IL GRASSO LEGNAIUOLO

IL GRASSO LEGNAIUOLO
& UN MONDO PERDUTO

domenica 15 giugno 2025

CURARE IL MONDO (2)

 








Precedenti mali 


Prosegue con la cura 


(Seconda parte con breve 


appendicite... del corpo intiero


contattare il Fioravanti Grazie!]







...E qui sarà opportuno inserire una parentesi sul carattere generale dei vizi di ieri e di oggi, iniziando dalla trattazione contemporanea più suggestiva che io conosca. In Vizi comuni, uno studio pubblicato negli Stati Uniti nel 1984, Judith Shklar (1928-1992) ricordava che i peccati del cristianesimo tradizionale costituiscono delle minacce contro l’ordine divino. Essi sono trasgressioni di una legge divina e offese contro dio, e la superbia è il peggiore di tutti perché è il rifiuto di dio. 

 

Ma a noi questo universo morale retto da leggi divine non interessa - commenta Shklar, e io mi associo - perché non ci fa riflettere sugli unici vizi che veramente importano e che sono quelli che offendono altri esseri umani. Ed ecco che Shklar, seguendo la proposta dello scettico Montaigne, mette al primo posto, desautorando la superbia, la crudeltà, il vizio che offende causando torti verso un altro essere vivente e provocandone la sofferenza, principalmente fisica.





Noi respingiamo l’idea di peccato come la concepisce la religione rivelata, dichiara Shklar, e giudichiamo il male ‘in sé e per sé, e non perché significhi una negazione di dio o di una qualsiasi norma suprema’.

 

Anche lo studio sul tema di Umberto Galimberti (I vizi capitali e i nuovi vizi, raccolta di articoli usciti sul quotidiano italiano ‘la Repubblica’) si muove in una dimensione non religiosa, esponendo alcune considerazioni di tipo sociale legate soprattutto allo sviluppo attuale dei fattori economici: come conciliare, si chiede Galimberti, l’etica della mortificazione che sta alla base del cristianesimo con l’etica della soddisfazione sostenuta dall'economia?




La società opulenta e consumistica ci chiede di consumare, sostituire, rinnovare, sprecare, distruggere merci e oggetti, buttar via materassi, sedie e spazzolini per essere felici e soddisfatti.

 

Galimberti invece inizia proprio criticando il principio del consumo (primum consummismus) e le psicologie che lo appoggiano e lo sostengono: cognitivismo e comportamentismo.

 

A differenza della psicoanalisi, infatti, tali psicologie dell’adattamento si impegnano a far sì che l’individuo si aggiusti le idee e riduca ‘le proprie dissonanze cognitive in modo da armonizzarle all’ordinamento funzionale del mondo’.




Mentre Galimberti nota ma insieme condanna la tendenza della società odierna ad organizzarsi intorno all’etica della soddisfazione dettata dagli interessi economici, il filosofo spagnolo Fernando Savater ne fa una lettura provocatoria e dissacrante. I vizi additati come tali dalla chiesa - scrive Savater nel suo I sette peccati capitali - sono in realtà il motore dell’economia, e ciò che nell’individuo può essere considerato un difetto diventa per la società stessa elemento vitale: se non esistesse l’avarizia non ci sarebbe accumulazione capitalistica, se non ci fosse la gola non ci sarebbero ristoranti né guide Michelin.

 

Quel che conta è la tendenza al lusso, sembra dire Savater riprendendo le tesi del seicentesco filosofo inglese Bernard de Mandeville; sono i vizi e le passioni (orgoglio, avarizia ecc.) a spingere l’uomo a fare sempre meglio, ad arricchirsi, a primeggiare, a muovere insomma il motore dell'economia.




Il ragionamento ha una sua plausibilità, eppure sostenere tesi come quelle di Savater produce come effetto una generale giustificazione delle regole del mondo economico che, portata all’eccesso, plaudirebbe per esempio alle guerre, fondamentali per lo sviluppo dell’industria bellica, e allora via ad inventare guerre umanitarie ad hoc, armamenti atomici inesistenti, armi di distruzione di massa frutto di fantasie perverse, per poter distruggere le vecchie armi di distruzione di massa e correre alle fiere degli armamenti ad ammirarne ed acquistarne di nuove.

 

L'effetto sarebbe decisamente distorto, tant'è che infatti Savater stesso, in corso d’opera, non prende troppo sul serio la posizione ‘mandevilliana’...




Va bene che i ‘vizi privati’ si trasformino in ‘pubbliche virtù’, ma fino a un certo punto. Ben lo si vede nei vizi maggiormente legati alla cupidigia dei beni materiali, gola e avarizia (maggiormente perché in realtà tutti i vizi sono espressioni di cupidigia o brama avida e smodata).

 

Scrive Savater:

 

Quel che c’è di male nel mangiare in modo esagerato, a parte i problemi col colesterolo e con l’estetica, è che esiste sempre la possibilità di mangiare anche quello che spetta agli altri (in quanto la gola) diventa peccato quando offende i diritti e le aspettative del prossimo, quando si mangia ciò che spetta agli altri, lo si accaparra e gli si lascia poco o niente. Il vero peccato consiste nei mangiare quello che spetta all’altro.

 

Il peccato individuale di chi troppo ingurgita è diventato il peccato globalizzato che alcuni ecologisti come Thomas Young definiscono di eco-gluttony: il nostro saziarci grazie alla fame di tanti altri, dimenticando che se noi affoghiamo nel cibo altri non hanno niente da mangiare.




Così oggi anche l’avarizia, secondo Savater, ‘sta in quel 10 per cento della popolazione che utilizza le risorse energetiche dell’intero pianeta, mentre al resto dell'umanità arriva un millesimo dell’energia che vi si produce’, mentre Young aggiunge che l'eco-gluttony (o accaparramento e sovraconsumo di risorse da parte dei paesi ricchi, specialmente gli Stati Uniti) equivale al peccato di avere figli in un mondo sovrappopolato, una tesi alquanto radicale ma che non può non far riflettere.

 

Insomma - afferma Savater ridimensionando le sue stesse petizioni di principio - quel che nell’individuo è considerato un difetto può diventare sì elemento vitale in relazione a una data comunità, a condizione però che non si cada poi nell’eccesso e nel parossismo del consumo idolatrato e assolutizzato al pari dei nuovi moderni idoli, come la libertà. L’assoluto (dal latino absolutus, ‘sciolto dai vincoli’) non fa bene a nessuno. A nessuno fanno bene il potere ed il consumo assoluti, e nemmeno la libertà o la verità assolute.




Quanto ad altri studi recenti sui vizi/peccati, il Dizionario dei vizi e delle virtù di Salvatore Natoli, nonostante il titolo, parla prevalentemente d'altro. Parla di forme di vita, di regole di condotta che però vengono intitolate ancora (ed è questo l'aspetto significativo) ripercorrendo lo schema dell’ordinamento morale cristiano dei vizi e delle virtù. Questo schema è seguito puntualmente dallo studio di Gianfranco Ravasi (‘Le porte del peccato’), colto, raffinato e ricco di spunti e suggerimenti tratti sia da passi biblici sia dalla letteratura e dalla filmologia, e che coniuga profano e sacro pur aderendo esplicitamente a questa seconda visione ed assegnandole il monopolio tout court dell’etica.

 

Asse morale e criterio generale di giudizio dei vizi è qui infatti il principio fondamentale dell’amore di dio - cui Ravasi aggiunge, rispetto al catechismo tradizionale: ‘e per il prossimo’ - che viene violato nel peccato.




Aspetto non contemplato da Shklar, da Galimberti, da Natoli e nemmeno da Savater, ai quali - come all’autrice - non interessa l’offesa a dio bensì l’offesa rivolta ad altri esseri, prossimi e no, umani e no. Né interessano loro le trasgressioni alla legge religiosa, convenzione stabilita dagli uomini e presentata dalle chiese come risultato di ordini divini immutabili.

 

Interessano invece la filantropia e il rispetto degli altri basato su un’etica laica non ispirata alla trascendenza, non la redenzione degli uomini dalla ‘morte eterna’, compito che si autoattribuisce specificamente l’etica religiosa cristiana.

 

Dopo questa breve panoramica sullo stato del peccato in generale, e del peccato della gola in particolare, nella nostra epoca secolarizzata, globalizzata e obesizzata, torniamo come promesso alle origini della dottrina dei vizi e al suo rapporto col vizio/peccato di gola.




Da dove deriva il sistema dei vizi e dei peccati, ancora vivo nella teologia cristiana cattolica benché ripudiato da altre correnti religiose cristiane come quella protestante?

 

Deriva da antiche dottrine orientali: dall’astrologia, dalla dottrina ermetica, dai culti mitraici, dalla speculazione gnostica, e ancora più indietro dall'influenza di Babilonia, dalla teogonia egizia...

 

I sette peccati capitali, spiega il massimo studioso dell’argomento, Morton Wilfred Bloomfield, sono ciò che resta del viaggio dell’anima della dottrina gnostica, derivante dall’Egitto e dalla Siria e confluita nel cristianesimo dei primi secoli. Per dare gli elementi base del concetto: l’anima individuale, uscita da dio o da un mondo superiore, discende attraverso le sette od otto sfere dei pianeti, ricevendo da ognuna alcune caratteristiche, fino a quando entra, sulla terra, nel corpo di un bambino appena nato.




Dopo la morte, l’anima ripercorre il viaggio all’indietro, restituendo gli elementi ricevuti a ognuno dei suoi donatori fino a raggiungere l’Ogdoàs, al di sopra delle sette sfere, dove si unisce a dio o vive in ogni caso una vita felice nell’aldilà.

 

A estrarre il concetto dei peccati capitali dal suo contesto originario e a trapiantarlo nella tradizione cristiana (dove fino a quel punto non ce n'era traccia) furono gli scrittori e gli eremiti dell’età patristica, che collegarono gli spiriti maligni della concezione cosmologica e ultraterrena gnostica con la concezione dei demoni dell’antichità classica e della tradizione religiosa ebraica.

 

L’origine della teoria dei vizi è chiaramente precristiana ma il problema che essa riguarda è decisamente il problema di tutte le religioni e di tutta la filosofia, ovvero il problema del male.




Da dove viene il male?

 

Per il cristianesimo il male è chiaramente e univocamente negazione della volontà divina. Tale negazione viene schematizzata a scopo semplificatorio nel mancato rispetto dei comandamenti e delle opere di misericordia, nel cattivo uso dei sensi, nei sette peccati capitali.

 

Per la dottrina giudaica la soluzione è relativamente semplice: se dio ha creato tutto, ha creato anche la possibilità del male. Invece per i culti mitraici e gli scritti ermetici che costituivano la dottrina centrale delle sette gnostiche in epoca ellenistica il male è esterno a dio, non da lui creato né causato: esso è presente negli spiriti malvagi nemici degli uomini, quegli spiriti ('pnéumata') che dimorano nella sfera delle sette stelle mobili o pianeti, e che da lì invadono e tentano l’uomo. 


[PROSEGUE CON LA SECONDA PARTE DELLA TERAPIA]






venerdì 13 giugno 2025

CURARE IL MONDO

 





































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Prosegue con la 

Seconda parte...












…Ma poiché sapeva bene che i suoi… ‘ricordi’, ovvero consigli e ammaestramenti, erano destinati a rimanere inascoltati, teneva naturalmente di riserva una sua ‘filosofia medicinatoria’ nella quale le ‘evacuazioni’ dovevano essere seguite dalle ‘restaurazioni’ intese a dare energia e vigore al corpo liberato dalle superfluità e dalla ‘redondanzia d’umori maligni’, dopo che lo stomaco (organo chiave, centro di tutte le disfunzioni) era stato mondato dal flegma, dalla collera e soprattutto dall’umore nero, responsabile d’ogni sorta di morbi.

Fosse ‘melancholia’ naturale o ‘nigra’, oppure adusta derivata dalla combustione della bile gialla, questo succo maligno filtrava nello stomaco provocando squilibri terribili e devastanti: la ‘melancholia ex stomacho’ era comunemente considerata dalla tradizione greco-bizantina, araba, dalla scuola salernitana (ed anche da Fioravanti) responsabile non solo della ‘quartana doppia’ ma anche di molteplici forme di alienazione mentale, della ‘pazzia acuta’ oltre che del normale ‘morbo ipocondriaco’ che, ritenuto un di stemperamento umorale e quindi dotato di una causa fisiologica, oggettiva, veniva curato con i due classici rimedi: gli emetici, che ripulivano dallo stomaco, e la dieta. ‘Tutte le sorti d’infermità hanno origine e principio dallo stomaco’, sentenziava nei Capricci medicinali, perché ‘tutte le negritudini sogliono venire per replezione’. Dopo il vomito e il secesso era assolutamente necessario che i corpi venissero restaurati con ‘bonissimi cibi’ e, in tutti i casi, era ottima regola non vietare ai pazienti ‘quelle cose che lor dilettano, perché quod sapit nutrit’.




Era di vitale necessità, dopo le drastiche evacuazioni, dopo le ‘purgazioni alquanto gagliarde e longhe’, dopo massicce dosi di ‘medicinali e pungenti, grandi e terribili’, evitare la dieta ‘tenue’ per ‘dar la sustanzia a gl’infermi’.  A questo canone rimase fedele (interpretando a modo suo il quarto aforisma d’Ippocrate) e sempre ritenne che ‘chi vuol servirsi delle medicine, lasci la dieta in tutto e per tutto, essendo che non possono stare insieme’. 

Perché la ‘dieta affligge i corpi e la infermità gli ammazza’, anzi era ‘la dieta troppo grande’ a stroncarli. Andava dicendo che delle ‘tre operazioni molto contrarie all’ordine di natura… cioè flobotomia, dieta e medicina, cose tutte tre molto pericolose in uno infermo’, la più perniciosa di tutte era ‘la vita tenue, cioè farli far dieta’. A lungo però, almeno fino agli inizi degli anni Sessanta, rimase ancorato alla tradizione patologica umoralistica, prima di liberarsene e di trafiggerla con derisoria ironia. 

Non era audacia da nulla rigettare quella dottrina che ‘può essere definita come una delle parti più tenaci, e, per certi aspetti, più conservatrice della cultura moderna’.  A lungo però continuò a rispettare le ‘auctoritates’ e se lo Stagirita fu per lui sempre ‘il gran maestro Aristotele’ il sapiente di Pergamo, ‘Galeano nostro’, continuò a esser indicato come ‘il maestro di tutti’ almeno fino agli anni del Tesoro della vita humana (1570), quando ancora la classica trinità greco-araba veniva elogiata come infallibile: ‘chi intende ben Hippocrate, Galeano e Avicenna non potrà mai errare nelle cure delle infermità’.




L’affrancazione, anzi la rivolta contro la tirannia dei quattro umori, iniziata coi Capricci medicinali, esploderà con estrema decisione, addirittura con violenza, nel 1564 nello Specchio di scientia universale, quando polemizzerà duramente contro i medici fisici che ritenevano impossibile curare bene senza una buona conoscenza dell’anatomia. In una delle sue più infuriate riprensioni, esclamerà:

Ma tristi coloro che credono una così grossa bugia. E siamo ancora tanto ignoranti e ostinati che vogliamo essequire le lor false opinioni e con quelle amazzare il prossimo nostro: che per dire il vero egli è cosa empia e crudele e non so come abbino fondato la scienzia di una tanta gloriosa arte sopra cosa incerta, con distinguer le complessioni, divider la colera dalla flemma e dalla malinconia, la pituita della flavabile, la colera negra, lo umore adusto e una quantità grande di molte diavolerie delle quali mai uomo del mondo non è stato capace di poterne avere cognizione, e costoro di continuo disputano e leggono (dalle cattedre universitarie) queste materie favolose e nessuno di loro è mai stato bastante di poter sapere come opera questa de gli interiori con tutte le particolarità del fatto: ma solamente alla ventura e per imaginazioni e chimere loro che si vanno imaginando nel cervello. 

Parole che dovevano cadere come scudisciate sopra gli accademici, i ‘lettori’, gli anatomisti disprezzati fin dal tempo in cui Realdo Colombo e altri membri del Collegio medico romano (fra cui anche un professore della Sapienza, Giustino Finetto), lo deferirono all’organo che tutelava la loro rispettabilità e i loro emolumenti. Non credo che la letteratura medica italiana del Cinquecento abbia avuto un iconoclasta più deciso nel denunciare un lungo sonno della mente, le ‘chimere’, le vane ‘immaginazioni’, le ‘materie favolose’, tutta la poltroneria mentale depositata nei cervelli dei fisici, anche in quelli più sottili e innovatori. Su questo indiscusso dogma della medicina antica e moderna la sferza di Fioravanti s’abbatté più volte: in una lettera del 1568, resa pubblica nel folto...





...Carteggio depositato nel terzo libro del Tesoro della vita humana, indirizzata al collega Giovantomaso Lamberto da Cingoli abitante a Cortona nella quale, scherzando sopra l’inafferabilità e l’invisibilità degli umori, deplora chi, fra i medici, crede ancora a ‘certe opinioni di quelle del tempo antico’, in un pervicace attaccamento ai quattro inafferrabili, fantomatici agenti responsabili dell’equilibrio e del temperamento della macchina umana. Teorie dogmatiche ‘difficili da intendere e dubbiose da credere’, conclamate verità mai provate o sperimentate, supinamente seguite da eserciti di dottori addormentati in una cultura libresca non verificata sul reale quanto sfrenati e liberi da ogni buona disciplina nella vita privata:

ma che maggior cosa volete che vi dica, che non si trova gente al mondo che creda manco alla medicina quanto facciamo noi altri medici e nelle città non vi sono uomini più sregolati quanto siamo noi, perché le cose che noi proibimo a gl’infermi le mangiamo noi senza paura. Questo che io dico a voi è la verità, ma nol dirla ad altri, e tutto questo vi dico perché mi scrivete se il dia aromatico, la quinta essenza, il balsamo, il rimedio delle gotte, i medicamenti delle ferite sono convenienti in tutte le complessioni: perché uno è colerico, l’altro flemmatico, uno sanguigno e l’altro melanconico e va discorrendo, cose che come vi ho detto son tutte fandonie e burle, ma la verità sta nel fatto.

Ancora più decisamente e seccamente interviene in una pagina de La cirugia (1570) nella quale anche la qualità e i gradi delle erbe vengono demoliti come privi di fondamento. In questo processo di revisione, anzi di smantellamento dell’antica cultura, Fioravanti manifesta nel modo più clamoroso e spregiudicato lo spirito di rottura con i dogmi scientifici del suo tempo accettati incondizionatamente dai grandi ‘fisici’ contemporanei di formazione accademica. …Partendo da un’analisi della privatizzazione e occultamento della conoscenza delle proprietà delle erbe medicinali da parte di una casta di medici avidi di potere (l’analisi è perfettamente speculare a quella sull’invenzione della stampa che ruppe antichi privilegi rendendo accessibile a tutti la lettura prima di Gutenberg riservata a ristretti gruppi di 




...privilegiati in gradi di comprare costosissimi codici e manoscritti), egli scrivendo il capitolo 48 del primo libro La cirugia ricostruisce il processo di progressiva separazione e appropriazione unilaterale dei saperi medico-botanici che ‘l’Onnipotente aveva ab initio concesso al mondo a commune beneficio de tutti gli umani viventi’, distacco incominciato quando, con l’uso della scrittura e dell’astrusa ‘teorica’, gli antichi sofi padroni dell’alfabeto aveva reso oscure e incomprensibili le cose di natura. Costoro ‘scrivendo con parole, volevano occultare la medicina (della Natura) e farsene loro ministri e che gli altri non solamente (non) se ne servissero ma che avessero paura di quella’.

Rimetteva perciò in discussione la superiorità della scrittura sull’oralità e individuava nell’alfabetizzazione specialistica dei gruppi di potere, riservata alla classe degli scribi e dei sacerdoti separata dalla cultura del popolo, lo strumento per sottomettere e dominare le masse incolte e illetterate, dando così inizio alla formazione di gruppi elitari, caste di potere solitario e incontrollato (tramandato sino ai giorni nostri) che nel XVI secolo, per gli uomini della sua professione, si identificavano coi togati esponenti del Collegio dei medici persecutore di liberi e non allineati ricercatori!

E così come quelli tali fecero presupposto di occultarla col voler mettere i nomi all’erbe e alle piante e con volerle graduare dicendo quale era calida e frigida nel primo, nel secondo, nel terzo e nel quarto grado; e come elle si dovevano operare e come si dovevano raccogliere e preparare e quali erano buone e quali cattive: e in somma, non volevano che altri che loro ne avesse cognizione… E di più volsero dividere i corpi umani in tante parti, dividendoli in quattro complessioni governate da quattro umori e infinite altre materie da ridere… Se leggiamo i libri loro, trovaremo che hanno assignato i gradi a tutte le erbe, come ho detto di sopra, come se fossero a peso, che una pesasse un’oncia, l’altra due, l’altra tre e l’altra quattro, il che lo lascierò giudicare al mondo. Trovaremo ancora che hanno scritto ne i corpi umani esser flemma, colera, malinconia, flavabile, pituita, spiriti vitali e altre cose. E io ancor, per dire il vero, sono stato un grandissimo tempo in questa cecità, ma di poi che la somma bontà di Dio, mi ha illuminato il cuore e dato cognizione della verità, ho cominciato a considerare sopra di ciò. E quando ho visto fare la notomia, non ho mai visto che abbino mostrato flemma, né colera, né malinconia, né flavabile, né pituita, né spiriti vitali, ma sì bene hanno mostrato la lingua, il canarozzo, il polmone, il cuore, il fegato, la milza, il ventriculo, la diafragma, le budella, i rognoni, la vesica, le songie, i nervi, le vene, i tendoni, la carne, la pelle e l’ossa, ma non già mai quelle cose sopradette. Come dunque potiamo noi prestar fede a quelle cose che sono così occulte, che non si possono trovare? Questo veramente fa dubitare a molti che elle non vi sieno. Non so dunque con che ragione si possono provare cose che non sono in natura, e quello che è peggio di tutto, volerle medicare…




L’abiura nei confronti dei venerati testi, la personale confessione d’avere per troppi anni, prima dell’illuminazione divina, prestato fede a teorie incontrollate, creduto a teoriche fondate sul nulla, a favole antiche cervellotiche e risibili, la netta dissociazione da idola consacrati sono una prova di grande onestà intellettuale, di riaffermata libertà di ricerca e di sperimentazione oltre che un’autocritica coraggiosa che invano si cercherebbe nei più illustri trattatisti del suo e dei secoli seguenti….


(P. Camporesi, Camminare il mondo)  













domenica 8 giugno 2025

DAI VANI AI DIVANI

 







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& Immobili capitoli  









Prosegue con il pastore 


& il suo gregge






La voce del dissenso, oggi come un tempo che pensavamo sepolto o dato per disperso, sembra prendere il sopravvento. La voce del padrone regna et impera, incalza e veste il popolo sovrano con più nobile capo firmato da ammirare alla sfilata del Corso, ove Ognuno ammirato ammira, con solo il desiderio d’esser adorato aspirare alla puzza del profumato sterco distribuito al mercato del giorno.

 

Nessuno escluso ovviamente!

 

Non essendo gradita la prosa - e/o la Rima di risposta - si promette la fossa collettiva, la raccolta differenziata, e si raccomanda morte prematura d’ogni avverso Pensiero armati del numero da circo dell’incaricato di turno.

 

Ovvero, l’acrobata della calunnia telecomandata!




Infatti, in nome e per conto del monocromatico Pensiero a senso Unico e stile di Marcia premarcata, con divieto d’accesso dell’improprio e non concesso eccesso espositivo, con il conseguente pericolo con obbligo di far scattare il dispositivo del controllo del Libero Arbitrio; non oltre il limite consentito del passo dato e conferito dalla massa del peso specifico in transito, conferito dal rimorchio di turno adibito al carico e scarico merci; e altresì, intercettato su entrambe le corsie a piedi con umili calzari non ben autentificati, su strade solitarie e secondarie e non solo panoramiche, pericolose per chi non sa né pensare né favellare, figuriamoci il solo camminare senza stampelle telecomandate; fantasia e decoro,




...infatti, nutriti e vestiti dalla raccomandata velocità asservita al pil del giorno esposto alle 4 corsie iperveloci dell’I.A. con Diritto di precedenza assolutistica, correre dal mercato della notte per un giorno migliore del corriere iperveloce, evitando Diritto di recesso avverso ad ogni veloce progresso, astenendoci di nominarlo con il suo vero nome: modello rosso o nero non fa differenza fra chi non sa cogliere diverse altre e più sublimi elevate sfumature…, al semaforo dell’avvenire crocevia d’ogni lecito e illecito traffico… in balia del trafficato stilista del giorno - e la nobile sua e vostra consorte - bianca o nera come la lotteria della morte, con permesso di dote estratta a sorte per la fortuna dell’ottavo giorno d’un più fortunato Giudizio…




La merce deve correre veloce!  

 

Il mercenario di turno mi attende all’uscio, compie il miracolo dell’imboscata con dedica & reclamo avverso al Bosco in transito in difetto del vero senso di marcia, potrebbe crollare sulla folla stipata in attesa della votata fortuna reclamata per ogni Fiera piazza civilizzata; figuriamoci la sorte della povera Selva sua amata compianta compagna per ogni incatenata Cima braccata da una più civile pulizia; mi giura & promette sangue e vendetta, una via crucis con processo farsa a cui destinare l’Eretico dell’intero Condominio poco gradito fino alla Cima del Golgota ove ogni illecito commercio sarà di nuovo permesso & concesso!; lo si attende alla Scala così come un antico Tempo telecomandato, fino alla replica con sublime...




...lirica interpretazione del baritono di turno, comprensivo dell’immacolata inarticolata madonna nonché breve comparsa dell’esercente mercenaria in rappresentanza della Ditta missionaria a tempo pieno e indeterminato per ogni stiva impiegata e navigata, quale sola e vera autentica incaricata, ovvero la migliore caratteriale disadattata in uso al progresso, creare la messa in Scena del sano patibolo da distribuire dalla loggia dell’intera piazza in delirio in assenza dell’antico bar del Colosseo: chiuso per riposo con Festino, famigerata località con vista e in perenne hotel bellavista & sempre in festa, per ogni amarcord...




...motorizzato e un più sfortunato cicloturista adattato; con replica dal Golgota al bar del botteghino con diritto di ricarica dal lotto del numero da circo, all’ombra del più nobile pettegolezzo servito dalla parabola ad ogni hora del giorno e non solo dell’aperitivo; la quale si guarda ed ammira estasiata allo specchio essendo la più bella del villaggio del giorno, è lei la Bellezza che traina la slitta, senza l’ululato dello scemo fargli da contorno; dimenticando donde, in verità e per il vero, si cela il principio della vero oro, bramato  predato ed esiliato dalla locandiera, l’amica preferita per ogni hora della notte con annesso...




...monolocale da affittare per brevi periodi di più sano calore con uso di cucina mansardata per il tris della notte, a gente discretamente contattata e di buoni costumi con eccesso di vergata nostalgia per la caccia ad ogni Fiera ancora poco addomesticata nella misura della vera dote, con cui si misura & procaccia il palio in Terra di Natura, se poi viene azzannato e contraccambiato dell’avventura, non si lamenti della scarsità del Dialogo, la bestia l’osserva e medita da quando la lingua masticata da un ingordo palato senza diritto di sosta o transito presso la nota Isola pedonale con vista mozzafiato!     

 

Ciao Bellezza, la meglio slitta del villaggio motorizzato! 

 


Apparente Bellezza per ogni veicolo motorizzato in transito in cui far risaltare l’oculo, ovvero, il profilo iperveloce che scruta aspirare ad esser osservata nonché ammirata come la fiera più bella in transito, il resto del rimorchio arriverà dopo; la quale rimirata ammira ogni facciata proficuamente eretta alla nobiltà alloggiata del Libero Pensiero, alloggiato sino alla mansarda con vista; il quale avanza orgogliosamente ammobiliata di tanta troppa Bellezza magnificamente edificata, nonché sommamente cementata dal patto avverso ad ogni Natura, a cui ogni libero uomo votato contro la libertà nell’uguaglianza del transito, per ogni verde zona senza pedone alcuno con ZTL sollecitare la vera e duratura circolazione per la via del nuovo giorno; dal cuore pulsare all’arteria e dall’arteria fino alla vena della  nobile autostrada correre ancor più veloce bramare l’oro della vera morte, in cui si ammirano annusano e un poco schifati, all’ora dell’aperitivo, si scambiano boccacce con smorfie di schifato disgusto per ogni viandante non certo gradito neppure motorizzato a pieno carico… & per di più senza il collaudato Casco… 




Proveniente dal miracolo del Bosco procedere in transito per una più miracolosa ed antica Selva, e disgraziatamente proseguire in improprio avverso senso di marcia severamente punito dalla legge dello sceriffo incaricato; giacché il commercio della più onesta calunnia conferita e distribuita dal libero mercato gode della protezione del Tempio romano con cui saziare il popolo ingordo di sangue ancor vivo per ogni Bar der Colosseo, ed ogni dissenso apostrofato o solo predicato, comprensivo del miracolo della vita non certo gradito dal libero mercato.




Vigilato nonché accompagnato del più noto delatore dei tempi supplementari dell’Infame Colonna non lontano dal Piazzale dell’arme, armare ogni cabina errante con più nutrite schiere di letame da fagocitare e seminare per ogni più nobile via di codesta arte detta anche sagra cultura paesana, affinché ogni muro e più sano edificio rimanga ben pulito nutrito da fiero bianco agente del catrame in immobile attesa di divenire il miracolato beato santo del giorno, da contemplare e poi scaricare a tempo pieno per ogni borgo ove edificare la civiltà del progresso senza progresso alcuno, l’importante è seminare a tempo pieno e continuato ogni eccesso di sterco edificato.  




L’attore di Stato in libero immobile transito, prepara la comparsa e interpreta, con comprovata industriosa maestria, la farsa antica, mima e calca la Scena da Ognuno reclamata e applaudita come il miglior manichino a cielo aperto, Nessuno escluso ovviamente, dai nobili tempi della boutique del famoso Monopodio & l’intero suo e vostro mal governo, da Ognuno indossato, ovvero da quando il pensiero ignudo ed infelice infermo correva cieco zoppo e umiliato senza calzari e con troppi denari al pascolo del feudo, oggi ammirato ed ancor più di ieri reclamato, seppur quest’oggi - ci informano - in restauro con la promessa di imminente riapertura per i primi morbi d’agosto…




Ma la Natura intera, anche in previsione d’ogni promessa calunnia a lunga scadenza, quale eterna antica rinomata pratica di questo nobile Paese incamminato con divieto di transitato, donde ne rinnovo la Memoria resuscitata, avverte e minaccia la Cima, e la povera sua dimora, potrebbe la farsa divenire tragedia per ogni eretico avverso ad un più nobile ciarlatano ben dimorato. 

 

 

INTRODUZIONE SENZA DIRITTO D’ACCESSO AL DISSENSO 

 

 

Chi ha visto le interminabili sfilate in parata delle camicie nere, dei giovani, dei contadini, degli operai, degli atleti, dei preti, delle monache, delle madri prolifiche, chi ha assistito alle cerimonie nelle quali le più alte cariche dello Stato facevano atto di devozione al regime, ed alle dimostrazioni oceaniche nelle maggiori piazze d’Italia, alle folle deliranti per il duce, può intendere quali sentimenti dovesse vincere chi continuava la lotta anche dopo superata la crisi per l’assassinio Matteotti: aveva veramente l’impressione di muovere all’assalto del Monte Bianco armato solo di uno stuzzicadenti.

 

La metafora del Monte Bianco da scalare con uno stuzzicadenti, usata da Ernesto Rossi nell’introduzione al volume ‘No al fascismo’ del 1957, è particolarmente calzante per descrivere la drammatica condizione di coloro che, in modo e forme diverse, tengono vivo il dissenso e l’opposizione al regime di Mussolini tra gli anni Venti e gli anni Quaranta.




Il fascismo, infatti, inizia subito a smantellare le libertà: prima con la fase violenta dello squadrismo, che culmina con la marcia su Roma e porta Mussolini al potere nel 1922; poi soffocando ogni forma di opposizione, nel quadro dello Stato liberale ancora formalmente operante fino al 1925-1926; quindi con una serie di leggi eccezionali che danno vita allo Stato autoritario vero e proprio, che può dirsi compiuto nel 1929; infine con un soffocante controllo poliziesco e la mobilitazione permanente della popolazione, fino alla crisi determinata dalla guerra.

 

Già alla fine del 1926 quasi tutti i leader e i militanti dei partiti, gli oppositori attivi, ma anche quelli semplicemente scettici o poco entusiasti, sono annichiliti da intimidazioni, spedizioni punitive, arresti e forme di emarginazione e isolamento. Per molti di loro l’unica salvezza è l’emigrazione forzata (o verso montagne ove controllati da più noti padrini fedeli ai servizi).




Diversi altri pagano con la vita, assassinati in Italia e all’estero (come Giacomo Matteotti, don Giovanni Minzoni e i fratelli Carlo e Nello Rosselli) o deceduti per le conseguenze delle aggressioni, dei maltrattamenti e degli stenti patiti in carcere (come Giovanni Amendola, Piero Gobetti e Antonio Gramsci).

 

Ne deriva che i sindacati e i grandi partiti di massa vengono letteralmente spazzati via e così nel 1943, alla caduta del fascismo, il Partito socialista ha appena 3.500 iscritti rispetto ai 200.000 del 1920; quello comunista ne conta 5.000, dopo aver toccato punte di 10.000 all’inizio degli anni Trenta; il Partito popolare, che aveva oltre 250.000 iscritti, svanisce e lascia il posto alla Dc, che però deve ancora strutturarsi; Partito d’Azione, Democrazia del lavoro, Partito liberale e Partito repubblicano vantano numeri ancora più marginali.




Sotto il regime, d’altronde, non è ammessa alcuna forma di dissenso ed esprimere qualsiasi opposizione, protesta o anche solo malcontento è difficile e rischioso. Le uniche opinioni consentite sono quelle autorizzate in quanto allineate.

 

Il Paese è sotto lo stretto controllo della polizia e delle sue spie, i prefetti diventano il braccio operativo del potere dittatoriale e monitorano costantemente le attività sul territorio e lo spirito pubblico della popolazione, mentre il Pnf e le organizzazioni ad esso collegate diventano uno dei principali strumenti di mobilitazione, vigilanza e costruzione del consenso. Ogni ambito della vita pubblica e privata, sociale, lavorativa, scolastica, ricreativa e via dicendo è presidiato. Il concetto stesso di cittadinanza si modifica, finendo per essere assimilato all’adesione al fascismo, per cui solo chi è fascista è italiano, mentre chi si oppone è escluso dalla comunità nazionale (di qui il termine fuoriusciti coniato dal regime per gli esuli).




Allo stroncamento di ogni forma di opposizione ideologica, politica, culturale, economica e sociale concorrono congiuntamente il sistema repressivo e il processo di fascistizzazione della società, alimentato dalla mobilitazione delle masse e dalla persuasione dell’opinione pubblica basata sulle moderne tecniche di organizzazione, comunicazione e gestione dell’informazione.

 

È la cosiddetta macchina del consenso, un sistema in grado – come osserva Simona Colarizi – di influenzare a fondo ‘processi mentali e stati d’animo [...] che il fascismo vuole imporre agli italiani’, sostenuto anche da forme di autocensura da parte di potenziali oppositori, per omologazione al contesto o per timore delle conseguenze. Ed è attraverso questo uso congiunto di forza e persuasione che il fascismo riesce a stabilire un controllo quasi totalitario sulla società, riducendo al minimo gli spazi del dissenso e alimentando viceversa quelli del consenso, come è emerso prima dagli studi di Federico Chabod e Renzo De Felice, poi da quelli di Emilio Gentile, e in anni più recenti da numerose ricerche che hanno consentito di delineare meglio il fenomeno, distinguendo anche i confini tra forme di militanza convinta, semplice inquadramento o irreggimentazione e mera sottomissione.




Non altrettanto però è stato fatto per il dissenso.

 

Quest’ultimo, infatti, pur occupando spazi residuali, in modo non omogeneo nel tempo e nelle diverse zone del Paese, trova a sua volta varie forme di espressione che spaziano dalla semplice indifferenza, alla non adesione intima e privata solo relativamente espressa e non necessariamente consapevole e politicizzata, fino all’antifascismo militante, con espressioni che vanno dai comportamenti privati alle iniziative individuali, fino all’impegno più organizzato. Ma, come ha osservato Patrizia Dogliani evidenziando che ‘a lungo la storia dell’antifascismo è stata scissa dalla storia del fascismo’, continuando a studiare fascismo e antifascismo come antitetici ‘riserviamo la nostra osservazione essenzialmente a convinte élite di fascisti e di antifascisti, privandoci di una migliore conoscenza invece dell’ampiezza, dei limiti e degli andamenti del consenso al regime’.

 

Seguire il lungo percorso degli italiani attraverso il fascismo prendendo in considerazione anche la componente minoritaria dell’opposizione, sia quella militante, sia quella spontanea, popolare e spesso politicamente inconsapevole, è quindi utile a favorire una visione più equilibrata e completa del tema e contribuire a «determinare – citando ancora Simona Colarizi – una nuova impostazione del problema storico dell’antifascismo.




È noto, infatti, che l’attenzione storiografica si è tradizionalmente concentrata sul periodo della Resistenza, relegando le varie forme di dissenso e di opposizione degli anni precedenti in un ‘limbo più o meno agiografico’. Al tempo stesso non sono mancate tendenze volte a considerare la caduta del regime attraverso una congiura di palazzo e non per mezzo di una insurrezione di massa ad opera delle forze d’opposizione come un ‘fallimento dell’antifascismo’.

 

Ma è chiaro che l’esistenza di forme di non allineamento, di esplicito dissenso e di vera e propria opposizione, lungo tutta la durata del regime, nonostante la pressione dell’apparato di polizia, rappresenta una precondizione di ciò che accade nel periodo successivo del 1943-1945. Esplorare e comprendere pienamente il rapporto tra gli italiani e il fascismo, tra tessuto sociale e regime, consente di mettere ancor meglio a fuoco l’intera vicenda dell’antifascismo e confermare il suo ruolo di primo piano in quel frangente della storia italiana. E ciò riguarda in particolare la zona magmatica del dissenso non organizzato e meno politicizzato, ancora poco indagato, che nella sua evoluzione nel corso del tempo va a formare un terreno fertile su cui poi attecchirà la partecipazione di molti italiani alla guerra di liberazione.




La ricostruzione storica del dissenso, dunque, è qualcosa di complementare ma ulteriore rispetto a quella dell’antifascismo. È uno spazio di analisi del vissuto degli italiani sotto il regime più ampio, complesso, mutevole, variegato e per molti versi più sfuggente, che ha lasciato poche testimonianze dirette. Eppure svolge un ruolo pubblico, sociale e indirettamente politico dal quale non si può prescindere. Accanto all’antifascismo militante e organizzato, infatti, esiste un ‘antifascismo popolare’, radicato ‘nella realtà viva del paese’ il cui studio, come ricorda Giovanni De Luna, è ‘restato decisamente in ombra’. Un fenomeno che peraltro sconfina nel campo delle opinioni informali, personali, non pubbliche, che sfuggono alla morsa del controllo e della repressione e che pure sono importanti per analizzare compiutamente il rapporto tra gli italiani e il regime fascista, come è avvenuto ad esempio nella storiografia tedesca.




Anche le ragioni che animano il dissenso sono le più varie: c’è chi è sostenuto da antiche fedeltà ideali maturate prima dell’avvento del fascismo o appartenenti alle tradizioni familiari e delle comunità cittadine o di quartiere, chi appartiene alla categoria degli antifascisti ‘dormienti’, cioè coloro che sono rimasti in Italia e hanno abbandonato l’attività politica attiva ma di cui è nota la contrarietà al regime, chi non ha una cultura politica e una convinzione ideale ben connotata ma è istintivamente insofferente verso l’invadenza del regime, chi è mosso dal risentimento per le cattive condizioni sociali ed economiche e così via.

 

Così come sono svariati i luoghi del dissenso: per strada, nelle trattorie, nei bar, sui tram, nei posti di lavoro, nel privato delle proprie case. Solo raramente il dissenso espresso in ambito privato sfocia in forme pubbliche (il popolare Bernardo Mattarella, amico di don Sturzo, padre dell’attuale presidente della Repubblica Sergio e di Piersanti, che verrà ucciso dalla mafia, strappa a quest’ultimo la tessera dei Balilla e gli raccomanda di dirlo alla maestra delle scuole elementari che gliel’ha data).




E lo stesso vale per le sue forme, tra cui quelle cosiddette ‘povere’: barzellette, filastrocche, caricature, parodie di canzoni o di poesie, insulti e imprecazioni contro Mussolini e i gerarchi, statue parlanti (come nel caso di Roma), scritte murali (che spesso compaiono in occasione di date simbolo, come il 1o maggio, festa dei lavoratori, o il 7 novembre, anniversario della rivoluzione russa), ritocchi sarcastici di cartoline propagandistiche, volantini artigianali, intonazione di canti politici, in particolare Bandiera Rossa, culto e ricordo degli oppositori morti per mano fascista (da Matteotti a Gramsci) e ‘funerali sovversivi’.

 

Ad esempio Leonardo Sciascia ricorda che un cugino del padre porta a casa un ritratto di Matteotti e la zia lo custodisce per anni ‘arrotolato, dentro un paniere in cui teneva filo da cucire e pezzi di stoffa’, tirandolo di tanto in tanto fuori ma con l’invito al nipote di non parlarne con altri. Manifestazioni di critica che Martin Broszat, con riferimento alla Germania e al nazismo, ha definito Resistenz.




C’è anche un ‘antifascismo da osteria’, in quanto i presunti dissidenti pronunciano le loro invettive sotto i fumi dell’alcol, nel corso di litigi o per eccessi di rabbia dovuti alla disperazione e alla miseria, incappando nelle denunce di delatori di passaggio, colleghi, conoscenti o perfino parenti, ma spesso ritrattandole per evitare la condanna o alleviare le pene. Non mancano però filoni di dissenso sociale più profondi e meno estemporanei, che arrivano a dare luogo a proteste popolari quali cortei davanti alle sedi istituzionali e tumulti e scioperi nelle fabbriche e nelle campagne, soprattutto nei momenti più gravi della crisi economico-sociale: dopo la rivalutazione della lira del 1926-1927, nei primi anni Trenta con l’arrivo in Italia degli effetti della grande depressione e durante la guerra, specie tra il 1942 e i primi mesi del 1943.

 

Un dissenso, questo, che – a parte le manifestazioni del 1942-1943 – ha più che altro un movente economico e sociale e non politico-ideologico, coinvolgendo in particolare gli operai, che sotto il regime assistono impotenti all’erosione della capacità d’acquisto dei loro salari, e i contadini, penalizzati dalla crescente meccanizzazione delle coltivazioni e dalla vita misera che si conduce nelle campagne.




Esiste anche un antifascismo solitario, quasi esistenziale, ingenuo, un po’ romantico e un po’ disperato, fatto di gesti individuali, come il tale che sfreccia in bici per le strade lanciando volantini contro il regime, o i due siciliani che, l’uno all’insaputa dell’altro, scrivono a stampatello decine di lettere anonime sperando che servano a far aprire gli occhi a qualcuno, o come il padre che all’ufficio anagrafe insiste per chiamare il figlio Lenin.

 

C’è poi un dissenso riconducibile alla classe intellettuale, significativo, ma certamente meno diffuso e più concentrato su alcune eminenti figure che rimangono in Italia. Dopo il Manifesto degli intellettuali antifascisti promosso da Benedetto Croce nel 1925, varate le leggi fascistissime, molti intellettuali che non emigrano si ritirano a vita privata o si convertono a cantori del fascismo e del duce. Talvolta, per garantirsi la possibilità di mettere in circolazione qualche frammento di opinione contrastante col regime, lo mimetizzano in mezzo a ‘concessioni alla dottrina o alle dottrine ufficiali della propaganda’, come sostiene, anche con intenti autoassolutori, Delio Cantimori, ricorrendo a ‘espedienti e sotterfugi di ogni genere’ per sottrarsi alla censura.




Lo stesso Benedetto Croce, che resta per tutto il Ventennio un punto di riferimento per il mondo della cultura liberale e antifascista, si richiama all’arte della ‘dissimulazione onesta’, teorizzata nella trattatistica del Seicento, come un modo di sottrarsi all’arbitrio del potere.

 

Anche nella scuola sono pochissimi i docenti che non si allineano, come dimostra la vicenda del giuramento al regime fascista del 1931. Più complesso è il rapporto tra il fascismo e la Chiesa e più in generale il mondo cattolico, che vede momenti di incontro, attorno al Concordato, ma anche di scontro, sulle leggi razziali e il ruolo delle associazioni cattoliche. In ogni caso durante il Ventennio si contano circa 300 sacerdoti che a vario titolo vengono schedati nel Casellario politico centrale, poiché adombrano temi critici verso il regime nelle omelie durante le messe o nei rapporti con la comunità dei fedeli, comprese le confessioni, oppure si schierano contro la guerra.




Un tema differente è la fronda che si sviluppa all’interno dello stesso movimento fascista. I frondisti sono, a partire dalla seconda metà degli anni Trenta, soprattutto alcuni giovani dei Guf e dei Littoriali, insofferenti verso i comportamenti dei gerarchi, specie in tema di corruzione, e verso alcune scelte di Mussolini, come la guerra di Spagna, le leggi razziali, l’alleanza con la Germania. In alcuni casi, nell’ambito di quel ‘lungo viaggio attraverso il fascismo’ raccontato da Ruggero Zangrandi, proprio il malessere generato da questi temi porterà ad approdare all’antifascismo e alla Resistenza (gli esempi sono innumerevoli, da Carlo Bo ad Elio Vittorini e tanti altri).

 

Quantificare e misurare questo variegato arcipelago di situazioni riconducibili a forme di dissenso è difficile. Alcuni dati certi, ma ovviamente non esaustivi, riguardano i 15.806 deferiti (748 donne) e i 5.620 processati (124 donne) dal Tribunale speciale, i 160.000 tra ammoniti e vigilati speciali e i 17.000 confinati. Tra il 1926 e il 1943 ogni settimana, come ha calcolato Altiero Spinelli, il regime infligge l’ammonizione o la vigilanza speciale a 181 cittadini, ne invia 11 al confino, ne denuncia 24 al Tribunale speciale e ne condanna 6 al carcere con pene da 1 a 30 anni.




Per avere un quadro il più possibile chiaro e approfondito occorre indagare il vasto, variegato e sfuggente universo delle convinzioni personali e dei comportamenti individuali e a tal proposito non mancano le fonti ufficiali da scandagliare per un’analisi articolata e generale: i rapporti delle prefetture, delle questure e dei carabinieri, i fascicoli degli antifascisti raccolti nel Casellario politico centrale, le relazioni del Pnf e dell’Ovra (e dei loro fiduciari/spie), le sentenze del Tribunale speciale che inizia ad operare dal 10 febbraio 1927.

 

La questione delle fonti è molto rilevante perché riconduce all’inevitabile diversificazione del fenomeno in seno alla società. Tale differenza, che si riscontra anche negli studi che hanno analizzato il tema del consenso, caratterizza peraltro la produzione delle fonti stesse, poiché è diversificata e disomogenea anche la capacità delle strutture di controllo del regime di monitorare lo spirito pubblico degli italiani.




C’è ad esempio uno sbilanciamento tra città e campagne, in favore delle prime. C’è una maggiore continuità dell’ascolto nell’Italia centro-settentrionale rispetto a quella meridionale, tranne per i grandi centri urbani. Il regime stesso, del resto, preferisce concentrare gli sforzi su quegli ambienti e quelle aree dove ha riscontrato maggiore opposizione alla propria affermazione. Col passare del tempo, inoltre, subentra una propensione dei prefetti e dei funzionari fascisti a liquidare il tema dello spirito pubblico con semplici aggettivi, tipo ‘buono’ o ‘normale’, per evitare di evidenziare aspetti non ottimali che finirebbero per mettere sotto osservazione anche il proprio operato nelle province di competenza.

 

Non a caso studiosi come James C. Scott e Paul Corner hanno sottolineato l’esistenza di hidden transcripts di dissenso, vale a dire di espressioni o azioni indirette di opposizione o resistenza, mettendo in guardia dall’accettare ‘acriticamente, come verità assoluta, i ‘public transcripts’, ovvero le relazioni ufficiali e le dichiarazioni pubbliche di adesione, soprattutto quando si ha a che fare con un regime, come quello fascista, che combinava atteggiamenti autoritari con pretese di comportamenti servili’.




Ed è proprio per ovviare a questi aspetti che alle fonti ufficiali vanno affiancate quelle private, come diari, lettere e memorie, le canzoni e i motti popolari, oltre alle trasmissioni radiofoniche e ai giornali. Assai utili sono anche le relazioni delle commissioni della censura (sia il commento d’insieme, che i brani di lettere in esse citati), anche se, come osserva Pietro Cavallo, sono ‘fonti sospette’, cioè documenti prodotti dal regime per il regime, condizionate da uno spoglio influenzato dalla prospettiva del censore, che decideva quali aspetti privilegiare o tacere, sminuire o evidenziare.

 

L’analisi incrociata di tutti questi documenti, compreso come si è detto quelli dei processi del Tribunale speciale e dei fascicoli del Casellario politico centrale che dipendeva dalla Divisione affari generali e riservati della polizia (presso il quale tra il 1926 e il 1943 furono aperti 110.000 fascicoli di ‘sovversivi’ schedati, tra cui figurano 5.005 donne, contro i 40.000 fascicoli del periodo tra il 1896 e il 1926[30]), consente di ricostruire da un’angolazione particolare le storie dell’antifascismo e l’evoluzione del dissenso, cronologicamente e tematicamente.

 

Ecco una possibile periodizzazione.




Non è casuale che il massimo di persecuzione giudiziaria avvenga proprio nel primo triennio di attività del Tribunale speciale, tra il 1926 e il 1929 (anno del plebiscito), dopo qualche fisiologica incertezza iniziale, con l’obiettivo da parte del regime di scardinare ogni residuo di opposizione. D’altronde questo periodo è anche quello in cui ancora si manifesta con una certa ampiezza l’opposizione al neonato regime, specie nei luoghi di lavoro ad opera dei partiti di sinistra e di quello comunista in particolare, mentre man mano che le maglie della repressione si stringono, gli spazi si assottigliano e si chiudono quasi del tutto. Le prime sentenze si concentrano su offese e vilipendio al duce, reati di stampa, ricostituzione del partito comunista e dei sindacati, agitazioni e scioperi.

 

Il periodo della crisi economica successiva al crollo di Wall Street, che vede anche una maggiore presenza attiva del partito comunista in Italia, fa registrare episodi di scioperi e di manifestazioni di protesta in tutto il Paese, al grido di pane e lavoro, con protagonisti operai, contadini, donne e disoccupati, che seppure abbiano solo di rado una precisa connotazione antifascista, comportano una ripresa generalizzata di processi.




La parte iniziale del quinquennio 1935-1939 rappresenta quella di ‘minore conflittualità e di maggiore consenso per il fascismo, almeno fino alla guerra d’Etiopia e alla proclamazione dell’impero. La guerra civile spagnola costituisce invece l’occasione di rivincita per i fuoriusciti (Paolo Spriano osserva che per la prima volta, dopo il 1921-1922, ci si può battere a viso aperto e con un’arma contro il fascismo) e inizia a risvegliare anche gli antifascisti dormienti in Italia e le nuove generazioni native del fascismo, e nel 1938 anche le leggi razziali, pur essendo ampiamente accettate nella popolazione, fanno sorgere in alcuni dei dubbi.

 

Infine, lo scoppio della guerra mondiale vede una crescita quasi immediata dei processi, che aumentano regolarmente di anno in anno fra il 1940 e il 1943, a causa del crollo del cosiddetto fronte interno, fino alla caduta del regime e di Mussolini, provocata però non dai partiti antifascisti, all’epoca ancora troppo deboli, ma dal disastro bellico e dal sopraggiungere degli Alleati, anche se in qualche modo favorita dal ripensamento in atto da parte degli italiani, dalle manifestazioni e dagli scioperi del 1942 e del 1943 e dalla congiura di palazzo ordita dall’esercito, dalla corona e da pezzi dell’establishment italiano.




‘Oggi nessuno fu fascista, mai’, commenta ironico un granatiere all’indomani del 25 luglio 1943. Il ‘collettivo bisogno di rimozione’ degli italiani verso il fascismo, ha determinato in effetti un errore di prospettiva storica anche nello studio dell’antifascismo.

 

‘Il paesaggio storico che via via si è andato definendo – come scrive Mario Isnenghi – è quello di un fascismo senza fascisti, dove una patente di antifascismo, criptoantifascismo o, male che vada, afascismo non la si nega a nessuno’.

 

Un’evidente falsità storica, che rende tanto più importante raccontare il coraggio di quella minoranza di italiani che, nonostante la persecuzione politica e poliziesca, mantenne accesa sotto la dittatura la fiaccola della libertà e della speranza, con una ricostruzione storica e documentale che consenta ‘di non racchiudere l’area del dissenso nei confini della sola opposizione clandestina’, ma che contribuisca a ‘una raffigurazione plastica, e non piattamente immota e uniforme, della società italiana negli anni del fascismo’.

 

(Avigliano/Palmieri; Il dissenso al fascismo)