CHI DELLA FOLLA, INVECE,

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30 MAGGIO 1924

sabato 13 luglio 2019

L’UNICA VERITA’ (del politico & il suo regime) L’ASSENZA DI VERITA’ (13)




















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Circa il politico (11/2)

& la politica del suo ed altrui regime (9/10)

Prosegue con lo...

Scambiatore Universale (14)













La Russia ha raggiunto per prima la politica dell’eternità. La cleptocrazia rendeva impossibili le virtù politiche della successione, dell’integrazione e della novità, cosicché la fiction politica doveva renderle impensabili.

A dare forma alla politica dell’eternità erano le idee di Ivan Il’in. Una nazione russa immersa nella menzogna della propria innocenza poteva imparare a nutrire un amore totale per se stessa.

Vladimir Surkov ha mostrato come l’eternità possa animare i media moderni. Mentre lavorava per Putin, ha scritto un romanzo, Almost Zero (2009), che rappresenta una sorta di confessione politica. Nella storia, l’unica verità è il nostro bisogno di bugie, l’unica libertà la nostra accettazione di questo verdetto. In un episodio che si inserisce nella trama più ampia, il protagonista è turbato da un coinquilino che non fa che dormire. Uno specialista emette un responso: ‘Scompariremo tutti’, confida ‘non appena apre gli occhi. Il dovere della società, e il vostro in particolare, è continuare il suo sogno’.




La perpetuazione di questo stato onirico era la descrizione del lavoro di Surkov.

Se l’unica verità era l’assenza di verità, i mentitori erano onorevoli servitori della Russia. Mettere fine alla fattualità significa dare inizio all’eternità.

Se i cittadini dubitano di tutto, non possono vedere dei modelli alternativi al di là dei confini russi, non possono condurre delle discussioni sensate sulla riforma, e non possono fidarsi abbastanza l’uno dell’altro per organizzarsi in vista del cambiamento politico.

Un futuro plausibile richiede un presente fattuale.

Sulla scia di Il’in, Surkov parla della ‘contemplazione del tutto’ che consente una visione di ‘realtà geopolitica’; dice che gli stranieri, con i loro regolari attacchi, tentano di allontanare i russi dalla loro innata innocenza.




I russi devono essere amati per la loro ignoranza; amarli significa perfezionare quell’ignoranza.

Il futuro contiene solo più ignoranza sul futuro più lontano.

Come ha scritto in Almost Zero:

‘La conoscenza dà soltanto conoscenza, ma l’incertezza dà speranza’.

Come Il’in prima di lui, Surkov considera il cristianesimo come una via per accedere alla propria superiore creazione. Il Dio di Surkov è un solitario collega con dei limiti, un altro demiurgo da incoraggiare con qualche virile pacca sulle spalle. Al pari di Il’in, Surkov evoca dei versi familiari della Bibbia al fine di capovolgerne il significato. Nel suo romanzo, una suora fa riferimento alla Prima lettera ai Corinzi (13,13): ‘L’incertezza dà fede. Speranza. Carità’.




Se i cittadini possono essere tenuti nell’incertezza creando regolarmente delle crisi, è possibile gestire e orientare le loro emozioni.

Questo è l’esatto contrario dell’ovvio significato del passo biblico citato da Surkov: fede, speranza e carità (o amore) sono le tre virtù che si articolano man mano che impariamo a vedere il mondo così com’è.

Subito prima di questo verso c’è il famoso passaggio sulla maturità in quanto capacità di osservare le cose dal punto di vista dell’altro: ‘Poiché ora vediamo come in uno specchio, in modo oscuro; ma allora vedremo faccia a faccia; ora conosco in parte; ma allora conoscerò pienamente, come anch’io sono stato perfettamente conosciuto’.




La prima cosa che apprendiamo quando guardiamo dalla prospettiva di un altro è che non siamo innocenti. Surkov intendeva mantenere lo specchio oscuro.

Nella Russia degli anni Duemiladieci, lo specchio oscuro era lo schermo televisivo. Il 90% dei russi faceva affidamento sulla televisione per avere notizie. Surkov era direttore delle pubbliche relazioni di Pervyi Kanal, il principale canale televisivo del Paese, prima di diventare responsabile delle comunicazioni per Boris Eltsin e Vladimir Putin. Ha sovrinteso alla trasformazione della televisione russa da un’autentica pluralità che rappresentava vari interessi a una finta pluralità dove le immagini erano diverse, ma il messaggio era lo stesso.




A metà degli anni Duemiladieci, il finanziamento pubblico di Pervyi Kanal ammontava a circa 850 milioni di dollari all’anno. Ai suoi dipendenti, e a quelli di altre reti di Stato, veniva insegnato che il potere era reale, ma che i fatti del mondo non lo erano. Il viceministro delle Comunicazioni russo, Aleksej Volin, ha così descritto le loro carriere:

‘Vanno a lavorare per il Capo, e il Capo dirà loro che cosa scrivere, che cosa non scrivere, e come questa o quell’altra cosa dev’essere scritta. E il Capo ha il diritto di farlo, perché li paga’.

La fattualità non costituiva un vincolo.

Come ha spiegato Gleb Pavlovskij, un tecnologo politico di spicco:

‘Puoi dire di tutto. Creare delle realtà’.




Le notizie dall’estero hanno finito per sostituire quelle regionali e locali, quasi scomparse dalla televisione. La copertura internazionale equivaleva alla quotidiana registrazione dell’eterno corso della corruzione, dell’ipocrisia e dell’ostilità dell’Occidente. Nulla, in Europa o in America, era degno di emulazione. Il vero cambiamento era impossibile, questo era il messaggio.

RT, l’emittente propagandistica russa rivolta al pubblico straniero, aveva il medesimo scopo: reprimere la conoscenza che poteva indurre all’azione e fare opera di persuasione per trasformare l’emozione in inerzia. Ha stravolto il format dei notiziari abbracciando senza battere ciglio una serie di grottesche contraddizioni: ha invitato a parlare un negazionista dell’Olocausto e l’ha identificato come un attivista dei diritti umani; ha ospitato un neonazista e l’ha presentato come un esperto del Medio Oriente.




Nelle parole di Vladimir Putin, RT è ‘sovvenzionata dal governo, quindi non può che rispecchiare la posizione ufficiale del governo russo’. Tale posizione era l’assenza di un mondo fattuale, e l’ammontare del finanziamento si aggirava sui 400 milioni di dollari all’anno. Americani ed europei trovavano in RT un amplificatore dei propri dubbi – a volte assolutamente giustificati – sulla sincerità dei loro stessi leader e la vitalità dei loro stessi media.

Lo slogan del canale televisivo, ‘Question More’ (Metti tutto in dubbio), ispirava un desiderio di maggior incertezza. Non aveva senso mettere in dubbio la fattualità di quello che RT trasmetteva, poiché ciò che trasmetteva era la negazione della fattualità. Come ha asserito il suo direttore: ‘Non esiste un’informazione obiettiva’. RT voleva far passare il messaggio che tutti i media mentivano, ma che soltanto RT era onesta, perché non fingeva di dire la verità.




La fattualità è stata soppiantata da un sagace cinismo che non chiedeva niente allo spettatore se non un occasionale cenno del capo prima di addormentarsi.

‘La guerra dell’informazione è oggi il principale tipo di guerra’. Dmitrij Kiselëv lo sapeva bene, vista la posizione che occupava. Era infatti il coordinatore dell’agenzia di Stato russa per l’informazione internazionale, nonché il conduttore di un popolare programma serale della domenica.

I primi uomini inviati dal Cremlino in Ucraina, l’avanguardia dell’invasione russa, erano dei tecnologi politici. Una guerra in cui Surkov è al comando si combatte nell’irrealtà. Nel febbraio 2014, Surkov era in Crimea e a Kiev, e in seguito ha svolto la funzione di consigliere di Putin per l’Ucraina. Il tecnologo politico russo Aleksandr Borodaj era l’addetto stampa per la Crimea durante la sua annessione. Nell’estate del 2014, i ‘primi ministri’ delle due ‘repubbliche popolari’ appena create nell’Ucraina sudorientale erano degli esperti di comunicazione russi.




Pur trattandosi di un evento modesto in termini militari, l’invasione russa della regione meridionale e poi sudorientale dell’Ucraina vide l’impiego della più sofisticata campagna di propaganda nella storia della guerra. Essa operò su due livelli: primo, come attacco diretto alla realtà di fatto, negando l’ovvio, persino la guerra stessa; secondo, come incondizionata proclamazione di innocenza, negando che la Russia potesse essere responsabile di qualsiasi sopruso.

Non c’era nessun conflitto in corso, e ciò era pienamente giustificato. Quando la Russia diede il via all’invasione della Crimea, il 24 febbraio 2014, il presidente Putin mentì deliberatamente.





Il 28 febbraio, dichiarò:

‘Non abbiamo alcuna intenzione di agitare la spada e mandare delle truppe in Crimea’.

Lo aveva già fatto.

Nel momento in cui pronunciava queste parole, le forze russe marciavano ormai da quattro giorni nel territorio sovrano ucraino. Oltretutto, in Crimea c’erano anche i Lupi della notte, che seguivano ovunque i soldati russi in un’assordante concerto di motori rombanti, una trovata mediatica per rendere inequivocabile la presenza russa.

…Eppure, Putin scelse di prendersi gioco dei cronisti che notavano questi semplici fatti. Il 4 marzo, affermò che i soldati russi altro non erano che cittadini ucraini che avevano acquistato le loro uniformi nei negozi locali…

(T. Snyder, La paura & la Ragione)













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