare un idolo custodito in uno scrigno da uno dei suoi uomini,
divisando di darla in...
...moglie a quest’ultimo, una volta che fosse libera dalla legge cristiana. In cambio avrebbe avuto una sorella di quest’uomo che viaggiava sulla stessa nave, e che era pagana e cinese come lui. Ma poiché non volle adorare l’idolo né acconsentire a tutto ciò che egli chiedeva, quel cane le diede una sciabolata in testa facendole schizzare fuori il cervello.
...moglie a quest’ultimo, una volta che fosse libera dalla legge cristiana. In cambio avrebbe avuto una sorella di quest’uomo che viaggiava sulla stessa nave, e che era pagana e cinese come lui. Ma poiché non volle adorare l’idolo né acconsentire a tutto ciò che egli chiedeva, quel cane le diede una sciabolata in testa facendole schizzare fuori il cervello.
Partitosi da quel luogo s’era recato a Liampo per far commercio e,
temendo di ritornare a Platane a causa dei portoghesi che colà si trovavano, se
ne andò a svernare in Siam. Tornato l’anno seguente a Chincheo, s’era
impadronito d’una piccola giunca che proveniva dalla Sonda, uccidendo tutti i
dieci portoghesi che l’occupavano. E poiché era già corsa voce su tutta la
costa del male che ci aveva arrecato, temendo d’imbattersi nelle nostre forze,
se n’era venuto in questa insenatura della Cocincia, per vendere la sua merce
come mercante e per assalire le navi come corsaro, ogni qualvolta gli si
presentasse un’occasione propizia. Già da tre anni aveva scelto quel fiume per
le sue scorrerie, poiché vi si sentiva al sicuro da noi, dacché le nostre navi
non erano solite far commercio nei porti di quell’insenatura e dell’isola di
Hainan.
(Fernao
Mendes Pinto, Peregrinacao)
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