giuliano

giuliano
IL TOMO

domenica 15 marzo 2015

SILENZIO BIANCO




















Prosegue in:

Silenzio Bianco (2)

Precedenti capitoli:

l'uomo peloso (1/4)














- Carmen non dura più di un paio di giorni.
Mason sputò un pezzo di ghiaccio guardando con tristezza la povera bestia, poi
mise la zampa in bocca e riprese a mordicchiare il ghiaccio incastrato crudelmen-
te tra le dita.
- Non ho mai visto un cane con un nome altisonante che valesse un fico secco,
disse terminando l'operazione e spingendo la bestia da un lato.
- Si sfanno e muoiono sotto il peso della responsabilità. Ti è mai capitato di ave-
re grane da uno con un nome decente come Cassiar,  Siwash o Husky? Nossi-
gnore! Guarda Shookum, qua, è......
Oplà! Lo sparuto animale fece un balzo, e i suoi denti bianchi mancarono per un
pelo la gola di Mason.
- Ah sì, eh?
Un violento colpo assestato in mezzo alle orecchie con l'estremità della frusta
mandò l'animale disteso sulla neve, tutto tremolante, una bava gialla alla bocca.
- Dicevo, guarda Shookum, qua, lui sì che è un duro. Scommetto che si mangia
Carmen nel giro di una settimana.
- Io, invece scommetto un'altra cosa,
replicò Malemute Kid rivoltando il pane ghiacciato, posato davanti al fuoco a
scongelarsi.




- Ci mangeremo Shookum prima della fine del viaggio. Che ne dici Ruth?
La giovane indiana sistemò la caffetteria sopra un pezzo di ghiaccio, volse lo
sguardo da Malemute Kid a suo marito, poi ai cani, ma preferì non rispondere.
Era talmente ovvio, che una risposta non era necessaria: trecento chilometri di
terreno vergine davanti, con sei giorni scarsi di provviste per loro e niente per
i cani, non lasciavano alternative.
I due uomini e la donna si strinsero intorno al fuoco e dettero inizio al magro
pasto. I cani erano rimasti attaccati alla slitta, poiché si trattava di una sosta
nel corso della giornata, e guardavano con invidia ogni boccone.
- Non avremo più pranzi dopo questo di oggi,
disse Malemute Kid.
- E dobbiamo sorvegliare bene i cani, stanno diventando cattivi. Non ci metto-
no molto, se gli capita l'occasione, a fare fuori uno di noi.
- E dire che sono stato presidente a Epsworth e ho insegnato nella scuola do-
menicale.
Pronunciata questa frase del tutto irrilevante, Mason cadde in sognante con-
templazione dei suoi mocassini fumanti, ma fu risvegliato da Ruth che gli sta-
va riempendo la tazza.




- Grazie a Dio abbiamo tonnellate di tè! L'ho visto crescere, giù in Tennessee!
Che cosa non darei per avere adesso una bella torta calda di granturco! Non
ti preoccupare, Ruth: non digiunerai ancora per molto, né porterai a lungo i
mocassini.
A queste parole il volto della donna si rischiarò e gli occhi le brillarono per il
suo signore bianco, il primo uomo bianco che avesse conosciuto e il primo
uomo che avesse visto trattare una donna come qualcosa di meglio di un sem-
plice animale o di una bestia da soma.
- Sì, Ruth,
proseguì il marito, ricorrendo allo speciale linguaggio approssimativo che usa-
va con lei;
- aspetta che arriviamo al 'Fuori'. Prenderemo la canoa dell'Uomo Bianco e
attraverseremo l'Acqua Salata. Sì, l'acqua cattiva, acqua agitata, grandi mon-
tagne ballano su e giù tutto il tempo. E tanto grandi, lontane lontane: si viag-
gia dieci sonni, venti sonni, quaranta sonni,
enumerò i giorni sulle dita,
- tutto il tempo acqua, acqua cattiva. Poi si arriva al grande villaggio, tanta
gente quante le zanzare dell'estate prossima. Wigwams alte, oh! dieci, venti
pini, Hi-yu-Skookum.




Gli mancarono le parole, lanciò un'occhiata implorante a Malamute Kid, fati-
cosamente, col linguaggio dei segni pose uno sull'altro i venti pini. Malamute
Kid sorrise con gaio cinismo; ma gli occhi di Ruth erano spalancati di mera-
viglia e di piacere; credeva quasi che stesse scherzando, e una tale condi-
scenza rallegrava il cuore della povera donna.
- E poi si entra in una... in una scatola, e op! si sale;
lanciò in aria una tazza vuota per illustrare il concetto e, riafferrandola con
destrezza, continuò:
- E poi, paf, giù di nuovo. Oh, i grandi stregoni! Tu vai a Fort Yukon, io va-
do ad Arctic City - venticinque sonni - grande filo, tutto il tempo - io pren-
do il filo - dico 'pronto, Ruth, come stai?' e tu dici, 'sei tu il mio buon marito?'
e io dico 'sì', e tu dici, 'non posso fare buon pane, non c'è più lievito' e allo-
ra io dico 'guarda nella dispensa, sotto il pavimento; ciao'. Tu guardi e tro-
vi un mucchio di lievito. Tutto il tempo tu Fort Yukon, io Arctic City. Oh, i
grandi stregoni!
Ruth sorrise così ingenuamente alla storia fiabesca che i due uomini scoppia-
rono a ridere. Una lite fra i cani pose fine alle meraviglie del 'Fuori', e quando
i combattenti ringhiosi furono separati lei aveva già legato le slitte e tutto
era pronto per il viaggio.




- Forza! Baldy! Avanti, Mush!
Mason lavorava abilmente di frusta e, mentre i cani mugolavano a testa bassa
nei finimenti, mise in moto con una spinta la slitta di testa. Ruth seguiva con
la seconda muta lasciando alla retroguardia Malemute Kid che l'aveva aiutata
a partire.
Era un omone robusto, capace di far stramazzare un bue con un sol colpo,
ma non aveva il coraggio di frustare i poveri cani.... era indulgente con essi
come raramente è un guidatore di slitte; quasi piangeva assieme a loro la mi-
sera situazione.
- Andiamo, forza, mie povere bestie dalle zampe dolenti!
mormorò, dopo moltissimi tentativi di avviare il carico.
Ma la sua pazienza fu alla fine ricompensata, e, pur guaendo di dolore, i cani
si affrettarono verso i loro compagni.
Non più conversazione; la durezza della pista non permetterà un tale diversivo.
E di tutte le fatiche più estenuanti, quella delle piste nelle terre del Nord è la
peggiore. Beato colui che può superare una giornata di viaggio, sia pure su una
 pista già battuta, al solo prezzo del silenzio.




E tra le fatiche che spezzano la forza di un uomo, quella di aprirsi una pista
è la peggiore. A ogni passo la grande racchetta sprofonda finché la neve è
al livello delle ginocchia. La racchetta va poi tirata su, ancora più su, dritta;
la deviazione di un paio di centimetri può causare un disastro; la racchetta
va tirata su fino a sfiorare la superficie, poi portata in avanti e affondata di
nuovo, dopodiché l'altro piede può avanzare di mezzo metro.
Chi prova questo esercizio per la prima volta, seppure riesce a non acca-
vallare le racchette e a non cadere disteso sulla pista, rinuncerà esausto do-
po cento metri.
Uno che riesce a non intralciare l'avanzata dei cani per una giornata intera
ha ben diritto di infilarsi nel suo sacco a pelo con la coscienza a posto e
un orgoglio difficilmente immaginabile; e chi viaggia per venti sonni sulla
Lunga Pista è un uomo che gli Dèi possono invidiare.




Il pomeriggio passava e sotto l'incubo del Silenzio Bianco i taciti viaggia-
tori si piegavano alla loro fatica. La Natura ha molti espedienti per con-
vincere l'uomo dei suoi limiti - l'incessante scorrere delle correnti, la fu-
ria dei temporali, il sussulto del terremoto, il lungo rullio dell'artiglieria -
ma il più tremendo, il più sconvolgente è la passività del Silenzio Bianco.
Ogni movimento cessa: il cielo è limpido, l'aria tersa, il più lieve bisbiglio
sembra sacrilegio, e l'uomo diventa timido, terrorizzato al suono della
propria voce. Unica particella di vita in movimento attraverso le spettra-
li distese di un mondo morto, egli trema di fronte alla sua audacia, capi-
sce di essere un verme, e nulla più.
Inusitati pensieri si affacciano alla mente non chiamati, e il mistero di
tutto il Creato lotta per esprimersi. La paura della morte, di Dio, dell'-
Universo lo assale - la speranza della Resurrezione e della Vita, l'ane-
lito all'immortalità, il vano sforzo dell'essenza imprigionata - è allora,
se mai, che l'uomo cammina solo....con Dio....
Sì, solo e con Dio......

(Prosegue......)

















  

Nessun commento:

Posta un commento