CHI DELLA FOLLA, INVECE,

CHI DELLA FOLLA, INVECE,
30 MAGGIO 1924

domenica 25 maggio 2014

VIAGGI ONIRICI: l'albero (11)



















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Da tre giorni ormai, di prima mattina, con la mente lucida e desta…., ho una ‘visione’ che non va affatto confusa con un sogno o con una qualsiasi fantasticheria.
Prima non sospettavo affatto che potesse esistere qualcosa oltre la veglia e il sogno, oltre il sonno profondo e l’allucinazione; un quinto stato, inspiegabile: una visione di processi immaginali che non hanno alcun rapporto con la Terra.
Tale ‘visione’ fu completamente diversa da quella che ebbi nella Torre, osservando il cristallo di carbone di Bartlett. Per quanto sono in grado di giudicare è stata una profezia in simboli.
Vidi una collina verde e subito mi accorsi che era Gladhill, la collina della mia stirpe, superba e ridente come appare nello stemma dei Dee. Nessuna spada d’argento, però, vi era infissa; come nell’altro campo dello stemma, dalla sua rotonda sommità si levava invece un albero verde, ai piedi del quale sgorgava una fonte d’acqua perenne che scorreva allegramente verso il basso.
Questa ‘visione’ mi rallegrò, e dalla vasta pianura brumosa in cui mi trovavo mi diressi verso la collina per dissetarmi all’antica fonte della mia stirpe. Mi meravigliai di percepire tutto ciò come reale e al contempo come immagine simbolica. E mentre salivo su per la collina, d’un tratto riconobbi con una bruciante chiarezza interiore di essere io stesso l’albero sulla collina: con il tronco, che era il mio midollo spinale, volevo levarmi fino al Cielo, e attraverso i rami e le fronde – ramificazioni visibili dei miei nervi e delle mie vene – mi espandevo nell’aria.




… E sentivo le linfe e i moti del sangue e della gioia pulsare in quell’albero di vene e di nervi che avevo dinanzi e al contempo divenivo cosciente di me stesso in Lui, con orgoglio.
La fonte argentea che sgorgava ai miei piedi rispecchiava poi, all’infinito, i miei figli e i figli dei miei figli, quasi essi scendessero dal futuro per partecipare alla celebrazione di un’imminente, e tuttavia sin d’ora effettiva, resurrezione nella Vita Eterna.
Ciascuno di loro aveva un volto diverso, ma tutti mi rassomigliavano (Eretici morti per mano violenta di un Obsessos…. Morti al rogo dell’ignoranza e dell’ingiustizia….); sicché ero io – così mi parve – colui che imprimeva su di loro il suggello della nostra stirpe in modo da preservarli per sempre dalla morte destinata loro per mano violenta dell’Inquisizione… e dal Tramonto della verità.
… E la sentivo con orgoglio riverente….
Quando fui più vicino all’albero scorsi d’un tratto, tra i rami più alti che formavano una sorta di corona, un duplice volto; una faccia sembrava maschile, l’altra femminile, ma entrambe si confondevano in una sola testa. E su questa figura ancipite stava sospesa, in una luce d’oro, una corona sormontata da un cristallo di indicibile splendore…
Nel viso femminile riconobbi subito la Sovranità perduta; avrei gridato di giubilo se non me l’avesse impedito un inatteso e lacerante dolore, allorché vidi e sentii che la testa maschile non era la mia, ma quella di un uomo molto più giovane; una testa, però, dai tratti assai più gai rispetto a quella che portavo sulle spalle sin dai tempi dell’innocente giovinezza…
…. E sebbene una sorta di melanconia cercasse di convincermi che la creatura nata dall’albero ero io stesso nei lontani anni della mia fanciullezza, dovetti spietatamente riconoscere l’inganno, perché vedevo bene che non era la mia, quella testa, bensì di un essere lontano, emerso dalla sorgente che stava ai miei piedi, di un essere irraggiungibile nel Tempo a me concesso, un…. un altro!
… Poi all’improvviso dal profondo del mio midollo l’albero parlò:




Stolto, tu che nemmeno ora riconosci te stesso! Cos’è il Tempo? Cos’è la metamorfosi? Anche dopo secoli io sono: Io sono dopo cento tombe, e sono dopo cento resurrezioni! Osi alzare la mano contro l’albero, tu che ne sei solo un ramo, nient’altro se non una goccia della fonte che scorre ai tuoi piedi?

Allora guardai commosso verso la corona dell’albero di noi Eretici e vidi che l’essere ancipite muoveva le labbra, indi udii da un’altezza e una lontananza infinite un grido che giunse fino a me con grande fatica:

Un uomo che non smette di credere infine vive! Cresci fino a me e io sarò te! Sperimenta vivendo te stesso e sperimenterai me, me…

Caddi ai piedi dell’albero e ne abbracciai il tronco con venerazione. Fui scosso da un tale pianto che il velo di lacrime mi nascose la ‘visione’… sinché riuscii di nuovo a scorgere, nella mia stanza, la modesta lampada da notte, mentre dalle fessure delle imposte chiuse penetrava la prima luce del mattino.
Udii ancora la voce dell’albero, come se parlasse da dentro di me:

Vuoi diventare immortale? Sai tu che un simile percorso di metamorfosi impone molti processi del fuoco e dell’acqua?! La materia dovrà attraversare molteplici stadi di sofferenza!

Tre volte dunque, in ‘visioni’ avute di prima mattina, mi sono stati mostrati il simbolo, il senso e la via… Il cammino per giungere a me stesso, al di là del Tempo e della morte - sia quando sia -, è duplice.
Una delle vie è incerta, affidata al caso, segnata da briciole che gli uccelli del cielo potrebbero divorare prima che io torni indietro. E tuttavia voglio tentarla perché se avrò fortuna potrebbe essermi di grande aiuto per… ricordarmi nuovamente di me in futuro. E cos’altro è mai l’immortalità, se non rimembranza? 
Dunque scelgo la via magica della scrittura; in questo diario metto nero su bianco ciò che mi è stato rivelato circa.....

(Prosegue....)
















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