giuliano

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IL TOMO

sabato 4 agosto 2012

LESTER YOUNG (la magia del sax)


































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Benché Billie Holiday l'avesse soprannominato Pres - il Presidente dei
tenorsassofonisti - fin dal 1937, o giù di lì, Lester Young dovette fatica-
re molto per fare accettare e poi imporre il suo stile.
Per anni dovette difendersi dall'accusa, che molti gli muovevano, di suo-
nare in modo troppo dissimile da quello di Coleman Hawkins, che allo-
ra dettava legge fra gli specialisti del suo strumento.
Sembrava che volesse far di tutto per differenziarsi da lui: la sua voce
strumentale era chiara, lieve, e le sue frasi, a crome, in cui si faceva un
grande uso del rubato, erano lunghe e semplici - e tuttavia piene di sot-
tigliezze - ed erano, a loro modo, liricamente melodiche, mentre la voce
del sassofono di Hawkins e dei suoi molti seguaci era poderosa, aggres-
siva, vibrata, e si esprimeva in un fraseggio rapsodico e fastoso.
Lester Young difese con tenacia il diritto di essere se stesso, ma non fu
mai del tutto sicuro di aver ragione; quando poi, verso la metà degli an-
ni Quaranta, tutti i tenorsassofonisti di jazz smisero di seguire le orme
di Hawkins per prendere a modello proprio lui, rimase sconcertato:
'Non mi resta più niente da suonare',
soleva ripetere, con aria afflitta.


















Young fu sempre un uomo insicuro e tormentato, e fu anche, soprattutto
nella seconda parte della sua vita, un uomo strano, chiuso in se stesso,
per quasi tutti enigmatico.
Di lui, solo la musica era perfettamente comprensibile; a mezzo di essa
riuscì a comunicare assai più facilmente che con quel suo linguaggio er-
metico, intessuto di espressioni di gergo da lui stesso inventate, che la-
sciava interdetti coloro che lo avvicinavano per la prima volta, e che si
sentivano invariabilmente chiamate 'Lady' come fossero delle signore.
Anche lui era un uomo del Sud.
Era nato nello stato del Mississippi, a Woodville, il 27 agosto del 1909,
e aveva trascorso la prima infanzia nella vicina New Orleans.
Suo padre era stato fabbro, poi aveva studiato al Tuskegee Institute ed
era divenuto un buon musicista, girava gli Stati Uniti con un 'carnival show',
una di quelle troupes girovaghe che davano spettacoli a mezza via fra il
circo e il vecchio 'minstrel show'.


























A dieci anni Lester, col fratello Lee, che sarebbe divenuto a sua volta
un discreto jazzman, e la sorella Irma, entrò a far parte dell'orchestrina
del padre, facendo base a Minneapolis, dove la famiglia aveva fissato il
suo domicilio.
Quando viaggiava, dormiva in un carrozzone, o sotto una tenda.
Nei primi anni suonò la batteria, poi passò al sassofono contralto, che
successivamente abbandonò per il tenore. Si era stancato, spiegò poi,
di montare e smontare la batteria mentre gli altri correvano dietro le ra-
gazze.
Aveva cominciato a suonare a orecchio, ma poi fu costretto dal padre
a imparare i primi rudimenti della musica. Per alcuni mesi gli fu impedi-
to di suonare nell'orchestra: fu riammesso soltanto quando dimostrò di
saper leggere speditamente la sua parte.
Come tutti i principianti, si era messo alla ricerca di un modello a cui
ispirarsi. 'Frankie Trumbauer e Jimmy Dorsey erano i due grandi rivali
a quell'epoca, e alla fine io mi resi conto che mi piaceva Frankie'.


























Il sodalizio con la famiglia si era interrotto bruscamente quando Lester
aveva diciotto anni e si trovava a Salina, nel Kansas. Suo padre aveva
deciso di tornare nel Sud, dove il clima era migliore, e il giovane odiava
quei luoghi perché lì il razzismo era di casa e lui ne aveva sofferto trop-
po durante l'infanzia.
Per non muoversi dal Kansas, aveva trovato un lavoro in un'orchestri-
na di terz'ordine: quella dei Bostonians (che bostoniani non erano affat-
to) con Art Bronson. Con loro aveva adottato definitivamente il sasso-
fono tenore.
Successivamente militò nella formazione di King Oliver e poi in altre,
lavorando per qualche tempo anche a Oklahoma City, finché non tor-
nò a Minneapolis.
Qui intorno al 1930, fu ascoltato da Walter Page, che lo volle con sé,
nell'orchestra dei Blue Devils. Erano tempi grami, e anche i Blue Devils,
che pure erano una delle migliori formazioni dell'Oklaoma, se la passa-
vano male. Qualche volta capitava loro di suonare dinanzi a tre o quat-
tro persone in tutto, e in una cittadina della West Virginia essi si videro
addirittura sequestrare gli strumenti.
'Ci portarono direttamente davanti ai binari della ferrovia e ci dissero
di andarcene',
ha raccontato Lester, rievocando quella disavventura,
' Lì ci mettemmo a sedere insieme con gli 'hobos', che ci insegnarono
il modo di aggrapparci a un treno in corsa. Ce la facemmo, riportan-
do delle escoriazioni. Arrivammo a Cincinnati: senza soldi, senza stru-
menti, stracciati e sporchi. E poi cercammo di raggiungere St. Louis
o Kansas City'.
(prosegue....)
(A. Polillo, Jazz)



Prosegue in:

http://dialoghiconpietroautier.myblog.it/archive/2012/08/05/lester-billie.html










1 commento:

  1. Giuliano, Beautiful page about Pres. Thought you may want to see my blog for my upcoming movie about Lester. Cheers, Henry

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