CHI DELLA FOLLA, INVECE,

CHI DELLA FOLLA, INVECE,
30 MAGGIO 1924

lunedì 15 luglio 2019

L’AMICO AMERIKANO (& un produttore cinematografico) (15)












































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Nel luglio 2016, non molto tempo dopo il referendum sulla Brexit, Donald Trump disse:

‘Putin non ha intenzione di entrare in Ucraina, potete segnarvelo’.

…L’invasione russa era cominciata più di due anni prima, nel febbraio 2014, subito dopo che i cecchini avevano assassinato dei cittadini ucraini sul Maidan.




Fu grazie a questa serie di eventi che Trump riuscì a procurarsi un manager per la sua campagna elettorale. Janukovy fuggì in Russia, ma il suo consigliere Paul Manafort continuò a lavorare per un partito ucraino filorusso per tutto il 2015. Il suo nuovo datore di lavoro, Blocco Opposizione, era esattamente la parte del sistema politico ucraino che voleva fare affari con la Russia mentre questa invadeva l’Ucraina.




Era la transizione perfetta per il nuovo incarico di Manafort. Nel 2016, si trasferì a New York e prese in mano la gestione della campagna di Trump. Nel 2014, Trump sapeva che i russi avevano invaso l’Ucraina. Sotto la guida di Manafort, proclamò l’innocenza della Russia. Lyndon LaRouche e Ron Paul seguirono la stessa linea: la Russia non aveva fatto niente di male, ed erano europei e americani che bisognava incolpare dell’invasione, che forse c’era stata e forse no. Scrivendo su ‘The Nation’ nell’estate e nell’autunno del 2016, Cohen difese Trump e Manafort, sognando che un giorno Trump e Putin potessero unirsi per rifare l’ordine mondiale...




…Le fonti aperte mettevano in luce le interazioni fuori dall’ordinario fra i consiglieri di Trump e la Federazione Russa…

Non era un segreto che Paul Manafort, che si unì alla campagna di Trump nel marzo del 2016 e la guidò da giugno fino a tutto agosto, aveva profonde connessioni di vecchia data con l’Europa dell’Est. Come manager della campagna di Trump, Manafort non riceveva nessuno stipendio da un uomo che sosteneva di essere un miliardario, cosa che risultava alquanto insolita. Magari agiva solo per senso civico. O, forse, si aspettava che il vero pagamento arrivasse da qualche altra parte.




Tra il 2006 e il 2009, Manafort aveva lavorato per l’oligarca russo Oleg Deripaska con il compito di ammorbidire gli Stati Uniti di fronte all’influenza politica russa. Manafort promise al Cremlino ‘un modello che potrebbe giovare molto al governo Putin’ e, si dice, Deripaska lo pagò ventisei milioni di dollari. Dopo un progetto di investimento congiunto, Manafort si ritrovò in debito con Deripaska di circa 18,9 milioni di dollari.

Nel 2016, mentre Manafort stava lavorando come manager della campagna di Trump, questo debito era – a quanto pare – una sua fonte di preoccupazione: scrisse per offrire a Deripaska dei ‘briefing privati’ sulla campagna, e cercò di mettere a frutto la propria influenza per farsi condonare il debito dall’oligarca russo, nella speranza di ‘mettere tutto a posto’.




È interessante notare come l’avvocato di Trump, Marc Kasowitz, rappresentasse anche Deripaska. A parte il suo precedente lavoro per indebolire gli Stati Uniti per conto della Russia, Manafort aveva anche esperienza nel far nominare presidenti i candidati preferiti dai russi.

Nel 2005, Deripaska lo raccomandò all’oligarca ucraino Rinat Achmetov, che era un sostenitore di Viktor Janukovy . Nella sua attività in Ucraina tra il 2005 e il 2015, Manafort usò quella stessa ‘strategia del Sud’ che i repubblicani avevano sviluppato negli Stati Uniti negli anni Ottanta: dire a una parte della popolazione che la sua identità è a rischio e, quindi, tentare di trasformare ogni elezione in un referendum sulla cultura. Negli Stati Uniti il destinatario di questo messaggio erano i bianchi del Sud, mentre in Ucraina era la comunità russofona, ma l’appello era lo stesso.




Nel 2010, Manafort riuscì a far eleggere Janukovy alla presidenza, anche se in seguito ci sarebbero state una rivoluzione e l’invasione russa. Dopo aver portato le tattiche americane nell’Europa dell’Est, Manafort portò le tattiche dell’Europa dell’Est negli Stati Uniti. Come manager della campagna di Trump, supervisionò l’importazione della fiction politica in stile russo. Fu durante il suo incarico che Trump dichiarò a una televisione che la Russia non avrebbe invaso l’Ucraina (due anni dopo che l’aveva fatto); e fu sempre sotto lo sguardo di Manafort che Trump chiese pubblicamente alla Russia di trovare e pubblicare le email di Hillary Clinton.




Manafort dovette dimettersi dal suo incarico dopo che emerse che aveva ricevuto in nero da Janukovy 12,7 milioni di dollari in contanti. Fino all’ultimo, Manafort mostrò il tocco di un vero tecnologo della politica russo, non tanto negando i fatti quanto cambiando l’argomento e trasformandolo in una spettacolare finzione. Il giorno in cui venne a galla la storia dei suoi pagamenti in nero, il 14 agosto 2016, Manafort aiutò la Russia a divulgare una storia del tutto inventata su un attacco condotto dai terroristi islamici contro una base della NATO in Turchia.

Manafort venne rimpiazzato come manager della campagna dal produttore cinematografico e ideologo di destra Steve Bannon, la cui qualifica consisteva nell’aver fatto entrare i suprematisti bianchi nel mainstream del dibattito americano.




Come direttore del Breitbart News Network, Bannon aveva fatto conoscere i loro nomi al grande pubblico. I principali esponenti del razzismo americano erano unanimi nella loro ammirazione per Trump e Putin. Matthew Heimbach, un difensore dell’invasione russa dell’Ucraina, parlò di Putin come del ‘leader delle forze anti-globaliste di tutto il mondo’, e della Russia come del ‘più potente alleato’ della supremazia bianca e come di un ‘asse per i nazionalisti’. Heimbach era talmente entusiasta di Trump che, durante un comizio di quest’ultimo a Louisville, nel marzo del 2016, spinse via con violenza un contestatore (al processo, la sua difesa sostenne che aveva agito su istruzioni di Trump).




Bannon sosteneva di essere un nazionalista economico e, pertanto, un difensore del popolo; tuttavia, doveva la sua carriera e la sua impresa mediatica a un clan oligarchico americano, i Mercer, e guidò una campagna per portare un altro clan oligarchico, i Trump, alla Casa Bianca (collaborando con un uomo che aveva aiutato ad aprire gli Stati Uniti a contributi elettorali illimitati in una causa legale sponsorizzata da un terzo clan oligarchico americano, i Koch). 





L’ideologia di estrema destra di Bannon agevolava l’oligarchia americana, come idee simili avevano fatto nella Federazione Russa. Bannon era una versione molto meno sofisticata ed erudita di Vladislav Surkov; mancava di strumenti intellettuali adeguati e veniva battuto con facilità nei confronti. Portando avanti il gioco della Russia a un livello terra-terra, si assicurò che la Russia vincesse. Al pari degli ideologi russi che vedevano il richiamo ai fatti come una tecnologia nemica, Bannon parlava dei giornalisti come del ‘partito di opposizione’. Non negava la verità delle affermazioni fatte contro la campagna di Trump; non smentì, per esempio, che Donald Trump avesse atteggiamenti sessuali predatori. Ciò che faceva, invece, era rappresentare i giornalisti che mettevano in luce i fatti rilevanti come dei nemici della nazione.




I film di Bannon erano semplicistici e privi di interesse in confronto alla letteratura di Surkov o alla filosofia di Il’in, ma l’idea di base era la stessa: una politica dell’eternità nella quale la nazione innocente si ritrova sempre sotto attacco.

Come i suoi amici russi più brillanti, Bannon si dedicò alla riabilitazione di fascisti dimenticati, nel suo caso Julius Evola. Come Surkov, puntava a seminare confusione e oscurità, anche se i suoi riferimenti erano un po’ più banali:

‘L’oscurità è una buona cosa. Dick Cheney. Darth Vader. Satana. Questo è potere’.




Bannon era convinto che ‘Putin sostiene le istituzioni tradizionali’; di fatto, però, la presunta difesa russa della tradizione era un attacco agli Stati sovrani dell’Europa e alla sovranità degli Stati Uniti d’America. La campagna presidenziale guidata da Bannon rappresentava a sua volta un attacco russo contro la sovranità americana. Bannon se ne rese conto in seguito: quando apprese di un incontro tra i vertici della campagna di Trump e i russi avvenuto nella Trump Tower nel giugno del 2016, lo definì come un ‘tradimento’ e qualcosa di ‘non patriottico’. In fin dei conti, però, Bannon era d’accordo con Putin nel ritenere che il governo federale degli Stati Uniti (e l’Unione Europea, da lui definita ‘un protettorato dall’importanza ingigantita’) dovesse essere distrutto.




Per l’intera durata della campagna, a prescindere dal fatto che a capo ci fossero formalmente Manafort oppure Bannon, Trump fece affidamento su suo genero, l’imprenditore immobiliare Jared Kushner. A differenza di Manafort, che aveva una storia, e di Bannon, che aveva un’ideologia, gli unici collegamenti di Kushner con la Russia erano il denaro e l’ambizione. Il modo più facile per seguire questi collegamenti consiste nel prender nota dei suoi silenzi. Dopo la vittoria di suo suocero alle elezioni, Kushner dimenticò di menzionare che la sua società, la Cadre, aveva ricevuto un pesante investimento da parte di un russo le cui compagnie avevano incanalato miliardi di dollari su Facebook e 191 milioni di dollari su Twitter per conto dello Stato russo.




Vale anche la pena di notare che la Deutsche Bank, che aveva riciclato miliardi per gli oligarchi russi e che era l’unica banca ancora disposta a prestare soldi al suocero di Kushner, concesse a quest’ultimo un prestito di 285 milioni di dollari solo poche settimane prima delle elezioni presidenziali. Dopo che suo suocero era stato eletto presidente, e dopo aver ottenuto un’ampia gamma di responsabilità alla Casa Bianca, Kushner dovette fare domanda per un nullaosta di sicurezza. Nella sua documentazione, non menzionò nessun contatto con funzionari russi. Di fatto, però, nel giugno del 2016 aveva preso parte a un incontro alla Trump Tower, assieme a Manafort e Donald Trump Jr., durante il quale Mosca aveva offerto alla campagna di Trump dei documenti come parte (per citare le parole del loro intermediario) dell’appoggio della Russia e del governo russo a Trump….

(T. Snyder, La paura & la Ragione)












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