IL GRASSO LEGNAIUOLO

IL GRASSO LEGNAIUOLO
& UN MONDO PERDUTO

venerdì 14 gennaio 2022

RICONCILIARE GLI INCONCILIABILI [breve articolo alla Memoria di Paolo (Florenskij)] (4)

 














(all'attenzione dei pennivendoli di stato:

il presente articolo riguarda condizione

circa la dottrina dello spirito quindi 

inconciliabile con qualsivoglia 

odierna materia economica e/o 

derivata impropria liturgia politica)









Precedenti capitoli:


...D'una 'crociera' in Georgia... (1/3)


Prosegue con l'articolo completo:


RICONCILIARE GLI INCOCILIABILI 


& con il racconto della domenica,







ovvero: I LAVORATORI DEL MARE


& L'uomo circo  [6]







Ricomporre la complessa trama della Storia, questo il difficile compito del geografo dello Spirito così da rendere il panorama osservato - nonché incamminato - oggi come allora, colto nell’interezza dell’osservazione posta nella duplice conformazione ‘geologica’ (sia questa materiale che spirituale) connessa con l’incarnata umana genetica data dalla ‘cultura’ a cui ogni Cima e/o simmetrico Elevato (spirituale) ‘stratigrafico-profilo’ (Cima numerata e contraddistinta nell’altitudine che la annovera e differenzia dal mare alla vetta, come il secolo di simmetrico ugual evento ugualmente contraddistinto qual elevato ‘personaggio’ nato anche lui da un comune mare sino all’altezza in cui, nel bene o nel male annoverato, e poi di seguito come nel caso del nostro Pavel, affogato!...), assoggettato aspira*.




[ * Incredibile come, in questo panorama osservato come contemplato da più generazioni, a cui il popolo e la propria natura ha affidato - ed affida ancora - la propria religiosa vista nel senso dell’ancorata vita, assommata all’ispirazione d’una intera esistenza donata alla cieca fiducia d’una improbabile porto ove ancorare nessuna Cima, si siano moltiplicate nonché evolute ‘catene montuose’, e da queste successivi innaturali panorami ‘storico-geologici’ di ‘singole’ vette, da cui fiumi in piena nati dall’impeto del freddo ghiaccio sgorgato dall’inumano fuoco accompagnato al sulfureo infernale demoniaco intento senza calore alcuno, circa un più vasto (prometeico) sentimento, simmetrico alla vera ‘rivoluzione’ da cui ogni elevato compito e di cui l’indispensabile Elemento soggetto al ciclo dell’intero ecosistema naturale come storico...




...derivato; e da cui il Fiume della vita (dovrebbe) donare benefico nutrimento, così come la necessaria energia nel sano frutto della Terra, circa il naturale proseguo del principio della sana dottrina connessa con l’uomo da lei evoluto; all’opposto scorgiamo avversi panorami - talvolta o troppo spesso - non confacenti con la  natura dei votati uomini al senso della più severa disciplina o (dottrina) politica, aliena alla simmetrica e autentica vetta in nome d’un Dio (circa ugual scienza per e di cui la vita) che l’ha creata; a cui l’umano spirito aspira - o dovrebbe - per il senso della evoluta conquista; semmai scorgiamo come annoveriamo la più distorta e deleteria forma politica confacente con l’altrettanto distorta economia bellica affine all’odio, da cui morte e annientamento quale negazione d’ogni più profondo come elevato spirituale sentimento, da cui la vera cima ispira o dovrebbe. 




E il contemplare siffatti panorami da ogni uomo votato nel senso distorto nonché anamorfico della vita, da cui il popolo la massa, ha consegnato la propria aspirazione negata alle vere Cime del sapere abdicate alla insana corrotta dittatura, ci sembra una considerazione circa il senso dell’impropria evoluzione non connessa con la propria mutilata approssimata natura; e il contemplarne l’archivio ‘storico-geologico’ d’una presunta evoluta stratificazione, come valido esempio circa il mancato o naufragato senso della vita, così come la Storia, non certo un caso; dai natali più o meno ortodossi della rimembrata Georgia, in seno al futuro quadro dipinto circa la natura umana quale vera mostruosità esposta, compreso il male che la ispira congiuntamente esposti alle alterne stagioni della medesima Storia quale museo degli ‘ispirati’ orrori;..... 




...contrari ed opposti al negato Bene come il beneficio che ne deriva dall’Arte (circa la segreta dottrina), di procedere all’altezza dello Spirito d’una Cima al porto della sana Creazione conforme alla propria architettura, circa ugual volontà scritta e da scrivere ancora, per la vera Stagione da cui la Via Verità e Vita… Dacché, per concludere siffatta parentesi storica, e aprirne una certamente più vasta e nuova, ne deduciamo o ricaviamo solo la limitata dotta presunta conoscenza affine all’ignoranza, così come la simmetrica derivata corrotta Coscienza, le quali non riescono, o peggio ancora, non vogliono e possono riconciliare, secondo un ristretto incolto Dogma, gli apparenti inconciliabili, giacché da questi presunti opposti e Cime - ovvero dal nucleo alla Vetta - sgorgare l’eterno Fiume della spirituale vulcanica segreta Conoscenza… La velata nebbia ispira amletico fugace (demoniaco) sentimento dell’essere ed appartenere all’intera Storia del mondo, e il come al meglio poterlo edificare e conservare nella propria ed altrui conquista in merito allo Spirito caduto nel baratro profondo d’un eterno precipizio d’una impropria vetta…]   




Condizione che li ha posti all’attenzione di molteplici scienze (più o meno esatte per quanto possa esserlo l’umano diverso dal divino), e certamente giammai disgiunte tra loro (per ciò concernente il nostro ‘punto’ di vista per il panorama osservato, forse non tutti i ‘punti’ di allora - epoche passate ma ancora presenti incise come indelebili ‘simboli’, siano questi esposti nel bene - come al contrario - nel male, formare una linea - una freccia - una crosta una placca geologica - confacente e non oltre un confine quale araldo cui incisa e coniata - purtroppo - la moneta nel dogma del Tempo e della Storia in cui rivenduta e successivamente cambiata o valutata secondo i rigidi e severi criteri conferiti dell’economia [come dalla dottrina politica] cui essa incontrovertibilmente dipende circa il valore aureo assente all’oro dello Spirito connesso con la Natura di un più probabile Dio;.... 




...con l’intento di attraversare, interpretare, nonché accreditare, la difficile Geografia ammirata come annoverata nella banca della presunta ricchezza dedotta; sia questo stesso intento geologico quanto dogmatico ben osservato come chi giunto prima o dopo di noi, e così esplicitato come formulato nell’odierno superamento di un piano più vasto in cui la linea si dispiega all’Infinito - donde nato - riformarne lo Spirito sottratto all’atto limitante della materia cui assoggettato…; sinonimo per il nostro occhio di Verità qual comune denominatore, quindi ugual Dio per chi voglia cercarlo nel vero simbolo sottratto al Sacrificio, sia questa una freccia una lancia o un medesimo chiodo della ugual Storia…).




Sottraendolo - quindi - all’approssimazione di cui oggetto ogni scienza entro i ‘limiti-limitanti’ della stessa medesima Storia costretta o immune (come nel nostro caso, viste le innumerevoli uguali vicissitudini di chi spaziando oltre l’orizzonte dato tenta un approccio interpretativo diverso come la stessa si pone all’occhio della Memoria), da una più profonda ‘equazione’ posta procedere dal Finito [della materia] all’Infinito [e Dio] dell’esperienza interpretativa, da cui lo Spirito ‘oggetto-soggetto’ (ma per chi libero giammai assoggettato seppur vittima di questo o quanto Creato) alla seconda condizione di cui la ‘materia’, come ora, esposta e dedotta in suddetta equazione storica assoggettata al Finito dato dall’insieme dei confini dei Dogmi ricavati ed imposti, al fine, così almeno sovente esplicitato, rendere l’uomo migliore, certamente disgiunto dai termini della Natura il quale lo ha creato entro i limiti incompresi di una genetica eternamente connessa con gli invisibili principi cui dedurre i termini di Sacro, a cui la Cima come ogni Elevato simmetrico profilo va evidenziato nella celata come velata natura geologica eternamente connessa.




Così come dell’Anima-Mundi afflitta e perseguitata dall’eterna calunnia per conto delle inaccessibili frontiere del dogma, quindi comporre ed unire gli inconciliabili in ugual medesima invisibile trama, che lenta si dispiega nel formare l’altrettanto difficile geologia ove s’innalzano le Cime della Storia, solo da taluni coraggiosi (e apparentemente inconciliabili: Paolo e Giuliano) a dispetto delle false demagogie unite alle dovute dogmatiche della Storia, si sono proposti di scalare (seppur celando) qual vera Conquista (con sommo sacrificio), conferendo la Verità negata, o peggio, vilipesa entro una fitta velata nebbia, dalla quale scorgiamo la valle, il Sentiero, ove in nome e per conto del vero Dio scorgiamo ancora l’univoca presenza di immutabili Simmetrie, quali Stagioni del comune Tempo, precipitare e imbiancare la volontà di rinata Conoscenza, per ricomporne la difficile ed invisibile Geografia. 

L’araldo storico impone l’uomo trafitto, nell’inconciliabilità in cui scritti e dedotti gli opposti, i quali opposti si uniscono e conciliano in medesimi intenti posti all’Infinito formare il Sacro in cui leggere ugual simbolo 

(Giuliano)




Il vasto dormitorio di Macellum, l’antico palazzo dei re di Cappadocia, era immerso in profonda oscurità. Il letto di Giuliano, ragazzo di dieci anni, era molto duro, essendo costituito soltanto da alcune assi rivestite di una pelle di pantera. Egli stesso l’aveva voluto così, ricordandosi i precetti del suo vecchio maestro Mardonio, che l’aveva educato ai rigorosi canoni dello stoicismo.

 

Giuliano non riusciva, quella notte, a prender sonno, di tanto in tanto, il vento si levava a raffiche, ululava lamentosamente, come una belva prigioniera, attraverso le feritoie dei muri. Poi, ad un tratto, tutto ridiventava calmo, e in quello strano silenzio si sentiva cadere la pioggia sulle pietre, a grosse gocce rade e pesanti. In certi momenti, Giuliano, nell’alta tenebra delle volte, credeva di scorgere il rapido volteggiare d’un pipistrello.




Distingueva poi il respiro di suo fratello, effeminato e capriccioso adolescente, che riposava sopra un morbido letto sormontato da un baldacchino polveroso, ultimo vestigio della splendida corte di Cappadocia. Dall’interno della stanza vicina, giungeva il pesante russare del precettore Mardonio.

 

A un tratto, la porticina della scala segreta si aprì senza far rumore, lasciando passare un raggio di viva luce, che abbagliò Giuliano, ed entrò la vecchia schiava Labda, reggendo una lucerna di rame.

 

— Nutrice, ho paura… Lasciala qua, la lucerna — disse Giuliano.

 

La vecchia posò la lampada in una nicchia di pietra, sopra la testa di Giuliano. 


 (S. Merežkovskij)


[PROSEGUE CON L'ARTICOLO COMPLETO]







venerdì 7 gennaio 2022

BREVE INTRODUZIONE A DOGMATISMO e DOGMATICA











 Precedenti capitoli:


Meccanica e Meccanismo








Prosegue con un sincero ricordo


alla Memoria di Pavel Florenskij


Prosegue... l':








8 GENNAIO (ai miei figli)   (3)







 

[ 4 aprile 1937. Splende un sole fortissimo e la neve è di una bianchezza accecante. Sarà perché ‘io non amo la primavera, in primavera mi ammalo’, o a causa di qualche radiazione cosmica, o in conseguenza delle difficoltà e dei problemi della nostra produzione, ma mi sento del tutto insoddisfatto. Non pensare che sia qualcosa legato al fisico, no, la mia salute va benissimo, ma è come un’ansia interiore, un turbamento di tutti i sensi. Forse questo turbamento è dovuto alla lontananza dalla natura. Ieri ho fatto una passeggiata attraverso un campo innevato. Alla luce del tramonto la neve aveva l’aspetto di petali di rosa sparsi. Si stagliavano i profili ondulati degli strati di neve che io amo tanto, in quanto mostrano chiaramente il meccanismo della formazione dei depositi eolici. La superficie della neve era coperta di tracce di esseri viventi: orme di zampette di uccelli, con piccoli solchi allungati fatti dalla coda, fossette di lepri, di volpi, e ancora di altri animali. Il cielo, come spesso avviene alle Solovki, divampava di tutti i colori. Ed io mi sono reso conto di quanto mi manchi la Natura e di quanto mi ripugni la produzione, che mi è sempre stata estranea. In fondo, alla base di ogni tipo di produzione, stanno i soldi. E il fatto che questi soldi vadano non in una tasca individuale, ma in quella comune, non rende la cosa molto più sopportabile.]   

 


         

Proteggere più ‘ecosistemi’ facenti parte dell’‘universale patrimonio’ d’un comune perseguitato simmetrico destino, circa la corretta dovuta interpretazione della sopravvivenza (dello Spirito  quale vera Anima della Natura) esposta ai rigidi come opposti infuocati climi della Terra, della vera Natura afflitta in nome della Libertà (e con essa il Diritto che al meglio o al peggio la contraddistingue, o dovrebbe, seppur ingannevole maschera dell’‘apparente apparenza’…) ‘a cui’ esposta e soggetta e ‘da cui’ offesa vilipesa ed assoggettata, entro e non oltre termini e principi di economica sussistenza, non men della politica che li esalta e celebra quali nuovi miti della Terra…; sembra la miglior preghiera ‘offerta’ qual ‘oracolare summa’ al saldo corrisposta di questo nuovo anno non ancora trapassato a miglior vita.




Ovvero qual Faro esposto agli acrobatici nuovi Elementi scritti nella rosa del progresso, divenuti calamità - o funesti presagi - della censurata Visione della Via, da cui il clima dell’oracolo o profeta,  riconoscersi e dialogare (grazie alla Scienza Sacra) al pari di tutti i simmetrici Elementi rinati nell’essenza o (perseguitata) assenza di Spirito, e di cui solo la materia ne celebra - o peggio sentenzia - la dovuta esistenza nel Nulla di quanto crea, e da cui la sommaria vista senza Visione alcuna!

 

Prevedo un vento freddo, e un doppio nemico da avversare così come da combattere, equivalenti in pari misura al male.




Giacché scorgo non solo la pandemica catastrofe scalciare alla porta per ogni maschera indossata, accompagnata dall’altrettanta pandemica visione della sottostimata concreta certezza dell’equivalente veleno, posti nella simmetrica duplice maschera del proprio intento.

 

Ed in questo gelido freddo vento che proviene dal Nord d’un remoto pensiero, mi si rimprovera che all’annunziato deserto di Elia privo di pioggia, si preannuncia breve imprevista bufera scritta nella visibile o invisibile Rosa.

 

L’oracolo si avvia anche lui alla bufera annunziata, al tramonto della specie cosiddetta umana. Giacché oltre la duplice pandemia inalata, anche l’Anima perseguitata nell’intento al Fine di rimuoverne ogni più certo e profondo legame della Terra.




Cosicché l’Apocalisse possa essere ammirata tanto da Marte quanto nel profondo della Terra. Oppure presenziata da una grotta, o meglio da una caverna, ove ogni Dio (o martire) di questo Cielo possa uscire indisturbato, al Fine della più celebrata materia (d’ogni sorta), da una diversa invisibile Porta.

 

L’unione nella Sintesi del Ricordo celebrata negli opposti crea tutta quella invisibile Energia di cui l’uomo o l’umano sprovvisto (pur avendone in deficiente eccedenza), qual vortice inesauribile di Vita scritta negli eterni eventi della Natura. Uguali e simmetrici, preannunziare luci ed echi d’ammirate aurore, oppure, al contrario, lampi di scomposta energia - seppur imprigionata non ancora del tutto compresa nell’essenza da cui la sacralità della mitologia, ed  ove la Fine sentenziata dalla conquista della materia celebra il famoso baratto dello scambio, annunziare nuova e futura moneta coniata e da coniare ancora.




In sua vece può apparire ad intermittenza il peggior Diavolo rivenduto per Santo, la materia illumina celebra e edifica il proprio Albero, la propria stirpe maledetta. La specie ove raccogliere il frutto malsano! Qualche Eretico, anche lui profeta, conviene allo scempio seminato ove nessun ‘dogma’ può essere portato all’Altare del Credo con cui scritta Via Verità e Vita.

 

Solo un Dio risorto dalla porta può rimembrarne il Sacrificio, così come il Tempo in nome Suo Creato!      




I carotaggi, di cui addetti gli scienziati (compresi i sacri cultori di simmetrica dottrina) circa ère e climi della Terra, siano questi inabissati negli strati più profondi del ghiaccio come in cielo, sentenziano ugual unanime sorte d’un comune tramonto dell’unanime destino apostrofato e scorto in ugual cielo boreale nell’èstasi o travaglio (anche mistico) della perseguitata Anima (Mundi), la quale scorge il proprio Dio (anche l’ateo possiede il dono del proprio Dio) così come il conflitto, e di cui, seppur la frammentata interpretazione, sia questa atea o credente, Eretica o Ortodossa, comporta l’unicità della Visione così come della Verità naufragata, giacché il dio Conosciuto così come Straniero, in ugual contesti tratti, comportano il rifiuto circa una determinata dogmatica interpretazione posta in un limitato dogma circa la vita.




E nell’Universo Infinito di questa invisibile Unione riconoscere il Sentiero. La Via fondata in Suo nome, o in ugual mistero che ne deriva, frammentarsi e dividersi - così come la vita - per poi unirsi e convergere alla luce del nuovo Sentiero rinato nella Selva dell’antica Natura (di tutti gli dèi prima e il dio dopo, ricomporsi e ricongiungersi come Elementi nella mitologica sacra e sola Dottrina, rivelare il rilevato Tempo rinato e risorto, comporre la Stagione così come il primo e ultimo elemento alla fotosintesi della luce, ispirare medesima ugual ‘visibile-invisibile’ rinascita contemplata pregata, oppure costantemente sperimentata così come ricercata col giudizio di ugual ‘dogma’…), non più (scritta) nel Karma di medesima ‘dogmatica’ materia, ma nell’universale superamento che tal concetto comporta riflesso nell’indissolubile interpretazione da cui Infinito come Eterno, nella volontà scritta in Suo nome, e fors’anche al contrario, nel superamento della velata unione da cui segreta causa e casualità, forma e principio  - non del tutto rivelato - circa il mistero della vita interpretato o peggio sentenziato attraverso il limitato oculo della materia. 




Ed anche se qualche goccia semina la povera dissacrata Terra violentata, il deserto sembra la summa d’ogni futura mummia rinata e riposta nel sarcofago dell’antica  fastosa tomba in eccesso di parola privata del Primo Pensiero; del corpo senza l’ombra dell’Anima; della libertà imbalsamata seppur divinizzata; dell’ispirata parola sottratta alla propria poetica natura divenuta geroglifico del progresso senza grammatica alcuna; del pensiero in eccesso ed iper-connesso sottratto al legame genetico della Terra; tradotto da un algoritmo decifrarne e ricomporne il senso attraverso un circuito neurale frutto di una intelligenza plastica ed artificiale frutto della memoria collettiva; coltivata o sottratta secondo i rigidi climi dati e conferiti dalla materia economica abdicati alla politica dell’impero; ed ove ogni intento o istinto come desiderio decifrato e riposto dall’archeologo incaricato nella piramide del progresso scavarne il mito della eterna civiltà fondata ed in qual tempo naufragata.

 

Scegliamo il nostro giusto Tempo o controtempo in questa breve Rima qual miglior risposta!




Il nemico avanza in questo progresso privato del sano consenso, mantengono ugual virale principio, e statene certi non solo un fattore pandemico il pericolo annunziato. Li accomuna l’invisibile delirio mutato in nome del falso progresso. Un nemico silenzioso ed invisibile, con un proprio segreto linguaggio crittografato, un male simmetrico all’evoluzione dell’uomo ed alieno al contesto naturale ove sembra evolvere al pari del virus che combatte, e di cui si ispira ammirato e nutrito da ugual principio: controllare e rallentare, annientare e dissacrare, insidiare e rettificare, secondo il proprio indiscusso geroglifico d’un codice genetico a barre d’ogni processo naturale al meno che non muti in virale. 

(Giuliano) 

 

Da dogmatismo e dogmatica…

 

Nella Coscienza è apparsa un’esigenza nuova, quella di adorare Dio (anche, aggiungo, nei suoi profanati Elementi) ‘in spirito e verità’.

 

La storia ci consente chiaramente di definire quell’esigenza insopprimibile di schematizzazione delle esperienze. Tutta la storia della scienza e della filosofia, come pure della teologia e della cultura in generale, consiste nel soddisfare questa esigenza….


[Il capitolo completo...]










mercoledì 5 gennaio 2022

I FIUMI RISALGONO... (8)










 

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Circa la conquista... 


Prosegue con...:


(i fiumi che risalgono...) la corrente (9)








Fuori da questo mondo fatato, nel corso del tempo, sono apparse le linee calme e sobrie del paesaggio settentrionale. Con un lavoro indicibile l’occhio dell’uomo si è fatto strada gradualmente verso il nord, su montagne e foreste e tundra, in avanti attraverso le nebbie lungo le sponde vuote del mare polare, il vasto silenzio, dove tanta lotta e sofferenza, tanti amari fallimenti, tante fiere vittorie, sono svanite senza lasciare traccia, attutite sotto il manto di neve.

 

Quando i nostri pensieri ripercorrono i secoli in un sogno ad occhi aperti, davanti a noi passa un’infinita processione, come una singola possente epopea del potere di devozione della mente umana a un’idea, giusta o sbagliata: una processione di figure in lotta, coperte di brina in abiti pesanti, alcune erette e potenti, altre deboli e piegate in modo da poter a malapena trascinarsi davanti alle slitte , molti di loro emaciati e morenti di fame, freddo e scorbuto; ma tutti guardano davanti a sé verso l’ignoto, oltre il tramonto, dove sta la meta della loro lotta.




Cosa cercavano nel ghiaccio e nel freddo?

 

Il norvegese che scrisse lo ‘Specchio del re’ diede la risposta seicento anni fa: ‘Se desideri sapere cosa cercano gli uomini in questa terra, o perché gli uomini vi si recano in così grande pericolo per la loro vita, allora è la triplice natura dell’uomo che lo attira là. Una parte di lui per l’emulazione e il desiderio di fama, perché è nella natura dell’uomo andare dove c’è la probabilità di un grande pericolo, e per questo rendersi famoso. Un’altra parte è il desiderio di conoscenza, poiché è nella natura dell’uomo desiderare di conoscere e vedere quelle parti di cui ha sentito parlare e scoprire se sono come gli è stato detto o no. La terza parte è il desiderio di guadagno, poiché gli uomini cercano ricchezze in ogni luogo dove imparano che si deve avere profitto, anche se vi è un grande pericolo’.

 

Parliamo della prima scoperta del Nord, ma come facciamo a sapere quando il primo uomo arrivò nelle regioni settentrionali della terra?

 

 Non conosciamo che pochi frangenti degli ultimi passi nelle migrazioni dell’umanità. Che periodo di tempo deve essere passato tra il periodo dell’uomo di Neanderthal in Europa e i primi Pelasgi, o Iberi, o Celti, che vi troviamo nel neolitico, agli albori della storia. Come diventa infinitesimale in confronto a questo tutto il periodo recente che chiamiamo storia.




 Ciò che accadde in quelle lunghe ere ci è ancora nascosto. Sappiamo solo che l’era glaciale coprì l’Europa settentrionale e in una certa misura anche l’Asia e il Nord America, con vasti ghiacciai che hanno cancellato tutte le tracce dei primi insediamenti umani di quelle regioni. Tra queste ere glaciali si verificarono periodi più caldi, quando gli uomini si diressero ancora una volta verso nord, per essere nuovamente cacciati dalla successiva avanzata della calotta glaciale. Ci sono molti segni che la migrazione umana verso nord dopo l’ultima glaciazione, in ogni caso in ampi distretti d’Europa.

 

Il mondo dotto della prima antichità non aveva altro che una vaga premonizione del Nord. Lungo le direttrici di traffico si instaurarono sin dai tempi antichi rapporti commerciali con le terre del nord. All’inizio questi correvano forse lungo i fiumi della Russia e della Germania orientale fino al Baltico, in seguito anche lungo i fiumi dell’Europa centrale. Ma le informazioni che giungevano ai popoli mediterranei attraverso queste rotte dovettero passare attraverso molti intermediari con varie lingue, e per questo rimasero a lungo vaghe e incerte.




Ciò che gli antichi non sapevano, lo fornivano con concezioni poetiche e mitiche, e col tempo si formò ai confini esterni del mondo, specialmente al nord, un intero ciclo di leggende che avrebbe gettato le basi delle idee delle regioni polari per migliaia di anni, fino al Medioevo, e molto tempo dopo conoscenza affidabile era stata acquisita, anche dai viaggi degli stessi norvegesi.

 

Molto prima che la gente sapesse se c’erano terre e mari lontani al nord, coloro che studiavano le stelle avevano osservato che c’erano alcuni corpi nel cielo del nord che non tramontavano mai, e che c’era un punto nella volta celeste che mai mutava le proprie coordinate. Col tempo scoprirono anche che, spostandosi verso nord, il cerchio che circondava le stelle sempre visibili si allargava, e videro che queste nei loro movimenti quotidiani descrivevano orbite attorno al punto fisso o polo celeste.

 

Gli antichi caldei lo avevano già scoperto.




Da questa osservazione il passo fu breve alla deduzione che la terra non poteva essere piatta, come voleva l’idea popolare, ma doveva essere in un modo o nell’altro sferica, e che se si andava abbastanza a nord, queste stelle sarebbe proprio sopra la testa. Per i greci un cerchio disegnato attraverso la costellazione dell’Orsa Maggiore, che chiamavano ‘Arktos’, costituiva il limite delle stelle che erano sempre visibili. Questo limite fu quindi chiamato il Circolo dell’Orso, o il ‘Circolo Polare Artico’.

 

Secondo la comune idea greca furono i paesi del Mediterraneo e dell’Oriente a formare il disco della terra, o ‘œcumene’ (il mondo abitabile). Intorno a questo disco, secondo i canti omerici (l’Iliade fu scritta intorno al 900 a.C.), scorreva il fiume onnicomprensivo ‘Oceanus’, la fine della terra e il limite del cielo.

 

Questo fiume profondo, instancabile, che scorre quietamente, il cui corso d’acqua tornava su se stesso, era l’origine e la fine di tutte le cose; esso non fu solo il padre degli Oceanidi e dei fiumi, ma anche la sorgente da cui vennero gli Dèi e gli uomini.




Nulla di preciso si dice del confine più lontano di questo fiume, forse c’erano terre sconosciute appartenenti a un altro mondo su cui riposava il cielo; in ogni caso incontriamo più tardi, come in Esiodo, idee di terre al di là dell’Oceano, le Esperidi, l’Eritea e le Isole dei Beati, che erano probabilmente derivate da racconti fenici.

 

Originariamente concepito come un fiume dalla corrente profonda, l’Oceano divenne in seguito l’oceano vuoto onnicomprensivo, che era diverso dal noto mare (il Mediterraneo) con le sue note coste, anche se ad esso collegate. Erodoto (484-424 a.C.)* è forse il primo ad usare il nome in questo senso, rifiuta decisamente l’idea di Oceano come fiume e nega che l’‘œcumene’ debba essere disegnato intorno, come con un compasso, come pensavano i geografi ionici (Ecateo, per esempio).



[* In un noto passo di Erodoto si fa menzione del delfino che lascia il mare per rifugiarsi sulla Terra, in questo specifico caso tralasciamo la simbologia più o meno sacra del delfino con cui il nostro autore probabilmente si identifica, ovvero il delfino per eccellenza straniero nella propria Terra;  là dove afferma che un tipo di organizzazione sociale ed economica, ovvero la tirannide, può rovesciare (come di seguito leggeremo) l’ordine stesso - più o meno divino - delle cose, ovvero siano esse facenti parte della Natura materiale e/o divina quanto spirituale dell’uomo; compromettendo, addirittura, l’ordine stesso da cui quest’ultimo nato ed evoluto, da un Oceano ad un Fiume ove l’uomo edifica, ad immagine della Natura, la propria ed altrui sopravvivenza nel lento scorrere della Vita. Ed allora (v.92), non solo ‘i pesci voleranno nell’aria’ ma, per legge di contrappasso, ‘gli uomini vivranno nei flutti del mare’, ‘il cielo sarà sotto la Terra, la terra sopra il cielo’. Alla nostra mente la visione suggerisce immagini apocalittiche.]   




Riteneva dimostrato che il disco terrestre sul lato occidentale, e probabilmente anche sul lato sud, fosse circondato dall’oceano, ma disse che nessuno poteva sapere se questo fosse il caso anche al nord e al nord-est. In opposizione a Ecateo  e ai geografi ionici (la scuola di Mileto) affermò che il Mar Caspio non era una baia dell’Oceano settentrionale, ma un mare interno indipendente. Così l’‘œcumene’ si estese nell’ignoto a nord-est. Menziona diversi popoli come abitanti più a nord, ma a nord di esse c’erano regioni desertiche e montagne inaccessibili; fino a che punto arrivarono non lo dice. 

(Nansen)


(Prosegue...)






mercoledì 29 dicembre 2021

LA TERRA TRASFORMATA (6)

 

























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Della conquista  (5)


Prosegue al...:









Sant'Elia  (7)









Un più che valido esempio per quanto precedentemente espresso, anche se non condiviso, risalta alla lettura di questo articolo il quale riporto nei punti più salienti, circa l’espressa delusione da parte del giornalista per il compiuto acquisto dell’Alaska, ‘una enorme distesa di Terra senza prospettiva alcuna’, ove vengono altresì forniti consigli per come sfruttarla così come potenziarla dal punto di vista del ‘dogma economico’.

 

Lo scrivente - in questo specifico caso - funge da anamorfico specchio rispetto alla trascurata bellezza d’un immenso patrimonio, invidiabile sotto ogni punto di vista. Distorcendo - o peggio - non comprendendo ove risieda la vera sana duratura ricchezza circa il bene, vero patrimonio della Immacolata Terra appena comprata, o sottratta, a simmetrico intento di chi - e ancor peggio - ha provveduto alla vendita.

 

I due soggetti rendono unico il ‘dogmatico’ pensiero riflesso nella dottrina economica precedentemente disquisito (quale vera patologica distorsione caratteriale dell’essere ed appartenere alla Terra), premettendo la successiva corsa all’età dell’oro. Così assistiamo inermi alla disfatta dell’età agognata sino alla grotta d’una miniera, là ove molti o troppi si accalcano per il bene della borsa.




In Europa le cose non vanno sicuramente meglio, l’alpinismo, così come gli intrepidi viaggi polari della nuova corsa all’inviolato primato della conquista, assommati alla sempre più pressante ricerca di Cime altrettanto inviolate (popolate solo da miseri Dèi e Dèmoni venerati in Terra scalzati e puniti del Sacro Santo diritto di contemplare ed essere contemplati come adorati; ammirare e pregare la rara bellezza, divenuta, a Ragione, Rito), rendono ugual oro quotato in medesima borsa.

 

La simmetria non muta prospettiva e forma dell’anamorfica vista che corre da un fiume o una vena sino ad una inviolata Vetta, ruotando coordinate e latitudini di medesimi intenti, il dio del Fiume come la sacra Dèa della montagna, moriranno per ugual cieca mano. La qual mano si accompagna all’approssimata vista prossima alla cecità assoluta come un nuovo Omero in nome e per conto del progresso indicare il Viaggio da compiersi per rinnovare l’antica età dell’oro, oppure, da non compiersi affatto, meglio dedicarsi in alternativa alla caccia…   



  

Ma l’articolo si presta ad altre considerazioni circa il progresso e il rapporto che l’uomo svela pur non volendo, con la bellissima diletta Natura, non men della Beatrice che in tal senso sprona la dovuta e retta Ragione senza più cagione alcuna….

 

I due Imperi hanno concluso un affare, la Russia dello zar non dissimile dalla nuova America colonizzata, in procinto anch’essa ad una perenne trasformazione, sono i termometri barometrici e psicologici di un eterno clima della medesima ugual Storia, a conferma per quanto affermato, circa un sofferto rapporto, e non solo politico che li divide e in qual tempo unisce, fra l’uomo e la sua amata odiata Natura, conquistata e da conquistare (o meglio: violentare) ancora.

 

La dottrina economica compie l’inesorabile corso della Storia. Pochi i credenti profeti che ammirano tutt’altro Spirito!

 

Non introduco - ulteriori saccenti dotte inutili complesse - argomentazioni…, chi sa cogliere la velata sottigliezza comprende molto più di tante troppe parole per quanto fin hora ed allora (da pochi) detto e scritto…

 

(Giuliano)




LA TERRA DELLE PELLICCE:  


 

Nel 1867 il governo degli Stati Uniti, per un pagamento alla Russia di circa un milione e mezzo di sterline, ricevette in cambio lo strano e isolato paese dell’estremo nord noto come Alaska, separato da mille miglia di territorio coloniale britannico dalla frontiera repubblicana. Per alcuni anni ci furono conflitti costanti con gli indiani, e nel complesso la storia antica dell’occupazione americana dell’Alaska non è brillante. Gli speculatori di San Francisco che erano stati attratti dalle speranze di oro e di incalcolabili ricchezze nelle foreste e nella pesca furono terribilmente delusi, e la maggior parte di loro a poco a poco se ne andò di nuovo.

 

Una semplice occhiata alla mappa dà appena un’idea dell’enorme estensione superficiale di questo possesso periferico dei nostri cugini americani. Secondo il rapporto speciale dei commissari del censimento degli Stati Uniti, al quale siamo principalmente debitori per i fatti riportati in questo articolo, l’area totale dell’Alaska è di cinquecentotrentunomilaquattrocentonove miglia quadrate, o circa un sesto dell’intera area degli Stati Uniti.


 

Ma entoventicinquemiladuecentoquarantacinque miglia quadrate sono interamente all’interno del circolo polare artico, un’area che raramente è stata attraversata dall’uomo bianco, e sui cui confini costieri ci sono alcuni villaggi eschimesi. I nativi di questi, è triste apprendere, si deteriorano e ammalano rapidamente a causa del commercio con gli equipaggi dei balenieri che d’estate si recano nei dintorni e cercano solo di barattare i prodotti naturali, sotto forma di pellicce olio e avorio, per poi rimanere intossicati, se non addirittura alcolizzati, dai frequenti pagamenti che avvengono con infimo whiskey.  

 

L’immensa area della divisione settentrionale dell’Alaska è lasciata all’orso e alla volpe, alla renna e ad altri animali polari, e da qualche parte a circa tremila eschimesi degradati.

 

La più grande divisione geografica dell’Alaska è quella che i funzionari degli Stati Uniti hanno chiamato la sezione dello Yukon. È così chiamato perché comprende la valle del fiume Yukon, considerato il più grande fiume d’America, se non del mondo, e che scarica nel Mare di Behring un volume d’acqua stimato in circa un terzo in più rispetto a quello del Mississippi.




La divisione dello Yukon comprende centosettantaseimilasettecentoquindici miglia quadrate ed è abitata da quattromiladuecentosettantasei eschimesi, duemilacinquecentocinquantasette indiani Athabaskan, diciotto bianchi e diciannove creoli... totale, seimilaottocentosettanta.

 

L’occupazione degli indigeni è interamente quella di cacciare animali dalla pelle di pelliccia, che barattano con i bianchi per zucchero, farina, tè, stoffa, ferramenta, ecc. Si dice che il valore in denaro delle pelli barattate sia di circa quindicimila sterline all’anno. Le volpi sono le principali fonti di ricchezza di questo distretto e se ne trovano di tutte le sfumature, dal grigio argento e nero al rosso e bianco come la neve. Accanto a queste per importanza sono le pelli di faina (o di zibellino) e di lontra terrestre; e poi, ma in misura molto minore, quelli degli orsi neri e bruni. Le pelli di alce e di cervo sono tutte conservate dagli indigeni per i propri scopi, per vestiti, biancheria da letto, ecc.




Tutte le isole nelle acque dell’Alaska sono montuose, alcune delle altezze salgono da quattromila a ottomila piedi; ma l’intero territorio è privo di alberi. Il terreno è un misto di terriccio, argilla e detriti vulcanici; ed erbe di ogni specie crescono in grande abbondanza. Il carbone è stato scoperto nell’isola di Ounga; ma questa è l’unica ricchezza mineraria ancora scoperta, sebbene la ‘propensione’ sia stata coltivata per anni. Il carbone è di pessima qualità. Il clima di questa divisione è più temperato di quello degli altri distretti, e un tempo si pensava che le erbe ricche potessero consentire l’allevamento del bestiame su una scala considerevole.

 

I lunghi inverni, tuttavia, si sono rivelati impraticabili; ed è stato scoperto che il fieno, anche, può essere importato da San Francisco più economico di quanto possa essere coltivato e curato sul posto. L’unica parte in cui il bestiame è tenuto dai sacerdoti e dai commercianti bianchi è a Oonalashka, e il fatto è interessante in quanto indica il pericolo di affidarsi a descrizioni poetiche dei luoghi. Thomas Campbell, si può ricordare, parla circa ‘il pilota’ che guida la sua barca dove

 

Freddo nella sua mezzanotte guarda le brezze soffiare

Da rifiuti che sonnecchiano nella neve eterna;

E aleggia attraverso il tumultuoso ruggito dell’onda,

Il lungo ululato del lupo dalla riva di Oonalashka.




Le isole Aleutine sono ben popolate; e il popolo è semicivile, i russi hanno con loro rapporti, insediamenti e missioni tra loro da più di un secolo. Le dame delle Aleutine, infatti, i cui signori si sono arricchiti con la pesca delle foche, possono persino sfoggiare sete nelle grandi occasioni, e mostrano in ogni momento una passione per i nastri e i gioielli di ‘commercio’. Solo gli eccezionalmente ricchi, tuttavia, possono permettersi cuffie o cappelli. Gli uomini sono particolarmente affezionati ai berretti a corona larga e a fascia rossa delle uniformi russe, che furono i primi esempi di abbigliamento civile mai visti sulle loro coste.

 

Le acque sono ricche di pesci di ogni genere; ma l’industria più importante è la pesca delle foche che ora è condotta in affitto dal governo degli Stati Uniti, che ne mantiene il monopolio e può permettersi notevoli commerci di pelli così da rendere la moda ancora viva e orgogliosa dei suoi cappellini e cuffie alla maniera russa.

 

Per riassumere, si può dire che l’acquisizione dell’Alaska da parte degli americani è stata una grande delusione per la loro economia. Pensavano che sarebbe stato un ottimo distretto per insediamenti estesi per scopi agricoli, e il paese, come abbiamo visto, è del tutto inadatto quasi ovunque a tali scopi. Poi fecero sogni luminosi di ricchi giacimenti minerari; ma sebbene oro, argento e carbone siano stati trovati e parzialmente lavorati, l’industria mineraria è una caratteristica secondaria della ricchezza dell'Alaska.




L’estensione delle foreste, tuttavia, è stata riscontrata maggiore di quanto previsto. Su questo punto il Commissario degli Stati Uniti così ci aggiorna:

 

“Il legname dell’Alaska... riveste le ripide colline e versanti montuosi, e strozza le valli dell’Arcipelago Alexander e la contigua terraferma: si estende, meno fitto, ma comunque abbondante, lungo l’inospitale distesa di territorio che si estende dalla testata di Cross Sound alla penisola di Kenai, dove, scendendo a ovest e a sud-ovest fino alla metà orientale dell’isola di Kadiak, e da lì attraverso lo stretto di Shelikhof, si trova sulla terraferma e sulla penisola confinante con la stessa latitudine; ma è confinato all’interno opposto a Kadiak, non scendendo verso la costa fino all’est di Capo Douglas. Dall’interno della penisola, si troverà che la linea di legname su tutta la grande area dell’Alaska segue la linea costiera a distanze variabili da cento a centocinquanta miglia dalla costa, fino a raggiungere la sezione dell’Alaska a nord della foce dello Yukon, dove una parte della costa del Norton Sound è direttamente delimitata da legname fino a Cape Denbigh a nord. Da questo punto verso est e verso nord-est, una linea può essere tracciata appena sopra lo Yukon e i suoi immediati affluenti come i limiti settentrionali del legname in una misura considerevole.




Ma sebbene l’area coperta da alberi sia così enorme, il valore di mercato del legname non è così grande come si potrebbe immaginare. Il più pregiato è il cedro giallo; ma questo non è così abbondante come l’abete rosso o l’abete, e anche quello non è della migliore qualità.

 

Più importante del legname è il prodotto delle acque, perché si dice che nei mari che bagnano le coste dell’Alaska non ci siano meno di settantacinque specie di pesci da mangiare.

 

Ma la vera ricchezza attualmente dell’Alaska risiede nell’abbondanza dei suoi animali dalla pelle di pelliccia. Fu per il commercio di pellicce che i russi occuparono il paese dopo che fu scoperto da Behring, e fu principalmente per il commercio di pellicce che gli americani lo acquistarono dalla Russia. L’entità degli scambi si è rivelata addirittura maggiore di quanto previsto al momento del trasferimento. Le spedizioni di pelli di lontra marina e di foca da pelliccia da sole sono più che raddoppiate dal 1867, e ora hanno un valore medio annuo di circa trecentomila sterline.




Delle pellicce di terra, come vengono chiamate, l’elenco è lungo, e nell’ordine di ampiezza di distribuzione si può dare così: lontra terrestre, castoro, orso bruno, orso nero, volpe rossa, volpe argentata, azzurra e volpe bianca, visone, faina, orso polare, lince e topo muschiato. Sono comuni anche conigli, marmotte e ghiottoni, ma le pelli sono conservate dagli indigeni. Il valore annuo delle pellicce, mare e terra, ora ottenuto dall’Alaska è stimato in media di circa mezzo milione di sterline, e non vi è alcun segno di diminuzione della resa. Al contrario, la concorrenza dei commercianti di pelli ha stimolato gli indigeni ad una maggiore industria nella caccia; mentre i prezzi ora pagati ai cacciatori sono da quattro a dieci volte superiori a quelli correnti durante la dominazione russa. 

(Gennaio 1866)

 

 

BREVE EPILOGO:

 

 

La mattina del 24 gennaio 1855, Henry Thoreau si sedette con il proprio diario a riflettere su come Concord, la sua terra natale, era stata modificata da più di due secoli di colonizzazione europea. Aveva letto da poco il libro ‘New England’s Prospect’ nel quale il viaggiatore inglese William Wood narrava il proprio soggiorno del 1633 nel New England meridionale descrivendo il paesaggio ai lettori inglesi.

 

Ora Thoreau tentò di stabilire quanto il Massachusetts di Wood fosse diverso dal suo. I cambiamenti sembravano veramente radicali. Iniziò dai prati che, scrisse, ‘a quel tempo sembravano crescere più rigogliosi’. Anche le fragole, se le descrizioni di Wood erano precise, erano state più grosse e abbondanti ‘prima che i campi coltivati non le costringessero in spazi angusti’. Alcune arrivavano a misurare almeno tre centimetri di diametro ed erano così numerose che se poteva raccogliere mezzo staio in una mattina.




Altrettanto abbondanti erano l’uva spina, i lamponi e, in modo particolare, i ribes dei quali, pensò Thoreau, ‘così tanti scrittori del passato hanno narrato, mentre così pochi tra i moderni ne trovano allo stato selvatico’. Nel 1633, le foreste del New England erano state molto più estese e gli alberi molto più grandi. Sulla costa, dove gli insediamenti indiani erano stati maggiormente vasti, i boschi erano apparsi ai primi coloni inglesi più aperti, simili a parchi, senza sottobosco e senza vegetazione cedua, così comuni invece nella Concord del XIX secolo.

 

Per poter ammirare una simile foresta, secondo Thoreau, sarebbe stato necessario organizzare una spedizione fino al Maine, dove si trovava l’unico ‘esemplare ancora esistente di essa’. Le querce, gli abeti, i prugni e i liriodendri erano comunque tutti, a suo dire, meno numerosi di quanto non lo fossero stati ai giorni di Wood. Nonostante la foresta fosse stata molto ridotta al suo stato originario, la maggior parte delle specie degli alberi erano rimaste.




Non si poteva dire lo stesso per gli abitanti del regno animale. L’elenco di Thoreau delle specie scomparse era desolante: ‘L’orso, l’alce, il cervo, il porcospino, il leopardo delle nevi, il lupo vorace, il castoro, e la martora’. Non solo se ne erano andati i mammiferi terrestri; anche il mare e l’aria sembravano più vuoti. Un tempo si potevano catturare due o trecento esemplari di pesce persico in una sola volta. La riproduzione delle alose era stata ‘quasi incredibile’. Nessuno di questi pesci era ormai presente in tale abbondanza.

 

Circa gli uccelli, Thoreau scrisse:

 

‘Le aquile sono probabilmente meno comuni; sicuramente i piccioni i fagiani sono scomparsi e i tacchini. Probabilmente allora vi erano stati più gufi, e cormorani, e poi uccelli marini in genere, e cigni’.




Se una volta Wood poteva affermare che era possibile acquistare per cena un cigno appena preso al prezzo di sei scellini, Thoreau non poteva che scrivere sbigottito:

 

‘Pensateci!’




Vi è una sorta di malinconia in questa lista di Thoreau, il lamento di un romantico per un mondo incorrotto di tempi passati e ormai perduti. Il mito di un’umanità perduta in un mondo perduto è sempre molto presente negli scritti di Thoreau, e risulta maggiormente percepibile nella sua descrizione del paesaggio antico.

 

Un anno dopo il suo incontro con il New England del1633 di William Wood, Thoreau ritornò alle sue lezioni con un linguaggio più esplicitamente morale.

 

Quando penso’,

 

scrisse

 

‘che qui gli animali più nobili sono stati sterminati il puma, la pantera, la lince, il ghiottone, il lupo, l’orso, l’alce, il cervo, il castoro, il tacchino e altri ancora – non posso che sentirmi come se vivessi in un paese addomesticato ed evirato rispetto al suo stato originario’. 

(W. Cronon)


  

A sera, su un mare squallido,

ho visto una montagna alzare la testa canuta

per guardare con sguardo fisso il cielo vicino.

 

La terra era fredda e immobile.

Non si udiva alcun suono tranne

le voci oniriche del mare addormentato.

 

La montagna strinse il suo grigio manto di nubi,

come senatore romano, eretto e vecchio,

alzando in alto una fronte seria e calma,

con lo sguardo rivolto verso l’alto intento di ferma fede.

 

Il cielo era scuro; nessuna luce gloriosa brillò

a coronare la fede della montagna; che non vacillò,

ma, sempre fiducioso, attese pazientemente.

 

Al mattino ho guardato di nuovo. L’attesa sedeva

di gloria immanente sulla cima della montagna.

 

E, in un attimo, ecco! è arrivata la gloria!

La mano di un angelo arrotolò una nuvola cremisi.

 

Una luce rossa e profonda di tono e potenza meravigliosi -

Una corona di splendore ineguagliabile - adornava la sua testa,

Maestosa, regale, pura come il Cielo, ma calda

Con amore terrestre. Un movimento, come un cuore

con un ricco battito di sangue, sembrava oscillare e pulsare,

con potenza di estasi, il picco di granito.

 

Era un poema grandioso dell’Amore Divino -

Un inno, dolce e forte, di lode a Dio -

Un grido di vittoria dai campi sterili della morte.

 

Il suo sguardo era ancora verso il cielo,

ma anche verso la terra -

Perché l’amore non cerca il proprio, e la gioia è piena,

solo quando è più gratuita. Il sole rifulse,

e ora la montagna si tolse la sua corona di rubini

Per uno dei diamanti. Eppure la luce scorreva verso il basso;

Non più freddo e cupo, il mattino risplendeva di

calore e luce, e nuvole di colore infuocato

Ammantavano il gelido ruscello del ghiacciaio di cristallo,

E tutto il paesaggio palpitava di gioia improvvisa.