IL GRASSO LEGNAIUOLO

IL GRASSO LEGNAIUOLO
& UN MONDO PERDUTO

lunedì 9 novembre 2015

JULES VERNE (3)



















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Jules Verne (2/1)

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Jules Verne (4)














...Ho riproposto a voi questo vecchio ed ‘antiquario’ pensare dire e scrivere… forse il modo migliore per ‘velare’ ma non certo ciarlare molto più di quanto in verità concesso da codesto immutato tempo, nell’apparente e virtuale inganno dell’odierna informazione, del detto e tutto svelato senza nulla alla verità aver rivelato. In nome di quella nulla di più viene espresso dal potere, quarto o quinto che sia, di quanto ammesso e non concesso per superiore motivo di Stato, & dall’editore unico in ‘verbo’ stampato e via ‘parabola’ dispensato & ciarlato circa il peccato in ‘monolitico’ invisibile Impero… rivelato… Governare dispensare e distribuire vasto potere terreno, con l’aiuto e per conto dello Stato. Da non rimare al servo di ogni Dio dai bagni e folla nutrito a rete globalizzato distribuito: vorrebbero sfamare e dissetare ogni Spirito e martirio taciuto e smarrito al fondamento della dottrina senza alcun Dio. Servi assistiti dallo ‘scriba’ il cui millenario motivo frutto della casta cui asservito. E nessun’altro umano ingegno azzardi motivo contrario al pennivendolo il quale urla lungo la via…la piccola notizia.
Povero o ricco che esso sia il potere è cosa seria…
Cotal paradosso mi pare vera e sola ‘materia’ senza alcun Dio.
Senza alcuno Spirito. 




…Certo, noi Spiriti di un Tempo più antico, ben-andanti al passo d’altro e spirituale principio, sappiamo per il vero non aver nulla da spartire codeste ‘grandi notizie’ con il Primo Eretico perfetto pensare e dire, giacché si pensano e scrivono e talvolta anche dipingono…: buoni cristiani per nulla dalla materia nutriti… Cosicché il contrariarli pare proprio ‘passo antico’ al libero arbitrio di cui il nuovo Impero associato al sovrano pontificio cercare ogni velato motivo contro il regno terreno ora fatto dio… & così di nuovo assistito…
Per chi poco avvezzo alla Storia e conseguente Memoria prego vivamente cambiar canale e connettersi alla TV via cavo o parabola satellitare, o ancor meglio, all’illustre ciarlare spacciato per cultura statale, ed ora ci dicono dispensato come luce, in quanto Dio a miglior partito a Pensione assistito diviso fra un’onda ed una particella che ogni evento allieta. TV o altro ‘illuminato’ e similare intento i quali corrono veloci a formare la rete ove ognuno convinto che Orwell è solo un sogno antico e mai esistito all’anno di codesto antiquario articolo.
…Così non rendo omaggio alla casta la qual urla traguardo raggiunto nella nuova favola… e mi par il caso,  non offendere neppure il Collodi di italico mito. Pinocchio qual marionetta par cosa e teatro serio dal puparo gestito, burattini ed altri suoi compari, infatti, allietavano piazza e più certo pensiero dei signori e villani indistintamente nominati. Oggi, ugual burattini e pupari illuminano altri accidenti. Ma non datevi preoccupazione! Lo scambio è così consumato e votato per economica e superiore ragion di Stato. E sovente il carabiniere per ugual monarchico principio in nome di un papa re, o altro regnante illuminato, inquisiva baracca burattini e mai trova il puparo… Il prete e il fedele scudiero presenziano come un tempo rinato il funerale cui il brigante è così rimpianto…




…Di quanto (ed anche questo) non rivelato per economica o superiore ragion di stato…, o peggio! Non concesso dall’interesse cui il probabile danno nel danno giammai enunciato. Questo l’inganno del loro Tempo! Questo l’inganno ora perfezionato o meglio ottimizzato alla precisione cui l’orologio e il fuso orario convergono a globale intento e ‘caos’ giammai numerato nel giro del mondo con padroni di Anime e destini all’ora dell’appuntamento quale vero e solo economico traguardo. Giacché anche il ‘caos’ comporre scienza diviso fra un batter d’ali di farfalla, principio di ogni Poesia nominata vita, & il sisma di una guerra a cui tal volo non pare cosa gradita! Arcano intento alla manifesta ed economica consistenza. E che Dio ci privi di siffatto ingegno ora che vien detto e pregato anche il Dio a pensione di uno strano Impero unito dalla materia convenuto e dalla borsa gestito. Tutto il resto è rima ed inquisizione con l’aiuto di una ‘parabola’ dal satellite assistita… E che Dio li benedica ora che si apprestano al sacro pellegrinaggio, cosicché, come il Tempo rinato al comune fuso orario così volato (per la torre di controllo dell’intelligente Compagnia pregasi non confondere con voli spiritualmente più seri senza scalo e bussola cavalcioni di scope o strani animali anche loro braccati dal diligente e fiero Polifemo di ogni retto volare dal mare fino al cielo: saranno oggi come ieri dal satellite monitorati ed anche inquisiti in nome del progresso… Ed anche del biglietto in classe economica non corrisposto al dio mai nominato padrone del creato… L’addebito sarà richiesto in comode rate alla carta sibillina del nuovo ed illuminato felice domani… Per le condizioni economiche dell’offerta  si consulti il direttore del servizio commerciale al sito innominato: piano attico ed elevato cui l’inganno nell’inganno perpetrato ad ugual aereo schiantato dalla Compagnia raccomandato quale economico e vantaggioso motivo di Stato) ogni peccato sarà perdonato. L’importante aver disponibilità del dio quattrino e di mammona ad ogni ora, affinché lo stesso alla pensione della seconda detta e gestita dell’eterno convento della vita, possa nutrire lieto evento, ed anche, se pre-pagato, ‘miracolo’… Da chi benedetto e certificato rimane pur sempre mistero pregato.




Chi non conviene a questo viene pregato di percorrere il mondo negli ottant’anni previsti per il dovuto processo che la Santa Inquisizione Unita dispensa quale lieta via. Quale globalizzata ragion di vita al Dio della ‘pensione’ cui la ‘materia’ appare cosa ormai certa visto la terrena esistenza. Lo Spirito vien servito a dosi controllate attente e dovutamente monitorate affinché la ‘pensione’ in cui servito non venga a soffrire e patirne uno strano martirio. Affinché l’oste non rimembri quel vino offerto quale ultimo e pregato sospiro… Dopo il dovuto scontrino al pellegrino offerto quale ultimo respiro, giacché anche lui oste e servitore di dio quale uomo di spirito ed a ‘pensione’ nutrito. 
Cosicché rintracciare quel pezzo di ‘binarioimancante’, di Primo Dio all’Albergo della vita gestito in codesto viaggio e pellegrinaggio senza alcun Spirito ravviva il ricordo di gnostico e più certo e lieto mito. Quando lo stesso (articolo) qui riproposto alla vigilia, ma che dico, alla convergenza di interessi di tanti e troppi stati, uniti da sorrisi ministeriali (negli inganni divenuti certi e nuovi miracoli certificati) e divisi da misteri taciuti…(dopo la benedizione offerta per l’Orwelliano domani)… Negli eterni intenti ‘risoluzioni’ & ‘alberghi’; più o meno divisi/uniti ‘interventisti’; più o meno opposti/convergenti pacifisti; più o meno camuffati/sponsorizzati barattare e vendere l’oggi confondere il domani; più o meno convenuti… o solo riservisti richiamati… all’eterna conferenza senza oggi né domani! Ai soliti e decennali appuntamenti occulti: sponsor invisibili & opposti principi, parlare apportare dispensare pace & guerra… o futura guerra per la pace mai detta, in nome di una strana diplomazia ed arcana economica scienza da tutti patita.



















sabato 7 novembre 2015

JULES VERNE


















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Jules Verne (2)














 Al cinquantasettesimo minuto secondo la porta del salone si aprì e il pendolo non aveva battuto il sessantesimo secondo, che Phileas Fogg comparve, seguito da una folla delirante che aveva forzato l’ingresso del Club, e con la sua voce calma: ‘Eccomi, o signori’, diss’egli…

Tutto questo avveniva alle…, sotto la cupola con i vetri azzurri sorretta da venti colonne ioniche di porfido rosso del Reform Club di Londra. L’imperturbabile gentiluomo londinese ritornava dopo 80 giorni esatti ad annunciare di aver vinto l’audacissima scommessa in cui aveva arrischiato metà della sua fortuna, contro i banchieri John Sullivan e Samuel Fallentin, l’ingegner Andrew Stuart, Gualtiero Ralph, amministratore della Banca d’Inghilterra e il birraio Tommaso Flanagan.
…O almeno si immagina avvenisse nell’episodio conclusivo del celebre romanzo di Jules Verne che era uscito appunto in quell’anno. E lo spiritoso e avvincente racconto del Verne non era tanto sorprendente per le prodezze del signor Phileas Fogg e del suo domestico parigino Gianni Gambalesta, ex sergente dei pompieri, quanto per il fatto che il piano di viaggio proposto dal Morning Chronicle era, più o meno, praticamente realizzabile: da una dozzina di anni era aperto alla navigazione il Canale di Suez, nel 1867 era stato inaugurato il collegamento ferroviario transamericano dell’Atlantico al Pacifico, nello stesso 1872 era stato realizzato il collegamento dei due tronchi del ‘Great Indian Peninsular Railway’ da Bombay a Calcutta, regolari servizi marittimi celeri con i moderni ‘pacchetti a eliche’ univano l’Europa all'America, l'America all’Asia, l’Asia all’Europa.
Il vapore e il telegrafo avevano unificato il mondo.




Se oggi possiamo sorridere dell’entusiasmo di Verne e dei suoi contemporanei per i Cunarder che valicavano l’Atlantico alla velocità di 11 miglia marine all’ora, o degli espressi con carrozze-letto che attraversavano l’America in una settimana, v’è da dubitare se il passo più grande in materia di celerità di comunicazioni, con tutto quel che consegue nell’assetto del mondo e della vita, l’umanità l’abbia fatto dall’epoca del viaggio di Phileas Fogg alla nostra dell’aereo supersonico, o non piuttosto nei trenta o quarant’anni che precedettero e che videro l’instaurarsi della civiltà del vapore.
In quegli anni la macchina del progresso tecnico ha iniziato una fase di movimento a velocità progressivamente crescente. E il momento della partenza è sempre quello che richiede le maggiori energie e suscita le più intense emozioni. Ecco perché l’eccentrico gentiluomo inglese che non viaggiava, descriveva soltanto una circonferenza, era un corpo grave che percorreva un’orbita intorno al globo terrestre secondo le leggi della meccanica razionale più che un remoto antenato, ci sembra un nostro fratello, di poco più anziano, con le idee un pochino antiquate e soprattutto dotato di una dose di ottimismo superiore alle nostre abitudini.




Questo educato gentiluomo, nel romanzo stesso più simbolo che personaggio, che parte per il giro del mondo armato soltanto d’un makintosh, del Bradshaw (orario e guida generale delle ferrovie continentali e dei battelli a vapore), di un fascio di banconote della Banca d’Inghilterra e della serena certezza che l’imprevisto non esiste, rappresenta bene l’entusiastico ottimismo del suo tempo, la convinzione che il mondo camminasse con l’ordinata regolarità di un espresso transcontinentale, su una linea verso l’avvenire che bastava prolungare all’infinito, aggiungendo con concorde operosità sempre nuovi tratti di binari rilucenti...




La prima volta che venne circondata tutta la balla del mondo, per dirla con il Ramusio, fu soltanto poco più di quattro secoli, fa’. Fu una impresa grande e tragica che procurò al suo sfortunato protagonista fama di essere stato il più grande navigatore di tutti i tempi.
Ferdinando Magellano, portoghese, era partito con navi spagnole e al servizio della Spagna il 20 settembre 1519 dal porto di San Lucar di Barrameda. Diciannove mesi dopo il capitano generale moriva in combattimento all’isola di Mactan. E appena il 6 settembre 1522, una sola delle cinque navi della spedizione, la Victoria, un guscio di noce, con a bordo diciotto superstiti dei 239 marinai e ufficiali partiti, ritornava al porto di San Lucar guidati da Sebastiano del Cano.
Il viaggio era durato poco meno di tre anni ed era stato compiuto seguendo il cammino del sole, da oriente  verso occidente, seguendo la costa dell’America meridionale, percorrendo lo stretto che porta ancora il nome del valoroso capitano generale, attraversando l’Oceano Pacifico e riguadagnando l’Europa dopo aver doppiato il Capo di Buona Speranza.




La spedizione, che fu probabilmente la più importante impresa geografica dopo la prima navigazione di Colombo, diede, a conti fatti, anche un utile commerciale. I 533 quintali di garofani portati in Spagna, nella stiva della Victoria, dalle isole delle spezie, bastarono a ripagare, con ampio margine, le perdite di beni e di navi. Fra i 18 superstiti della Victoria v’era anche quell’Antonio Pigafetta, patrizio vicentino e cavalier di Rodi, che diè conto per iscritto del viaggio notando anche il singolare fenomeno dello spostamento della data, che permise al Verne di architettare il finale a sorpresa del suo romanzo e al suo eroe di vincere la grossa scommessa che l’ottusa solerzia del poliziotto sembrava avergli fatto perdere per dieci minuti.
Giunto alle Isole di Capo Verde il Pigafetta, che aveva compiuto il giro del globo verso occidente, si accorse che il calendario di bordo era in ritardo di un giorno rispetto a quello degli isolani.
‘Incaricammo i nostri del battello di chiedere, quando andavano a terra, che giorno fosse: e ci dissero che per i Portoghesi era giovedì. Ci meravigliammo molto perché per noi era mercoledì e non potevamo capire come mai avessimo errato...’.




Se oggi a qualche altro gentiluomo libero di disporre del suo tempo come Fogg venisse in capo di seguirne le orme, percorrendone lo stesso itinerario per mare e per ferrovia, non v’è dubbio che porterebbe a termine la sua impresa in un tempo alquanto inferiore.
Per la sua traversata dell’Atlantico da Nuova York all’Inghilterra il piano di viaggio di ottant’anni fa prevedeva dieci giorni, mentre poche settimane fa’ il transatlantico americano United States ha conquistato il Nastro Azzurro attraversando l’Atlantico in tre giorni, dieci ore e 40 primi. Infinitamente minor tempo impiegherebbe poi se, fedele allo spirito di Fogg, usasse dei mezzi più veloci del suo tempo.
Il signor Tom Lamphier, nel 1949, ha compiuto il giro del mondo servendosi di aerei di linea in 4 giorni, 23 ore e 47 minuti. Tom ha seguito più o meno l’itinerario del gentiluomo britannico: Londra-Siria-India-Hong-Kong-Tokio-San Francisco-Nuova York-Londra, volando per 35.488 Km sui clippers della Panamerican e della United Air Lines.




Oggi chi volesse provarsi ad imitare Tom Lamphier impiegherebbe cinque giorni e 22 ore, via Manila, perché le compagnie aeree hanno allargato i tempi di sosta agli aeroporti. Il viaggio costerebbe 1700 dollari: una bella sommetta, ma certo di molto inferiore alle 19.000 sterline profuse da Fogg, per portare a termine il suo viaggio. Se poi si trovasse qualcuno disposto a ripetere esattamente il cammino e le avventure di Fogg e del fido Gambalesta, incontrerebbe serie difficoltà organizzative non fosse altro nel trovare indiani Sioux disposti ad attaccare l’espresso intercontinentale e yankees che gli offrano di attraversare la prateria in slitta a vela....
















sabato 31 ottobre 2015

FERNAO MENDES PINTO




































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Altri prigionieri e morti giù nella stiva...













Il…..  venne distrutta nel corso della conquista, fra le fiamme degli incendi e il fetore della morte, ‘una delle più belle culture del mondo’.
La vita azteca, tuttavia, non trapassò immediatamente in una sorta di limbo culturale. La vita in quanto continuità biologica, proseguì. Le abitudini degli uomini sono difficili da cambiare: il cibo e la sua preparazione, le attività artigiane continuarono, e, allo stesso modo, vasti e attivi rimasero i mercati. Ma i tributi provenienti a dorso di portatore, dai villaggi sottomessi di regioni come il Guatemala, furono ormai solo quelli richiesti dai conquistatori.
Gli uccelli che un tempo fornivano le sgargianti penne per i costumi e gli scudi di guerra non li voleva più nessuno. Così, tra i primi articoli a scomparire dai mercati reali furono le penne del Quetzal. Membro della famiglia dei trogonidi, questo uccello, famoso per le splendide penne caudali verde-oro misuranti un metro di lunghezza, viveva, e vive, nelle foreste pluviali centro-americane, in una regione compresa fra il Messico meridionale e, attraverso il Chiriquì, il Panamà settentrionale. Delle 75.632 specie di uccelli classificate dai naturalisti, il Quetzal è forse la specie in assoluto più magnifica. Questo uccello ha una lunga storia di associazione coll’uomo delle Americhe; una storia che rimonta agli Olmechi, il popolo della gomma, di secoli precedenti i più noti Maya.  




Penne di Quetzal erano scolpite come motivo di decorazione architettonica, mentre le penne vere fungevano da simbolo di distinzione per vari tipi di elaborati copricapi. Gli Aztechi lo chiamavano 'quetzaltolotl', ed è possibile che esso vivesse in cattività, con altri uccelli, nelle uccelliere reali, che fornivano ai tessitori di mosaici di piume le penne della muta. Il Quetzal era anche un articolo di tributo. 
L’elenco azteco dei tributi a noi conservato riporta 371 villaggi tenuti a rendere un tributo annuo alla capitale messicana di Tenochtitlàn, e, fra questi, molti sono quelli obbligati a fornire una quantità enorme di penne caudali di quetzal. Nell’antica mitologia azteca fu associato al serpente, e ne nacque Quetzalcoatl, il ‘Serpente piumato’, cioè il Dio del cielo, superiore a tutte le divinità. Il mito diventò leggenda. Col tempo, sviluppandosi il tema, il dio del cielo fu immaginato di pelle bianca; poi si narrò che, adirato per la condotta del suo popolo, il Dio era salpato verso oriente su una zattera, giurando che sarebbe tornato per ‘Ce Actl’ ossia, secondo il calendario azteco, nel 1519.
Ora avvenne che Cortés arrivasse coi suoi armati proprio alla data fissata da ‘Quetzalcoatl’ per il proprio ritorno; e così, sfruttando la serie di coincidenze (malefiche), Cortés poté gettare una testa di ponte,  cinquecento uomini contro migliaia!, che, col tempo, avrebbe non solo distrutto le civiltà maya e azteca, ma altresì avviato la completa conquista dei due continenti americani. Tutto in base ad un equivoco, che fece intendere a Montezuma (nipote del primo Montezuma, detto l’‘Irato’) l’annunziato ritorno del ‘Sepente Piumato’. 
(Victor Von Hagen, Alla ricerca del sacro Quetzal)




Le nostre merci erano molte, e le nostre navi così cariche che tutti i giorni ci incagliavamo due o tre volte sui bassifondi scogliosi: i quali in alcuni punti misuravano quattro o cinque leghe ed erano circondati da banchi di arena così bassi che osavamo veleggiare soltanto in pieno giorno e sempre con lo scandaglio in mano. Per questa ragione, decidemmo di non fare nulla prima di esserci liberati di tutto il bottino che portavamo con noi, e Antonio de Faria non si preoccupava d’altro se non di trovare un porto ove poterlo vendere.  E guidandoci il nostro capitano per dare effetto a questa comune volontà, dovemmo faticare quasi tutta quella notte con le gomene di rimorchio per risalire il fiume perché la forza della corrente era tale che ci ricacciava indietro.
Mentre eravamo così affaccendati e con la coperta tutta ingombra di gomene e di cavi al punto che quasi non riuscivamo a muoverci, vedemmo spuntare dal fiume due grosse giunche, con castelli posticci a poppa e a prua, tende di seta, e tutte pavesate con bandiere dipinte di rosso e di nero, che davano loro un aspetto molto bellicoso, tenendosi accostate l’una all’altra per meglio concentrare le loro forze, ci attaccarono in modo così improvviso, che non avemmo alcun tempo di prepararci e fummo costretti a mollare in mare gomene e cavi così come si trovavano, per approntare le artiglierie ch’erano ciò che in quel momento ci serviva di più. Le due giunche ci furono addosso in un momento con alte grida, rullar di tamburi e scampanii: la prima salva da tre con la quale ci accolsero fu di ventisei pezzi d’artiglieria di cui nove erano falconetti e cortane; da ciò comprendemmo subito trattarsi di gente dell’altra costa di Malacca, ed il fatto ci turbò un poco. Antonio de Faria che sapeva il fatto suo, vedendole giungere incatenate comprese subito le loro intenzioni e puntò verso il largo, sia per avere il tempo di prepararsi, sia per far loro comprendere chi eravamo.




Anche i nemici, tuttavia, erano esperti della loro arte, e per non farsi sfuggire la preda dalle mani staccarono l’una dall’altra le due giunche per poterci meglio colpire, e come furono presso di noi ci abbordarono subito, lanciandoci addosso una spaventevole pioggia di frecce. Antonio de Faria si ritirò sotto il cassero assieme ai 25 soldati ch’erano nella sua giunca, e ad altri dieci o dodici schiavi e marinai tenendo a bada i corsari per circa mezz’ora con colpi d’archibugio, fino a quando essi ebbero consumate tutte le frecce; queste però erano sì abbondanti che infiorarono tutta la coperta.
Infine i più coraggiosi di loro, in numero di 40, decisero di portare a termine ciò che avevano iniziato, e saltarono dentro la nostra giunca, con l’intenzione d'impadronirsi della prua.  Il nostro capitano fu così costretto a riceverli, e impegnandoci tutti di buona lena, si accese una mischia così furibonda che, nel tempo di dire poco più di tre credi, il nostro capo fu così ben servito che dei 40 ne uccidemmo 26, mentre gli altri si gettarono in mare. Allora i nostri, per trar partito dalla vittoria concessaci dalla mano di Dio, si lanciarono in venti nella loro giunca, ove non trovarono molta resistenza dato che i più valenti erano morti, uccidendo a destra e a sinistra tutti quelli che incontravano. Fu poi necessario salvare la vita a quelli che s’eran gettati in mare, non essendovi braccia sufficienti per tante navi. Appena fatto ciò Antonio de Faria si affrettò a porger soccorso a Cristoforo Borralo che era alle prese con l’altra giunca, e stava assai dubbioso della vittoria, ché la maggior parte dei suoi uomini erano rimasti feriti. Ma piacque al Signore che al nostro arrivo i nemici si gettassero in mare, ove la maggior parte annegò ed entrambe le giunche caddero così in nostre mani.




Improvvisamente, Cristoforo Borralho si mise a gridare dall’altra giunca dove si trovava: ‘Capitano, capitano, venite ad aiutarci, che abbiamo più carne al fuoco di quanta se ne possa mangiare!’. Allora Antonio de Faria saltò subito dentro la giunca con quindici o sedici soldati e gli chiese cosa stesse succedendo. Borralho gli rispose che aveva udito a prua il vociare di molte persone che dovevano essersi nascoste, e Faria, avvicinandosi con tutti i soldati che aveva con sé fece aprire il boccaporto. Si udirono allora prorompere dal fondo altissime grida di: ‘Signore Iddio misericordioso!’. 
Assieme a sì spaventose urla e pianti da sembrare un fatto di magia. Il capitano, alquanto intimorito si accostò allora alla bocca della stiva con alcuni dei nostri, e vide un gran numero di prigionieri distesi sul fondo; non potendo ancora credere a ciò che i suoi occhi avevano visto, ordinò che qualcuno scendesse a vedere di che si trattasse. Due dell’equipaggio obbedirono subito e portarono in coperta 17 cristiani, fra i quali v’erano due portoghesi, cinque bambini, due giovinetti ed otto giovani, tutti ridotti in condizioni così pietose che era uno strazio guardarli. Dopo di ciò fu chiesto a uno dei due portoghesi di chi fossero quei bambini, come fossero caduti nelle mani di quel pirata e come quest’ultimo si chiamasse. Egli rispose che il pirata aveva due nomi, uno cristiano e l’altro pagano: il secondo era Necodà Xicaulem, mentre quello cristiano era Francesco de Saa...




 ...Quel nome lo portava da cinque anni e cioè da quando s’era fatto cristiano a Malacca. Il capitano della fortezza era a quel tempo Francesco de Saa, ed essendo egli stato padrino al battesimo gli aveva imposto quel nome e l’aveva anche sposato con una meticcia orfana, che era una donna assai per  bene e figlia di un portoghese di buon casato, al fine di aiutarlo ad accostumarsi a quel paese. Nell’anno 1534, mentre andava in Cina con una grossa giunca, sulla quale trasportava anche sua moglie e venti fra i più nobili e ricchi portoghesi della fortezza, giunto all’isola di Pullo Catan, si fermò per rifornirsi d’acqua, con l’intenzione di proseguire poi per il porto di Chincheo.
Ivi erano da due giorni, allorché essendo l’equipaggio tutto suo e cinese come lui, una notte ordinò loro di sollevarsi: vennero così uccisi a coltellate tutti i portoghesi e i loro figli mentre stavano dormendo e nessuno che fosse cristiano venne lasciato in vita. Ordinò quindi alla moglie da farsi pagana e di adorare un idolo custodito in uno scrigno da uno dei suoi uomini, divisando di darla in...




...moglie a quest’ultimo, una volta che fosse libera dalla legge cristiana. In cambio avrebbe avuto una sorella di quest’uomo che viaggiava sulla stessa nave, e che era pagana e cinese come lui. Ma poiché non volle adorare l’idolo né acconsentire a tutto ciò che egli chiedeva, quel cane le diede una sciabolata in testa facendole schizzare fuori il cervello.
Partitosi da quel luogo s’era recato a Liampo per far commercio e, temendo di ritornare a Platane a causa dei portoghesi che colà si trovavano, se ne andò a svernare in Siam. Tornato l’anno seguente a Chincheo, s’era impadronito d’una piccola giunca che proveniva dalla Sonda, uccidendo tutti i dieci portoghesi che l’occupavano. E poiché era già corsa voce su tutta la costa del male che ci aveva arrecato, temendo d’imbattersi nelle nostre forze, se n’era venuto in questa insenatura della Cocincia, per vendere la sua merce come mercante e per assalire le navi come corsaro, ogni qualvolta gli si presentasse un’occasione propizia. Già da tre anni aveva scelto quel fiume per le sue scorrerie, poiché vi si sentiva al sicuro da noi, dacché le nostre navi non erano solite far commercio nei porti di quell’insenatura e dell’isola di Hainan.
(Fernao Mendes Pinto, Peregrinacao)