giuliano

giuliano
IL TOMO

mercoledì 19 dicembre 2012

DUE PUNTI VERSO L'EQUILIBRIO.....(....punteggiato....)


































Un articolo:

Broad Gun Control (New York Times)








....Non c'è da sorprendersi che le armi leggere siano dappertutto: moltissi-
me fonti apparentemente inesauribili ne alimentano il mercato.
Alcune delle armi prodotte ogni anno non varcano mai alcun confine, ma il
ruolo della transizioni internazionali è fondamentale. Queste comprendono
ogni sorta di operazioni: dalle vendite ufficiali da governo a governo alle e-
sportazioni private approvate ufficialmente dai governi, dalle forniture se-
grete affettuate da agenzie governative agli scambi sul mercato nero che
coinvolgono mercanti d'armi privati; ma anche il sequestro di armi da parte
delle forze rivoluzionarie, i furti dagli arsenali statali e trasferimenti, spesso
illeciti, di armi da un teatro di conflitto all'altro.
Le vendite governative rappresentano tuttavia la fonte più importante di pro-
liferazione delle armi (onde per cui la strada è iniziata, o meglio proseguita
...ma non certo terminata...).
La capacità di produrre armi pesanti (e d'assalto) è limitata ad un certo nu-
mero di paesi relativamente piccolo ma industrialmente avanzati, mentre la
capacità di produzione di armi leggere è molto più diffusa.
Russia, Cina e Stati Uniti - e con loro diverse nazioni europee - sono i prin-
cipali produttori di armi leggere, ma l'institute for Disarmament Research del-
la Nazioni Unite nel 1994 ha identificato quasi 300 (trecento) società addet-
te alla produzione di armi leggere e del loro corredo in 52 paesi.
Questa cifra rappresenta un aumento del 25% del numero di paesi interessa-
ti rispetto alla metà degli anni 80.



















PRINCIPI PER UN MONDO PIU' SICURO


Lo sforzo di formulazione di una nuova concezione della sicurezza non è un
esercizio accademico.
Il punto centrale è convincere i politici ad adottare una differente visione del
mondo, a interpretare i trend, gli sviluppi e i nuovi eventi in una luce diversa
e infine a pruomovere politiche differenti (...ed evolute....).
Dalla ridefinizione del concetto di sicurezza derivano almeno tre principi chia-
ve.



























PRIMO:


Una nuova politica della sicurezza deve avere natura trasformativa, in grado
di rafforzare le istituzioni civili idonee ad affrontare ciò che sta alla radice dell'-
insicurezza.
Se si legano ambiente, salute, povertà e migrazioni al concetto di sicurezza,
c'è il rischio di rileggere tali problematiche solo alla luce della sicurezza, ovve-
ro di applicare il linguaggio e la razionalità delle istituzioni tradizionalmente pre-
poste alla sicurezza promuovendo in tal modo una mentalità accusatoria piutto-
sto che cooperativa.
Limitarsi a 'ri-etichettare' determinate questioni come minacce alla sicurezza po-
trebbe procurare loro una maggiore evidenza nell'agenda politica, ma non otter-
rebbe altro che un ampliamento della sfera di intervento delle strutture tradizio-
nali. Per evitare di militarizzare la politica è importante applicare il linguaggio
dei diritti umani, dell'equità e dei mezzi di sussistenza a questa nuova visione del
mondo (evitando di compiere errori precedenti come detto nel precedente post).
Di fatto, infatti, si tratta di ridefinire il termine stesso di sicurezza (dal singolo al
collettivo...).



























SECONDO:


Il secondo principio deriva direttamente dalla precedente considerazione: una
nuova politica della sicurezza deve soprattutto essere di natura preventiva.
La prevenzione di ogni conflitto (esterno ed interno) viene troppo spesso con-
siderata come una soluzione di emergenza, quando in realtà l'esplodere del con-
flitto è imminente. La comprensione delle cause alla radice del conflitto e dell'-
insicurezza implica un campo di applicazione molto più ampio e anticipato, che
non è semplicemente uno sforzo diretto a curare i sintomi.
I paesi donatori tendono a essere relativamente generosi quando si tratta di mi-
sure di soccorso. Viene speso troppo per misure umanitarie come i soccorsi in
occasione di un disastro, il sostegno ai profughi e al loro reinsediamento e an-
che per misure di peacekeeping, sempre insufficienti e sempre tardive.






















TERZO:


Il terzo principio è che una nuova politica della sicurezza deve essere trasver-
sale e integrata.
Capire le complesse sfide, consentire un'accurata valutazione delle dinamiche
che producono l'insicurezza e trarne efficaci indicazioni in merito alle politiche
necessarie, richiederà un vasto approccio interdisciplinare che vedrà coinvolte
le scienze politiche, l'economia, la sociologia, la geografia, la storia, la medici-
na, e molti altri campi del sapere.
Le conferenze internazionali svoltesi lungo il decennio scorso hanno rafforza-
to l'idea che sia necessario connettere ambiente, sviluppo e sicurezza.
Lo sviluppo e la pace sono legati da un rapporto simbiotico: quando manca-
no, gli Stati rischiano di fallire. Mentre la povertà non sfocia necessariamen-
te nella violenza, non c'è dubbio che la mancanza dei benefici dello sviluppo
alimenta l'insicurezza e consente al massimo una pace fragile. A sua volta lo
sviluppo ha bisogno di pace e di stabilità, ma ha anche bisogno di essere per-
meato dalla sostenibilità e dall'equità, perché la semplice massimazione della
crescita economica può compromettere l'integrità ambientale e distruggere i
mezzi di sussistenza delle comunità povere.
Ma tradurre quest'ultimo principio in politiche rimane un'impresa difficile, che
richiede di oltrepassare i confini accademici e burocratici e di superare i limiti
delle specializzazioni in un mondo dominato dagli esperti. Un processo, quindi,
che deve attuarsi all'interno delle strutture di governo, delle organizzazioni inter-
nazionali, del mondo accademico e delle ONG. E che richiede di fondere que-
ste fonti di conoscenze specialistiche, favorendo il pensiero transdisciplinare e
interdisciplinare e incoraggiando lo sviluppo di un 'linguaggio' condiviso.
Certamente è una battaglia durissima, in considerazione dei rapporti conflittu-
ali fra diverse culture.


(Worldwatch Institute)






 












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