CHI DELLA FOLLA, INVECE,

CHI DELLA FOLLA, INVECE,
30 MAGGIO 1924

mercoledì 15 agosto 2012

LA MIA VITA NEL BOSCO DEGLI SPIRITI




































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......Queste guerre per gli schiavi portavano destino di morte ai giovani
e ai vecchi di quei tempi, perché se un uomo o una donna venivano cat-
turati, poi erano venduti come schiavi a gente forestiera che li portava
in posti sconosciuti per ucciderli davanti al suo dio o per farli lavorare
per loro.....
Ma siccome mia madre era una piccola commerciante che andava da
un posto all'altro, una mattina andò al mercato che stava a circa tre mi-
glia dalla nostra città, e lasciò come sempre due fette di igname cotto
per noi.
Quando furono le dodici del pomeriggio i galli cominciarono a cantare
senza smettere mai, allora mio fratello ed io entrammo nella stanza di
nostra madre dove lei teneva al sicuro per noi i due ignami affettati o
tagliati, così le due mogli che ci odiavano non potevano avvelenarli, e
mio fratello prese uno degli ignami e io presi l'altro e subito ci mettem-
mo a mangiare.



















Ma mentre noi stavamo mangiando gli ignami nella stanza di nostra
madre, quelle due mogli che ci odiavano seppero prima di noi che in
città stava per scoppiare la guerra, così scapparono tutte e due dalla
città con le loro figlie senza dirci niente e senza portarci con loro, e lo
sapevano tutte quante che nostra madre non era in città.
Proprio perché eravamo troppo piccoli per sapere il significato del
'male' e del 'bene', ballavamo tutti e due ai rumori dei fucili nemici che
rimbombavano nella stanza dove stavamo mangiando gli ignami, men-
tre i grossi alberi e le molte colline tutte piene di buchi profondi che
circondavano completamente la città cambiavano i rumori terribili
dei fucili nemici in un suono che ci pareva bellissimo, e noi ballavamo
per questi suoni bellissimi dei fucili nemici.
Ma siccome i nemici si avvicinavano sempre di più alla città, per noi
i suoni bellissimi dei loro fucili diventarono terribili perché in quel mo-
mento tutto tremava.



















Così quando non potemmo più sopportarlo uscimmo dalla stanza di
nostra madre e andammo sulla balconata, ma là non trovammo nessu-
no, e allora corremmo sino al portico davanti, ma anche la città era
vuota tranne che per gli animali domestici come le pecore, i maiali, le
capre e i polli, e anche certi animali selvatici come scimmie, lupi, cer-
vi e leoni che i rumori terribili dei fucili nemici avevano fatto scappare
fino in città dal bosco che circondava la città.
Tutti questi animali correvano per la città e gridavano disperati in
cerca dei loro padroni.
Quando vedemmo che in città non c'era nessuno uscimmo subito in
strada, dopo che per tutto il tempo eravamo stati sulla porta a guar-
dare con dubbio e paura ogni punto della città.



















Così prima di tutto camminammo verso il nord perché là c'era una
strada che portava alla città di nostra nonna che non era lontana
dalla nostra città.
Ma siccome quegli animali ci davano molto fastidio e paura e ci
disturbavano, così alla fine smettemmo di correre al nord e andam-
mo verso il sud dove c'era un largo fiume che attraversava la stra-
da che dovevamo fare, in cerca di un posto sicuro per nasconderci.
E siccome i nemici si avvicinavano sempre di più, lasciammo subi-
to il fiume, e un po' più avanti su quella strada arrivammo a un certo
albero da frutto africano che stava vicino alla strada e ci fermammo
là sotto per trovare un rifugio, ma mentre stavamo girando rapida-
mente intorno a quell'albero per vedere se forse c'era un rifugio, due
frutti maturi caddero in quel punto, e mio fratello li raccolse tutti e
due e se li mise in tasca, e poi cominciò a trascinarmi o a portarmi
di peso per quella strada, perché io ero troppo piccolo per correre
svelto come lui.




















Ma siccome anche lui era troppo piccolo per trascinare o portare
un peso come me, non ce la fece a portarmi nemmeno tre metri più
in là senza cadere quattro volte e anche di più.
Quando ci provò con tutte le sue forze per diverse volte e non ce la
fece, e in quel momento l'odore della polvere da sparo dei fucili ne-
mici che sparavano incessantemente arrivava ai nostri nasi portato
dal vento e questo ci faceva ancora più paura, allora mio fratello mi
portò di peso a qualche passo di distanza, ma quando vidi che cade-
va molte volte gli dissi di lasciarmi sulla strada e di correre a mettersi
in salvo che forse riusciva a scampare, così poteva prendersi cura
di nostra madre perché lei non aveva altri figli tranne noi due, e gli
dissi che se Dio salvava la vita anche a me ci saremmo ritrovati, ma
che se Dio non mi salvava la vita ci saremmo ritrovati in cielo.
Ma mentre gli dicevo queste parole tristi i suoi occhi versavano lacri-
me come fiumi, ma io naturalmente non versavo lacrime coi miei oc-
chi perché speravo che di certo sarei stato catturato o ucciso.


















E fu quel giorno che scoprii che se la paura è troppa una persona
non ha più paura di niente. Ma siccome il fumo dei fucili nemici si
stava avvicinando a noi, con grande dolore mio fratello mi lasciò
su quella strada, poi si fermò e si mise le mani in tasca e tirò fuori
i frutti che erano caduti dall'albero sotto il quale prima stavamo per
nasconderci; e invece di uno solo me li diede tutti e due.
Dopo di che si mise a correre più presto che poteva lungo quella
strada verso i nemici, senza essere visto, e intanto che correva via
continuava ancora a guardarmi.
Così quando non lo vidi più sulla strada, mi misi in tasca tutti e due
i frutti e poi tornai a quell'albero sotto il quale li avevamo presi e
restai là soltanto per ripararmi dal sole.
Ma quando i nemici arrivarono a circa un ottavo di miglio da quel
posto dove stavo io, non riuscii a sentire più niente per colpa dei
rumori dei fucili nemici, e siccome ero troppo piccolo per sentire
quei rumori spaventosi e stare fermo, così entrai nel bosco sotto
quell'albero da frutto.....................
(Amos Tutuola, La mia vita nel bosco degli spiriti)




Prosegue in:


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