IL GRASSO LEGNAIUOLO

IL GRASSO LEGNAIUOLO
& UN MONDO PERDUTO

martedì 12 dicembre 2017

UNA LETTERA (con il 'Beneficio della pace in Cristo') (54)


















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Il mondo alla rovescia (53)

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Con il 'Beneficio della pace in Cristo' (55)











                                                               UNA LETTERA


                                              (con il ‘Beneficio della pace in Cristo’)  


                                                   QUADRI (di medesimi Tempi)


  

                                                           Breve introduzione


              
                             
Proprio ieri, all'uscita da una chiesa, ho incontrato un bambino di cinque anni e gli ho domandato chi fosse Gesú. Sapete che cosa mi ha risposto?

Una statua!

Frate Vittorio alza le spalle e lascia intravedere un sorriso sotto la barba folta: ‘Se vi può consolare c'è un uomo del nostro paese, un falegname che avrà una quarantina d'anni, che ogni giorno si presenta in chiesa per tre volte, recita un Pater di fronte al crocefisso e poi torna a lavorare. Gli ho chiesto come mai fosse diventato cosí assiduo nelle visite al Signore e mi ha risposto che sono stato io a dirgli che con tre preghiere a Gesú ogni giorno avrebbe guarito il mal di schiena. Questo è il posto piú vicino che conosco dove trovare Gesú, ha aggiunto. Non vi dico la faccia che aveva quando ho cercato di spiegargli che Gesú può essere dappertutto: nelle donne e nei bambini, nell'aria e nel ruscello, nell'erba e negli alberi.

Batto le mani e le riallargo con rassegnazione. Il gesto attira l'attenzione di altri due frati. Si avvicinano per capire di che si tratta’.




‘Il vostro esempio non mi consola affatto, fratello. Se un uomo di quarant'anni crede che Gesú sia una statua, esattamente come fa un bimbo di cinque, significa che trentacinque anni di norme e precetti, dogmi e castighi non fanno crescere di una virgola la fede del cristiano. Come è possibile, vi chiedo, che un bambino venga costretto a ricevere i sacramenti, a inginocchiarsi davanti a quella che per la sua mente semplice non può essere altro che una statua, ad ascoltare il Vangelo quando per lui esso non è che una favola in nulla preferibile a quelle che gli vengono raccontate davanti al fuoco? Vi sembra sensato tutto questo? Io dico che questo non è soltanto assurdo, fratelli, ma anche pericoloso. Quale credente cresceremo infatti? Quale sincera devozione a Cristo possiamo sperare di veder maturare in quel piccolo essere, se lo abitueremo fin dalla piú tenera età ad accettare passivamente cose che non comprende? A inginocchiarsi davanti alle statue? Io dico, fratelli miei, che Cristo non può che essere una scelta consapevole e motivata, e non una favola inculcata agli ingenui. Ma oggi ci viene chiesto proprio questo. Ci viene chiesto di credere senza comprendere, di ubbidire in silenzio, finanche di temere, vivendo nel terrore d'essere puniti, processati, incarcerati. Può nascere vera fede tra sentimenti simili? No di certo, fratelli.




I tre francescani si scambiano un'occhiata incerta. Faticano a rompere il silenzio che segue le ultime parole. Uno di loro fa cenno ad altri due di raggiungerlo.

Sono Tiziano, pellegrino tedesco diretto a San Pietro. I francescani di questo piccolo convento di campagna mi hanno accolto con gentilezza e ospitato con grande cortesia.

Parlottano sommessamente tra loro: il riassunto per gli ultimi arrivati. Frate Vittorio si irrigidisce in una posa plastica, poi non trattiene la risata: ‘Non mettetela cosí, fratello Tiziano. Pensate questo, piuttosto: vicino a un villaggio della nostra diocesi c'è un pioppo secolare, forse l'albero piú imponente che mi sia mai capitato di vedere. Ebbene, i contadini sostengono che durante il plenilunio di ottobre, chi si mette sotto l'albero e riceve tra le mani una sua foglia portata dal vento, mangiandola acquista forza e longevità’.

Uno sguardo accigliato: ‘Non capisco dove vogliate arrivare’. ‘Un pellegrino come voi’, riprende incrociando le mani dietro la schiena, ‘vent'anni fa venne a ristorarsi in questo convento. Gli raccontammo la storia del pioppo e gli spiegammo dove si trovava. Era convinto che prodigi naturali si verifichino nei luoghi dove la Madonna desidera mostrarsi ai suoi figli. Andò là e la Madonna gli apparve, dicendo: “Il corpo e il sangue di mio Figlio danno la vita eterna”. Da allora, nel plenilunio di ottobre, festeggiamo la Madonna del Pioppo, e i contadini vengono per mangiare l'Eucarestia, e le foglie dell'albero che cadono sull'altare vengono benedette e distribuite a tutti i fedeli’.




Mi siedo su una delle panche di pietra che costeggiano il muro. I frati si sono moltiplicati: almeno una decina. I piú anziani siedono accanto a me, gli altri si accovacciano per terra.

‘Allora’, chiedo rivolto a tutto il gruppo, ‘cos'ha voluto dire il vostro confratello con la storia del pioppo?’.

Risponde un frate giovane, tutto naso e zigomi ossuti:  ‘Che per portare il Cristo alla gente delle campagne, non si può tanto sottilizzare: alcuni crederanno che egli è una statua, altri mangeranno il suo corpo come da giovani mangiavano le foglie di un albero’.

Ora che li ho messi tutti a sedere, mi alzo in piedi di scatto: ‘ “Il corpo e il sangue di mio Figlio danno la vita eterna”. La Madonna del Pioppo ha annunciato al pellegrino il cuore della fede cristiana. La gente delle campagne non capisce il Cristo, perché voi lo rendete troppo complesso. Ecco perché hanno bisogno di una statua o di un'antica leggenda per accostarsi a Lui. Dio si è fatto uomo ed è morto in croce perché potessimo anche noi risorgere alla vita eterna. Questa è la fede che salva: non serve altro. Questa è la fede che nessun neonato può professare: per questo vi dico che battezzare un neonato non ha piú valore che lavare un cane. L'unico battesimo è quello della fede nel beneficio di Cristo!’.




Balza in piedi e quasi inciampa nella lunga veste, folte sopracciglia nere e barba fin sotto gli occhi. Mi abbraccia di slancio, mi bacia, poi mi fissa con lo sguardo incandescente: ‘Adalberto Rizzi ti ringrazia, fratello tedesco. Sono vent'anni che vivo qui dentro, da quando la Madonna mi apparve tra le foglie del pioppo e con molti segni mi testimoniò la sua presenza’. I frati piú giovani lo guardano sbalorditi. ‘Sí, sí, chiedetelo a frate Michele, qui, se non dico il vero. Dopo l'apparizione cominciai a predicare le stesse cose che tu, fratello Tiziano, hai detto quest'oggi. Parola per parola, ti assicuro. Ma mi dissero che ero sconvolto, che avevo bisogno di riposo e di meditazione, che la Madonna non mi aveva affatto chiesto di dire le cose che andavo dicendo. Mi convinsero. Ma ora sento che tu mi hai ridato quello che mi era stato sottratto e con lingua di fuoco proclamerò al mondo la fede nel nuovo battesimo e nel beneficio di Cristo!’.

Si butta in ginocchio, quasi le gambe non lo sorreggano piú.

‘Battezzami, fratello Tiziano, perché la sciacquata che mi diedero da fanciullo non conta piú nulla per me. Battezzami, anche con l'acqua sporca di quella pozza: la mia fede basterà a purificarla’.

Mi guardo intorno: tutti immobili, a bocca aperta, eccetto frate Vittorio, che scuote la testa sconsolato. Ho già fatto abbastanza, per il luogo in cui mi trovo. Meglio non rischiare con gesti troppo plateali.

‘Tu stesso puoi battezzarti, fratello Adalberto. Sei tu il testimone della tua conversione. Mi guarda per un attimo con il volto estasiato, poi si butta a capofitto con la faccia nell'acqua fangosa e comincia a rotolarcisi dentro gridando a squarciagola.

Tutto sommato, piuttosto plateale.





                              Libri Eretici


Avete combattuto per qualcosa in cui credevate e avete perso la causa, ma non la vita. Capitemi, parlo del senso della vita che accomuna gente come me e voi, l'incapacità di fermarsi, di accomodarsi in qualche buco, in attesa della fine; l'idea che il mondo non è che una grande piazza su cui si affacciano i popoli e i singoli uomini, dai piú scialbi, ai  piú bizzarri, dai tagliagole ai principi, ciascuno con la sua insostituibile storia, che racconta già la storia di tutti. Voi dovete aver conosciuto la morte, la perdita. Forse c'è stata una famiglia, da qualche parte, lassú nelle terre del Nord. Sicuramente molti amici, persi per la strada e mai dimenticati. E chissà quanti conti da saldare, destinati a rimanere aperti.

La luce del fuoco gli illumina mezza faccia, lo fa assomigliare a una creatura fiabesca, uno gnomo saggio e intrigante al tempo stesso, o forse un satiro, che ti sussurra segreti all'orecchio. I suoi occhi piccoli guizzano insieme alle fiamme.

‘Di questo sto parlando, capito? Dell'impossibilità di fermarsi. Non è giusto. Non lo è mai. Avremmo dovuto fare altre scelte, tanto tempo fa, oggi è troppo tardi. La curiosità, quella insolente, caparbia curiosità di sapere come va a finire la storia, come si concluderà la vita. Di questo, di nient'altro si tratta. Non sono mai soltanto i guadagni a menarci per il mondo, non è mai soltanto la speranza, la guerra... o le donne. C'è qualcos'altro. Qualcosa che né io né voi potremo mai descrivere, ma che conosciamo bene. Anche adesso, anche nel momento in cui vi sembra d'esservi allontanato troppo dalle cose, in voi cova la voglia di conoscere il finale. Di vedere ancora. Non c'è piú niente da perdere, quando s'è perso già tutto’.




Un sorriso distaccato deve essermi rimasto inciso sulla faccia per tutto il tempo. Eppure nasce dalla sensazione di stare ascoltando il consiglio di un vecchio amico.

Mi tocca il braccio: ‘Io domani parto per Milano, vado a vendere i libri di Oporinus laggiú. Mi dovrò trattenere per un po' per sbrigare alcuni affari che ho lasciato in sospeso. Dopodiché mi muoverò verso Venezia. Se la mia proposta vi alletta, l'appuntamento è alla libreria di Andrea Arrivabene, all'insegna del pozzo, ricordatevi questo nome... Perché ridete?’.

‘Niente, pensavo alle coincidenze della vita. Del pozzo, avete detto?’

‘ Proprio cosí’.

Mi guarda perplesso. Vuoto il bicchiere. Ha ragione: quarantacinque anni e piú niente da perdere. ‘Non preoccupatevi, ci sarò’.




Lettera inviata a Roma da Viterbo, indirizzata a Gianpietro Carafa, datata 13 maggio 1545.

All'illustrissimo e reverendissimo signore mio Giovanni Pietro Carafa in Roma.

Signore mio onorandissimo, scrivo alla Signoria Vostra per comunicare che il dado è tratto. Reginaldo Polo ha infatti deciso di compiere la prima mossa.
Come certo la S.V. saprà, Sua Santità Paolo III ha dato incarico al Polo di redigere un documento che illustri gli intenti del Concilio, in previsione della sua prossima apertura nel mese di dicembre.
Ebbene proprio oggi ho avuto modo di ascoltare una conversazione tra l'inglese e il Flaminio nella quale sono stati affrontati i contenuti di tale documento, che porta il titolo quanto mai neutrale di De Concilio.
Pare che il primo argomento introdotto dall'inglese sia proprio la definizione della dottrina della giustificazione. Per esporre il problema egli ha usato toni tenui e apparentemente innocenti, e nondimeno tendenziosi, avallando già una qualche compatibilità tra la dottrina protestante e quella cattolica. È quindi ormai certo che il cardinale vuole impegnare fin dalle prime battute i padri conciliari nella ricerca d'un compromesso con i luterani.
La stampa e la diffusione del Beneficio di Cristo emergono oggi nella loro vera luce: quella d'una strategia ponderata.
Da due anni a questa parte il Polo e i suoi amici sono riusciti a diffondere i semi delle loro idee criptoluterane attraverso quel malefico libello, nonché a scatenare la discussione sui suoi contenuti, e adesso sperano di raccoglierne i frutti a Trento.
Che Iddio onnipotente ci protegga da una tale sventura,  illuminando l'animo del mio signore e consigliandogli le indispensabili misure preventive.
Baciando le mani della Signoria Vostra, alla Sua cura mi raccomando, di Viterbo il giorno 13 maggio 1545 Il fedele osservatore di Vostra Signoria...





                              Il quadro d’insieme



Viterbo, 23 maggio 1545

Nell'affresco sono una delle figure di sfondo.
Al centro campeggiano il Papa, l'Imperatore, i cardinali e i principi d'Europa.
Ai margini, gli agenti discreti e invisibili, che fanno capolino dietro le tiare e le corone, ma che in realtà reggono l'intera geometria del quadro, lo riempiono e, senza lasciarsi scorgere, consentono a quelle teste di occuparne il centro.

Con tale immagine nella mente mi risolvo a tenere questi appunti.
In tutta la vita non ho mai vergato righe per me stesso: non v'è pagina del passato che possa compromettere il presente; non v'è traccia alcuna del mio passaggio. Non un nome, non una parola. Soltanto memorie a cui nessuno può credere, giacché sono quelle di un fantasma.

Ma ora è diverso: oggi forse è più difficile e rischioso che a Münster. Gli anni italiani insegnano che i palazzi sono micidiali quanto i campi di battaglia, solo che qui dentro i rumori della guerra sono attutiti, assorbiti dal parlottio delle trattative e dalle menti acute e assassine di questi uomini.
Niente è ciò che sembra dentro i palazzi romani.
Nessuno può cogliere il quadro d'insieme, vedere contemporaneamente la figura e lo sfondo, l'obiettivo finale. Nessuno eccetto coloro che tengono i fili di quelle trame, uomini come il mio signore, come il Papa, come i decani del Sacro Collegio.

Pro memoria: capire, annotare, non tralasciare dettagli in apparenza irrilevanti, che potrebbero risultare chiavi di volta di un'intera strategia.

Gli elementi del quadro: un libro pericoloso; un Concilio  imminente; un uomo potentissimo; il servitore piú segreto...


















sabato 2 dicembre 2017

IL BOCCONE BREVE L'ARTE INFINITA (49)










































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Il loro 'Verbo' (48)

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Il boccone breve l'Arte Infinita ovvero: servi & governanti (50)














Eppur quell’‘antico’ ‘Verbo’ (in riferimento quanto precedentemente detto), o almeno la Parola senza quello producono per qualcuno una Grammatica scomposta, una Eresia antica, ma in nome e per conto di un Eretico che da una fredda grotta (o un antro secondo medesima Divina Conoscenza) partorì Madre Natura dobbiamo, a ragion veduta, porre breve asterisco della Storia….

Giacché sono e rimango uno Straniero come dall’Eretico detto….

Quel ‘Verbo’… dicevo… come tutte le cose Divine  appartiene al divenire (ciclico e/o non) della Storia quindi della comune Memoria condivisa, e come bene ebbe a dire quel Giamblico, anche lui Filosofo della medesima ‘essenza divina’ circa l’Anima (ed io in questo caso intendo Anima-Mundi): contiene evolve e procede secondo una propria ‘mutevolezza’; ed in ciò riscontrabile quasi una affinità con un primitivo pensiero Buddhista circa la stessa…

…Comunque dicevo: ogni cosa dall’Albero della vita matura foglia e frutto, anche se i Manichei avevano un’idea ben precisa circa medesimo Albero da cui la stessa… e non mi dilungo: ammiro l’Albero nella contemplativa consapevolezza che ‘ogni frutto’ di questa nuova èra è pur distante (ed aggiungo corrotto) dall’originaria Natura; esula, se mi è concessa l’analogia, dalla radice e quindi da medesima Terra ove trova il proprio sostentamento per donare la vita da una Luce anch’essa fondamentale per il conseguimento della Vita…

…E la foglia prima di quello (tralasciando e trascurando quel Giardino in cui pongo mio regale dissenso) irrimediabilmente ulcerata da codesta nuova vita in nome e per conto d’una insana Economia ed il progresso coniare  falsa moneta nella Genesi così mal interpretata, ma comunque sia, ben perseguita in onor di ogni concreta Conoscenza… divorata da medesimo giardino divenuto orto incolto d’un pentimento al crocevia di una breve esistenza…

…Così non c’è da stupirsi se la ‘rappresentazione’ alla mensa raccolta abbia generato opposto e vorace appetito nei ‘Pii’ secoli numerati, non meno del greco filosofo che l’ha preceduta, di certo pur le tante troppe Parole, i frutti, di cui uno, come un mito, a voi ripropongo solo per dire che tutto è pur corrotto dall’origine cui ognuno ammira l’Albero della Vita e la mela non va pur colta… per il bene del ‘Pil’ della stessa…

Giacché l’intento di questo frutto è una sana Terapia… poi solo...

 (il curatore… del blog) 




  
[2] La scelta di tali filosofi appare subito chiara dal loro nome: essi si chiamano θεραπευταί e θεραπευτρίδες e questa loro denominazione, che deriva dal verbo θεραπεύω, è ben adeguata per due ragioni: esercitano infatti una terapia medica più nobile di quella praticata in città, poiché quest’ultima cura soltanto i corpi mentre quella anche le anime, afflitte da mali gravi e difficilmente curabili, mali che furono originati da piaceri e desideri e sofferenze, paure, ambizioni, follie, ingiustizie e da una quantità inesauribile di altre passioni e vizi; inoltre, essi furono educati a servire l’Essere secondo la natura e le sacre leggi; e l’Essere è più grande del Bene e più puro dell’Uno, ed ha un’origine più antica della Monade.  [3] Chi, fra quanti professano pietà religiosa, è degno d’esser paragonato ad essi? Forse coloro che onorano gli elementi, terra, acqua, aria, fuoco? Elementi a cui alcuni diedero un nome, altri un altro: il fuoco fu denominato Efesto dal termine ‘accensione’, credo; l’aria Era, perché è sollevata ed elevata in alto; l’acqua Posidone, certamente perché suggerisce l’idea del bere, la terra Demetra, perché sembra sia la madre di tutti, vegetali ed animali. [4] Ma questi nomi sono invenzioni dei sofisti, mentre gli elementi sono materia priva di vita e da se stessa incapace di movimento, sottomessa all’Artefice per quanto riguarda tutte le specie di forme e qualità. [5] Si vorrà forse paragonare ai Terapeuti coloro che adorano i corpi celesti, formati dagli elementi, il sole, la luna o tutti gli astri fissi o vaganti o il cielo intero e l'universo? Anche questi tuttavia non hanno avuto origine da se stessi, ma da un demiurgo perfettissimo nella sua sapienza. [6] O, ancora, coloro che adorano i semidei? Ma questo concetto è perfino degno di derisione; infatti, come potrebbe lo stesso individuo essere immortale e mortale? Si aggiunga che anche la causa della loro nascita è riprovevole, piena di un’intemperanza giovanile che i loro adoratori osano empiamente ascrivere alle potenze divine e beate: proprio gli esseri, infatti, che non sono toccati da alcuna passione e godono di perfetta beatitudine si sarebbero uniti alle donne mortali, presi per esse da folle amore. [7] Sono forse paragonabili ai Terapeuti coloro che adorano statue ed immagini, la cui essenza è pietra e legno? Entità fino a poco tempo prima del tutto prive di forma, che gli spaccapietre e i taglialegna sbozzarono dalla struttura a loro congenita; pietra e legno di cui sono stretti parenti i catini ed i lavacri per i piedi e tutti gli altri utensili più squallidi che servono a scopi degni di tenebra più che di luce. [8] Quanto agli dei degli Egizi, è bene non farne neppur menzione: questo popolo ha portato agli onori divini animali privi di ragione e non solo tra quelli domestici, ma anche tra i peggiori di quelli selvatici, scelti da ogni specie esistente nel mondo sublunare: tra quelli terrestri, il leone, tra gli acquatici il coccodrillo indigeno, tra i volatili il nibbio e l’ibis egizio. [9] Ed essi, pur vedendo che queste creature sono generate, bisognose di cibo ed insaziabili nel nutrimento, piene di lordura e velenose, mangiatrici di uomini, preda di ogni tipo di malattia e destinate a perire non solo di morte naturale ma spesso anche violenta, ebbene, si inchinano davanti ad esse, loro, civili, davanti ad esseri incivili e selvaggi; loro, dotati di ragione, davanti ad esseri che ne sono privi; loro, parenti degli dei, si inchinano davanti a chi non può esser paragonato neppure a tipi come Tersite; loro, padroni e dominatori, davanti a chi è per natura loro soggetto e schiavo. [10] Costoro dunque, stravolgendo il senno non solo della loro gente ma anche dei loro vicini, vivono privi di cura (ἀθεράπευτοι), perché privi del più necessario dei sensi, la vista; intendo dire non quella fisica, ma quella spirituale, che sola distingue il vero dal falso. [11] I Terapeuti invece, che sin dal principio hanno imparato a vedere, tendano con tutte le loro forze alla visione dell’Essere ed oltrepassino il sole sensibile e non abbandonino mai questo loro posto, che conduce alla perfetta felicità. [12] Coloro che intraprendono tale servizio spirituale, non seguono un'usanza, né un’esortazione o un suggerimento, ma, rapiti da amore celeste, come baccanti o coribanti, sono posseduti dallo spirito divino, finché non vedono ciò che desiderano. [13] Poi, per il desiderio d’una vita immortale e beata, ritenendo ormai terminata la loro vita mortale, anticipano, per loro particolare desiderio, la divisione dell’eredità e lasciano le loro sostanze ai figli o alle figlie e ad altri parenti e se non hanno parenti, a compagni ed amici; bisogna infatti che coloro che prontamente e con aperta disponibilità hanno ricevuto la ricchezza che vede, consegnino la ricchezza cieca a chi ancora ha la mente cieca. [14] I Greci elogiano Anassagora e Democrito, poiché, presi dalla passione per la filosofia, abbandonarono i loro possessi terrieri al bestiame che li divorasse. Anche io ho stima per gli uomini che sono superiori alle loro ricchezze; però, quanto migliori sono quelli che non permettono al bestiame di divorare i loro possedimenti, ma soddisfano le necessità umane dei loro parenti ed amici e li rendono, da indigenti, ricchi? Quest’ultimo è il comportamento che mi sembra sobrio e scelto con estrema esattezza: il primo, invece, lo giudico sconsiderato, per non dire folle, da parte di uomini che i Greci hanno ammirato. [15] Agiscono forse diversamente i nemici quando saccheggiano la terra degli avversari e ne tagliano gli alberi, perché quelli, costretti dalla mancanza di mezzi necessari, s'arrendano? Così ha fatto Democrito ai suoi parenti, causando loro miseria e povertà con le sue stesse mani, sia pure non premeditatamente, ma per non aver previsto e considerato ciò che era necessario agli altri. [16] Quanto più grandi e più ammirabili sono costoro che, pur con un ardore non minore per gli studi filosofici, preferiscono tuttavia la generosità all’indifferenza? Essi diedero via i loro possedimenti ma non li fecero distruggere, così da agevolare gli altri con una abbondante ricchezza materiale e se stessi con lo studio della filosofia. La preoccupazione per la ricchezza ed i beni materiali consuma infatti chi ne fa uso: invece è bene risparmiare tempo, dal momento che, come dice il medico Ippocrate, ‘la vita è breve ma l’arte è lunga’. [17] Mi sembra che a questo concetto alluda anche Omero nell'Iliade, al principio del XIII canto, con questi versi: ‘I Misi bravi nel corpo a corpo ed i nobili Ippomolghi, che si nutrono di latte senza cibi raffinati, i più giusti tra gli uomini’. Con questo voleva significare che l’ansia per il sostentamento e il desiderio di guadagno generano ingiustizia a causa dello squilibrio che creano, mentre la scelta opposta genera giustizia grazie all'equilibrio, secondo il quale la ricchezza della natura ha un limite e dà maggior serenità rispetto a quella che risiede nelle vane opinioni. [18] Una volta dunque che si sono spogliati dei loro beni, non più schiavi di nessuno, fuggono senza voltarsi indietro, dopo aver abbandonato i fratelli, i figli, le mogli, i genitori, la vasta parentela, la cerchia degli amici, la terra patria in cui furono generati e nutriti, poiché l’intima familiarità tiene legati e rende completamente schiavi. [19] Non vanno però ad abitare in un’altra città, come coloro che, sfortunati o malvagi, chiedono di essere messi in vendita da chi li ha acquistati, procurandosi soltanto un cambiamento di padrone, non la libertà: ogni città infatti, anche la meglio governata, è piena di rumore e di innumerevoli disturbi che non può sopportare chi sia stato attratto dalla sapienza. [20] Al contrario, essi vivono fuori delle mura e in giardini o luoghi deserti ricercano la solitudine, non a causa di un’arida misantropia, ma poiché ben sanno che mischiarsi a chi è diverso per carattere è svantaggioso e dannoso. [21] Questo genere di persone esiste in gran parte della terra abitata, poiché è inevitabile che abbiano parte al perfetto bene sia la Grecia che i barbari; è tuttavia più numeroso in Egitto, in ciascuno dei cosiddetti "νόμοι" ed in particolare nei dintorni di Alessandria. [22] Da ogni luogo, però, i migliori si recano in una località, che è per essi come una patria, posta in una zona molto ospitale: sopra la palude Marea, su una collina piuttosto bassa, in un’ottima posizione, sia per la sicurezza che per l’aria dolce e temperata. [23] Le fattorie ed i villaggi circostanti garantiscono sicurezza, mentre la dolcezza dell’aria è data dalle brezze che spirano dalla palude antistante verso il mare e dal vicino mare alla palude, continuamente; lievi e secche quelle provenienti dal mare, più umide quelle dalla palude; la loro mistione produce una condizione climatica molto salubre. [24] Quanto alle abitazioni di quelli che vivono in comunità sono molto semplici e forniscono riparo dai due pericoli maggiori, cioè il caldo del sole ed il freddo dell’aria. Non sono tutte vicine, come quelle in città: la vicinanza è infatti cosa fastidiosa ed insopportabile per chi cerca la solitudine; ma non sono neppure distanti, per quel senso di comunità che è loro caro e perché, nel caso d’una scorreria di briganti, possano portarsi aiuto reciproco. [25] In ciascuna casa v’è una stanza sacra, chiamata santuario e monastero, in cui, stando come eremiti, vengono iniziati ai misteri della vita consacrata, senza introdurvi nulla - né bevanda né cibo né altro che sia necessario ai bisogni del corpo -, se non leggi e oracoli vaticinati dai profeti, inni e tutto ciò che contribuisce ad accrescere e portare a perfetto compimento saggezza e devozione. [26] Mai la loro memoria dimentica Dio, cosicché anche nei sogni non si rappresentano null’altro che le bellezze delle potenze e virtù divine; molti inoltre, durante le visioni notturne, proferiscono i grandiosi principi della sacra filosofia. [27] Sono soliti pregare due volte al giorno, all’alba ed al tramonto, chiedendo, al sorgere del sole, una buona giornata, giornata buona nel senso proprio dell’espressione, cioè che la loro intelligenza sia piena di luce divina; al tramonto, invece, chiedono che la loro anima, completamente sollevata dalla molteplicità di sensazioni e di sensibili, raccoltasi nel suo si-nedrio e nel suo luogo di meditazione segua le tracce della verità. [28] Tutto il tempo compreso dal mattino alla sera e impiegato nell’ascesi, che consiste nella lettura delle scritture sacre e nella interpretazione allegorica della filosofia dei loro padri; ritengono infatti che le parole del testo siano simboli di una realtà nascosta, che si rivela nei significati reconditi. [29] Essi possiedono anche scritti di uomini antichi, i capostipiti della loro dottrina, che lasciarono molte testimonianze del metodo usato nelle interpretazioni allegoriche: essi, usando questi scritti come dei modelli, ne imitano il metodo; quindi non sono solo contemplativi, ma compongono anche canti ed inni a Dio, con ogni tipo di metro e melodia, che poi trascrivono con ritmi i più solenni possibile. [30] Dunque per sei giorni essi, stando ognuno in disparte, da solo, nei suddetti monasteri, esercitano la filosofia, senza varcare la soglia della stanza e senza neppur guardare da lontano; il settimo giorno poi, si riuniscono in una assemblea comune e siedono uno accanto all’altro, secondo l’età, in un atteggiamento appropriato, cioè con le mani sotto gli abiti, la destra tra il petto e il mento, la sinistra nascosta lungo il fianco. [31] Il più anziano ed esperto nelle dottrine si fa allora avanti e pronuncia un discorso, con lo sguardo tranquillo, con la voce pacata, con oculatezza e saggezza: egli non fa vanto d’abilità oratoria come i retori ed i sofisti di oggi, ma ricerca l’esattezza nell’esposizione dei suoi pensieri, esattezza che non si limita a scalfire l’udito, ma, attraverso di esso, raggiunge l’anima e vi rimane salda. Tutti gli altri ascoltano in tranquillità e mostrano il loro assenso con sguardi e cenni del capo solamente. [32] Questo comune luogo sacro, in cui ogni sette giorni si riuniscono, è una doppia stanza. [33] Non mangiano però nessun tipo di cibo ricco, ma semplice pane, il cui companatico è il sale, che quelli di palato raffinato correggono con issopo, mentre la loro bevanda consiste in acqua fresca; così calmano la fame e la sete, che la natura pose come dominatrici dell'umanità, in nulla adulandole ma limitandole ai cibi necessari, senza i quali non è possibile vivere. Perciò mangiano e bevono quel tanto che serve a non patire la fame e la sete, evitando la sazietà come un nemico dell'anima e del corpo….


COSI’ DALL’INIZIO DEI TEMPI…


























mercoledì 29 novembre 2017

LA NATURA MIA MADRE (46)










































Precedenti capitoli:

La morte degli Dèi (45)

Prosegue in:

La Natura mia madre (47) &















 .....il loro 'Verbo'... (48)














E’ ai bordi di una foresta, dove, al chiarore di una ambigua luna, raccolse qualche ghianda, che inghiottì, come una bestia. Dei secoli erano passati dal giorno; una metamorfosi era avvenuta in lei. La bella, la regina di paese non c’era più; la sua anima mutata mutava anche il suo comportamento. Era come un cinghiale su queste ghiande, o come una scimmia, accovacciata. Rimuginava pensieri per niente umani, quando sente o crede di sentire un grido di civetta, poi una selvaggia risata.

Ha paura, ma forse è la ghiandaia burlona che imita tutte le voci; sono i suoi soliti scherzi.

…La risata riprende…

…Da dove viene?

Non vede nulla!




Si direbbe che esca da una vecchia quercia.

…E la sente distintamente:

“Eccoti qua finalmente. Non sei venuta volentieri. E non saresti venuta, se non avessi toccato il fondo del tuo ultimo bisogno. Hai avuto bisogno, l’orgogliosa, di correre sotto la frusta, gridare, di chiedere pietà, di essere schernita, perduta, senza riparo, respinta da tuo marito. Dove saresti se, stasera, non avessi avuto la bontà di farti vedere: lo sai che ti stanno preparando quelli della torre?
E’ tardi, molto tardi, che vieni a me, e quando t’hanno chiamata ‘la vecchia’. Giovane, non sei stata molto buona con me, col tuo piccolo folletto che ero, così premuroso nel servirti. Tocca a te ora (se ti voglio) servirmi e baciarmi i piedi. Fosti mia dalla nascita per la tua malizia contenuta, per il tuo fascino diabolico. Ti ero amante e marito.

Il tuo t’ha chiuso la porta.

Io no!

Io non chiudo la mia.




Ti accolgo nei miei possedimenti, sulle mie libere praterie, nelle mie foreste. Che me ne viene? Non sei nelle mie mani già da tanto? Non t’ho invasa, posseduta, riempita della mia fiamma? Ho cambiato, sostituito il tuo sangue. Non c’è vena del tuo corpo in cui io non circoli quale linfa vitale. Neanche tu puoi sapere quanto mi sei sposa. Ma le nostre nozze non hanno ancora avuto tutti i crismi. Ho dei princìpi, io, degli scrupoli.

Siamo una cosa sola per sempre!”.

“Messere, nello stato in cui mi trovo, che posso dire? Oh, se l’ho sentito, fin troppo bene, che da tempo voi siete tutto il mio destino. Mi avete maliziosamente accarezzata, esaudita, arricchita, per precipitarmi a voi”.




“Sì, sono io che t’ho salvata e t’ho fatta venire qui. Io ho fatto tutto, lo hai capito. Io t’ho perduta. E perché? Perché ti voglio tutta per me. Francamente, tuo marito mi annoiava. Tu temporeggiavi, mercanteggiavi. Io sono abituato altrimenti. Tutto o niente. Ecco perché ti ho un po’ lavorata, messa in riga, ti ho cotta al punto giusto, ti ho maturata per me. Vedi come sono raffinato. Io non prendo, come si crede, le tante anime sciocche che si darebbero. Voglio anime elette, condite come si deve di furore e disperazione. Vedi, non posso negarlo, come sei oggi, mi piaci; sei molto più bella; un’anima attraente. Ah, da quando ti amo. Ma oggi ho fame di te. Farò le cose in grande. Non sono di quei mariti che fanno gli avari con la loro donna. Se non volessi che essere ricca, lo saresti all’istante. Se non volessi che essere regina, prendere il posto di Giovanna di Navarra, benché altri ci tengano, si farebbe anche questo, e il re non ci perderebbe niente in orgoglio, in malvagità. E’ più grande essere la mia donna. Ma su, dimmi cosa vuoi”.




“Messere vendicarmi di quelli del Feudo e ricambiarli con medesimo male, nient’altro”.

 “Bellissima, bellissima risposta. Come ho ragione di amarti! E’ vero, questo comprende tutto, tutta la legge e tutti i profeti. Poiché hai scelto così bene, ti sarà dato, in più tutto il resto. Avrai tutti i miei segreti. Vedrai in fondo alla terra. Il mondo verrà da te e ti metterà l’oro ai piedi. Di più, ecco il vero diamante che ti do, mia sposa, la VENDETTA. Ti conosco, vecchia volpe, conosco il tuo desiderio più nascosto. Come vi si intendono i nostri cuori. Proprio con questo ti avrò, e per sempre.

…VEDRAI LA TUA NEMICA POLVERE SOTTILE IN GINOCCHIO DAVANTI A TE, chiedere pietà e pregare, felice se ti accontentassi di farle quello che lei ha fatto a te.
Piangerà. Tu, gentile, dirai: NO, e la vedrai gridare: morte e dannazione. Allora, sarà affar mio”.

“Messere, serva vostra. Ero ingrata, lo ammetto. Voi mi avete sempre esaudita. Vi appartengo, padrone, dio mio. Non ne voglio più altri. I vostri sono piaceri soavi. Servirvi è dolcissimo”.




...INTANTO NELLE STANZE DI QUEI CASTELLI   FEUDI BEN ARROCCATI NEL SECOLARE POTERE ISTITUZIONALIZZATO….:

Quelli che ancora si possono vedere, parlano più di tutti i libri. Uomini d’arme PRONTI PER NUOVE ANGHERIE (futuri colpi di stato), paggi, valletti, ammucchiati di notte sotto un paio di bassi soffitti, di giorno immobili sui merli, sugli spalti stretti, nella noia più desolante, respirano, vivono soltanto nelle scorribande per la vallata; non più scorribande di guerra sulle terre vicine, ma di caccia, e di caccia all’uomo, intendo dire angherie senza fine, infamie alle famiglie degli UOMINI LIBERI. Il signore sapeva benissimo che una simile massa d’uomini senza donne non se ne sarebbe stata tranquilla se non scatenandola ogni tanto.
L’odiosa idea di un inferno dove Dio impiega qualche anima scellerata, le più colpevoli, per torturare le più innocenti, che lui stesso gli lascia perché si divaghino; questo bel dogma del medioevo diventava realtà in tutto e per tutto.

L’uomo avverte l’assenza di Dio.

Il piacere è l’offesa, picchiare e far piangere.




Ancora nel Diciassettesimo secolo le nobildonne ridevano a crepapelle a sentire il duca di Lorena raccontare come i suoi uomini, in villaggi tranquilli, cacciavano, tormentavano tutte le donne, e anche le vecchie e con loro tutti gli ‘uomini liberi servi di nessuno’.
Lo sfregio colpiva maggiormente, è facile crederlo, le famiglie agiate, relativamente ragguardevoli, che c’erano tra i servi; le famiglie dei servi maggiori, che già nel Dodicesimo secolo vediamo alla testa del villaggio. La nobiltà le odiava, le derideva, le desolava. Non perdonava loro la nascente dignità morale. Faceva pagare alle mogli, ai figli, l’onestà e la saggezza.

Non avevano il diritto d’essere rispettate.


I posteri faranno difficoltà a credere che, presso i popoli cristiani, la legge abbia realizzato quello cui non arrivò mai nella schiavitù antica, abbia messo per scritto come diritto l’offesa accompagnata dalla calunnia più sanguinosa capace di straziare il cuore di ogni uomo degno di questo nome… 


















sabato 25 novembre 2017

QUANDO LA DEMENZA SCENDE IN CAMPO (ovvero quando l'ingegno non conta) (43)



















Precedenti capitoli:

Lotte in Rima (42)

Prosegue in:





















...Ecco il mistero dell'immonda Eresia (ovvero come Dio "recita" la sua preghiera) (44)

"Al cinema danno ora" - dice lei - passeggiando nella nuova città mistica edificata: 

'La morte degli Dèi'.... (45) (sconto per bambini se accompagnati dagli adulti 

vietato introdurre animali...)














Prima ho esaurito i manuali dell’Inquisizione, le asinerie dei domenicani (‘Flagelli’, ‘Martelli’, ‘Formicai’, ‘Fustigazioni’, ‘Lanterne’, eccetera, sono i titoli dei loro libri).

…Poi ho letto i parlamentari, i laici che a quei monaci si sostituiscono, e pur nutrendo disprezzo per loro, quasi li eguagliano in idiozia.

Ne accennerò altrove.

Qui noto soltanto che, dal l300 al 1600, e oltre, la giustizia è identica. Eccettuata una breve parentesi nel parlamento di Parigi, sempre ed ovunque è la stessa feroce demenza.

L’ingegno non conta.

L’acuto De Lancre, magistrato bordolese del regno di Enrico Quarto, all’avanguardia in politica, quando si tratta di streghe precipita al livello di un Nider, d’uno Sprenger, degli stupidi monaci del Quattordicesimo secolo.
E’ stupefacente vedere quei tempi tanto vari, quegli uomini di culture diverse non riuscire ad andare avanti. Poi si capisce bene che gli uni e gli altri furono impediti, di più, accecati, che il veleno del loro principio li rese ubriachi e selvaggi.




Questo principio è il dogma di una radicale ingiustizia:

“Tutti perduti, per uno solo, non solo puniti, ma degni d’esserlo, GUASTI A PRIORI E CORROTTI, morti a Dio ancor prima di nascere. Il poppante è un dannato”.

Chi lo dice?

Tutti, persino Bossuet. Un importante dottore di Roma, Spina, Maestro del Santo Palazzo, formula il concetto con precisione:

“Perché Dio permette che gli innocenti muoiano? Agisce secondo giustizia. Se non morissero dei peccati commessi, morirebbero comunque per la colpa originale” (De Strigibus, pagina 9).




Questa enormità ha due conseguenze, in giustizia e in logica. Il giudice è sempre sicuro del fatto suo; chi gli compare davanti, non c’è dubbio, è colpevole, e, se si difende, ancora di più.
La giustizia non deve faticare, rompersi la testa, per distinguere il vero dal falso. Si parte sempre da un partito preso. Il logico, lo scolastico non sottopone l’anima ad analisi, rendersi conto delle sfumature che vive non è affar suo, ne ignora la complessità, i contrasti intimi e i conflitti. Non ha bisogno, come noi, di spiegarsi come possa cadere a poco a poco nel vizio. Quanto riderebbe, scuotendo la testa, di finezze e cautele così, se fosse in grado di capirle!

Quanta grazia gli darebbe allora il dondolìo delle orecchie superbe che agghindano il suo vuoto cranio! Soprattutto quando si tratta del PATTO DIABOLICO, dello spaventoso contratto dove, per il misero guadagno di un giorno, l’anima si vende al supplizio eterno, noi cercheremmo di ricostruire il cammino maledetto, la terribile successione di sventure e delitti che la sprofondarono.




Il Nostro, se ne preoccupa?

Per lui l’anima e il diavolo sono nati l’una per l’altro, tanto che alla prima tentazione, per un capriccio, una ‘voglia’, un pensiero che passa, quella non esitò a gettarsi nell’orrido estremo.
Neppure i nostri moderni hanno granché indagato la cronologia morale della stregoneria. Si soffermano troppo sui rapporti del medioevo con l’antichità. Rapporti reali, ma vaghi, di poco peso. La vecchia Maga, la Veggente la Sibilla non sono ancora la vera Strega. Le innocenti Sabasie (da Bacco Sabasio), piccolo sabba campestre che continuò nel medioevo, niente hanno a che fare con la Messa nera del Quattordicesimo secolo, la grande solenne sfida a Gesù. Queste creazioni terribili non hanno proceduto sul lungo filo della tradizione. Uscirono dall'orrore del tempo.

A quando risale la Strega e l’antico Stregone? rispondo senza esitare:

‘Ai tempi negati alla speranza’.

Alla profonda disperazione prodotta dal mondo della Chiesa. Senza esitare dichiaro: ‘La Strega è il suo delitto’. Non mi soffermo neppure un attimo sulle sue melliflue spiegazioni, che fingono di attenuare: ‘Debole, leggera era la creatura, facile alle tentazioni. La concupiscenza l’ha indotta al male’.




Come, nella miseria, nella carestia di quei tempi, come poteva quella passione traviare sino al furore diabolico?
Se la donna innamorata, abbandonata e gelosa, se la ragazza scacciata dalla matrigna o la madre picchiata dal figlio (vecchi soggetti di leggende), se hanno potuto cadere in tentazione e invocare lo spirito maligno, tutto questo non è la Strega. Che queste povere creature invochino Satana, non vuol dire che lui le accetti. Sono ancora lontane, ben lontane dall’essere pronte per lui.

Non hanno l’odio di Dio.

Per capire un po’ meglio, leggete gli odiosi registri che ci restano dell’Inquisizione, non negli estratti dl Llorente, Lamothe-Langon, eccetera, ma quel che resta degli originali di Tolosa. Leggeteli così come sono, nella loro tetra aridità, tanto spaventosa e feroce.

Bastano poche pagine, per sentirsi agghiacciare.




Vi prende un freddo crudele. La morte, la morte, la morte si avverte in ogni riga. Siete ormai nella bara, o in una piccola cella di pietra dai muri ammuffiti. I più fortunati vengono messi a morte. L’ORRORE questa parola ricorre all’infinito, come una campana d’infamia che suoni e risuoni, per desolare i morti vivi, sempre la stessa parola: MURATI NELL’ORRORE DELLA FOLLIA CHE AVANZA SPACCIATA PER RETTA SCIENZA.

Orrendo meccanismo per annientare e schiacciare, crudele torchio per spezzare l’anima. Un giro di vite dopo l’altro, strangolata, scricchiolante, schizzò dalla macchina e cadde nel mondo ignoto. Quando appare, la Strega non ha padre né madre, non ha figli, marito, né famiglia. E’ un mostro, un aerolito, non si sa da dove venga. Chi oserebbe  avvicinarla?

Dove vive?

Dove non è possibile, nei boschi di rovi, sulla landa, dove la spina, il cardo intrecciati, impediscono il passaggio. La notte, sotto qualche vecchio dolmen. Se viene scoperta, è l’orrore della gente a tenerla ancora isolata: è come circondata da un cerchio di fuoco. Tuttavia, è difficile credervi, è ancora una donna. Proprio questa tremenda vita preme e tende la sua molla di donna, l’elettricità femminile.




Eccole due facoltà: L’ILLUMINISMO DELLA FOLLIA LUCIDA che, nelle sue sfumature, è poesia, seconda vista, acume sottile, la parola ingenua e astuta, soprattutto la capacità di credere in tutte le proprie bugie. Facoltà non ignota allo stregone maschio. Con lui il nulla e il tutto avrebbe avuto inizio in nome della MADRE TERRA dall’Universo nata.

Da questo dono un altro: il potere sublime di CONCEPIRE IN SOLITUDINE, la partenogenesi che i nostri fisiologi ammettono adesso nelle femmine di parecchie specie per la fecondità del corpo, e che non è più infondata per le concezioni dello spirito. Sola, concepì e generò.

Chi?

Un altro se stessa, che le somiglia da confondersi. Figlio dell’odio, concepito d’amore. Poiché senza l’amore, non si crea nulla. Tremante, così bene si riconosce in questo bambino, si compiace talmente in quest’idolo, che immediatamente lo colloca sull’altare, gli rende onore e gli si immola, si concede vittima e viva ostia. Molto spesso lo dirà al giudice lei stessa: ‘Non temo che questo: soffrire troppo poco per lui’ (Lancre).

Conoscete l’esordio del fanciullo?

Una tremenda risata.




Non ha forse motivo di essere allegro, sulla sua libera prateria, lontano dalle segrete spagnole e dai ‘murati’ di Tolosa? Il suo ‘in pace’ è niente di meno che il mondo. Va e viene, vagabonda. Sono per lui la foresta sconfinata, la landa dai vasti orizzonti. Tutta la terra è sua, ricca nel cerchio che la circonda.

La strega gli dice con amore:

‘MIO POETA’, NARRA DELLA MIA BELLEZZA INQUISITA DA QUESTI IDIOTI LUNGO LA VIA….’

Le piace anche chiamarlo Fiorente’, ‘Boschetto’, ‘Germoglio’. Sono i luoghi preferiti dal monello. Appena visto un cespuglio, vi saltò la scuola. Meraviglia che al primo colpo la strega abbia davvero fatto un essere. Che ha tutto l’aspetto della realtà.

L’hanno visto e sentito (dichiarano unanimi forse perché non appare in mega pixel composto presiedere cotal democrazia digitata dall’uno all’altro mondo ove la parabola narra l’avventura diabolica fors’anche un po’ offuscata ma è solo il perenne fumo di medesima Memoria... corrotta e  falsata nella pubblica, nonché, più che certa appartenenza nel materiale mondo della demenza… così ben rappresentata…).




Chiunque può descriverlo.

Osservate invece l’impotenza della Chiesa. I suoi angeli sono smorti, paiono sfumati, diafani. Lo sguardo li attraversa. Anche con i demoni rubati ai rabbini, la laida legione rancorosa, eccetera, non raggiunse il realismo di terrore che voleva. Ben più che terribili, sono figure grottesche; svolazzano come pagliacci.

Tutt’altro esce satana dal ventre ardente della Strega, vivace, agguerrito ed armato. Per quanta paura faccia, bisogna convenire che, senza di lui, saremmo morti di noia. Tanti flagelli colpiscono quei tempi, ma la monotonia è ancora il più pesante. Quando si cerca di far parlare le Tre Persone tra loro, come a Milton venne la sfortunata idea, la noia arriva al sublime. Dall’una all’altra, è un SI' eterno.
Dagli angeli ai santi, il medesimoo SI'. Questi, nelle loro leggende, graziosissime all’inizio, hanno tutti un insulso odore di parenti, e l’uno con l’altro, ed ognuno con Gesù. Tutti cugini.

Dio ci guardi dal vivere in un paese dove i visi degli uomini, tutti desolatamente simili, hanno questa identità melensa di convento o sacrestia.




Invece il figlio della Strega, ragazzo in gamba, sa rispondere a tono. Risponde a Gesù. Sono sicuro che lo distrae, oppresso com’è dai suoi santi insipidi. Questi prediletti, i figli del padrone, non si scaldano troppo, contemplano e sognano; ATTENDONO attendendo, sicuri di avere un giorno la loro parte di Eletti. Quel poco di attivo che hanno è rinchiuso nel risicato cerchio dell’IMITAZIONE (questa parola è tutto il medioevo).

Lui, il maledetto folle e bastardo, la cui parte non è che la frusta, non ci pensa proprio di attendere. Va in cerca e non si ferma mai. Si dà da fare, dalla terra al cielo. E’ molto curioso, fruga, penetra, tocca, e ficca il naso dappertutto. Del ‘Consummatum est’ se ne frega, si prende gioco. Non fa che ripetere: ‘Più in là’ e ‘Avanti’. Del resto, è di bocca buona. Raccatta tutti gli scarti; il cielo getta, lui raccoglie.

Ad esempio, la Chiesa ha scartato la Natura, come impura e sospetta. Satana la prende al volo, se ne ammanta. Non solo, la coltiva e la sfrutta, ne fa fiorire arti, accettando il titolo con cui vogliono marchiarlo, PRINCIPE DEL MONDO. Avevano detto imprudenti: ‘Guai a chi ride’. Cedendo a priori a Satana una parte troppo bella, il monopolio del riso, e proclamandolo ‘divertente’. Meglio, ‘necessario’. Poiché ridere è una funzione essenziale della nostra natura.

Come trascinare la vita, senza poter ridere, almeno tra i dolori?




La Chiesa, che non vede nella vita che una prova, non si preoccupa di prolungarla. Sua medicina è la rassegnazione, l’attesa e la speranza della morte. Vasto campo per Satana. Eccolo medico, guaritore dei viventi. Meglio, consolatore; ha la compiacenza di mostrarci i nostri morti, di evocare le ombre amate.

La Chiesa scarta un’altra cosetta, la Logica, la libera Ragione.

Ghiotto boccone che l’ALTRO addenta con avidità. Aveva coniato in chiare strofe ‘in pace’ dal soffitto basso, rischiarato da una luce cieca, da una certa fessura. Si chiamava ‘la Scuola’. Ci lasciavano qualche chierico e gli dicevano: ‘Sii libero’.

Diventavano tutti dei buoni a nulla.

Trecento, quattrocento anni confermano la paralisi. Il punto di Abelardo è esattamente quello di Occam. E’ curioso che si cerchi proprio là l’origine del Rinascimento. Arrivò, ma come? per l’impresa satanica di quanti hanno sbrecciato il soffitto, per lo sforzo dei dannati che volevano vedere il cielo. E soprattutto avvenne, lontano dalla scuola e dai dotti, a saltare la scuola nei boschi, dove Satana insegnò alla Strega e al pastore.

Istruzione rischiosa al massimo, ma erano proprio i rischi ad esaltare l’amor curioso, lo sfrenato desiderio di vedere e sapere. Là iniziarono le male scienze, la farmacia proibita dei veleni, e la maledetta anatomia. Il pastore, spia delle stelle, osservando il cielo, portava là le sue colpevoli ricette, i suoi esperimenti sugli animali. La Strega sottraeva e portava dal cimitero vicino un corpo; e per la prima volta (rischiando il rogo) si poteva osservare questo miracolo di Dio ‘che scioccamente si nasconde, invece di comprenderlo’ (come ha detto così bene il Serres).




L’unico dottore ammesso là da Satana, Paracelso, vi ha notato un terzo, che penetrava alle volte nell’assemblea sinistra, portandovi la chirurgia. Era il chirurgo di quei tempi di bontà, il boia, l’uomo dalla mano ardita, capace di usare il ferro, che rompeva le ossa e sapeva aggiustarle, ammazzava e talvolta salvava, appendeva fino a un certo punto. L’università criminale della strega, del pastore, del boia, negli esperimenti loro, che furono sacrilegi, animò l’altra, costrinse la rivale a studiare. Poiché ognuno voleva vivere. Tutto è dovuto alla strega; avrebbero voltato per sempre le spalle al medico altrimenti. A forza la Chiesa subì, permise quei crimini. Dovette riconoscere che esistono veleni buoni (Grillandus). Messa con le spalle al muro, lasciò sezionare in pubblico. Nel 1306, l’italiano Mondino apre e seziona una donna; una nel 1315. Rivelazione sacra. Scoperta d’un mondo (non c’è confronto con Cristoforo Colombo). Gli sciocchi rabbrividirono, sbraitarono. E i saggi caddero in ginocchio. Con vittorie così, Satana non aveva certo paura di morire. La Chiesa da sola non sarebbe mai riuscita a distruggerlo.

I roghi fecero fiasco, ma non una certa politica.

Divisero astutamente il regno di Satana.

Contro sua figlia, la Strega & lo Stregone antico Sciamano, armarono suo figlio, il Medico. La Chiesa, che odiava profondamente, con tutto il cuore, costui, per estinguere la Strega gli assicurò lo stesso il monopolio. 

Gli stregoni certo furono dei noiosi. Ora che l’hanno spinto così in rovina, si rendono ben conto di quello che hanno fatto? Non era un attore necessario, un rotella indispensabile alla grande macchina religiosa, ormai un po’ ansimante? Ogni organismo sano è doppio, ha due facce. Come la vita. E’ un certo equilibrio tra due forze, contrarie, simmetriche, ma diseguali: quella inferiore bilancia, reagisce all’altra. La superiore si spazientisce e vuole sopprimerla. Sbaglia. Quando Colbert (1672), senza tante complimenti, licenziò Satana proibendo ai giudici di ricevere i processi di stregoneria, l’ostinato parlamento normanno, nella sua buona logica normanna, indicò i pericoli di una simile decisione.

Il Diavolo è un dogma, né più né meno, legato a tutti gli altri.

Colpire l’eterno sconfitto, non è colpire il vincitore?




Aver dubbi sulle azioni del primo porta ad averne su quelle del secondo, sui miracoli compiuti proprio per combattere il Diavolo. Le colonne del Cielo hanno le loro fondamenta nell’abisso. L’incauto che smuove queste fondamenta infernali rischia di aprire crepe nel Paradiso. Colbert non ascoltò. Aveva altro da fare. Ma il Diavolo forse sentì. E questo lo consola molto. Nei lavoretti con cui si guadagna il pane (spiritismo o tavolini che ballano), si rassegna, pensando che almeno non muore solo…